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Una storia di Raffaele

Among The Living

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4 minuti

Pubblicato il 06 febbraio 2021 in Horror

Tags: #Racconti #Fantasy #Horror #attualit #vampiri

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Quando nacqui c'erano molti che festeggiavano bevendo, ballando e ammazzandosi l'un l'altro: gli uomini sono sempre stati creativi in fatto di festeggiamenti. Che fossi troppo piccolo per sopportare quel baccano non importava a nessuno.

I governanti elargivano le loro vane promesse e gli imbonitori di complesse teorie in cui combinazioni casuali e medie aritmetiche avrebbero determinato eventi materiali o le proprie inclinazioni personali facevano il resto.

C'erano anche altri uomini a quella festa. Le loro attenzioni erano per il clima, i malati che avevano lasciato a casa, i terreni che coltivavano e alle bestie che accudivano. Erano presenti perché li avevano invitati, ma nessuno festeggiava con loro e per loro.

Accade un po' di tutto, dunque, quel giorno di tanto tempo fa: un po' di questo e molto di quello e la mia razza ne subì le inevitabili conseguenze.

Nel frastuono della baldoria molti dei nostri furono impalati e pochi riuscirono a scappare. Come tanti altri animali che gli uomini avrebbero ridotto in schiavitù, anche la mia divenne una razza succube.

Io sopravvissi e crebbi con una consapevolezza che gli uomini non potevano conoscere né capire. Per questo motivo mi trattarono come tutti gli altri che erano nati prima di me, come se il genocidio non ci fosse mai stato, come se nulla fosse cambiato quel giorno di tanto tempo fa, il giorno della mia nascita.

Erano in maggioranza, la razza dominante, ben organizzati alcune volte, anche se passavano gran parte del loro tempo a tramare l'un contro l'altro.

Mi educarono, mi ammirarono e mi insultarono.

Qualunque cosa volessero, dovevo impararlo, metterlo in atto e servirli.

Se pioveva troppo dovevo rimediare, per esempio; se non c'era abbastanza pioggia intervenire. Il troppo caldo non andava bene per molti di loro e il freddo eccessivo procurava disagi all'altra metà.

Per la razza umana quelle non erano mai state possibilità, ma necessità e le avevo pretese come un diritto innato. Costruirono macchine intelligenti per questo, ma non ottennero i risultati previsti. Insoddisfatti di natura, passarono dalle scienze più evolute a quelle primordiali, occulte e oscure.

Tra i dominatori, con il persistere dei fallimenti, cominciano sempre a serpeggiare pensieri cupi: rivoluzioni, sconvolgimenti culturali, nuove religioni e nuove scienze. Con il tempo ho notato che la razza umana, per quanto si evolva non riesce a liberarsene e proprio nei momenti di maggiore difficoltà vi si aggrappa. E' facile per loro scaricare le responsabilità, affermare che la Malasorte, o chi per lei, ha portato questo o quel male, fosse la Guerra in persona, una crisi politica o economica, oppure l'influenza di stagione.

Con noi vampiri si erano comportati allo stesso modo.

Ci avevano scoperti e dopo secoli di congetture sulla nostra natura erano giunti a un compromesso labile di coesistenza. C'era chi ci accettava come razza servile ed innocua, ma c'era anche chi ci addebitava malanni, guerre e varie calamità

Il genocidio della mia razza non fu casuale e quando più gli uomini perivano per motivi che non riuscivano a spiegarsi, tanto più la colpa ricadeva su di noi.


Ricordo bene gli anni della grande influenza, quella che sterminò gran parte della popolazione umana. Sembrava il soggetto di un libro di un famoso scrittore: una straordinaria previsione avveratasi.

Chi avrebbe pagato per tutto quello? I vampiri rimasti si presero anche questa colpa.

Lo sterminio fu inevitabile, l'orgia emotiva che si insinuò in ogni singolo essere umano era tale che non ammetteva repliche.

Ancora una volta, però, fui salvato: non tutti gli esseri umani sono privi di senno.

Negli anni della grande influenza gli uomini cercarono la salvezza anche nei propri Dei, entità indefinite, eterne, di comodo, al di fuori dello scibile.

Un uomo una volta mi chiese chi fosse il mio Dio e non seppi cosa rispondere. Non si accontentò del mio silenzio. Mi perseguitò per un anno intero, finché vecchio, deriso e insultato, fui accerchiato al mio capezzale, moribondo e stanco. Portò con se la sua gente, la stessa che alla mia nascita festeggiava bevendo, ballando e ammazzandosi l'un l'altra: accade un po' di tutto quel giorno, un po' di questo e molto di quello.

Ci sarebbero trecentosessantaquattro giorni ancora da raccontare: insulti e lusinghe.

Ma questo può bastare.

Gli uomini calpestano il terreno in cui viene sepolto il vecchio vampiro incuranti del fatto che dallo stesso raccoglieranno il nascituro per il nuovo anno.

Il vecchio rinasce tra vaghe promesse e insulsi buoni propositi aspettando il proprio destino.

Quello del vampiro.


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