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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

ARPADERBA

( ... il suono che fa rinascere la natura - una fiaba ecologica per i più piccini).

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8 minuti

Pubblicato il 08 settembre 2019 in Fiabe

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Suonatrice di arpa celtica.
Suonatrice di arpa celtica.

ARPADERBA

il suono che fa rinascere la natura. Una fiaba ecologica di Giorgio Mancinelli

2a classificata Premio Chistian Andersen 'Baia delle Favole' - 1986




​È il 21 Dicembre, giorno del Solstizio d’Inverno. Fuori, il freddo stringe in una morsa di gelo il Bosco degli Abeti, dove i Folletti, abitatori degli alberi, trascorrono pigri la fredda stagione. Agemòne, folletto dormiglione, è destato dalla visita improvvisa di Elzevira, lucciola della notte, chiamata anzitempo per recare alla Comunità degli Alberi l’urgente messaggio:


- Suvvia, presto, svegliatevi! Che già l’alba è vicina.- Domo, Signore dei Folletti delle Rocce vi chiama a raduno. - Che c’è? Cosa succede mai? – chiedono i Folletti svegliandosi ​uno ad uno.- Presto! Dovete affrettarvi se volete giungere per tempo alla radura, che Gran Consiglio si tiene stamani presso la tana del vecchio coniglio.


È​ ancor buio allorché, tenendosi per mano, i Folletti degli Alberi attraversavano il bosco diretti alla radura. Allo spuntar del Sole, sono tutti lì, ancora mezzo addormentati, ad incontrare i Folletti delle Rocce che l’aspettano. E già si stringono l’un con l’altro preoccupati:


- Oh quale disdetta! Quanto frastuono si farà questa mattina! – dicono inorriditi​ i Folletti in coro, che le gigantesche escavatrici vedon già pronte ad aggredir la dolce collina.- Che il giovane albero strappano alla Terra! – dice Uno non poco dispiaciuto.- E la fratta delle dolci more! E l’asfodelo, E il verde trifoglio argentato – dice Due assai rammaricato. - Che ne sarà del rosso melograno? – aggiunge Tre della sua gola già preoccupato.- Non c’è dubbio, fermar dobbiamo la Città che avanza! – esclama Domo non senza tracotanza...


- Si, certo, dobbiamo! – risponde fermo Agemòne.- Città? – chiede Bi, Folletto degli Alberi secondo per via dell’ordine alfabetico.- Sempre in ritardo, ttu! – lo riprende Citrollo, con la goffaggine che gli è consueta.- Dimmi che non sai neppure cos’è una Città, ttu! – ribatte Bi facendogli il verso. - Una Città è ... è ... non posso dirtelo, ttu! – replica offeso Citrollo.

- Suvvia, non bisticciate proprio adesso! – dice Domo seccato a dir poco.- Piuttosto pensate cosa fare – li riprende Agemòne.- Pensare! – dice Uno.- Pensare, pensare? – chiede Due.- Pensare, pensare, pensare? – ripete Tre.- Ma che barba! – dicono gli altri in coro.


- Guardate, laggiù! – esclama sorpreso Fru, delle Rocce il Folletto col naso all’insù.- Ooooh, dei girasoli nulla rimane del campo che fu. - Dove andranno mai in cerca del cibo i passerotti chiassosi e gai?- Lassù, lassù vedete? Sul grande cartello c’è scritto qualcosa – grida Gi, dei Folletti degli Alberi il più piccino, puntando delle cinque dita il mignolino.- Cosa? Cosa, cosa? Cosa, cosa, cosa? – chiedono i tre Folletti delle Rocce in coro.- Andiamo a vedere! – esclama Domo mettendosi a sedere. - Vai ttu! – dice lesto Agemòne a Citrollo.- Io, io, io?- Andrei io, piuttosto, ma degli Uomini la lingua non conosco! – dice fingendo Bi.


- Al dunque Agemòne, corre fin là legge e rilegge a lungo, poi prende la rincorsa e torna col fiatone:- C’è scritto ... che ... sorgeranno edifici ... ponti ... strade, una grande Città, che spazzerà via la Valle e il Bosco degli Abeti.- E del presidio delle Rocce, che ne sarà? – chiede Domo sperando in qualche novità.- Spazzato via! – rispose Agemòne creando negli altri non poca confusione.- Dunque cacciati sarem dalla Roccia degli Avi – dice Domo senza esitazione.- Oh non c’è tempo da perdere! – replica energico Agemòne. - Urrah! Dichiarata infin è la guerra alla stupidità degli Uomini – aggiunge Bi, lontano da ogni altra considerazione.


- La cosa non è detta – afferma Domo mostrando ragionevolezza. Credete a me, aggiunge poi, di far la guerra non v’è alcuna fretta, e chi ha più sale in zucca all’uopo presto ne metta. Una sola cosa al dunque s’ha da fare: appellarci degli Avi alla saggezza. Partir dobbiamo. Un lungo peregrinar di vette oggi ci aspetta. Alla Roccia degli Avi chiediam di noi salvezza.

- Suvvia, partiamo! Che camminar dobbiamo a lungo. E ancor che arriviamo sarà di nuovo notte – dice Agemòne grattandosi il testone.


Per nulla timorosi d’affrontare il viaggio, i Folletti si mettono in cammino, che arrivar vogliono, prima ancor che faccia notte, a quell’angusto anfratto. Svegliata Elzevira in su la sera, la sua lanterna risplende al pari fosse un astro, e i Folletti conduce sicuri lungo il passo. L’antro è silenzioso, oscuro, ed i Folletti intimoriti alquanto, entrano silenziosi uno ad uno. Ed ecco che all’improvviso, colpita dalla luce, la volta tutta s’accende di mirabili colori. Come in un caleidoscopio sfavillano di riflessi il quarzo rosa e bianco, il rosso del rubino, il berillo e l’azzurro zaffiro, il verde smeraldo e il topazio giallo come l’oro. Ma tutto dura troppo poco. Ben presto la meraviglia svanisce con un battito di ciglia.


Allorché dalla volta cavernosa e oscura discende un turbinio di vento che i colori raggela poco a poco. Pel freddo stridono i denti i più piccini, e ognuno dei Folletti frastornato, si stringe attorno a Domo. Quand’egli, con voce forte e fiera, dal profondo del cuore leva una preghiera:


“O Grande Madre Terra a te leviamo il canto dei primi germogliaffinché possano tornare a crescere il mirto e l’olivo, la spiga e l’alloro che ti furon cari.

A Te Madre propizia sia rimesso il Verbo che all’origine del Tempo era,affinché l’una e l’altra stagione come prima possan succedersi alla Vita.

Intercedi per noi o Madre soavissima presso quegli Uomini che più non sanno ciò che fanno e rendili savi ancor che non commettan guai.

A Te, con la mestizia nel cuore chiediamo orsù, mercé:lascia Ti imploriamo a lor ignavi di conoscerne il perché.


Ecco che allor s'infuriano i venti destati e tutto si scuote, vibra, trema, che una tremenda bufera stravolgere sembra voler tutto il creato. I Folletti coi pugni stretti che gli nascondono il viso, testé s’inginocchiano tremanti di paura. Poiché ciò che deve accadere infine sempre accade, la bufera improvvisa si placa e piena si leva la sfera della Luna di un colore verde opaco, quasi di pietra preziosa. E lieve un dolce suono proviene dal respiro stesso della Terra.Le note preziose di un’arpa prendono a rincorrersi nell’aria, invadono ogni anfratto, come numerosi rivoli che s’incontrano a formare l’effervescenza di un’acqua cristallina.


Al vibrare del suono s’eclissa già la Luna, e un tiepido Sole mattutino accende il nuovo giorno che il desiderio degli antichi Avi esaudir s’appresta. Ed i Folletti, passata la paura, posson così risollevar la testa.Domo incredulo per un istante, al magico sentir quel suono, solleva il viso lusingato e tutti chiama a rimirar si tanta maraviglia:


- Aprite gli occhi, non più dobbiamo aver paura. La mitica Arpaderba che gli Avi un di suonarono, libera la sua melodia che fu all’origine del Tempo, e che risvegliare invita la Natura. - Oh meraviglia! Sento in cuor mio già ritornar la pace – dice Agemòne. - Giunto è dunque il momento di tener solenne giuramento! – invita tutti Domo, dall’alto della sua saggezza: “Che mai rimproverar debba la Grande Madre i figli d’aver perduto il senso della storia, che d’ogni cosa infin resti memoria.”


La Grande Madre nostra, quale che sia, ci ha dato la risposta – aggiunge Domo, poi.- Quale risposta? – chiede Bi che tiene ancora gli occhi chiusi per lo spavento.- Qua. . qua. . quando? – chiede Citrollo tramortito.- Dai Frù, andiamo via, ti prego, non ce la faccio più – dice Gì tremante di paura.- Voi degli Alberi siete dei fifoni. Fifoni! Fifoni! – gridan loro Uno, Due e Tre – voltando lor le spalle.- Orsù, andiamo! Tempo è ormai giunto di far ritorno a casa – ribadisce Agemòne.


Rasserenati alquanto, i Folletti escono dalla caverna che è fatto giorno ormai, sebben che siano le cinque del mattino, e tutt’intorno dalla Valle alla Collina di verzura è una gran festa.

E già la siepe il bel vestito mette della stagione che dicesi novella, fra tutte le stagioni la più bella. Tornan a cantar gli uccelli in allegrezza e infin degli Uomini ognun trova saggezza. Ogni cosa si ferma davanti a tanta meraviglia: ferme stan le escavatrici ferragliose, spenti son i motori dei camion rumorosi, e nulla ognor sale o scende dalle spaventose gru.


Il Capomastro gli Uomini già chiama a raduno e chiede lor consiglio: - E’ questo forse un qualche avvertimento? – chiede uno di loro.- Un qualche volere arcano? Chissà? – domanda un altro. - Di certo qualcosa sarà stato! – aggiunge il Capomastro preoccupato. - Forse dovremmo metter fine a questo scempio! – dice un altro ancora.- Il Bosco degli Abeti deve essere salvato! – grida una voce di lontano.- E che ne sarà della Roccia? – chiede un’altra voce un po’ nascosta:


- Ah, risponde il Capomastro – quella non si tocca! Così quel che stava per esser cancellato, nel cuore degli Uomini è stato ravvisato. E mentre taluni fanno rimostranza, altri in cuor loro lieti intorno all’abete svolgono una danza.



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