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Una storia di Giorgio51589046

I LIVIDI

GLASSA DISTROFICA

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25 minuti

Pubblicato il 21 luglio 2021 in Thriller/Noir

Tags: #cannibale #denti #oratorio #virgilio #disabile

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Non digrignava i denti. Non era un cane. Ma era come se lo fosse.
Magellano Erviti non era nato sotto una buona stella, e adesso a 26 anni, lo dimostrava pienamente (ma come riuscire a fargliene torto?).
Sbavava e ringhiava. Dava ordini a destra e a manca nella stessa maniera in cui gli addestratori delle SA tiravano su i loro alani. Per azzannare i genitali degli ebrei e dei comunisti, dei froci o degli zingari.
Un occhio era in depressione su un altro come se un muratore avesse mancato una facciata affidatagli, inclinando di 80 gradi il portone di ingresso e mandando a puttane la commissione del commercialista per la sua villa dalle PARTI ALTE - quelle consolidate mummificate nelle colline IBAN - creando scompiglio e orrore.
La bocca era enorme ed era la conseguenza di un apparato mascellare in grado di tritare - in tutta probabilità e serenità - anche le vertebre di un ippopotamo. Daniele era certo che se un giorno gli avesse squarciato il polso con quei canini al titanio, nessun luminare di chirurgia estetica sarebbe stato in grado di ricostruirne la forma primitiva e la funzionalità ancestrale.
Era addirittura lapalissiano che ne avesse paura, che ne risultasse in progress terrorizzato. Dopo avere insufflato profondamente dalle narici al primo incontro.


E pensare che il suo Servizio Civile Provinciale Volontario era cominciato con autentica dedizione a un ruolo, per così dire, missionario.
Percepiva intensamente di svolgere un ruolo utile alla Comunità ma, soprattutto,
ai suoi membri più sfortunati - o individui che avevano avuto in serbo dal Destino solo Negatività, Disgrazia e, in conseguenza inevitabilmente massiccia, risentimento o comunque malumore verso gli altri individui più fortunati, se preferite baciati da un Fato benevolo, sonnacchioso, e cosparso di petali intorno alla bacchetta della virtù e dell'arbitrario gioco nella distribuzione dei vantaggi e degli svantaggi.
Invece aveva beccato l'orco.
Magellano Erviti, figlio del Professore di Filosofia Internazionale Bartolomeo Luca Erviti, era affetto da distrofia muscolare di Duchenne dall'età di tre anni. A tredici aveva avuto bisogno della carrozzina mentre durante gli anni precedenti aveva mostrato pesanti complicazioni nel movimento e un apparente deficit cognitivo,
il quale si poi rivelato un falso sintomo: mutando in poderosa capacità intellettuale, tanto da essere considerato a diciotto anni una sorta di stimmate di genialità, o comunque patrimonio di un individuo dal Quoziente di Apprendimento ed Elaborazione superiore del 150% alla media.
Sempre intorno alla stessa età erano insorti i primi disturbi di natura cardiaca.
Oltre i 20 anni problemi respiratori causati da una riduzione funzionale dei muscoli intercostali e del Diaframma. Le aspettative per lui erano intorno ai trent'anni causa insufficienza cardio-respiratoria.
Questi era l'uomo (ventiseienne, ripetiamo) che a ventidue anni Daniele aveva a fianco mentre seguivano la lezione di Antropologia Culturale presso l'Università Roma Tor Vergata.
Il giovane che raggiungeva l'acme della cerebralità, e contemporaneamente il disfacimento fisico in seguito al ristagno metabolico insieme a un ragazzo figlio di padre eritreo e madre abruzzese; carico di aspettative, grinta e selvaggia vitalità, non senza un lodevole, sensibile desiderio di mettersi al servizio dei più fragili.
Ma confusamente, senza un progetto preciso.
E le magagne, ora, affioravano.

Magellano Erviti comprendeva benissimo; lo aveva subito inquadrato come il bersaglio verso cui accanirsi nei mesi che gli avrebbe fatto, deferentemente, da valletto. A ragione di ciò il bisogno di sfogarsi sadicamente sugli individui che gli stavano intorno era insopprimibile: giustificato a livello psichiatrico come una valvola di sfoga assolutamente primaria, onde restare a galla. Per respirare: nell'autentico valore semantico del verbo.
In un certo senso si poteva dichiarare che il distrofico insufflava odio ed espelleva tortura. Poiché era la sua era semplice, naturale necessità fisiologica; connessa all'ovvia pulsione (quindi lotta) per la ferocia nella sopravvivenza. E nulla mantiene resistente l'essere umano (l'essere Umano, si specifica) quanto la vessazione imposta a un suo simile: in modo particolare se da quest'ultimo non viene evidenziata resistenza o, addirittura, si percepisce in risposta rassegnazione o (complesso termine cristiano) PERDONO.
L'esistenza (e la resistenza) di ogni individuo nasce e cresce dall'humus della disgrazia dell'altro; e maggiormente l'altro cade nella trappola di fungere da agnello sacrificale... beh, ancora più intensamente il condannato espunge piacere, e dal piacere la scossa produttiva che ogni fulmine d'ira e invidia conduce con sé.
Magellano Erviti cagava in faccia al Perdono. Ogni istante di crudeltà esercitata sul proprio accompagnatore si mutava in minuti preziosi nel boccheggiare - in modo non dissimile al pesce spiaggiato o soffocato dalla plastica nelle branchie - e soccorso all'ultimo istante da volontari disinteressati.
Perciò Daniele cominciava ad agitarsi e mostrare insofferenza; inferocendo ulteriormente il suo aguzzino in sedia a rotelle.
"Spostami la testa!" Bofonchiava, quasi incomprensibile, mentre il suo angelo di fango sospirava e abbassava il capo in muta rassegnazione.
"Premi il bottone, per mettermi un quarto di lato, sennò non vedo il docente!"
Daniele sapeva che poteva farlo benissimo da solo ma, per chi non lo ha mai sperimentato,
il sapore della prevaricazione racchiuso in un ordine sibilato attraverso i denti polifemici è, preziosamente, Ossigeno all'essere svantaggiato.
"Deficiente!"
Fu come una detonazione improvvisa. La quiete e la sopportazione si era crepata nel botto, come una linea longitudinale che recide il pack nell'artico. Daniele aveva preso il suo zaino e aveva abbandonato il Grande Tormentatore, prendendo ad ampie falcate la via dell'ampia porta senza che, di primo acchito, Magellano Erviti se ne accorgesse.
Fu quando ebbe a realizzare di essere stato fottuto dal suo schiavo che era deflagrato il pandemonio! Aveva interrotto a grida la lezione, ed era eruttato in una crisi isterica. Esigendo aiuto e proclamando la sua identità di diversamente abile (e geniale) come offesa e gettata nella cloaca.
Tutti i premurosi colleghi di corso (a cui era diventato una presenza familiare e per certi versi cara) affluirono come canotti dei soccorsi dopo un uragano; lo avevano sostenuto durante la formidabile Indignazione - tale da renderlo una iena con la bava alla bocca - e il poderoso accesso di rabbia cieca.
Il docente aveva solennemente dichiarato che si trattava di un gesto inqualificabile, e che si sarebbe preso in prima persona l'obbligo morale di mettere di fronte alle sue responsabilità chi si era reso colpevole di una tanto vigliacca diserzione etica. Avrebbe riferito a stretto giro di vite al Preside e la testa di Daniele Abraha forse non sarebbe caduta, ma di sicuro avrebbe ricevuto una clamorosa ,e memorabile, lavata di capo.

Comunque Daniele Abraha era già pentito del suo gesto di dignità offeso, appena messo piede nel parcheggio. Indeciso era rimasto fianco al camioncino con cui accompagnava ai suoi impegni accademici Magellano Erviti. E aveva quasi singhiozzato; o almeno un magone da vergogna si era impadronito del suo corpo e del suo spirito.
Ma piangere non sempre nasce da rimpianto per un'azione sbagliata. Troppo sovente è sintomo di orgoglio ferito. E quando Daniele Abraha venne messo di fronte alle sue presunte responsabilità e trascinato innanzi a un tribunale sommario, che doveva decidere il suo destino, ed eventuali provvedimenti disciplinari, rialzò la testa e ribatté colpo su colpo; non intenzionato ad assumersi il ruolo di fedifrago e inaffidabile, nonché arrogante, esecutore di compiti assai delicati che gli erano stati attribuiti contando sull'ottima impressione che aveva fornito al momento della scelta non solo tecnica, ma anche morale, che i suoi responsabili si erano assunti.
Venne posto in un faccia a faccia con il sofferente di Distrofia Muscolare di Duchenne,
e paradossalmente nessuno dei due mostrò rancore, disagio, o qualsiasi forma di incompatibilità al proseguimento di una convivenza la quale, paradosso sospeso a paradossi, poteva avere guadagnato dalla esplosione di troppe questioni lasciate in sospeso; dal redde rationem fra due individui che - nella propria peculiarità e differenze abissali di carattere - non potevano autoescludersi l'uno dall'altro.
Magellano Erviti era quanto mai pacifico e propositivo. Lo shrapnel isterico che aveva lanciato schegge ferali nel giorno della fuga di Daniele sembrava completamente rimosso dalle sue preoccupazioni... al contrario: disse che per lui era un episodio chiuso, una comprensibile esasperazione nel momento in cui un ragazzo di 22 anni si trova a doversi regolare con problematiche complesse, e spesso ingestibili.
Il giovanotto poteva, anzi aveva la possibilità di fare esperienza - semmai sua era la colpa di non avere afferrato immediatamente la sensibilità dell'accompagnatore - e di essersi comportato in maniera capricciosa, tirannica se non insopportabile.
L'uditorio era stato preso con la mascella calata.
Tutti i presenti non stavano credendo alle proprie orecchie.

Anche se non affiorava mai in superficie, la fama carsica di Erviti come soggetto scomodo
e particolarmente difficile era diffusa, e risaputa da tutti presso il Servizio Civile Provinciale Volontario.
Non pochi avevano in ogni caso assunto le difese (o protetto nei limiti del possibile) il colpo di testa di Abraha. Molti avevano testimoniato a suo favore in qualità di ragazzo responsabile e di notevole spessore e pazienza. Le parole non dette erano che Il disabile avrebbe fatto perdere la bussola anche a un Santo Protettore dei naviganti in acque perigliose.
Nell'occasione era precipitosamente rientrato da Praga anche il padre; luminare di Filosofia di Diritto Internazionale. Un uomo che, malgrado le apparenze da bon viveur, era legatissimo al frutto purtroppo prodotto dai suoi lombi mentre la madre, responsabile in seconda della Mercedes Lombardia, era morta appena 5 anni dopo la tragedia della nascita, forse di crepacuore, forse di un cocktail di antidolorifici, roypnol e clonazepam.

Comunque, la tregua era stata siglata e il l'eritreo-italiano aveva ripreso il suo ruolo quale angelo custode sotto l'ombra di Duchenne.

Nemmeno la più minuscola traccia di rancore si era manifestata da una parte, né dall'altra,
e la coppia aveva ripreso l'abitudinario - pur esasperante e anfetaminica - agenda degli impegni dello studente distrofico. Spostamenti, irruzione nelle aule, lunghissimi e improvvisati concioni su uomini d'arte o scienziati sconosciuti, muso duro nei bagni e hashish fumato nell'indifferenza, forse complicità di chi aveva deciso di proseguire lungo l'arduo cammino del sodale confuso, lungo i giri di decompressione in parchi nemmeno segnati sulla mappa di una Roma diversa: esteriormente sotterranea, intrinsecamente demoniaca, pur alla tiepida luce del sole.
Il sole... la presenza che Magellano Erviti iniziava a reggere sino a un certo punto. Cominciava ad avere fame chimica di una notte in cui non aveva mai avuto la possibilità di inoltrarsi, o di sentirne nemmeno il lezzo seducente da lontano.
E Daniele aveva percepito immediatamente le pulsioni del Diverso tra gli Uguali.
E s'era turbato ma anche intrigato.

**

La prima volta terminò in una catastrofe. Magellano Erviti imbottito di sedativi, J&B e fumo
si era fatto trasportare all'ingresso di una delle discoteche più controverse di Roma, IL BUCANIERE sulla Tiburtina.
Ovviamente non era stato fatto entrare, numero 1: per l'assoluta mancanza di agevolazioni ai diversamente abili, numero 2: perché era fatto come una zucca del Cilento e aveva preso a improperi la security, utilizzando l'ampio vocabolario che anni di STUDIO MATTO E DISPERATISSIMO gli avevano pompato nel dotatissimo cervello...
In un certo senso era stato un autentico show e Daniele Abraha (stupendo sé stesso) non aveva fatto nulla per evitare l'impatto durissimo, limitandosi a raccogliere i cocci del violento scontro a parolacce e improperi per portare, infine sveltamente, il suo accudito verso il camioncino ad evitare che - visti causa e sviluppi - non si arrivasse al macello dell'handicappato, incantevolmente hooligan.
"Fammi sapere..."
La canna di Magellano aveva raggiunto le Filippine e si accingeva alla fastidiosa estinzione.
"Dimmi..."
"Com'è andare con una puttana?"
Non ci sono mai andato. Ho una ragazza, le ho piazzato tanto di anello con solitario."
Magellano rideva; un accesso furioso: "Una fidanzata? Nel 2017? Puoi raccontarne di migliori."
"Certo." Daniele cercava di farsi l'abitudine all'oscurità verso Centocelle: "La conosco da quando avevamo 15 anni. Messi assieme a 19 e non ancora mollati... al contrario: ho Grandi Speranze. Lei ha 5 anni di più."
"Certezze no?"
"Arriveranno. Intanto ho piazzato le fondamenta della casa, poi lasciamola venire su. Stiamo bene."
"Fammela conoscere." E - per la prima volta - il gorgoglio che faceva sempre da sottofondo ai discorsi rochi del distrofico divenne un respiro appena percettibile nell'ansimare.
Come se il Marchese De Sade si masturbasse sopra Santa Teresa D'Avila.
L'eritreo lo soppesò con le pupille e fece schioccare la lingua: "Fossi scemo, così la molesti,
e mi tocca ammazzarti."
Comunque stavano a culo e camicia. E Abraha cominciava a preoccuparsi della bizzarra influenza che Erviti stava piano piano esercitando su di lui. La Presa, L'Ascendente, il Carisma. Parlava un lingua che non aveva mai saputo di possedere e il suo vocabolario diventava scarno, ossessivo, metronomico, brutale, ruvido, grezzo, essenziale.
A volte ci si capiva a segni.
Ci si abbruttiva insieme, anche se Daniele, grazie a Dio, teneva accesa la lanterna e nessuno intuiva alcunché del degrado di coppia, perché il Navigatore a rotelle manteneva una carriera universitaria implacabilmente immacolata: faceva gli esami che doveva fare, la media era altissima e non perdeva una lezione mentre la testa del suo porteur ciondolava per le notti insonni, che oramai diveniva sempre più difficile giustificare a Sasha (Alessandra), la sua ragazza.
Si nascondeva dietro alla necessità di buon samaritano e del bisogno morboso, extralavorativo, quasi della dipendenza che il figlio di Duchenne sviluppava giorno dopo giorno (notte dopo notte) verso di Lui.
La sua compagna abbozzava e faceva finta di accettare. Ma il tarlo rodeva e rodeva.

"Dai, fammi conoscere Sasha..."
"Fanculo. Sai cosa faccio invece? ti porto da una puttana... ti stuzzica l'idea, mostro?"
Il mostro rimase fisso di brutto e per alcuni minuti le sue fasce cerebrali impostarono l'ordine delle cose, soppesarono i vantaggi e gli svantaggi con fredda rapidità, associazione mentale e distacco; dopo essere state colto (per la prima volta nell'esistenza) totalmente impreparato. E lasciato nell'imbarazzo a sangue freddo.
"Puttane..."
"Ti masturbi, immagino. Ti fai le seghe ovviamente anche se i muscoli perdono col tempo la tonicità, vero?"
Sì. Ovvio sono una bestia ma soprattutto un essere umano... e la mia mente organizza e assembla fantasie, sapessi."
"Su Sasha?"
"Su tutto."
Daniele - l'ex simil seminarista forse no global possibile francescano marcia di Assisi animalista attivista contro il surriscaldamento terrestre promotore energie alternative - lanciò la bottiglia di tequila, svuotata assieme, verso la spiaggia della Ostia coatta e tascabile. Erano le 4 nel mattino. Ormai le notti si trasformavano in giorni.
"Un mio cugino conosce un nigeriano, un tizio giovane, un pappone che si dà anche da fare con lo spaccio di ketamina... bene, lui ha tutto questo gruppetto di negre che gestisce... ti piacciono le negre, esploratore? Non come me che ho la pelle praticamente chiara. Intendo le negre negre. Ebano, capito?"
"Ebano..."
Per la prima volta Abraha intercettò un guizzo di terrore nel tic facciale del muso oblungo di Magellano, e ne trasse un grande piacere di rivalsa a lungo covata. "Guarda che quelle sono abituate a tutto. è sufficiente che metti il grano in cascina. Anzi, nella figa."
"D'accordo..." L'altro si lasciava masticare con una certa laboriosità dal dubbio e dalla incertezza: "Si può tentare. sì mi piace l'idea... è COOL! Immagina la faccia della troia quando mi vede!"
E risero, sghignazzarono sino allo sfinimento. Rientrarono solo all'alba nel palazzo al Prenestino del Distrofico.

Quando fu il momento di sistemare la faccenda, il cugino di collegamento con il magnaccia nigeriano decise di suggerire che la troia venisse all'appartamento ultimo piano di Erviti. Molto più comodo che infilarsi in qualche topaia con una sedia a rotella e sopra un disabile gravissimo.

I Nigeriani furono d'accordo.
Si dovettero sganciare parecchi sacchi perché i negri erano diffidenti a esporsi fuori dal loro territorio, e quella sembrava più roba da escort di lusso che stambugi del cazzo dove farsi una sveltina e sgommare. Temevano di potere non passare inosservati.
Così i nigeriani furono in bilico sino all'ultimo, poi quando i pacchetti di contante verde shocking vennero messi bene in fila annuirono con estrema laconicità; e alzarono il pollice.
Il distrofico aveva voluto vedere alcune foto delle tipe, e aveva scelto una culona che più corrispondeva allo stereotipo del segaiolo inzuppato di chiavica.
Daniele aveva scosso il capo, ma poi si era piegato ai voleri del padrone.


Un venerdì sera l'eritreo era nell'attico del suo assistito e vide fermarsi una BMW grigia sulla sinistra, nell'ampia, anche se deserta piazzola antistante.
Scesero la battona e una specie di elefante vestito però discretamente, come era stato deciso per non dare troppo nell'occhio. In pochi, veloci passi erano entrati dal portone dopo che Abraha aveva schiuso elettronicamente.
Preso l'ascensore furono con piglio felpato alla sommità e mentre il Servitore Civile, insieme al delinquente nigeriano, si accomodavano paciosi nel grande soggiorno - Halimah, questo il nome, o qualcosa di simile, della giovane - si barricò dentro la stanza principale di tutta la residenza esclusiva (che a Daniele aveva sempre rimandato a una chiesa sconsacrata).

Lì l'aspettava, come un Leone XIII del cazzo, Magellano Erviti.
Il silenzio calò non dissimile a una mannaia. Daniele non sentiva di offrire nulla al ragazzo discreto e silenzioso...
Poteva avere grosso modo la sua età e indossava una semplice maglietta nera con una croce d'oro non pacchiana, che gli scendeva fino allo sterno; non si era levato il cappello grigio con nastro nero e i jeans elegantemente slavati accompagnavano con eleganza le Air Max '97 bianche con inserti scuri.
Un solo anello con una pietra azzurra si stagliava dal lungo anulare affusolato.
Il Virgilio eritreo-italiano si accorse di essere talmente ipnotizzato da quella figura immobile di fronte al suo nervosismo, da avere quasi timidezza nel respirare troppo rumorosamente.
La stanza dell'incontro era così lontano dal loro falò sintetico che il silenzio suonava come qualcosa più di una cappa: era fisicamente una campana di vetro.
E i gesti, minimali quanto inutili (come accavallare le gambe o passarsi distrattamente l'indice sul mento) pareva averli trasformati in due leoni di pietra a guardia di un santuario ormai diruto, ma non per questo meno suggestivo.
Non si studiavano: probabilmente ognuno dei due seguiva un filo sottilissimo di pensieri
e dubbi; forse timori inespressi.

Fu l'urlo, come una fresatrice passata su marmo bocciardato, a farli scattare all'unisono e correre a perdifiato verso la stanza principale. In quella quarantina di passi furono fianco a fianco, simili a centometristi già allenati e rassegnati a un certo esito.
La porta era ancora sbarrata dall'interno, ma adesso non si sentiva più nulla. L'africano aveva preso a tempestare di cazzotti la splendida porta in mogano, e solo allora era vibrato lo stesso urlo da rasoio di tre minuti prima.
"Cazzo. E se gli inquilini cominciano a metterci l'orecchio..." Rifletté, con una lucidità impressionante Abraha e scostò il silenzioso bestione. "Apri! O chi può apra comunque!" Urlò senza comunque non farsi pigliare dal panico.
Ancora silenzio, poi un trapestio di passettini e la massicciata che si spalancava e Halimah
( o come si chiamasse) che appariva tenendosi una mano sull'orecchio, sopra la guancia sinistra ricoperta di rosso, con piccole scie che incombevano verso la gola e il petto.
"Pezzo di merda!"
La voce primigenia della scorta alla puttana rimbombò; ma tutto, in maniera sempre più progressivamente simile a un barattolo sotto vuoto spinto, pareva a Daniele una stranissima faccenda ipnotica: qualcosa che fosse più questione di rituali magici, che la storia di un disabile con quattro anni di aspettativa vitale alle prese con una battona nigeriana.
E poi tutto era bianco mentre avrebbe dovuto essere nero. E il rosso sulla parte sinistra del volto di Hamilah era sicuramente uno scherzo di carnevale; di certo non era sangue.


Ma era sangue.

Mentre il tizio prendeva per un braccia la negra, Abraha fece il suo ingresso nel locale degno di un vestibolo da villa di Eliogabalo: il vasellame prezioso, i mobili con i piedi bombati in un incongruo rococò, i comodini da piazza d'armi per intere compagnie di soldati giocattoli in bronzo.
E Magellano Erviti nudo sul letto, che si menava il cazzo enorme, asinino, quasi fosse un ciocco lavorato da un abile artigiano del legno della Val Gardena, con vene come arterie di ferro e un glande lucido largo e oliato, in un tripudio di riflessi e settecento stroboscopico del terrificante lampadario centrale Wranowski; talmente intenso da illuminare il circondario per centinaia di metri, non fosse stato per le rosse cortine tirate.
"Che cazzo hai fatto?"
"Mi sono divertito. Sì, mi sono divertito, sai. Certe cose specialmente per me capitano una volta sola nella vita."
E Magellano Erviti, figlio di uno dei massimi luminari di Filofia Ermeneutica sul Pianeta, sputò l'orecchio mozzato di Halilah, forbendosi la bocca con il pizzo del lenzuolo macchiato ovunque.
L'accompagnatore cortese ebbe un giramento di capo, ma subito si impose la gravità cercando di concentrarsi su Isaac Newton e i suoi precetti. Poi - evitando la scena repellente - si avvicinò alla finestra senza tirare le tende e rifletté sulle opzioni del futuro prossimo.

*

Non ci volle molto che verso le tre del mattino il distrofico era a casa di Sasha (viveva da sola in un monolocale verso Casalbruciato: il rapporto con il suo fidanzato era scisso da impegni reciproci nonostante l'Amore) per tentare di mettere a posto le tessere del fottuto mosaico.
Non era stato facile rimettere nella fodera l'uccello mostruso di Erviti e ricomporne la traballante psiche, oltre a vestirlo con qualcosa di decente. Quindi caricarlo sul furgoncino
e attraversare una Roma lunare, mentre la voce del cugino - tramite dei papponi nigeriani - gli strideva nel timpano destro dal cellulare, guidando il Berlingo a rotta di collo.
Urlava che avevano portato Halilah al Policlinico Gemelli, accordandosi su una versione di comodo per non avere rotture dalle Forze di Sicurezza Urbane. Fortunatamente - rispetto a quanto i due fiduciari avevano creduto a primo impatto - solo la parte superiore del padiglione auricolare della ragazza era stata asportata dalla furia cannibale del distrofico cazzone.
Nemmeno aveva perso i sensi, la ragazza.
Anzi, già reclamava vendetta dai suoi magnaccia e strepitava di tagliare le palle a quell'orrore deforme e perverso. Voleva giustizia, e i suoi burattinai gliela avrebbero data; magari sotto forme che si potevano trattare, e che non contemplavano l'evirazione di quello che già aveva passato di suo; fenomeno particolare in quanto a quadro genetico.
Daniele assorbiva gli strepiti del cugino, ma aveva la mente altrove e quando il parente prese fiato un attimo, riassunse tutto e venne a sapere che la puttana era stata sedata: ora dormiva tranquilla nel reparto di chirurgia estetica del Gemelli - dopo le prime, sommarie ma efficaci cure. Rapidamente la cartilagine le sarebbe stata ricostruita prelevando da altri tessuti.
Il Diavolo, rifletté non è mai così brutto come lo si dipinge.


Sasha era perplessa quando si vide piombare a casa in piena notte quella incerta forma di vita e il suo ragazzo, ancora non convivente; purtroppo.
Lei non aveva ancora scacciato dalla testa e dal cuore un suo certo ex, marinaio di Taranto che, al momento dell'addio le aveva lasciato in pegno di - chissà - un futuro ritorno di fiamma, lo spadino della proclamazione all'Accademia Navale: bello decorato - lei diceva istoriato, ma Daniele preferiva semplicemente: lavorato industrialmente. Anche se stava zitto a riguardo.

Ovvio.
E lo spadino, nella sua fodera bianca, stava appeso a fianco del comodino; così che l'eritreo doveva mordersi le labbra ogni volta che scopavano perché, sollevandosi un attimo nel martellare dell'orgasmo se lo trovava di fronte, inquietante simbolo fallico del tizio che s'era fatto la sua donna prima di lui.
E che magari sarebbe tornata a farsela.
Un amore rinvigorito, un fuoco sotto la cenere poteva sempre balzare fuori, dopo una manovra navale congiunta a Capo Verde. Il mondo è tanto strano...Capirete... Ma, torniamo
a rimarcare, Daniele non aveva mai fatto presente la cosa... era un ragazzo discreto, che

pativa in silenzio le pene d'amore.
Poiché, malgrado la sua fresca gioventù, un po' di intuito femminile se l'era capito.
E per quella sera di Cazzi pensava di averne subiti abbastanza: cercava una tana e credeva
di averla trovata, in ultimo. Sasha lo abbracciò e fece largo all'interno del suo spazio ridotto. Questo, al momento, tranquillizzava le acque.
Daniele si versò un bicchiere di smirnoff allungato con l'acqua, dopo avere piantato dentro un divano rosso falun il disabile infoiato, che al momento sembrava solo scosso e stanco. Ingoiato d'un sorso il beverone si sentì eviscerare definitivamente gola e stomaco, ma non vomitò.

Non aveva rigettato nemmeno al Prenestino.
Passò dal cucinino alla zona giorno e osservò i lineamenti di Magellano Erviti. Non sembrava più vecchio mentre le palpebre calavano, solo rassegnato e sereno dopo una maratona corsa per partecipare ma, infine, zeppa di risultati gradevoli a livello caratteriale.
Stava osservando un uomo felice, e non era in grado prenderlo a rimprovero o a simbolo di cattiva condotta. Aveva fatto esplodere il banco. Tutto ciò che il tizio aveva compresso, Qualcuno a cui la mera esistenza veniva costantemente, anche se in un silenzio ipocrita, rimproverata.
Sì, in fondo lo capiva da ogni punto di vista.
Era piombato sulla Terra senza averne il diritto, e lui aveva sputato in faccia alla Natura,
al Fato, alle Istituzioni, al buon sfortunato e prediletto di Dio; e tutte le cazzate annesse.
Lo ammirava adesso. Senza ombra di dubbio.


Prese a sbadigliare mentre Sasha tornava a letto, perché avrebbe dovuto in due ore essere
al posto di lavoro dentro una fabbrica sulla Casilina che impacchettava farmaci.
Destini del cazzo: se non si è tarpati dal Caso, lo si è dal Casino chiamato Posto Fisso - anche se impregnato di cianuro.
Cacciò i cattivi pensieri e si infilò nell'angusta doccia per levarsi gli umori impuri di quel tratto di notte. Intendeva rimettersi in sesto e prepararsi al round con i nigeriani per il risarcimento ad Halilah. Non era un problema economico, assolutamente, ma la situazione per la maniera in cui si era dipanata aveva profondamente scosso la sua saldezza mentale
e qualsiasi fiducia nel prossimo.

Adesso si trovava nella situazione di un giovane uomo votato allo scetticismo e al cinismo. Le classificazioni apprese alle piccole accademie di padre o parenti, le pagliacciate morali ficcate dentro alla sua anima linda e gigliata si erano dissolte grazie a quello scherzo cromosomico che si stava impadronendo della vita; che INTENDEVA ancora impadronirsi della vita; che SI SAREBBE IMPADRONITO della sua vita se lo avesse lasciato fare. Quando tutti lo avevano rinchiuso in una prigione dorata di insopportabili parrocchiani e squallidi maestri di umanesimo. Adesso sì: vomitò a sorpresa sua nello scarico, e immediatamente
gli apparve davanti mentre sputava il frammento di cartilagine della puttana.
Era un selvaggio, certo. Ma chi non lo era nascondendolo dietro la polo tre bottoni, il gessato o la tuta Nike, agganciata col salvadanaio di mamma a farsi il culo nelle pulizie industriali.
Un grosso bolo di catarro e bile gli stava ostruendo la trachea quando ANCORA L'URLO, ancora quell'urlo lo rabbrividì dalla cima dei capelli alle unghie dei piedi.
Non si prese nemmeno cura di un asciugamano e, nudo e scivoloso com'era, fu in pochi secondi nel monolocale.
Si era fatto fregare un'altra volta mentre l'astutissimo essere quasi umano- poco umano - disumano stava addentando le natiche di Alessandra, che se lo trascinava dietro dalla soglia della cameretta fino all'angolo cottura.
Allo stesso tempo scalciava in faccia il muso cannibale di Erviti, ma il mostro non accennava a mollare la presa aiutandosi con braccia, divenute improvvisamente delle ganasce.
Daniele diede un balzo prodigioso e atterrò sulla schiena del distrofico mentre Sasha riusciva, grazie a questo aiuto provvidenziale, ad afferrare lo spadino da allievo cadetto Accademia Navale.
Sbarazzatasi del fodero cominciò a menare colpi alle sue spalle, senza una mira precisa, puro casaccio e disperatamente. Daniele si sentiva con i suo 75 chili come una piuma sulla schiena di uno yak tibetano morso e infettato da uno yeti.
Poi , Grazie a Dio, ci fu il colpo decisivo... alla ottava, nona volta: infilò il bulbo oculare di Magellano e lo spadino uscì dalla parte anteriore del cranio, all'altezza dell'osso temporale.
è finita, si sentì espirare il ragazzo mentre il divoratore di carni femminili si arrestava di botto e lui veniva scagliato sotto la piccola finestra abbellita da un vaso di ginestre, colte chissà dove.
Chissà quando.


Si riebbe confuso alcuni minuti più tardi, e una scena che aveva del magico e del grottesco si parò davanti alla sua vista annebbiata ma affidabile.
Il distrofico era seduto su sedia di paglia che fungeva abitualmente a sostegno per il desco della donna, insieme ad altre due della stessa fattura.
Ciondolava il grosso capo avanti e indietro e lo spadino da allievo cadetto Accademia Navale era infilzato nella testa, come un gallo segnavento esposto ai capricci delle intemperie. L'aria era satura di hashish libanese di altissima qualità, che Erviti doveva essersi preparato e acceso nel più silenzioso e raffinato dei modi, cominciando a tirare lunghe boccate.
Il ragazzo allargando la visuale osservò Sasha ritirata vicino alla porta di ingresso con gli occhi cerchiati di nero e la mascella contratta. Non tremava ma era evidentemente in stato
di profondo terrore e turbamento.
Tanto, probabilmente, da non comprendere dove fosse e cosa fosse accaduto.
Lui le strisciò vicino in un percorso di pochi metri che gli parve come il passaggio del Mar Rosso o della Terra di Lestrigoni. La strinse forte ma non riuscì ad impedirsi di tornare sull'agonia estatica del giovane dal cromosoma fallito, dell'animale con la mente più affilata

e vorace di stimoli culturali e sensuali che avrebbe mai potuto conoscere.
Ne era certo.

Magellano Erviti, come un vecchio nonno prima del termine della fiaba serale ai suoi due discoli, iniziava lentamente a rallentare il moto del capo dal dietro all'avanti; in un annuire che era anche un addio prima di essere afferrato dal meritato riposo.
Daniele sbatté vorticosamente le palpebre per restare vigile, poi baciò sul capo Alessandra quindi, al cessare dell'incedere delle lancette organiche, quando la canna di Magellano - fumata per tre quarti gli scivolò dalle dita ed ebbe un ultimo sbuffo grigiastro nell'atmosfera satura - l'ex buon samaritano comprese che stava approssimandosi l'alba con il suo carico di cloni, replicanti, maestri, buffoni, pavoni, omuncoli, ologrammi, teatranti, bugiardi e falsari.
Ebbe una smorfia di nausea.
Abbassò il volume ai giudizi, e fu soddisfatto della Vita per come lo avesse sverginato.
E fu fiero del Suo Strano Incontro.


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