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Una storia di Anaxillaplaisir2020

La punizione del giorno

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6 minuti

Pubblicato il 07 settembre 2020 in Erotici

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Ero lì, in attesa, nel mio appartamento di Viale Augusto. Non sapevo cosa mi sarebbe successo, né se questa volta avrei corso dei rischi. Non mi importava. Senza di lui niente aveva importanza. Ma si doveva soddisfare la bestia, quel mostro incontrollabile che era in me, con gli occhi rossi e il corpo bollente, diavolo perverso senza nome e senza regole che invadeva il mio corpo di donna innamorata.

Avevo lasciato la porta volutamente socchiusa, la luce era spenta, la casa immersa nel silenzio. L'appuntamento con l'ignoto era stato predisposto per le due, come ogni notte. E come ogni notte l'eccitazione e l'immaginazione erano asservite all'oscurità; i lievi rumori esterni, gli scricchiolii della casa, scavavano nel vuoto dei miei silenzi, della mia immobilità. Dentro casa udivo solo il mio respiro un po' accelerato, e il lieve gorgoglio del materasso ad acqua sul quale si consumava la mia attesa.

Attendevo i soliti passi sulle foglie del viale, passi lenti che si avvicinavano e salivano le scale esterne, aprivano il portone ed entravano nel palazzo echeggiando nell'androne. Era la musica familiare delle mie notti, notti eterne e senza sonno, da quando lui se n'era andato.

Il buio, la ripetitività delle situazioni, e l'attesa dell'ignoto, erano la preparazione della bestia; essa si nutriva di tali rituali divenendo molle e disponibile alle più perverse voglie. La punizione per la sua esistenza, che mi aveva privata dell'uomo che amavo, doveva avvenire costantemente e senza mitigazione alcuna.


Dovevo subire, e subendo godevo. E godendo soffrivo. E soffrendo espiavo. Ed un giorno, forse, Lui avrebbe smesso di inviarmi tutte le notti, incessantemente, quelle persone, tante, troppe persone, e sarebbe tornato da me. Nessuna punizione poteva essere più dura, perché era condotta da Lui che, pur nella sua assenza, era sempre disperatamente presente. E disperatamente io mi sottoponevo al suo volere, senza riuscire a sottrarmi. Ero completamente soggiogata, legata dalle stesse funi della mia morbosa passione.

Non sapevo come scegliesse chi mandarmi, ma erano uomini sempre diversi; lo capivo dagli odori della loro pelle e dal sapore del loro sperma.

Mi costringevo a riceverli completamente nuda, con un unico accessorio, un foulard di seta grigia, su cui imprimevo qualche goccia del suo profumo, che aveva lasciato lì. E così ogni uomo era lui, ogni amplesso era con lui, ogni bacio aveva il succo della sua bocca, ogni percorso veniva delimitato dalla sua lingua.

I miei pensieri furono scossi da uno scricchiolio di foglie secche alla mia sinistra, seguito da passi lenti sulle scale. La finestra era aperta ma le imposte chiuse, nessuna luce filtrava a disturbare il buio della mia casa. L'eco di passi nell'androne mi fece capire che era arrivato il momento.

A dispetto di tutto, iniziavo ad eccitarmi sempre da lì. La lentezza di quel rituale nel buio amplificava la perversione del progetto. L'ignoto esercitava sulla bestia un potere enorme, quasi al pari della forza travolgente dell'amore. Quando sentii con apprensione spingere la porta di ingresso, tremai di paura, ma ero già completamente bagnata. Sapevo che avrei sentito un corpo su di me, un corpo senza faccia e senza voce come era stato stabilito. Avrei provato un membro estraneo, duro e assatanato, che non avrebbe avuto nessuna delicatezza, nessuna pietà, nessuna tenerezza, per me. Lui non c'era, e non mi avrebbe protetto.

In quel momento, nel silenzio assoluto, sentii il fiato dell'avventore, e forse il sorriso. Poi il rumore di una cintura slacciata. Subito dopo udii la zip, e il lancio dei pantaloni sulla poltrona.

Qualche altro secondo per la camicia ed i calzini e lo sentii accanto al letto.

Iniziò a toccarmi, ad accarezzarmi. Aveva mani fredde e magre, mani dapprima esitanti per il buio, poi via via sempre più esigenti. Mi toccava le labbra, i seni, il ventre, con una mano, mentre con l'altra puntò dritto al pube, spingendosi sulla mia fica bagnata. Iniziò a far scivolare la mano per tutta la lunghezza delle labbra, come a voler tastare il mio stato; poi schiacchiandomi il clitoride, prese a compiere dei movimenti circolari, sempre più ampi, lenti ed eccitanti. Iniziai ad ansimare. Dopo un tempo eterno mi infilo' prima un dito, poi due nella vagina, e muovendole dentro e fuori mi penetrava sempre più in profondità. Ora le dita dentro erano tre, o forse quattro. La bestia era pronta per essere punita.

Mollò la presa solo per prendermi la testa con due mani, e spingendomi il suo cazzo duro sulla bocca per farmela aprire, si costruì il suo passaggio verso il piacere trapassandomi la gola.

Cominciò a stantuffare con forza e profondamente, a lungo, incurante dei conati di vomito che mi causava ogni volta che mi affondava in gola; sembrava quasi voler concludere così, nella mia bocca, ma poi si fermò di colpo, sfilandomelo.

Si stese sul letto e mi coprì col suo corpo. Iniziò a baciarmi e a leccarmi dappertutto, bocca, spalle, collo. Le sue labbra erano sottili e dure, la sua bocca calda aveva un sapore di sigarette non pregiate e di vecchiaia, benché la durezza dell'asta che avevo sulla pancia non avesse niente da invidiare ad un giovane amante. La sua lingua rugosa e sconosciuta mi frugava possessiva, e frugando e mordendomi i capezzoli fino a staccarli, scendeva sempre più giù. La bestia ansimava forte, e con la mano spingeva la testa dell'uomo verso il basso, in cerca del piacere supremo. Ma lui si divincolo', mi serrò il braccio e poi mi girò di colpo sul fianco. Un morso sul culo mi fece sobbalzare, ma poi la sua bocca divenne più lasciva, più lenta, utilizzando la lingua e percorrendo tutte le pieghe delle mie natiche. Allargai le gambe e cominciai a pregarlo di scender giù, quello stillicidio mi stava facendo impazzire, ma l'uomo si rifiutò di arrivare con la bocca al centro della mia femminilità e mi lasciò così, per qualche secondo. Udii un rumore di plastica e mi accorsi di qualche movimento in basso, poi mi schiacciò con tutto il suo peso allargandomi bene le gambe con le sue, e mi penetrò con forza facendomi gemere. II colpo improvviso, seguito da una serie di affondi lunghi, mi provocò un'ondata improvvisa di piacere, che aggiungendosi al languore del mancato cunnilingus mi diede il click alla testa che mi fece esplodere molto presto in un orgasmo violento.

Il mio scoppio mi scosse nel profondo. L'uomo, infoiato dal mio orgasmo, dopo avermi spinto ancora, e ancora, a più riprese il suo pene fin nello stomaco, si staccò sospirando, mi alzò con un unico movimento entrambe le gambe, appoggiandole sulle sue spalle, e spingendo urgentemente il suo uccello sul buco di dietro mi impalo' a crudo, dilaniandomi il culo. Il mio urlo di dolore fu la colonna sonora del suo cedimento, perché mi venne di lì a poco, gemendo e pulsando, nelle viscere.

Il dolore della sodomia mi riportò alla realtà. Sfumati i vapori dell'eccitazione, perso il profumo di Lui negli odori e gli umori dell'amplesso infernale, la situazione si rivelò in tutta la sua crudezza. Avvertivo la ormai familiare frustrazione del mancato appagamento, quella sensazione di un'effimera soddisfazione, che momentaneamente saziava il corpo, ma gelava il cuore.

L'estraneo del momento, dopo essersi accasciato accanto a me per qualche minuto, si alzò e si rivestì senza toccarmi. Il suono della zip e dei passi sul selciato segnarono la fine dell'ennesima notte.

Sul cuscino, con le lacrime firmai la punizione del 30 novembre 2019.

Anaxilla


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