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Una storia di Roberto98

Tostado

Una piccola ucronia ambientata nel Cile di Pinochet.

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34 minuti

Pubblicato il 25 dicembre 2018 in Thriller/Noir

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I




Signor Alfonso, è ora di svegliarsi...


Grandi fari alogeni si accesero e illuminarono la stanza. Alfonso Rilente aprì gli occhi e pensò di essere morto; ricaduto sulla terra, il torpore dei sogni ancora lo attanagliava e gli scorreva nel corpo. Dopo alcuni istanti, l'uomo riuscì finalmente a muoversi e portò un braccio davanti agli occhi per ripararsi dal bagliore accecante.

Sono ancora vivo, pensò, e così rimase sdraiato al centro della piccola stanza, deglutendo saliva pastosa e un sottile olezzo che cominciava a penetrargli nel naso; naso oppure orecchie, polmoni come cervello:

"Mi sento come il cielo quando è guasto e le nuvole vengono a catturare il sole." Pensò.


Alfonso, ora che lei è sveglio deve alzarsi...


L'uomo si passò la mano sulle cosce e tastò il volume ispido dei propri peli.

"Finalmente qualcosa di concreto." Pensò, abbozzando un sorriso. "Non solo sono vivo, ma sono anche nudo."

Egli aprì gli occhi cercando di sfuggire alla luce accecante; si guardò intorno, chiedendosi da dove provenisse quella voce di donna. A non più di tre metri, in ogni direzione, quella sporca stanza metteva pareti, chiudendosi come una gabbia. Le mura sembravano soffici e insonorizzate, un tempo bianche, ora marroni come se sporche o bruciate: Alfonso capì, oltre ogni inganno, di essere stretto in una morsa d'acciaio. Agli angoli della stanza, anche la luce sembrava scappare davanti alle briciole di quello che sembrava pane; anche qualche fungo rinsecchito, all'apparenza, forse il condimento di una pizza.

"Pizza, qui? E' qui, dunque, che abbiamo festeggiato le nozze d'oro, mia cara Amanda?" Sospirò l'uomo sputando la propria ironia, acida come ciò che portava nel corpo.

Egli allentò i muscoli e lasciò che la nuca picchiasse contro le mattonelle del pavimento. Anch'esso, un tempo, doveva essere bianco. Alfonso sembrò dunque dormire, se non realmente morto, quando con uno slancio delle braccia si mise a sedere. Egli intrecciò le gambe unte una sopra l'altra, nascondendole sotto la pancia voluminosa che lo aiutava a tenersi piegato.


Signor Alfonso, effettivamente, i significati del verbo "Alzarsi" sono variegati; per ora può andare così: la prossima volta saremo più precisi.


Alfonso si strofinò gli occhi, poi abbassò le mani e le adagiò in mezzo alle gambe, senza rispondere. Malgrado l'uomo non riuscisse a scrutarsi le mutande nascoste dalla pancia, le sentiva aderire all'inguine, ne avvertiva il sudore ormai rappreso. Egli alzò di nuovo la mano alla testa e fece rassegna di tutte le cicatrici guadagnatesi negli anni di servizio.

L'uomo tradì una smorfia di dolore. Al passaggio della mano sulla testa calva, uno dei capelli residuali della nuca si impigliò nell'orologio che portava sempre al polso; stupito, Alfonso lo guardò: il gioiellino americano regalatogli dal Generale Pinochet in persona era ancora lì, al suo posto. Il sudore, da un momento all'altro, avrebbe potuto annegarne anche l'ultimo ingranaggio.


Qual'è la sua passione più grande, Alfonso? Forse il cibo?


L'uomo sentì chiaramente la voce provenire da un lato della stanza, al che si voltò con uno scatto dei fianchi, senza spostare né le braccia né le gambe incrociate. Tre metri più lontano, quasi in cima all'alta parete, era intagliata una feritoia coperta da un vetro. Dietro la fessura nel muro scintillavano due occhi di donna – castani, vistosamente truccati, grandi come castagne:

"Una cilena in terra cilena..." pensò Alfonso. "Niente di strano, non fosse che è riuscita ad imprigionarmi."

Al di sotto della fessura erano intagliati alcuni buchi da cui giungeva la voce, poi, ancora più in basso, un piccolo microfono rettangolare.


E' il cibo la sua più grande passione?


"Ha il sussurro di una prostituta" pensò Alfonso. "Quella più brava, pronta ad avvolgerti con le sue parole materne mentre si presta ad abbassarti i calzoni."

"Il tuo sguardo vale tutto il mondo, mia cara." Disse l'uomo, rivolto agli occhi che lo squadravano. "Qualsiasi cosa è volgarità a loro confronto; come vedi, ho molte passioni..." Concluse, sforzandosi di bucare il catarro che portava in gola.


Qual'è la cosa che più ama mangiare, signor Alfonso?


"La figa, che domande!" Sputò Alfonso, grattandosi la barba incolta che gli pungeva il collo.

Un rumore iniziò a rivoltarsi nel grembo delle mura; dalle piccole valvole d'acciaio agli angoli della stanza iniziarono ad allungarsi delle fiamme sottili come rasoi, eppure lunghe, divampanti, pregne di petrolio e gocciolanti. L'uomo smise di perlustrarsi il volto, luccicando di sudore.


E' la terza battuta che pronuncia oggi, Alfonso, e ci auguriamo tutti per lei che sia l'ultima.


Il fuoco si ritirò dietro le pareti, lasciando dietro di sé soltanto lingue di fume. Alfonso ne venne avvolto e cominciò a tossire.

"Voi... voi... chi siete?!" Rantolò l'uomo, dimenticando la stanchezza delle proprie ossa. "Dove mi avete portato? Sapete o no..." Continuò Alfonso, issandosi a fatica sulle gambe. "Sapete oppure no chi sono io?!" Egli iniziò a sbracciare, guardando negli occhi lo sguardo dietro il vetro, ancora troppo in alto anche da alzati. "Io sono il Comandante Alfonso Rilente, Consigliere militare del Generale Pinochet!" Gridò Alfonso, per poi perdere l'equilibrio e ricadere a terra con un tonfo. "Bastardi... Mi avete drogato."


Qual'è la cosa che più ama mangiare, Comandante Rilente?


"Cos'è questo, forse uno scherzo? Spaghetti o merda, quale sarà mai la differenza?! Lanciate pure una scodella della vostra brodaglia qui dentro, tanto non cambia niente, poveri in canna come siete."

Alfonso udì lo scoccare di un interruttore al di là della feritoia. La luce si gonfiò, stagliandosi ancor più titanica sopra la sua sagoma sudata.


Il fuoco e la luce possono farsi sempre più forti, Alfonso, e non ci sarà nessun pasto per lei sino a quando non risponderà. Morire d'inedia è un processo molto lungo, tutti vogliamo evitarlo.


La donna sbatté le palpebre e deglutì, tornando immobile.


Qual'è la cosa che più ama mangiare, Comandante Rilente?


Alfonso abbassò gli occhi.

"L'aragosta, il caviale annegato in fiumi di champagne, qualsiasi cosa. Ora le parlo di cose che conosc..." L'uomo si corresse repentinamente. "Ora le parlo di cose più comuni?"

"Bene: la paila marina, del pan con pebre, i funghi che vado a cogliere in montagna d'autunno... e anche la pizza, sì, qualsiasi cosa siano le briciole sul pavimento di questo scantinato." Tergiversò l'uomo, cercando di riacquistare un tono dignitoso.

Alfonso alzò gli occhi alle valvole del fuoco e sentì venire meno i pesanti battiti del cuore.

"La pizza, va bene? Vi do per buona la pizza. Non costa niente ed è buona, il che, per un gioco matematico, è buono."


Vede, signor Alfonso? La sua collaborazione è tutto ciò che chiediamo: anche le sue ironiche disquisizioni, di conseguenza, divengono accettabili.

Pizza dunque, ed allora che pizza sia.


L'uomo vide la donna abbassare lo sguardo e udì il suono di una penna stilografica scivolare sopra un foglio.


Buon riposo, Comandante Rilente.


Le luci si spensero e per Alfonso fu notte.



II




L'uomo dormì per ore, ignaro della luce del giorno e del colore della luna. Il corpo del comandante giaceva seminudo sul pavimento; egli riposava a pancia in giù, con le braccia allungate oltre il capo come se fosse in stato d'arresto.

Le luci si accesero per la seconda volta.

Alfonso aprì gli occhi e con le mani sfilacciò la schiuma che gli si era formata intorno alla bocca. Il comandante alzò il capo e poggiò il mento contro il terreno: così facendo si scoprì fra le braccia un vassoio d'alluminio con sopra una fetta di pizza. L'uomo, con uno scatto repentino, alzò il ventre quel poco necessario per muoversi e scivolò davanti al vassoio; compiuto lo sforzo, Alfonso serrò le mani sulla fetta di pizza e la divorò in un paio di morsi. L'impasto assorbì il catarro d'Alfonso e tutto scivolò giù per la gola; detersosi le labbra con un nuovo tocco di mano, il comandante spostò il peso sulla schiena, mettendosi a sedere come il giorno passato.

Alfonso rimase seduto a riflettere, già in preda a nuovi crampi per la fame. Dopo aver formulato una frase ad effetto, egli deglutì la poca saliva rimastagli e la pronunciò come un tuono:

"Beh, grazie per il servizio: siete davvero gentili! Qual'è la prossima domanda? Volete sapere la mia bevanda preferita, o magari se nel tempo libero mi piace andare a spasso?!"

Lo sguardo bruno comparve di nuovo da dietro il vetro.


Siamo lieti che lei abbia conservato il proprio spirito, Signor Alfonso, anche se le raccomandiamo di evitare gli eccessi della sessione passata.


L'uomo alzò gli occhi a quelli oltre il muro, avido di notizie.


Per il bere, le suggeriamo di guardare alla sua destra.


Alfonso trottò repentinamente su se stesso. Apprendere della pausa della donna, rimasta in attesa del suo gesto, lo fece sentire osservato e, intimamente, meno solo. L'uomo provò vergogna.


Come può vedere, girando quella piccola manopola ad altezza d'uomo potrà bere tutta l'acqua potabile che vorrà.


Il comandante si precipitò maldestramente alla bocchetta d'acciaio e vi avvolse le labbra rinsecchite, bevendo a pieni polmoni, senza prendere respiro. Quando il liquido iniziò a sgorgargli senza ritorno dalla bocca, Alfonso si fermò e cercò sostegno contro la parete; come sadica, l'acqua gli danzava nel corpo, stringendo con mano il vuoto che portava nello stomaco.

L'uomo tornò a guardare verso il fondo della stanza, agli occhi che lo penetravano.


Ora, continuiamo pure nell'atto informativo che ieri abbiamo trascurato per via delle sue precarie condizioni. Voltandosi ulteriormente, noterà come sulla parete speculare a quella da cui le parlo siano presenti due pulsanti. Alla pressione del primo si schiuderà il piccolo bassorilievo nella parete, con la funzione di orinatoio e, schiacciando il secondo, si schiuderà l'altorilievo con la funzione di defecatoio.


La voce si interruppe e Alfonso si avventò alla parete.

Premuto l'apposito tasto, una lamiera si ritirò nel muro; abbassate le mutande sudate, l'uomo iniziò a defecare nell'apposito vano, mentre l'urina cominciava ad agitarglisi nella vescica. Gli occhi della donna scomparvero oltre la feritoia e ne sormontarono altri, ugualmente marroni, di un uomo. Il comandante notò il nuovo sguardo, alzò la mano fra le cosce e si coprì i genitali, cercando poi con le dita di incrinare il pene ad urinare sempre nel defecatoio. Quando l'urina cominciò a sgorgargli irrimediabilmente fra le dita, Alfonso abbassò lo sguardo mortificato, mentre l'uomo continuava a guardarlo con occhi spalancati. Terminato di defecare, il comandante si alzò per finire d'urinare nell'altra fessura nel muro, mantenendo sempre il capo chinato .

Quando Alfonso ebbe finito di esplicare i propri bisogni, l'uomo dietro la fessura fece un cenno alla donna di prima, la quale tornò a scrutare all'interno della stanza.


Molto bene, comandante.


Alfonso tornò a guardare verso la parete da cui proveniva la voce, chiedendosi se dalla lontananza fosse visibile la piccola chiazza salmastra che andava lentamente ad aderire alle sue mutande sporche.


Dunque: per quanto riguarda le da lei citate passeggiate, dobbiamo comunicarle per ovvi motivi che sono impossibili. La sua dimora, dalla sessione precedente fino all'ultima, sarà questa stanza. La noia può certo essere una cattiva compagna, la ascoltiamo in questo, ma mi lasci osservare, a titolo personale, come ben presto avrà diversi modi per trascorrere il suo tempo.


"Di cosa parli, bellezza, con "modi di trascorrere il tempo"?" Sbraitò spavaldo Alfonso allargando le braccia.

Sul punto di pronunciare un nuovo apprezzamento sessuale, l'uomo rimangiò sul nascere la battuta che aveva già impostato.

"Mi farete allenare? Mi insegnerete a cucinare la pizza con il calore di questi fari?!" Continuò, irresistibile, il comandante.

Alfonso raccolse a sé le braccia, temendo la possibile risposta delle docce di fuoco ai suoi fianchi.


E' la seconda battuta da lei pronunciata in questa Sessione, Comandante Rilente, ma le saremo vicini anche ora, comprendendo il suo stato d'animo. Si sieda, dunque, e ascolti ciò che è chiamato a fare: è finito il momento delle presentazioni: con la seduta di oggi inizia la fase del lavoro forzato.


Alfonso si rimise a sedere, poco distante dal muro.

"Lavoro forzato? Parlate come un gerarca nazista... E, per inciso, non sto scherzando." Disse l'uomo a bassa voce. "Mi senti, con quella razza di microfono sopra il muro?"


La sentiamo, signor Alfonso, e il paragone con la metodologia nazionalsocialista non è affatto errato: dopo essere stati introdotti nel campo di concentramento e spogliati del proprio passato, gli ebrei vengono condotti al lavoro forzato: la modalità che noi adottiamo è la stessa, seppur con una diversa strumentazione - spartana, certo, glielo concediamo, ma converrà con noi sulla sua efficacia, specialmente se rivolta ad un singolo individuo.


"Io amo la storia, signorina... non sono il farabutto che posso sembrarvi ora, sporco di sudore e con la pancia intinta nello stesso. Spesso, nel tempo libero, mi diletto con la lettura. So parlare forbito come lei, vede? E so altrettanto bene che l'"introduzione", come la chiama lei, e i successivi lavori forzati, sono solo il principio di tutto, quando si è in un campo di concentramento..."


E' piacevole sentirla parlare in questo modo, comandante. Ciò che in un campo di concentramento segue ai lavori forzati non è questione che ci tocca ora, lungo la nostra Seconda sessione. Ascolti, la prego, ciò in cui consiste la nostra concezione di lavoro forzato, anche se noi, per correttezza, preferiamo definirlo come Contratto:


La donna riprese il fiato.


La pizza nella forma di fetta, come quella che ha consumato pochi minuti fa, è l'oggetto del nostro contratto; il mangiarla la prestazione a cui lei è chiamato (il conferirgliela gratuitamente, ovviamente, è la nostra prestazione corrispettiva). La condizione a cui è soggetto questo nostro scambio di prestazioni è direttamente proporzionale, ovverosia: all'aumentare della nostra fornitura di cibo, aumenterà anche la quantità che voi dovrete mangiarne. Il cibo da noi conferito e il cibo da lei mangiato sono in un rapporto di uno ad uno, ergo, ad ogni fetta di pizza inserita da noi in questa stanza ne corrisponderà una da lei ingerita. In caso di nostra inadempienza nel fornirle il cibo, il suo svantaggio - o vantaggio che dir si voglia- sarà il non doverla mangiare; in caso di sua inadempienza la pena sarà la morte.

Ecco qui definite le caratteristiche fondanti del nostro Contratto di lavoro, fondato sulle più basilari concezioni giuridiche – come lei senz'altro potrà confermare – con la semplice eccezione di essere un contratto di natura forzosa.


La voce si fermò. Gli occhi, aguzzini, scintillavano ancora in fondo alla stanza, aleggiavano come due spiriti

Alfonso pendeva senza parole. Egli giurò di aver notato le guance della donna gonfiarsi, come a sorridere, sul finire dell'ultima frase. Tutto era però illusione, ormai, nel nuovo mondo che lo circondava, dinanzi alle mura inscalfibili di cui aveva sempre più paura.

La voce tornò a rompere il silenzio.


Signor Alfonso, il nostro Contratto di lavoro le è chiaro fin qui?


"... E' tutto chiaro." Sussurrò Alfonso, con occhi increduli.


Molto bene.


La donna abbassò per alcuni istanti lo sguardo.


Comandante Rilente, dai documenti in nostro possesso risulta come lei, prima di prestare servizio nelle file del governo cileno dal 1973 e per i successivi sette anni, abbia impartito lezioni private di algebra: è corretto?


L'uomo continuava a guardare nel vuoto, prono innanzi e con le braccia raccolte fra le gambe incrociate. Un rivolo di bava iniziò a pendergli dalle labbra.

La donna trillò spazientita:


Risponda, Herr M...


La donna tossì.


Ho detto: risponda, Comandante Rilente!


Gli occhi di Alfonso scintillarono.

"Come ha detto?" Disse, alzando il capo umido alla donna.

"Come mi ha chiamato? ..."


L'ho chiamata Comandante Rilente, come ho sempre fatto fin'ora.


La donna serrò gli occhi all'uomo; Alfonso notò il suo sguardo bruno vacillare, e continuò a penetrarlo con il proprio iride azzurro.

"Mi ha chiamato?" Sottolineò il comandante. "Mi ha chiamato, così dice? Ma non eravate in tanti, là dietro il muro? ..."


Lei si è rivolto alla mia persona al singolare, Signor Rilente, e le ho risposto allo stesso modo; come ha potuto verificare in questa stessa sessione, non sono l'unica persona che la sta ascoltando, e non sono l'unica che l'ha guardata...


Alfonso continuò a fissare la donna senza battere ciglio, ma ella era ormai tornata in sè: gli occhi della cilena, come i suoi, non si muovevano più, avevano mandato in soffitta le palpebre, erano fissi sulla propria preda.

L'uomo strizzò gli occhi e tornò a guardare nel vuoto, pensando.


E' ora che lei risponda, Comandante: ha dunque insegnato algebra fino al 1973, oppure sbagliamo?


"Per tre anni: dal '70, quando ho perso il lavoro al ministero per colpa di quel bastardo di Allende, fino al colpo di stato. E' corretto." Disse Alfonso con tono apatico.


Bene! Eravamo felici di questa notizia e ora siamo ancor più felici data la sua conferma; siamo lieti, ora che lei è qui in nostra compagnia, di sapere che potrà apprezzare, grazie alla sua mente impostata logicamente, l'algoritmo che soprassiederà al nostro Contratto di lavoro o, in altre parole, il metodo con cui calcoleremo i pasti da somministrarle.


La donna riprese fiato, cercando un cenno negli occhi dell'uomo. Alfonso era ancora distante.


Ovviamente, data la sua semplicità, voi avreste potuto comprendere questo metodo anche in mancanza delle più basilari competenze algebriche; ma dato il vostro interesse per la materia, siamo certi che ne apprezzerete l'aspetto geometrico, proporzionale, addirittura esponenziale: insomma, siamo certi che adorerete l'aspetto progressivo della sua natura:

Se la nostra Prima sessione ci ha permesso di metterci in contatto visivo e verbale, e se la nostra Seconda sessione ha inaugurato il nostro Contratto, le annunciamo che le successive sessioni avranno la medesima caratteristica di quest'ultima, ma con un raddoppio: ciò che oggi è uno dalla prossima volta sarà due; ciò che sarà due sarà quattro; ciò che sarà quattro, raddoppiando, diverrà otto. Ecco a voi esposta, infine, anche l'ultima caratteristica del nostro Contratto lavorativo di natura forzosa.


Alfonso chiuse gli occhi.


Oggi è l'11 Settembre, settimo anniversario del colpo di stato; il quotidiano La Segunda prevede l'alba per le ore cinque e trentacinque, mentre il tramonto è previsto quattordici ore e quaranta minuti dopo, precisamente alle ore venti e un quarto; dopo il nostro colloquio, durato diciannove minuti, le auguriamo una buona giornata, quattordici ore e ventuno minuti che speriamo siano felici, e le auguriamo un buon riposo per le successive nove ore e diciotto minuti, fino al prossimo albeggio previsto per le ore cinque e trentatré minuti.

Arrivederci, Comandante Rilente.


Alfonso cominciò a piangere.



III – Terza sessione




Dopo che la donna si fu allontanata dalla feritoia, la luce nella stanza cominciò lentamente ad attenuarsi, ora dopo ora.

Quando il bagliore fu sopportabile, Alfonso si coricò vicino alla porta d'ingresso della stanza, specularmente alla bocchetta dell'acqua; egli si raccolse in posizione fetale abbandonandosi all'incoscienza, cercando di riconquistare più energie possibili. Malgrado i crampi allo stomaco, il comandante cadde in un sonno profondo: quando la corrente fu troncata e la luce svanì del tutto egli dormiva già da diverse ore.

L'uomo si svegliò circondato dalle tenebre. Come a tenere vivo il ricordo della luce, i suoi occhi, feroci, scrutavano nel buio, oramai più gialli che azzurri; qualcuno oltre la feritoia pensò di stare osservando dei carboni ardenti: due piccoli fuochi fatui che gorgogliavano in silenzio fiumi di rabbia.

Alfonso rimase in avida attesa, fissando l'acciaio della porta e attendendo la sua improvvisa apertura, pronto ad agire. I minuti cominciarono a trascorrere nuovamente nel dubbio ed egli iniziò a sudare, con la pelle appiccicata alle mattonelle del pavimento:

"Là fuori è pieno giorno" Pensò. "... E qui dentro si muore di caldo."

"A quelli non gliene frega niente del fuso orario. Hanno voluto imbastire un grande rito che cominciasse l'11 Settembre, con il colpo di stato, per disonorarmi e ricordare la morte di Allende; si comportano come le Brigate Rosse in Italia: questo è un grande "processo popolare" per distruggermi e liquidarmi; ma dove sono gli interrogatori? Dove sono le domande? ..."

"E, soprattutto, se la CIA aveva tutte le ragioni per fare fuori Moro, da me cosa temono, se mai ho alzato la voce per dare contro al Generale Pinochet?"

"Chi li supporta? Questo gioco non giova né agli americani né ai sovietici e, d'ultimo canto, ogni resistenza interna al paese è stata distrutta da tempo." Così continuò a turbarsi e a riflettere Alfonso, ardendo nel buio.

Poco dopo, un ampio sibilare di fumi si iniettò nella stanza; leggero e poroso, il vapore tinse le tenebre di bianco. Quelle dolci nubi erano colme di sonnifero, ma Alfonso era già tornato nel mondo dei sogni, abbandonando ogni ambizione.

Le porta si aprì e fecero ingresso due uomini con indosso delle maschere antigas. Il primo misurò la pressione del comandante, l'altro adagiò il vassoio nella stanza, poi uscirono, sigillandosi la porta alle spalle. Quando Alfonso si svegliò vide dinanzi a sé due fette di pizza.



IV – Stomaco pieno




Le fette divennero quattro e poi otto;

"La pizza è ora completa" pensò Alfonso, prima di gettarsi a capofitto sul piatto.

I crampi di fame continuarono per le sessioni successive: il comandante non sudava più, ora, e aveva smesso di fare caso a chi lo studiava da dietro il vetro; non erano più solo la donna e l'uomo a spiarlo, ma occhi d'ogni taglio e colore si susseguivano nell'osservazione dello spettacolo, come se tutta l'America latina e tutto il mondo desiderassero guardare dentro quella stanza, guardare al piccolo scarafaggio affamato che continuava a strisciare dall'acqua agli orinatoi, dagli orinatoi a un angolo della cella per abbandonarsi all'incoscienza attendendo il prossimo pasto. Occhi azzurri e marroni, a mandorla come perfettamente rotondi, perfino un paio di scintillanti occhi verdi, tutti in sfida fra loro per avere la supremazia sul campo della freddezza.

Sdraiatosi, dopo la sua razione giornaliera, Alfonso si mise a osservar la sfilata di occhi: si esibivano uno dopo l'altro, una curiosità soppiantata dalla successiva; egli continuò a fissarli con un sorriso amaro e si mostrava per bene in volto, come farebbe un triste fenomeno da baraccone arrivato da un nuovo mondo.

Dopo giorni di ossa indurite, gonfiate dall'umidità, Alfonso si mise a sedere e cominciò a mangiare le proprie fette di pizza. Le prime furono vittima del solito vortice impetuoso scatenato dalla fame; terminate le prime sedici, i crampi allo stomaco erano ormai scomparsi; terminate le quindici successive Alfonso si sentì per la prima volta pieno allo sfinimento e, dopo alcuni momenti di contemplazione, si spense come una lampadina, chinandosi a dormire sulla propria pancia.

Una fetta di pizza raffreddava solitaria sopra l'ultimo vassoio.

"Il Contratto... Il peso a mio carico..." Bofonchiava l'uomo nel sonno.

"La penale che dovrai pagare... La penale che arriveranno a farti pagare..."

All'avvicinarsi della notte artificiosa, senza svegliarsi, l'uomo si chinò dapprima su un fianco, poi distese lentamente la schiena e si schiuse come un fiore, dormendo sdraiato contro il pavimento.

"Il tuo dovere, Alfonso... I tuoi doveri verso il Contratto..."

Dopo alcune ore, nelle tenebre, i cosiddetti fuochi fatui tornarono ad accendersi, piccoli e provati. L'uomo tastò nel buio: briciole e vassoi sporchi di pomodoro rappreso; un vassoio, poi un altro: tutti vuoti; infine, la mano sfiorò la farina indurita dell'ultima fetta di pizza rimasta. Alfonso la afferrò e se la spinse giù per la gola, poi tornò ai propri incubi di mondi distrutti.

Le luci, quella sera, furono spente con un lieve ritardo; forse un contrattempo, forse la paura di perdere prematuramente la vita di Alfonso, forse l'arrivo tumultuoso di nuovi sguardi, desiderosi di scrutare l'uomo rinchiuso nella stanza, imprigionato vertiginosamente, rincorso dall'angoscia perfino nel mondo dei sogni. Fino all'ultimo minuto frenetici fruscii continuarono a prodursi oltre la parete; gli occhi continuarono a susseguirsi, sempre diversi, come tante saette cariche d'odio. Alfonso era sempre lì, come un mostro da scrutare per non dimenticare: il maiale messo all'ingrasso da guardare e poi da schifare, non tanto per misericordia quanto per rancore. Quando la feritoia di vetro rimase orfana anche degli ultimi occhi, la luce si spense e il vapore dei sonniferi cominciò ad invadere la stanza.



V – Morire di fame




A partire dall'Ottava sessione, momento in cui le fette sui vassoi raddoppiarono pericolosamente da trentadue a sessantaquattro - equivalendo quindi a otto pizze complete - Alfonso cominciò ad adottare un sistema di ripartizione dei pasti lungo tutta la giornata. Da quel giorno, il comandante cominciò a ridurre gli spazi del sonno, limitandosi a concepire degli stati di dormiveglia fra un boccone e l'altro; l'uomo cominciò, parallelamente, un piano di esercizi alla disperata ricerca di risvegliare il metabolismo.

Giunta la Nona sessione, l'uomo arrancò per tutto il giorno, alternando una stanca camminata a brevi corse che intraprendeva lungo il quadrante della stanza. All'avvicinarsi della notte i vassoi erano ancora nascosti da diverse fette di pizza: ne rimanevano ancora una ventina dopo il centinaio già ingoiate a forza dal comandante.

Ormai stremato da una nuova corsa, Alfonso urtò uno dei vassoi facendo cadere un pilare di fette a terra, ora sporche del sudore dell'uomo. Il comandante si fermò e guardò la pizza riversata sul pavimento, poi la fessura nella parete. Nessuno lo stava guardando. L'uomo attese, ansante, la comparsa di un qualche sguardo, ma i minuti passarono ed egli si scoprì ancora solo.

Alfonso si avvicinò, ancora in preda alla tachicardia, al pulsante degli orinatoi. Egli continuò a guardare in direzione della feritoia, poi premette il pulsante; immediati, i profondi occhi della donna comparirono da dietro il muro.

"Oh, che piacere rivederti, mia cara!" Gridò l'uomo, stupendosi della fragilità della propria voce.

Non vi fu risposta.

"Dovevo immaginarlo che questi dannati pulsanti erano collegati a un campanello che tenete lì dietro la parete!"

Alfonso aveva già perso la forza di volontà faticosamente accantonata lungo tutti quei giorni di silenzio. La fragilità della propria voce, sempre sul punto di spezzarsi, lo faceva sentire un animale in gabbia, incapace di tutto e di tutto schiavo. Il suo stomaco continuava a scomporre nuovi carboidrati, e il suo fiato, dopo poche parole, continuava a farsi più convulso e pesante.

"Inoltre immagino che riversando qualche fetta di pizza nel defecatoio, ci sia una penale accuratamente prevista dal nostro contratto..." Aggiunse Alfonso cercando disperatamente un contatto umano. "Quale?" Concluse, con un acuto spasmo di voce che egli stesso faticò a riconoscere.

Il comandante e la donna continuarono a squadrarsi.

"Quale?!" Scandì nuovamente l'uomo; egli sentiva le corde vocali vibrargli in gola come un cuscino rovente.

La lamiera che copriva il defecatoio si chiuse stridendo.


Comandante Rilente, una fetta di pizza gettata nel defecatoio corrisponde a un periodo di chiusura forzata dello stesso. Questo significa, in estrema sintesi, che dovrà cercare un luogo alternativo dove esplicare i propri bisogni corporali: qualcosa di estremamente sgradevole per lei quanto per noi.


"Un certo periodo?!" Continuò Alfonso, costretto a gridare per riuscire a comporre un qualsiasi suono con la bocca impastata.


Un periodo non previsto da alcuna clausola del nostro Contratto forzoso di lavoro, Signor Alfonso, e che mi prenderò la libertà di quantificare a beneficio del suo diritto d'informazione; un periodo che mi azzardo di qualificare delle due Sessioni....

Anzi! Data la particolarità delle sue prestazioni fisiche, registrata la sua tenacia, preso atto della sua autentica passione per il cibo da lei indicato come oggetto del nostro Contratto, innalzerei questo periodo a Tre sessioni: un periodo alquanto breve, ne converrà con noi, Comandante.


"Lo trovi divertente, vero? Credi che non veda il bagliore nei tuoi occhi, dopo ogni battuta che ti esce da quella fogna di bocca?!" Cominciò a gridare Alfonso, tendendo la voce come una corda. "Vieni a farmela vedere, quella bocca bastarda, se ne hai il coraggio!" Continuò l'uomo, oramai gridando solo coi polmoni. "Venite a spararmi un bel colpo alla nuca, voi che siete là dietro..." Alfonso si batté i pugni sullo stomaco. "... venite ad uccidermi, perché qui dentro non ci sta più nulla!" Concluse il comandante, scivolando a terra.


Signor Alfonso, faremo finta di non aver udito i suoi indebiti insulti; desidero concludere il nostro colloquio ricordandole che il Contratto è molto chiaro: se la morte è ciò che desidera, non deve fare altro che scegliere la strada dell'inadempienza. Al termine della qui presente Sessione, la pena verrà eseguita senza alcun tentennamento. La scelta è libera ed è completamente sua.


La lamiera del defecatoio tornò a schiudersi. Alfonso, sfinito, si aggrappò al vano sporco e vi si sedette sopra per evacuare. L'uomo sentì un piccolo sollievo, ma fu il primo a comprenderne l'effimerità; il suo stomaco era tornato a restringersi di pochi millimetri, ma lo strato duro che era andato ad accumularsi in quei giorni, percettibile dietro il grasso, non avrebbe più avuto modo di andarsene.

"E' come fermare un fiume con le mani. E' come togliere l'acqua dal proprio giardino, ormai allagato, spalandola pochi metri più in là." Pensò l'uomo e si alzò dalla sporgenza.

Alfonso si prestò a sorseggiare dell'acqua, rigurgitando parte della pizza non ancora digerita, cercando poi di grattare via coi denti la patina bianca che gli aveva ormai imprigionato la lingua.

L'uomo tornò a sedersi dinanzi alle fette cadute a terra, guardandole disperato.

"Come può tutta questa roba entrarmi nello stomaco, se ancora devo finire di digerire quella che ho mangiato ieri?" Disse Alfonso, ormai gracchiando, consapevole di parlare solo a se stesso.

Il comandante prese in mano una fetta di pizza e iniziò a frantumarla in piccoli pezzetti. Egli guardò oltre la feritoia senza più occhi e gettò la poltiglia ai propri fianchi. Sprezzante, egli continuò, frantumando una fetta dopo l'altra, senza più degnarsi di ogni possibile sguardo. Poco dopo, l'uomo cadde in uno stato di semicoscienza, continuando di tanto in tanto a rigurgitare della pizza sul pavimento. La stanza era divenuta, a questo punto, una sinfonia di odori rivoltanti, senza la più minima traccia di conforto.

All'improvviso, la porta della cella si aprì e fecero ingresso due uomini vestiti d'una vecchia uniforme militare, con il volto coperto da un passamontagna. Una pistola in mano il primo, un vassoio colmo di pizze il secondo.

La donna presentò nuovamente la propria voce squillante, destando Alfonso:


Sono dispiaciuta di rompere il silenzio dopo così poco tempo, Signor Alfonso, e spero che non capiti più. Sono venti fette: il numero esatto che lei ha da poco ridotto a pezzi per cercare di alleggerire in modo scorretto la propria prestazione.


Pronunciò la donna al di là del muro.

L'uomo disarmato poggiò il vassoio vicino ad Alfonso, il quale rimase immobile, scrutando dal basso verso l'alto le due figure misteriose, ancora stordito.

"Siete gli stessi che vengono di notte a pulire questo cesso? Certo che vi tratta bene la schiavista, a voi due!" Sbraitò il comandante, guardando i due allontanarsi.

"Ci rivediamo stanotte, va bene? C'è un bel casino da ripulire! Volete che vi dia una mano? Non preoccupatevi: lo faccio con piacere!"

La porta tornò a serrarsi. I cardini scattarono uno dopo l'altro, sigillando Alfonso nella stanza.

"Come avete fatto a non svenire? Non crediate che io non senta questo tanfo!" Continuò il comandante. "Su, evitate pure di sparare nella stanza il sonnifero, stanotte: ci manca poco che io crepi per quest'odore di vomito e di merda!" Finì di gridare l'uomo alla porta chiusa.

Alfonso sfilò una gamba da sotto i fianchi e diede un calcio al nuovo vassoio. La torre di pizza capitombolò sulle mattonelle sporche. Il comandante prese in mano una fetta dopo l'altra, tornando a romperle e a cospargerle per la stanza.

"Su, tornate a portarmene altre, compagni! Tornate a dare cibo a questo povero affamato!" Riprese l'uomo, gridando e muovendosi convulsamente.


Comandante Rilente, torno a parlarle, e questo mi dispiace molto. Abbiamo fin'ora taciuto davanti ai suoi insulti e ai suoi atti di luddismo, ma ora le chiediamo di smetterla con i suoi atti di insubordinazione, pena l'immediata coercizione fisica.


"Luddismo? Coercizione fisica?! Venite, su, venite pure a spararmi! Mi sono rotto il cazzo della vostra cella di merda!" Bofonchiò Alfonso.

Il comandante si gettò sopra le fette rimanenti, e prese a stritolarle, a disfarle, a spappolarle a piene mani.

I cardini della porta tornarono ad aprirsi con violenza. Fecero ingresso quattro uomini incappucciati, brandendo i propri manganelli. Li accompagnava un quinto uomo in camice bianco, portando in mano uno strano apparecchio.

Alfonso caricò le ginocchia e si scagliò contro il petto di una guardia, portandola a terra, scappando poi oltre la porta. L'uomo penetrò in un lungo corridoio illuminato da vecchie lampadine e, sul punto di cadere stremato, piegò i polsi e picchiò i palmi delle mani contro una parete. Il corridoio era un via vai di persone; pelle e occhi profondamente diversi fra loro, uomini e donne vestiti da impiegati, da militari, da dottori, tutti si fermarono a guardare lo stato in cui era ridotto il comandante Rilente. Le guardie afferrarono Alfonso per le spalle e lo spinsero, ancora incredulo, nuovamente nella propria cella. Le persone che stazionavano nel corridoio scoppiarono a ridere. La porta fu nuovamente chiusa.

Le guardie riversarono i propri manganelli sulla stazza di Alfonso, fino a farlo cadere in ginocchio e poi definitivamente a terra. L'uomo era stato ora immobilizzato e teneva gli occhi chiusi, pieni di lacrime come quelli di un bambino. Una guardia teneva il comandante per il collo e le altre due ne tenevano serrato il corpo e le braccia. L'ultima guardia e l'uomo in camice lo osservavano come un insetto.


Comandante Rilente, torni ora ad essere un uomo: adempia al proprio dovere o aspetti disciplinatamente la fine della Sessione.


Con il poco fiato rimastogli, Alfonso si rivolse nuovamente alla donna oltre la stanza.

"... Perché mi fate questo?" Disse con la voce acuta di una ragazza disperata, l'unica che potesse assumere per essere sentito dal microfono.

"... Non rispondete più, ora? Quanto volete tenermi bloccato così, eh? Sparatemi!"


Comandante Rilente, nuovamente, le chiedo di essere un uomo: il nostro Contratto non contempla altre possibilità oltre all'adempienza o all'inadempienza.


"Per voi sono un mostro, vero? Come per Hitler erano gli ebrei nei campi di sterminio."


Lei è un mostro, Herr Massaker.


L'uomo spalancò gli occhi.


Perché parla di Hitler, Signor Tod? Era lei uno degli uomini che torturava gli ebrei a Dachau durante la guerra: lei non ha bisogno di citare Hitler per cercare mostri: le basta soltanto guardare a se stesso.

E' giunto il tempo di calare ogni maschera, Herr Linderr: è nelle sue mani che sono finiti quasi tutti i miei parenti che sono morti durante la Shoah.


"Ne ho torturati ed uccisi ancor di più, brutta puttana..." Alfonso cominciò a parlare serratamente: ogni parola era un colpo di scure; l'uomo sembrò nascere di nuovo, animato da una nuova e misteriosa forza. "E anche tu saresti dovuta essere lì con loro, sporca ebrea!" L'uomo iniziò a dibattersi, cercando di divincolarsi dalla presa degli uomini. "Non è finita per voi, bastardi! E' solo l'inizio della vostra finite! Il Cile è solo il principio!"


Si ricorda di Victor Jara, Signor Linderr?


Disse una nuova voce, quella di un uomo, da dietro la feritoia. Gli occhi della donna continuavano a fissare il comandante da dietro il vetro, come fossero il catalizzatore di ogni essere umano e di ogni odio presenti all'interno della struttura.


"Il comunista bastardo! Il cantautore del popolo! Sapete anche questo, vero? Sapete che sono stato io a sparargli, ma non potete immaginare quanto fu bello spezzargli una ad una tutte le dita che usava per suonare!" Disse l'uomo, continuando a tendere i nervi del corpo.


Victor è il fratello di noi tutti e, a livello di sangue e non solo di spirito, era anche il mio.


"E perché non sei venuto anche tu all'Estadio Nacional quando abbiamo internato tutti i tuoi fratelli comunisti? Dovevi esserci anche tu, fu uno spettacolo: tutti quei rossi allineati come a Dachau, e presto ne faremo uno ancor più grande, potete starne certi, e anche gli ebrei come quella puttana avranno un posto speciale sulle gradinate!"


Hai torturato ed ucciso mio padre,


Disse un'altra voce, mentre la donna continuava a scrutare nella stanza.


Non provi vergogna?


"Io sono un maestro." L'uomo diede un ultimo strattone alla presa delle guardie, riuscendo a liberarsi.


Basta così.


Disse la donna, riprendendo il possesso del microfono.

Una guardia colpì con il manganello l'uomo alla testa, facendolo scivolare nuovamente a terra.


E' il tempo della punizione.


Un cumulo di risate si sprigionò da oltre la feritoia, risuonando nella cella..

Le guardie tornarono a immobilizzare il comandante, ed anche la quarta si gettò a capofitto sull'uomo per tenerne fermo il compulsare del petto.

L'uomo in camice bianco azionò l'interruttore del proprio misterioso strumento, da cui iniziarono a sprigionarsi zampilli di corrente elettrica. Il dottore adagiò i denti del marchingegno sulla pancia del comandante, il quale iniziò a contorcersi dal dolore, digrignando i denti Le guardie continuarono la propria presa ferrea, protetti dalla divisa; Alfonso – Il comandante Rilente, "Herr Massaker", Linderr Tod - continuò a dibattersi con sempre più veemenza, gridando a tal punto da lacerarsi finalmente le corde vocali; il suo stomaco andò in subbuglio e il vomito gli travolse la gola sanguinante. Il liquido riempì la bocca di Linderr, trasudando dalle fessure nei denti, al che per non soffocare l'uomo schiuse la mandibola e iniziò a rigurgitare come senza fine.

Le divise delle guardie erano ora sporche di vomito, ma loro, così come la donna, continuavano a guardare il dolore dipinto sul volto sfigurato dell'uomo, senza curarsene. Pochi istanti dopo, Linderr cadde incosciente nella pozza maleodorante. L'uomo dal camice bianco spense lo strumento e lo staccò dal ventre del comandante; era rimasta soltanto una piccola cicatrice.

I cinque uomini uscirono dalla stanza, seguiti infine dall'ultimo, entrato nel frattempo ad adagiare un nuovo vassoio all'interno della cella.

Linderr riprese coscienza alcune ore dopo, quando la luce nella stanza era ormai soffusa, sul punto di spegnersi. Egli si trascinò alla bocchetta dell'acqua e bevve un sorso, senza pensare a pulirsi il volto dal vomito rappreso; egli continuò a trascinarsi, e riuscì faticosamente ad urinare e defecare negli appositi vani. Tenendosi aggrappato alla parete, ne percorse i diversi rettilinei, per poi tornare a sdraiarsi senza forze dinanzi alle fette di pizza rimaste.

Linderr ne prese una e cominciò a mangiarla lentamente. Nei suoi occhi, commentavano gli uomini nella cabina oltre la stanza, si osservava l'ultimo fremito di chi è sul punto di andarsene ma che non è ancora pronto a morire.

"Devo resistere..." Diceva l'uomo, terminata una nuova fetta. "Non posso andarmene così..." Diceva fra sè e sè, e continuava a mangiare. "Ce la posso fare: tutto questo avrà fine." Diceva e mangiava, con gli occhi persi nel vuoto. "E' una tortura, è vero, ma loro non mi lasceranno morire." Pensava e mangiava, trovando sempre nuove contraddizioni nei propri pensieri e poi scalciandole via con un nuovo boccone, come mosche fastidiose. "Torneremo insieme, e porteremo tutti all'Estadio Nacional..." Diceva, e si sentiva folle, pieno di terrore e di speranza. "Sono coperto di letame, ma sono ancora Dio."

All'ombra verticale di un'altra torre di pizza, Linderr cadde nel sonno con ancora un boccone di pizza in bocca. La luce nella stanza era ridotta a un sottile bagliore, e nel volgere di pochi istanti, la sagoma dell'uomo fu avvolta dalle tenebre. Il vento della notizia si sparse per i corridoi della struttura.



VI – La conclusione del Contratto lavorativo di natura forzosa




La luce si accese accecante dopo pochi minuti di notte.

Il comandante tornò ad aprire gli occhi. Boccheggiava. I cardini della porta girarono lentamente: il suono riecheggiò monumentale per la stanza.

La cella si schiuse e sulla soglia comparve la sagoma di una donna; gli occhi erano gli stessi che avevano parlato al prigioniero per tutti quei giorni. Linderr la guardò incredulo, e iniziò a singhiozzare. La donna si fece avanti, muovendo uno dopo l'altro i propri anfibi. Aveva il volto scoperto.

"Siete davvero una bella donna...."

Delle guardie stazionavano sulla soglia, con il fucile puntato verso Linderr.

La donna si fermò. Gli anfibi erano a un soffio dal cranio dell'uomo.

"Vi siete decisi a darmi del lei, Signor Tod?"

"E' stato più forte di me..." Disse l'uomo, sorridendo alla donna che incombeva sul suo sguardo, tracciando un'ombra.

"Sono venuta a comunicarvi che la Sessione si è conclusa e che voi siete risultato inadempiente al vostro Contratto con l'Alleanza."

"L'Alleanza?" Sussurrò l'uomo, senza comprendere.

"Non potete conoscerla, Signor Tod, ma un giorno il mondo lo farà; e forse il mondo sarà solo l'inizio di tutto."

Linderr rimase con gli occhi aperti, incapace di formulare una risposta a quelle che gli sembravano parole senza un senso.

"Avete un'ultima dichiarazione da fare?" Aggiunse la donna.

Le lacrime andavano facendosi strada sul volto emaciato dell'uomo, raccogliendo a sé il vomito rinsecchito, come un piccolo ruscello.

"Vi chiedo perdono..."

La donna estrasse una pistola dalla fondina attaccata alla cintura.

"La vostra frase non sarà dimenticata."

"... Non voglio morire." Disse l'uomo, chiudendo gli occhi.

"... Neppure i nostri parenti, amici e fratelli volevano farlo."

"... Neanch'io voglio, e voi potete risparmiarmi..." Continuò l'uomo, scrutando nel buio.

"... E' tempo di giustizia."

La donna sparò al cranio dell'uomo, il quale morì con le palpebre serrate in una morsa di terrore.

La cilena sospirò. "Al di là di ciò che amano ripetere i fascisti nelle proprie leggende, l'ebreo dev'essere morto prima di poter essere bruciato."

Le guardie abbassarono i fucili attendendo l'uscita della donna, anch'ella ora in lacrime, poi chiusero la porta dietro di sé. Le luci si spensero per l'ultima volta e dalle bocchette agli angoli della stanza iniziarono a sprigionarsi lingue di fuoco.

Gli uomini e le donne dagli svariati volti e dai diversi abiti si radunarono nei corridoi; si abbracciarono festosi, gioirono, poi aprirono bottiglie e riempirono bicchieri dalle più strane forme, infine brindarono all'unisono, intonando lo stesso grido:

"Tostado!"

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