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Una storia di Rebedaclan

Momenti di ordinaria follia

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3 minuti

Pubblicato il 04 ottobre 2020 in Altro

Tags: #thriller #angoscia #panico #psicologia

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Ssshhhh, respira. Respira. Respira.

Sto respirando, ho capito.

A respirare mi fa male il petto, lo sento bruciare nei punti in cui qualche minuto fa ho conficcato le unghie nella carne.

Prima sul petto, proprio in mezzo ai due seni, laddove si innesta il mio nucleo vitale, il mio cuore, la mia fonte di emozioni; laddove grava il peso maggiore, la sofferenza più grande.

E poi sulla schiena, la quale si piegava ricurva, ogni volta che premevo più forte.

L'abbraccio traditore: le mie braccia che mi circondano, mi pugnalano alle spalle in un momento di disperazione.

Percepisco i battiti del cuore farsi più intensi: sul petto, lungo tutto il collo, sulle tempie; pulsano ad un ritmo insostenibile, rimbombando nei timpani.

Le mie crisi cominciano tutte nello stesso modo: si originano da un pensiero, un singolo pensiero che irrompe prepotentemente nel mio equilibrio, come una piccola fiammella innocente che si accende nel buio.

Il problema è che io sono circondata da benzina, per cui quella piccola fiammella innocente fa scoppiare un violento incendio.

E così mi ritrovo immersa tra le fiamme, senza riuscire a vedere una via di fuga: il fuoco brucia e il fumo annebbia.

Quel singolo pensiero scatena una quantità infinita di altri pensieri che mi tormentano, mi generano ansia e preoccupazione: tutti insieme non li so gestire, non li tollero, mi schiacciano.

In un secondo momento tutti i pensieri si canalizzano in uno solo: Tagliati.

Me lo ripeto così spesso che spesso ci casco, razionalmente so che non dovrei farlo, eppure ogni volta mi sembra l'unica soluzione per mettere a tacere ciò che c'è nella mia testa.

Ho bisogno di sentire un altro tipo di dolore, un dolore fisico, un dolore che mi lasci i segni, un dolore che testimoni la mia sofferenza, che la testimoni a me, non agli altri.

Sono io che mi guardo i tagli sul corpo, non gli altri.

In queste circostanze tutto è estremizzato e amplificato: le emozioni, le connessioni fra i pensieri, la tribolazione; ci si sente come arrivati al limite, al traguardo.


Continuo a respirare.

C'è uno strano silenzio nella stanza. Fino a pochi secondi prima piangevo, singhiozzavo, sentivo il respiro strozzarsi in gola, speravo che sotto le mie unghie sgorgasse sangue... Eppure adesso non sento più nulla, tutto è silenzioso, perfino i miei pensieri.

Per qualche istante rimango immobile nella medesima posizione, nonostante il formicolio mi percorra le gambe nella sua totale lunghezza.

Tengo lo sguardo fisso sul pavimento, ma in realtà non so bene cosa io stia osservando.

Mi alzo di scatto dal letto sul quale sono stata seduta per tutto il tempo e vado in bagno: voglio vedere allo specchio i segni sulla mia pelle.

Ho entrambe le zone arrossate; le impronte delle unghie ben visibili, sotto il gonfiore biancastro che si è creato per ognuna di esse.

Domani probabilmente sarà già scomparso tutto, nel frattempo continuo ad osservarmi; sfioro delicatamente con la punta dell'indice i solchi.

Non c'è sangue.

Ritorno nella mia stanza. Mi chiedo come sia possibile che la crisi che tanto mi tormentava fino a qualche istante fa, nel giro di un battito di ciglia si sia placata.

Così com'è venuta all'improvviso, all'improvviso se n'è andata.

Perché? Come può accadere realmente una cosa del genere?

Questo quesito non mi dà tregua. É come essere in mare aperto di notte e in piena tempesta, la tua barca che si riempie d'acqua, le onde sempre più alte che ti inghiottono, quella sensazione di affogare... E poi, di punto in bianco, tutto si acquieta, tutto finisce e in quel momento ti chiedi se davvero tu non sia morto.

Fattene una ragione.

Va bene. E' così e basta.

Chiudo gli occhi. Mi viene in mente una canzone: dapprima ne imito con la voce la melodia, subito dopo lascio che le parole mi escano dalla bocca.

Mi corico a letto, rannicchiata su un fianco.

É tutto finito.





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