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Una storia di

"Quattr'occhi", la vita è una sopresa

romanzo di Silvia Consonni

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Pubblicato il 21 novembre 2019 in Spiritualità

Tags: #speranza #amore #amicizia #fede #racconto

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E' un libro rivolto a tutti, dai ragazzi agli anziani; nella storia si alternano momenti toccanti, commoventi, ad altri divertenti, al fine di rendere la lettura piacevole.


La vicenda ruota attorno a Lisa, una ragazza trentenne, generosa, attiva e sempre disponibile nei confronti del prossimo.

Un giorno, all'improvviso, viene colpita da una malattia, la miastenia oculare; dopo il comprensibile sconforto iniziale, la ragazza ritroverà la forza di sorridere, imparerà a convivere con la nuova situazione che le si è presentata e riscoprirà anche il valore della Fede.


-"Quattr'occhi", la vita è una sorpresa- è il mio romanzo d'esordio, pubblicato nel 2012 in versione cartacea (con la partecipazione di Massimo Losa).

L'edizione è fuori commercio.


La storia è ispirata ad alcuni fatti realmente accaduti.


Buona lettura, Silvia Consonni.



INTRODUZIONE



Ciao a tutti, mi presento: mi chiamo Lisa, ho trentatré anni, vivo con i miei genitori e mio fratello, lavoro presso un laboratorio chimico che si occupa di testare articoli destinati alla prima infanzia. Fino a due anni fa la mia vita era normale: avevo tanti amici, molti hobby, come la musica o l'arte, e amavo trascorrere il tempo libero prestando servizio in ambulanza, oppure in un'associazione di volontari intercomunali; avevo anche partecipato a ricerche di persone disperse, o a corsi di arrampicate su pareti; come molte ragazze della mia età, non mi fermavo mai... La mia era una vita spensierata e allegra quando, improvvisamente...



NOVEMBRE 2010



"Ragazzi, è l'allarme del 118, codice rosso": in un batter d'occhio partimmo, a sirene spiegate, verso una nuova sfida, un'altra vita da salvare.

Arrivati sul posto, vedemmo che la paziente si era già ripresa. "Meglio così" pensai, "Oggi mi sento strana, molto debole".

Tornati in sede, facemmo una partita a carte, ma faticavo a metterle a fuoco, nonostante indossassi i miei occhiali da vista.

"Devo essere molto stanca, mi conviene andare a casa, cenare e coricarmi al più presto" dissi ai miei amici.



IL RISVEGLIO



"Che bella dormita, ne avevo proprio bisogno" pensai; aprii gli occhi, ma ebbi una sorpresa:

"Ehi, ma che succede? E' tutto doppio! No no, sicuramente si tratta di un incubo"; mi diedi un pizzicotto, ma purtroppo mi resi conto di essere davvero sveglia.

"Forse sono state le venti castagne che mi sono mangiata ieri a cena che mi hanno fatto questo scherzo, stavolta ho davvero esagerato".

Mi lavai la faccia una volta, due e poi ancora e ancora, nella speranza si trattasse solo di pochi attimi.

Nulla da fare; incredula e spaventata iniziai a ciondolare per la casa e mi avviai verso la cucina: vidi due televisori, due tavoli e due papà! Era troppo, scoppiai a piangere.

Mio padre mi corse incontro chiedendomi cosa fosse successo:

"Siete in due!" dissi.

"In due?" rispose sbalordito.

Lui mi conosceva bene, era certo che non usassi stupefacenti e non bevessi alcolici, ma credo proprio che in quel momento lo abbia pensato; anche io lo avrei fatto se fossi stata al suo posto.

Mi ritrovai seduta sul lettino del pronto soccorso; vedevo il medico (in doppio) che corrugava la fronte, si grattava il mento, continuando a ripetere:

"Mah, boh!".

Concluse con un:

"Ti faccio ricoverare in un'altra struttura ospedaliera".

Così venni accompagnata, in ambulanza, dai miei colleghi volontari, anch'essi increduli.

In meno di ventiquattro ore avevo invertito i ruoli: da soccorritrice ero divenuta una paziente, ma soprattutto non avrei immaginato che quel giorno avrebbe segnato l'inizio di una storia, che ora vi racconterò.



PRIMO RICOVERO



Venni ricoverata per venti giorni nel reparto di neurologia; tanti sospetti, nessuna conferma; TAC, risonanze, esami del sangue e altre numerose indagini, ma tutte con lo stesso esito: negativo.

La diplopia (visione doppia) persisteva; ogni giorno i medici mi ponevano una penna di fronte agli occhi e la domanda era sempre la stessa:

"Quante penne vedi?".

La mia risposta, ormai prevedibile:

"Due".

"Due!".

"Due!!".

Gli esiti negativi delle analisi effettuate avevano condotto il team dei medici a una condizione di sfiducia nei miei confronti: non credevano più.

Iniziò uno stato di diffidenza e di inquisizione da parte loro.

Un giorno, il primario, un "galletto amburghese" sulla sessantina, e che da questo momento chiamerò l'Innominabile, mi chiese:

"Sei sempre stata un mucchietto di ossa?".

"No, pesavo quattordici chili in più, che ho perso inspiegabilmente in due anni".

"Allora sei solo anoressica!".

"Guardi che io mangio molto e con gusto".

In seguito, la dottoressa che seguiva il mio caso, rivolgendosi a me con tono canzonatorio, mi domandò:

"Non è che avevi solo voglia di farti una vacanza?".

"Scusi se la contraddico, ma avevo ancora molti giorni di ferie a disposizione, non era mio interesse venire in un posto simile per rilassarmi, dato che subisco esami invasivi tutti i giorni!".

Per tutto il resto del ricovero, quella dottoressa mi trattò sempre con assoluta freddezza, con sospetto, si rivolgeva a me solo con tono sarcastico e il suo viso era costantemente inespressivo; era quindi paragonabile perfettamente a Meryl Streep quando impersonò Miranda Priestly ne "Il diavolo veste Prada".



QUATTR'OCCHI



Durante la degenza indossavo gli occhiali da sole, poiché le pupille si erano spostate agli angoli degli occhi e assomigliavo a un camaleonte; per questo motivo anche gli infermieri iniziarono a deridermi.

"Ciao QUATTR'OCCHI, devi prendere l'aspirina perché stamattina hai detto ai dottori che avevi un forte dolore alla guancia destra!".

"Scusi, ma io ho dichiarato più volte di essere allergica all'aspirina".

"Allora per fortuna che la paresi l'hai avuta agli occhi e non alla bocca, altrimenti non avresti potuto dirmelo, e bevendola magari saresti morta".

L'infermiere se ne andò ridendo.

Altro giorno, altro infermiere:

"Ciao QUATTR'OCCHI, stanotte ho fatto il giro di controllo e mi sto rendendo conto che qui da noi ti stai facendo delle belle dormite; ti stai proprio rilassando, vero?".

"Guardi che lei mi vede con gli occhi chiusi, ma in realtà trascorro le notti riflettendo su ciò che mi sta capitando, e chiedendomi se la vista tornerà normale".

L'infermiere uscì; la realtà era quella: non sapevo se sarei tornata come prima, dato che anche i medici non si esprimevano. Camminare, mangiare o tanti altri piccoli gesti, come ad esempio mettere il dentifricio sullo spazzolino, erano diventati delle imprese, poiché avevo perso il senso dell'equilibrio e della profondità. Pensavo alle cose che non avevo mai fatto, ma che mi riproponevo da tempo, come per esempio visitare l'India che, in quelle condizioni, mi sembrò sempre più lontana.

I giorni passavano ed ero sempre più demoralizzata; fortunatamente non ero mai sola; davanti al mio letto un carosello di parenti e amici; tutti mi guardavano commossi: avevo sempre avuto due occhi intensi e lo sguardo profondo, ora invece le mie pupille erano completamente divergenti l'una dall'altra.



PORTATE IL SORRISO AGLI AMMALATI



Con il passare dei giorni mi resi conto che questo atteggiamento di derisione da parte di medici e infermieri era generalizzato anche verso le altre pazienti; ero in una camera di quattro persone: oltre a me c'era un'altra ragazza, Rosy, e due signore anziane, coscienti ma non autosufficienti.

Rosy soffriva di emicranie fortissime, ma anche a lei i medici non credevano, convinti che volesse solo farsi una vacanza.

All'ordine del giorno erano invece frasi infelici rivolte alle due signore anziane.

Inservienti: "Ecco qui le belle addormentate: oggi non c'è tempo di imboccarle, lasciamo loro le tazze del latte in mano, se han fame mangeranno"; misero le scodelle sul grembo delle donne e uscirono.

Rosy e io ci guardammo sconcertate, ci alzammo e vedemmo che quasi tutto il latte era uscito, riversandosi sulla camicetta pulita di una delle due; cercammo di asciugarla come meglio potemmo e di imboccarla. Rosy era per me un'ottima compagna di stanza, ci confortavamo a vicenda. Poco dopo, udii un'altra frase che mi lasciò perplessa: "Questa vecchia tiene sempre le mani unite, mi fa impressione, sembra una mantide religiosa!". La signora non era autosufficiente, ma comprendeva tutto.

Avevo inteso che si trattava di un reparto caotico, dove gran parte del personale, dall'Innominabile, alle dottoresse, agli infermieri, non aveva probabilmente mai sentito la frase di Madre Teresa:

"Portate il sorriso agli ammalati" oppure letto la poesia di Padre Faber – valore di un sorriso:


"Donare un sorriso rende felice il cuore,

arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona,

rinnova il coraggio nelle prove e nella tristezza è medicina".



UNA COSA BELLA



La paziente anziana di fianco al mio letto era accudita dalla figlia e dalla principale di quest'ultima, la titolare di un'industria produttrice di detergenti per auto; "Che bella cosa che fa" le ripetevamo di continuo Rosy e io: "Nonostante lei sia la sua datrice di lavoro è disposta a stare qui ore per dare il cambio alla figlia della signora, in modo da non lasciarla mai sola".

"Lo faccio con il cuore: io non la vedo come mia dipendente ma come un'amica, e poi ne approfitto per lavorare a maglia o per leggere qualche libro: non mi annoio".

L'umiltà di quella donna mi aveva rapito, tanto da farla entrare nella mia hit parade delle persone stimate; era alla mano, semplice, spiritosa, di cuore, si occupava di numerose iniziative di beneficenza e le storie della sua vita che raccontava a me e Rosy ci rapivano per la straordinarietà:

"Ho iniziato quasi per gioco cinquant'anni fa, con mio marito, a produrre nella vasca da bagno di casa un detersivo per auto, poi abbiamo iniziato a crederci davvero, e ora guardate cosa ho realizzato: ragazze, credete sempre nei vostri sogni, andate avanti, anche quando tutti si aspettano che lasciate perdere".



RACCONTACI DI TE



"Lisa, raccontaci di te" mi chiesero un giorno le mie compagne di avventura per ovviare alla noia, "Sei fidanzata?".

"No, le mie relazioni sono sempre complicate; ad esempio, a parte l'ultimo ragazzo che ho frequentato, a cui ero davvero interessata, ma che ho scoperto essere un doppiogiochista, ho avuto altre cotte, ma in realtà erano i classici amori impossibili o non corrisposti".

"Per esempio?".

"Ricordo il professore di statistica all'università... dopo anni di onorata ultima fila, quando lo vidi entrare in aula il primo giorno di lezione mi catapultai davanti alla lavagna e ci rimasi per tutta la durata del corso, sotto gli occhi increduli delle mie compagne; era molto più grande di me, ma a me bastava sublimare".

"E poi?".

"Come non ricordarmi del benzinaio, super tatuato e borchiato ... i serbatoi delle auto di famiglia erano costantemente pieni".

Raccontai anche che il mio caratteraccio aveva stroncato altre possibili relazioni normali sul nascere; riportai alcuni esempi:

- ragazzo x: "Dove ti piacerebbe andare in vacanza questa estate?";

mia risposta: "In una missione in India gestita da alcuni miei amici, sono davvero molto poveri, mancano di tutto".

Ragazzo x: "Bello, se andrai ti accompagnerò io, ma ce li avremmo la televisione e il frigo bar in camera?";

mia risposta: " Sì, se vuoi posso chiedere una suite con bagno turco, ti farò sapere, ciao ciao".

Ragazzo y: "Lisa, questa è già la terza volta che ci incontriamo e ti ho sempre visto in pantaloni: non che tu stia male, ma non mi dispiacerebbe se indossassi un bel vestitino attillato";

mia risposta: "Sì, così con minigonna e tacchi a spillo assomiglierei all'ippopotamo in tutù di "Fantasia", e poi non devi essere tu a dirmi come vestirmi! Io sono come la ragazza di "Albachiara" di Vasco Rossi, acqua e sapone e non faccio nemmeno caso a ciò che indosso!"; mi alzai e me ne uscii dal bar.

Rosy e le altre signore mi dissero:

"Che caratterino, ti facevamo molto più docile".

Un mio amico mi sgridava per questo; mi ripeteva continuamente che ero una vipera e che era anche colpa mia se non riuscivo a fidanzarmi: "Devi sempre avere l'ultima parola, voglio proprio vedere se un giorno riuscirai a trovare un ragazzo che finalmente ti sappia zittire".

Questa fu una frase che mi disse Raffaele; facevamo i turni insieme nei volontari intercomunali ed eravamo ottimi amici anche nella vita privata; come avrebbe detto San Francesco, un gelido bacio di Sorella Morte se lo portò via all'improvviso un giorno di primavera; scherzavamo sempre così, ci piaceva prenderci in giro.



UNA VISITA OCULISTICA INDIMENTICABILE



Venni accompagnata a fare una visita oftalmologica; il dottore mi guardò il fondo degli occhi, cambiò l'espressione del viso e iniziò a innervosirsi:

"Hai i vasi sanguigni tutti rovinati e temo ci sia anche un coagulo; non credo che sia il motivo per cui tu ora vedi doppio, ma è comunque una cosa grave; hai problemi di circolazione? Qualche fatto strano che ti viene in mente?".

"In effetti, qualcosa ci sarebbe... negli ultimi mesi mi è capitato molte volte di svegliarmi di notte con la mano e il piede completamente intorpiditi".

Il dottore si alzò in piedi con volto collerico e, rivolto alla sua collega, disse: "Ma la senti?! E cosa aspettavi a parlarne con un medico?".

"Non pensavo fosse così grave".

"Tu secondo me hai avuto qualche problema cardiaco!".

Il dottore sbraitò, poi mi chiese:

"Prendi la pillola?".

"Sì, da dieci anni come terapia ormonale per delle pregresse cisti ovariche".

Mi interruppe urlando: "Devi sospenderla subito perché sei a rischio ictus!!!".

"Bene" pensai, "Che bella notizia, sento che sto per svenire... devo resistere... nulla da fare... tre, due, uno: ciao!".

Mi ritrovai nel mio letto con le gambe sollevate da due infermiere; Rosy mi chiese cosa fosse successo:

"Mi ha ucciso, mi ha ucciso, che legnata, che legnata" fu l'unica cosa che seppi rispondere.

Arrivò la dottoressa "Crudelia" che, per finirmi del tutto, aggiunse la ciliegina sulla torta:

"Ho letto il referto dell'oftalmologo; le ho fatto fare questa visita parere solo per prassi; in realtà, non credo a una parola di tutto ciò che ha scritto nella sua relazione, e tanto meno credo a lei, dato che sono fermamente convinta che sia qui solo per farsi una vacanza e per prenderci tutti in giro! Per cui non le faccio nemmeno fare la terapia anticoagulante che questo medico ci ha tanto esortato a iniziare subito".

Se ne uscì seguita dalle sue infermiere.

Mi misi sotto le lenzuola a piangere; proprio in quel momento giunse Yuri, un mio caro amico e confidente; con vent'anni in più di me, aveva sempre la pazienza di ascoltarmi, in particolare quando gli raccontavo le mie disavventure amorose, e di darmi consigli, anche se poi non li seguivo e facevo sempre quello che volevo io.

"Toc toc" bussò da sopra le lenzuola.

Non risposi: capì che stavo piangendo, imbarazzato fece dietro front per andare via quando, ormai sulla porta, sbucai dal mio nascondiglio.

"Yuri" sorrisi, nonostante tutti i rivoli di lacrime sul volto, "Ho fame, mi andrebbe un tè con tanti biscotti".

Mi conosceva bene, sapeva quanto fossi golosa: per esaudire il desiderio di una "condannata a morte", andò al bar e mi portò la merenda; poi si sedette vicino a me e, mentre divoravo nervosamente i miei biscottini, gli raccontai tutto:

"Posso accettare la sgridata da parte dell'oftalmologo, ma la dottoressa che mette in dubbio no! Ma non vede che ho le pupille che a momenti escono dagli angoli degli occhi? O ha bisogno pure lei di una bella visita oculistica?!".



LETTERA DI DIMISSIONI



Circa due settimane dopo l'inizio del ricovero, iniziai ad avere un blando riassestamento delle immagini e, inaspettatamente, la mattina del ventesimo giorno mi svegliai e non vedevo più doppio; chiamai subito un medico; arrivò "Crudelia":

"Mi sta dicendo che la vista le è tornata normale, nonostante nessuno abbia capito nulla riguardo a cosa lei avesse e quindi senza che le siano stati somministrati farmaci?".

"Sì, allo stesso modo di come venti giorni fa mi ero svegliata con questo problema, così ora è scomparso altrettanto rapidamente".

"Si vergogni, lei mi prende in giro!" e, detto questo, se ne uscì dalla stanza.

Io mi sarei aspettata più una risposta del tipo: "Sono contenta per lei, ora indagheremo su cosa può esserle successo in modo da prevenire ricadute".

Tornò dopo poche ore con una lettera di dimissioni e mi disse:

"Secondo me, lei si è suggestionata durante qualche servizio in ambulanza, avrà soccorso qualche diplopico e quindi deciso di imitarlo!".

Premesso che io in realtà non avessi mai sentito parlare di diplopia, avrei voluto risponderle come fece Padre Pio a un professore, il quale sosteneva che le stigmate gli erano comparse per autosuggestione, nel continuare a meditare intensamente sulla passione di Gesù:

"Dite a questo professore di pensare di essere intensamente un bue, poi vediamo se gli spuntano le corna!" rispose lui.

Avrei voluto obiettare anch'io così, ma stetti in silenzio e presi il mio foglio di dimissioni; lo lessi:

"Diplopia da probabile mononeuropatia cranica, accertamenti neurologici negativi, consigliata terapia vitaminica".

"Vitamine?" pensai, "Io, che adoro la frutta, ne mangio in gran quantità e che sarei pronta a sposarmi un fruttivendolo?".

Salutai le mie compagne di stanza e tornai a casa con mio padre, dalla mia famiglia.



RITORNO ALLA NORMALITA'



Un paio di settimane dopo le dimissioni, tornai al lavoro, ma decisi di aspettare a riprendere i servizi di volontariato, perché fisicamente troppo impegnativi.

Pensai così di trovarmi un altro passatempo, quindi mi iscrissi a un corso di presepismo; decisi di preparare pertanto un diorama. Lo intitolai "Il presepe di San Francesco nello stretto tugurio di Rivotorto d'Assisi"; agli istruttori piacque, perciò venne esposto durante le festività natalizie in una mostra di presepi.

Purtroppo mi sentivo sempre molto stanca, facevo fatica ancora a mettere a fuoco bene le immagini, ed ero fotofobica, nonostante assumessi gli integratori vitaminici che mi erano stati ordinati; inoltre, avevo sempre un forte dolore alla guancia destra.

Rintracciai l'oftalmologo che mi aveva visitato e che aveva ipotizzato un problema cardiocircolatorio; quando mi vide mi riconobbe; ora era tranquillo, gentile e sorridendo mi disse:

"Ti ho fatto prendere proprio un bello spavento, come sta andando la terapia anticoagulante che ti avevo indicato?".

Stetti in silenzio, più eloquente di tante parole.

"Da non crederci, mi mandano i pazienti per le visite parere e poi non prendono in considerazione i miei referti!".

Mi disse che la pupilla di destra non si era ancora riallineata perfettamente e mi prescrisse la terapia che avevano omesso di somministrarmi in ospedale, consigliandomi caldamente di iniziarla il prima possibile. Gli chiesi come era stato possibile lo sdoppiamento improvviso della vista e l'altrettanto ritorno spontaneo alla normalità e mi rispose che le pupille vengono mantenute salde ai lati da una serie di muscoli, come i cavalli di una carrozza vengono guidati dalle redini di queste; se uno dei muscoli si indebolisce, la pupilla perde la sua posizione e si sposta, causando lo sdoppiamento della visione; in pratica la carrozza va allo sbaraglio.

La causa dell'indebolimento non la conosceva, ma il ritorno spontaneo era probabilmente avvenuto grazie al riposo a letto durante i venti giorni di ricovero.

Consultai anche altri specialisti che concordarono con questa versione, e sorridevano nel leggere la diagnosi del primo ospedale, senza tuttavia esprimere commenti.



MARZO 2011



Evidentemente ormai era troppo tardi per arginare gli effetti della malattia, perché poche settimane dopo l'inizio della terapia anticoagulante, mi trovavo al lavoro quando il mio collega, scherzando, mi fece notare che c'era qualcosa di strano:

"Lisa hai sonno? Ti si chiudono gli occhi, vai a farti una bella dormita".

Andai alla toilette, mi osservai allo specchio e notai che aveva ragione: una palpebra era lievemente abbassata.

Tornai a casa e mi misi a letto, non dando molto peso al fatto; purtroppo, al mattino, mi svegliai con un'altra amara sorpresa:

davanti allo specchio ero esterrefatta: una palpebra era scesa!

"E' uno scherzo" pensai.

Cose mai sentite, fuori dal mio immaginario.

Mi recai dal medico di famiglia, con il quale mi ero precedentemente sfogata per tutto ciò che era successo nel primo ospedale, e che nel frattempo mi aveva seguito prescrivendomi altre indagini.

Entrai nel suo studio indossando gli occhiali da sole:

"Buongiorno, Lisa" disse lui cortesemente.

"Non è per niente un buon giorno!" risposi io arrabbiatissima, togliendomi gli occhiali.

Il medico mi guardò in silenzio, si mise le mani sugli occhi, poi in mezzo ai capelli, e disse:

"E io, adesso, dove ti mando? Ovvio che non posso più farti ricoverare nello stesso ospedale di novembre, dove ti imbottirebbero di vitamine".

Ci pensò pochi attimi, poi sospirò:

"In un ospedale distante un'ora da qui esercita un medico con cui avevo fatto tirocinio molti anni fa; anche se è lontano, ti metto in buone mani, è un'ottima persona".

Mi fece l'impegnativa di ricovero urgente, la presi, lo ringraziai salutandolo.

Dopo pochi minuti mi chiamò Yuri; gli amici sentono sempre quando hai bisogno di loro:

"Ti ho visto uscire dallo studio del tuo medico, tutto a posto?".

"Per niente, devo andare di nuovo in ospedale!".

"Ti accompagno io!".

Chiamai a casa e dissi ai miei di raggiungerci, mentre io iniziai ad avviarmi con lui; mi sfogai: ero inferocita con i medici del primo ricovero per come mi avevano trattato e per la loro diagnosi, e con la malattia che mi stava riservando sintomi di cui non avevo mai sentito parlare.

Dopo mezz'ora di tragitto Yuri era già riuscito a farmi ridere.

Arrivammo in pronto soccorso; descrissi tutta la mia anamnesi e poi venni inviata a effettuare una nuova tac; mi fecero salire su una carrozzina.

"Dato che è bello robusto, la spinge lei fino alla radiologia?" chiese l'infermiera a Yuri.

"Mi hai fregato" rispose voltandosi verso di me.

Iniziò a spingere la sedia a rotelle muovendosi a zig zag, come per farla danzare...

In quel momento mi telefonarono anche Sauro e Arianna, una coppia di sposini a cui ero molto legata; raccontai brevemente cosa fosse successo e mi risposero:

"Tranquilla, se non ti dovesse più risalire la palpebra, facciamo una colletta, ti regaliamo una benda e un pappagallo, così poi giri travestita da pirata".

Gli amici, un dono.



INCONTRO CON DON GIUSEPPE



Venni ricoverata nel reparto di neurologia; la prima cosa che notai erano le lenzuola: bianche, con i bordi celesti, mi rammentavano i colori di Madre Teresa, e anche le tonalità pastello dell'intonaco delle pareti, i quadri, i mobili, trasmettevano un senso di pace e serenità.

Io però ero un fuoco che stava per divampare.

Stavo attendendo i medici, quando entrò in camera il cappellano dell'ospedale.

Fino a diciotto anni frequentavo Messa e oratorio, poi mi allontanai del tutto, sempre più convinta che non fosse necessario andare in Chiesa, ma che bastasse non fare del male a nessuno.

Condividevo anche ciò che riportava il vangelo apocrifo di San Tommaso: "Il Regno di Dio è dentro di te e tutto intorno a te, non è negli edifici di pietra e cemento. Spezza un legno e io ci sarò, alza la pietra e lì mi troverai".

"Una nuova paziente; vedo che indossi gli occhiali da sole, immagino tu abbia qualche problema agli occhi; come ti chiami?".

"Lisa".

"Ciao Lisa, io sono don Giuseppe; ti dico solo una cosa: che la pace sia con te, ma soprattutto che la pace sia in te!".

"Belle parole, ma lei non ha idea di ciò che mi sta succedendo: ho una palpebra abbassata, questo è il secondo ricovero nel giro di pochi mesi e al momento i medici brancolano nel buio: mi dica lei, come dovrei fare io a essere serena? Sono arrabbiatissima e spaventata".

"Allora ti racconto una bella storia, che ho tratto da una fiaba di Paolo Coelho: un bimbo entrò in una chiesa dove ardevano tre candeline.

La prima disse: "Io sono la pace, ma in pochi riescono a mantenermi viva"; infatti, appena proferite queste parole, si spense.

La seconda disse: "Io sono la fede, ma in molti ormai non ne vogliono più sapere di me, per cui è inutile che io resti accesa" e smise di bruciare.

"Ma cosa fate?" urlò il bimbo piangendo "Se vi spegnete tutte io resto al buio; ho troppa paura!".

Intervenne la terza candela: "Tranquillo piccolo, non piangere: finché resto accesa io, potremo sempre riaccendere le altre due candele: io sono la speranza!".

Il bimbo sorrise, prese la candelina della speranza e riaccese le altre due".

Lisa, non perdere la speranza" concluse don Giuseppe; "Tu frequenti la Messa? Ci vedremo domenica in cappella?".

"Guardi, a dire il vero sono più di dieci anni che non frequento più".

"Beh, se vuoi venire, sappi che Dio non ci obbliga, ma ci invita: inoltre, deve essere un desiderio che ti sorge spontaneo: quando una persona è innamorata, è impaziente di incontrarsi con il partner, così alla stessa maniera, quando si è innamorati di Dio, non si vede l'ora di recarsi a Messa per ascoltare la sua parola. Ciao Lisa, ti auguro tanta buona fortuna". E uscì sorridendo.



L'UMILTA'



Entrarono nella stanza i medici; si presentarono: il primario, di nome Giorgio, tre dottoresse e due infermiere.

Dovetti fare il riassunto di tutto quanto mi era successo, e mi dissero che avrebbero visionato tutti gli esami che mi erano stati effettuati nel precedente ospedale, prima di iniziare con ulteriori indagini. La mia palpebra era sempre serrata, immobile.

Si spostarono alla paziente di fianco, quando vidi una scena che mi fece riflettere:

la signora anziana doveva alzarsi dal letto affinché potessero valutare l'equilibrio; stava per mettere i piedi nudi a terra, quando il primario dall'angolo della stanza le si avvicinò repentinamente, si inginocchiò e le mise le ciabatte con amore, e con un'umiltà disarmante, nonostante il suo ruolo, tipica di Giuseppe Moscati.

Una scena che per me ebbe dell'incredibile, dato che al contrario l'Innominabile, nei venti giorni in cui fui ricoverata precedentemente, aveva dato solo sfoggio di un'estrema superbia.

Purtroppo, mi feci un esame di coscienza e mi resi conto che anche io ero sempre stata una persona con un forte amor proprio, gelosa e orgogliosa.

Quella scena della durata di pochi attimi mi fece comprendere che l'umiltà attira sempre, mentre la superbia respinge, rende odiose le persone.

Il team medico uscì; osservai il primario: notai che era un uomo con un sorriso e uno sguardo pieni di bontà.



LE DUE PALPEBRE



I primi giorni trascorsero: ero estremamente debole; faticavo a camminare, deglutire e mi muovevo come un bradipo.

Una mattina mi alzai e mi resi conto che vedevo davvero poco; mi guardai allo specchio: anche la palpebra di sinistra si stava chiudendo, come quella di destra.

Andai in corridoio e mi misi a gridare, indicando con l'indice l'occhio di sinistra: "Guardate qui, aiuto, presto qualcuno chiami un medico!".

Poi scoppiai a piangere e mi chiusi in bagno; dopo pochi minuti sentii la voce del dottore che seguiva il mio caso, chiedere alla mia compagna di stanza dove fossi.

Uscii dal nascondiglio a testa bassa, dirigendomi verso il letto, cercando di trattenere le lacrime; mi voltai verso il dottore e lo vidi sorridere allegramente. "Ma come osa?" pensai "Da tre giorni attendo che mi si rialzi la palpebra e, al contrario, mi scende pure l'altra; qui sta succedendo una catastrofe e lui ride: adesso lo disintegro!".

Probabilmente intese che mi stavo alterando, perché disse:

"Sto ridendo perché me lo aspettavo; fin da subito la nostra ipotesi era che tu fossi affetta da miastenia oculare, per cui ti abbiamo somministrato cortisone; quando si ha questa malattia, nei primi giorni questo farmaco peggiora tutti i sintomi, poi in un secondo tempo iniziano a esserci miglioramenti. Il trenta per cento dei soggetti miastenici ha tutti i dati clinici negativi, per cui un metodo di diagnosi è proprio l'agire al contrario, cioè somministrando il farmaco quando ci sono episodi di crisi acuta per valutarne gli effetti; non abbiamo potuto dirti nulla perché ci sarebbe stato il rischio di influenzarti psicologicamente, così invece eri ignara di tutto e il fatto che ti sia scesa anche l'altra palpebra ci ha dato conferma del sospetto che avevamo fin da quando ti abbiamo visto".

Parlava con serenità, continuando a sorridere; mi convinse, cosicché anche io mi tranquillizzai.

"Vedrai che tra un paio di giorni ti risaliranno insieme";

"Lo spero", risposi.

Sospirai sorridendo.

La mia compagna di stanza mi rassicurò: "Sembrava sincero, ora riposati un po' ".

Seguii il consiglio, mi sdraiai e mi addormentai.



"OMBRE SULLA SPIAGGIA"



Stavo riflettendo su tutto ciò che mi era capitato, quando entrò la signora delle pulizie, una donna tutto pepe, con i capelli fuxia, simpaticissima e amante della lettura.

"Come stai oggi, Lisa?";

"Da una parte sono contenta perché forse stanno iniziando a capire da cosa sono affetta; ma se le loro ipotesi sono giuste, non ho una bella prospettiva: è un problema molto serio; mi sento così triste, a volte mi chiedo se Dio non mi abbia abbandonato".

"La conosci la poesia -Ombre sulla spiaggia- di Margaret Fishback Powers?; puoi chiedere a qualche tua amica di portartela, è molto bella".

In quel momento mi telefonò Marisa, chiedendomi se avessi bisogno di qualcosa... era proprio davanti al computer per cui la cercò su Internet e me la lesse:


"Ho sognato di camminare sulla sabbia, in riva al mare,

accompagnato dal Signore,

e sullo schermo della notte erano proiettati tutti i giorni della mia vita:

vidi che per ogni giorno apparivano due orme sulla sabbia,

una mia e una del Signore.

Notai che in certi punti c'era solo un'orma,

e coincidevano con i giorni più difficili della mia esistenza,

di maggior paura e dolore;

allora chiesi:

"Signore, mi avevi promesso che saresti stato con me

tutti i giorni della mia vita,

allora perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?".

Rispose:

"I giorni in cui tu hai visto solo un'orma sulla sabbia,

sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio"".



LA CARROZZINA



I giorni seguenti l'inizio del dosaggio del cortisone furono molto tristi: ogni azione per me richiedeva un enorme sforzo, una notte ebbi anche una crisi respiratoria.

Giorni dopo sognai un pagliaccio che, ridendo, sibilava questa frase: "Questo è solo un preludio, vedrai che presto finirai su una sedia a rotelle"; fu un sogno terribile: spalancai gli occhi e mi misi a piangere.

Il mattino dopo, durante il giro dei medici, mi chiesero se da piccola avessi avuto la pertosse; risposi di sì, tuttavia non domandai il motivo di quella domanda, ma la riferii ai miei genitori, che in seguito effettuarono ricerche su Internet. Loro erano molto stanchi, estremamente preoccupati, il tutto era amplificato dal fatto che nessuno di noi aveva mai sentito parlare di questa malattia.

Io ero inviperita: per il sogno che avevo fatto e anche perché le palpebre erano salite veramente poco.

Ero arrabbiata con i medici del primo ricovero, che avevano sottovalutato la malattia, e il dolore alla guancia destra persisteva.

Telefonai a casa e chiesi di portarmi tutti i libri di medicina che avevamo; il giorno dopo li sparsi sul letto e, seppur molto lentamente, dato che con le palpebre semichiuse faticavo a leggere, iniziai a cercare i sintomi e a studiare tutti gli esiti dei miei esami.

Passò il dottor Giorgio, che dal corridoio mi scorse a spulciare libri, ed entrò:

"Ma si può sapere cosa stai facendo?".

"Studio i miei sintomi, non può essere miastenia, le palpebre non si sono ancora rialzate, oppure, se avete ragione voi, probabilmente c'è anche qualcos'altro!".

"Insomma, se tu non ti fidi di noi, come pensi di poter essere curata? Devi dare tempo al tempo!".

"Come posso fidarmi dopo ciò che mi è successo? Ho gli occhi chiusi, se mi alzano le palpebre con le dita vedo comunque doppio perché le pupille si sono spostate di nuovo, e volevano curarmi con le vitamine! E cosa mi dice del possibile problema cardiovascolare che aveva ipotizzato l'oftalmologo precedentemente?".

"Ora gli esami del sangue non evidenziano problematiche di coagulazione, e il nostro oculista non ha più rilevato problemi ai vasi sanguigni nel fondo dei tuoi occhi, quindi la terapia che ti aveva prescritto questo medico ha funzionato; però deve essere subentrato qualche altro fattore che ti sta inducendo questi episodi di rilasciamento muscolare; stiamo cercando di fare il nostro meglio e poi, Lisa, adesso sei qui e devi credere in noi!".

Misi le mani tra i capelli e scossi la testa più volte: "Io non mi fido, non mi fido e non mi fido; chiaro? E ora mi scusi, ma devo andare avanti a leggere i miei referti!" risposi seccata.

Il dottore mi guardò rattristato e uscì.

Ero nera; avevo bisogno di allontanarmi un attimo, così mi recai in Chiesa; mi resi conto di essere stata molto impertinente e arrogante, ma allo stesso tempo pensai che se volevo guarire dovevo essere io la migliore dottoressa di me stessa.

Al centro della Chiesa, su un leggìo, giaceva la Bibbia aperta; si trattava di un passo di Giobbe, un uomo messo alla dura prova da Dio: quando stette per arrendersi, decise al contrario di dare ancora fiducia al Signore e, infatti, la sua vita si risollevò.

Mi diressi ad accendere una candela, quando su un tavolino vidi delle immaginette; ne afferrai una; rappresentava l'immagine del Sacro Cuore di Gesù e dietro riportava un suo messaggio:


"Perché ti agiti?

Prova a fidarti di me..

non fare come un paziente che dice al medico

come essere curato;

metti nelle mie mani il tuo futuro e tu dormi tranquillo;

vedrai grandi cose, te lo prometto sul mio amore".


"Caspita" pensai, "sembra scritta per me".

Sospirai, mi resi conto di avere esagerato.



LA VERITA'



Nei giorni seguenti decisi di comportarmi da paziente, di fidarmi e di non disturbare o irritare i medici con la mia negatività.

Il dottore mi ripeteva che la miastenia era una malattia curabile dalla quale si poteva guarire; un giorno mi trovavo seduta sui divanetti, quando un'altra paziente, una signora sulla settantina, alla quale era stata riscontrata la stessa problematica, iniziò a sfogarsi:

"Sono rammaricata; stamattina, la dottoressa mi ha detto che con questa malattia dovrò conviverci tutta la vita e cause banali, come un'influenza, potrebbero scatenare ricadute pesanti".

"Non capisco, a me il dottore ha detto che è completamente guaribile"... mi diressi verso la mia camera e mi sedetti sul letto; "Perché a me è stata detta una cosa e a quella signora l'esatto contrario?". Il tentativo di comportarmi da paziente tranquilla e fiduciosa stava fallendo miseramente.

Da piccola ero affascinata dall'angioletto e dal diavoletto che ogni persona in via immaginaria si porta sulle spalle; sentii il diavoletto, represso da giorni nel più profondo del mio essere, riaffiorare e sussurrare: "Ti considera una bambina, per questo non ha avuto il coraggio di dirti la verità: vai nel suo ufficio e digliene quattro!". I miei occhi da dolci divennero simili a quelli di una tigre, mi alzai e andai in corridoio, verso il suo studio; le palpitazioni stavano aumentando a dismisura, quando l'angioletto prese la parola: "Forse la signora ha capito male, o forse i sintomi sono differenti... non fare scenate, non litigare".

Passai di fianco al suo ufficio e con la coda dell'occhio lo vidi seduto alla scrivania, sereno e sorridente svolgeva il suo lavoro; tirai un grosso sospiro e avanzai oltre, respirai più profondamente e mi fermai: "Di lui voglio fidarmi, mi sembrava sincero quando mi ha detto che questa malattia è completamente guaribile".

Sorrisi, feci dietro front e scesi al bar a bermi una gustosa spremuta d'arancia.



DIMISSIONI



Il mattino seguente, il team medico entrò nella stanza; "Lisa, domani ti dimetteremo, nella lettera indicheremo 'miastenia' perché i sintomi corrispondono e anche la risposta che hai avuto con il cortisone ce l'ha confermato; dovrai proseguire la terapia con questo farmaco, e in aggiunta prendere le altre pastiglie ogni tre ore, perché svolgono la funzione di piccole pile: ti rilasciano delle scariche elettriche per riattivare i tuoi muscoli che, altrimenti, si addormenterebbero".

Il medico aggiunse: "Ieri i tuoi genitori ci hanno raccontato cosa è successo nel precedente ospedale, ci dispiace che tu abbia vissuto un'esperienza del genere".

"Dispiace anche a me e soprattutto mi rattrista vedere i miei occhi in queste condizioni, dato che erano il mio punto di forza: prima di ammalarmi avevo uno sguardo intenso, da cerbiatto".

Mi dissero inoltre che per un paio di mesi non sarei potuta tornare al lavoro, per il fatto che la situazione delle palpebre e delle pupille era instabile; infatti, la vista a volte si sdoppiava e le palpebre si abbassavano soprattutto in seguito all'affaticamento.



ANTIPATIA PER IL COLORE NERO



Seduta sul letto dell'ospedale fantasticavo riguardo a ciò che avrei fatto non appena fossi giunta a casa; pensai a un'osservazione che mi aveva fatto Yuri settimane prima: "Sei piacevole, soprattutto quando sorridi e non assumi la tua solita espressione imbronciata, ma devo farti un rimprovero e darti un consiglio; è ora di cambiare il tuo guardaroba; ti vesti da maschiaccio, con due taglie in più del dovuto, e poi... basta colori neri o verde militare... devi portare il sole, la primavera, non la tristezza".

Capii che aveva ragione; noi dobbiamo lasciare un bel ricordo alle persone con cui interagiamo, dal punto di vista morale, ma anche dall'aspetto fisico.

Rientrata a casa, aprii il mio armadio: ero fuori di me, arrabbiatissima... la vita deve essere vissuta a colori, non in bianco e nero: presi gli indumenti scuri, che costituivano l'ottanta per cento del mio guardaroba e li misi nei sacchi da destinare alla raccolta di abiti usati; in tutto ne riempii cinque. Sempre più innervosita iniziai la processione per portarli in cantina, trascinandone uno alla volta.

"Tutto a posto?" chiese mia madre:

"Per niente, non voglio più vedere nulla di nero" risposi.

Alcuni giorni dopo, Sauro e Arianna mi invitarono a bere un tè;

"Verrei volentieri, ma non ho nemmeno una giacca da mettere, fuori fa freddo e non sono ancora riuscita ad andare a comprarmi qualcosa".

"Testolina, non potevi aspettare a gettare via le cose?" rispose Sauro.

"In quel momento avevo bisogno di sfogarmi così e poi per un po' voglio indossare solo colori bianchi, rosa o celesti".

Dopo poche ore arrivò la fidanzata di mio fratello, con due giacche, praticamente nuove, una beige e una bianca, chiedendomi se le volessi accettare io dato che a lei non stavano; era ignara del fatto che avessi gettato tutto, per cui pensai: "Quando si dice, la Provvidenza".

Avevo infatti appena sentito al telegiornale un pensiero di don Guanella, che stava per essere portato agli onori degli altari:

"La Provvidenza va meritata, credendoci fermamente, aspettandone i tempi e i modi, allontanando le ansietà, e faticando di buona lena".

Il giorno dopo andai al supermarket con mio fratello, per svagarmi un attimo dai pensieri tristi; un signore mi fermò e mi chiese:

"Scusi, devo regalare dei ciclamini a mia moglie, qui ce ne sono rossi, fucsia e bianchi: lei quale prenderebbe? Ero propenso per il bianco".

"Concordo pienamente!" risposi sorridendo... "E bianco sia".

Nei mesi seguenti ricominciai a indossare qualche capo di colore scuro, perché non volevo che nella mia mente subentrasse la superstizione; in aggiunta, una micia randagia completamente nera, dolce e timida, ci scelse come sua famiglia adottiva, presentandosi nel garage sotto casa.



LA NONNA



Mia nonna, ottantenne, era all'oscuro di tutti e due i ricoveri; con un complotto multi parentale eravamo riusciti a non farle sapere nulla, al fine di non farla spaventare. Ogni volta che mi chiedeva perché indossassi gli occhiali da sole trovavo una scusa, dalla congiuntivite, alla rinite allergica, ecc. ecc.

Appena uscita dall'ospedale, mi resi conto che ormai la malattia era troppo grave per non renderla partecipe, per cui decisi di raccontarle ciò che stava capitando, seppur in minime dosi.

Andammo al parco; sedute su una panchina, le dissi di avere un problema di affaticamento muscolare; lei sgranò gli occhi e ingenuamente disse: "Dovresti tenere qualche caramella in borsa, sarà qualche calo di zuccheri; quando ti capita e ne mangi una, vedrai che ti passa". Aprì la sua borsa e me ne porse un paio.

Le sorrisi teneramente e le diedi un bacetto.

"Ti insegno una preghiera da dire la sera prima di dormire, così vedrai che ti aiuta; me l'aveva insegnata la mia nonna, che l'aveva imparata dalla sua mamma..." era una preghiera tramandata a lei nel corso delle generazioni: me la recitò in dialetto calabrese misto italiano, in modo che la potessi capire anch'io:


-io mi corico in chisto letto

con Gesù nel mi petto,

io dormo lui mi viglia

se c'è cosa mi risviglia.

In chisto letto dove dormo io

cinque angeli trovo io

due di sutto

due di supra

nello mezzo il Signore mio Dio.

Santa Maria mi madre

San Giuseppe mi padre

tutti li Santi mi sono frati.

Ora che ho questi amici fedeli

mi faccio la croce e mi metto a dormire-.



LA CANDELA



Durante il periodo di malattia, ci fu la sessione di laurea di mio fratello; purtroppo, a causa degli orari di reperibilità dell'INPS, in cui bisognava farsi trovare in casa, non potei andare ad assistere. Ero enormemente dispiaciuta, per cui decisi di dire almeno una preghiera e di accendere una candela. Cercai nel mio armadio, e trovai quella del mio battesimo; era bianca, con in basso l'immagine di Maria che sorreggeva in braccio il bambin Gesù.

Ero un po' rattristata perché era un ricordo, ma pensai che in quel modo sarei stata vicina a mio fratello.

Iniziò a consumarsi, lentamente, ma dopo una ventina di minuti mi accorsi che lo stoppino si era spento, proprio sopra la testa della Madonna.

Tentai di riaccenderlo più volte, ma inutilmente.

Presi quel che era rimasto della candela, aspettai che diventasse fredda, poi la riposi sorridendo nel mio bauletto dei ricordi.



LA PERTOSSE



Tornata a casa, il dottore mi prescrisse altri esami diagnostici; i miei genitori dopo varie ricerche avevano constatato che numerosi studi, anche se non ancora scientificamente provati, associavano la causa della miastenia, e di altre malattie neurologiche, a una infezione cronica provocata dal batterio Bordetella Pertussis.

Io avevo avuto la pertosse a due anni, ma, come avevamo rilevato dal libretto pediatrico, mi era stato somministrato sciroppo e non l'antibiotico, di cui tra l'altro non avevo mai fatto uso.

Ne parlammo con il dottore, così procedemmo a effettuare un esame del sangue per verificarne la presenza.

Andai a fare il prelievo in un grosso ospedale in provincia: mi accompagnò mio fratello. Arrivammo in città con il treno poi prendemmo un taxi; ovviamente, per la legge di Murphy, e cioè che se qualcosa può andare male allora lo farà, lungo il tragitto si stava svolgendo un corteo, per cui il taxista dovette fare un giro molto più lungo, per la gioia del mio portafoglio.

Cercai di trovare il lato positivo anche in questo fatto e mi guardai intorno; dalla macchina, osservai la città: per sei anni l'avevo attraversata in metrò, per recarmi all'università, per cui conoscevo solo il buio delle sue gallerie; ma dall'alto era tutta un'altra cosa.

Vidi i colori, la vita, la dinamicità: il ragazzo rasta con il bongo, l'impresario con la valigetta, i tram, i fiumi di gente ai semafori; era tutto bello.

Dopo una decina di giorni, il medico telefonò a casa e rispose mio padre:

"Dica a sua figlia di venire subito qui, l'ospedale mi ha inviato l'esito dell'esame, è positivo e con valori molto alti".

Mi precipitai da lui; "E' un'infezione cronica, per cui stai tranquilla che in questi anni non hai contagiato nessuno, però dobbiamo curarla subito, così magari tamponiamo la miastenia.

I tuoi genitori sono stati davvero in gamba".

Dovetti prendere l'antibiotico in forti dosi per un mese, per combattere un batterio che in trent'anni mi stava distruggendo dall'interno.

Una ragazza colpita da S.L.A., la cui situazione stava peggiorando drasticamente, saputo l'esito del mio esame, lo volle effettuare; si scoprì che anche lei era affetta da pertosse, nonostante l'avesse fatta da piccolina, così a sua volta iniziò subito la terapia antibiotica.

Dopo un mese rifeci l'esame del sangue e appurammo che il batterio era stato sconfitto; purtroppo, i danni che aveva causato non erano irrilevanti.



LA BRIOCHE BOMBA



Dopo un paio di mesi tornai al lavoro ma, a causa della debolezza, non avevo potuto riprendere il volontariato come soccorritrice, per cui mi ero accontentata di effettuare servizi secondari, come il presenziare alle feste di paese; fu a una di queste manifestazioni che conobbi Alberto.

Rivolta ai miei colleghi, dissi:

"Ragazzi, io non ho fatto colazione e ho una fame assurda... vado al gazebo del bar a prendere qualcosa".

Mi incamminai verso la postazione ristoro:

"Mi scusi, mi potrebbe dare una brioche, ma la misura più grande che ha?".

Detto questo, mi girai un attimo verso la giostra dei bimbi e iniziai a dondolare la testa e le spalle mentre ascoltavo una famosa canzone per bambini.

Mi rivoltai verso il barista, ma... sorpresa... un litro di birra si era materializzato di fronte a me in un grosso boccale di vetro...

"E questa?".

"Me l'ha chiesta lei: una birra, la misura più grande che ha".

"Una brioche, non una birra! Io sono pure astemia!" risposi mentre sentivo il mio viso diventare bordeaux... mi girai e vidi un carabiniere volontario, piegato sulle ginocchia, praticamente a terra, sbellicarsi dalle risate... e il suo collega trattenersi dal ridere, ma prossimo all'esplosione... mi guardai intorno e vidi che anche le persone circostanti mi osservavano ridendo sotto i baffi.

"Non dovresti bere alle otto del mattino, soprattutto se indossi una divisa" disse il carabiniere divertito...

"Ma io... ma... io..." iniziai a balbettare; in pochi attimi ripresi le redini della situazione e, con grande nonchalance, facendo finta che non fosse successo nulla, mi presentai ai due carabinieri:

"Piacere, Lisa".

"Io sono Riccardo".

"E io sono Alberto": strinsi la mano a quest'ultimo, ma in quel frangente lo guardai in viso... e mi accorsi che era bello... da far mancare il respiro; moro, abbronzato, il classico fascino mediterraneo, assomigliava a un noto attore; notai che anche lui mi stava osservando".

"Mi sta fissando" pensai, "che mi si sia abbassata di nuovo la palpebra per la tensione dovuta alla figura che ho fatto? Uno specchio, datemi uno specchio"; dopo qualche secondo ci lasciammo la mano... era scattato qualcosa... da ambedue le parti.

Mi girai verso il barista e ottenni finalmente l'agognata brioche: questo piccolo dolce aveva appena innescato una bomba! Mi allontanai affiancata dai due carabinieri, che si offrirono di accompagnarmi all'ambulanza e poi tornarono al loro lavoro di vigilanza.

Verso l'ora di pranzo, arrivò un forte acquazzone... io mi rifugiai sotto il gazebo del bar, anche se ormai ero già completamente fradicia; la pioggia e il vento erano talmente violenti che ruppero le tegole della cucina provvisoria; una cascata d'acqua inondò il pentolone del fritto a cui io, solita golosa, già anelavo da un paio d'ore.

Le persone erano salite sui tavoli e sulle sedie, dato che la terra era sommersa da una ventina di centimetri d'acqua e ovunque era un galleggiare di patatine fritte, che avrebbero dovuto essere anche il mio pranzo.

In quel momento arrivò Alberto, anche lui in cerca di un riparo; ci guardammo e sorridemmo; rassegnati, seduti sul frigo dei gelati, iniziammo a mangiare dei popcorn; in cucina c'era uno scompiglio generale, come tutt'intorno del resto...



IL PESCIOLINO INNAMORATO



Nei week-end seguenti incontrai nuovamente Alberto sempre in occasione di servizi secondari; un giorno stavamo scherzando, quando divenne serio e mi chiese:

"Lisa, le feste paesane ormai stanno finendo; ti andrebbe di sentirci ancora? Però devo confessarti una cosa, non indosso la fede, ma sono sposato".

Ed ecco un martello materializzarsi dal cielo e fiondarmi sulla testa: il copione era sempre lo stesso, uomo stupendo ma già sposato, però a me le multiproprietà non interessavano.

"Ah, allora è meglio evitare, magari ci incontriamo a qualche altra manifestazione" risposi sorridendo; in realtà volevo scoppiare a piangere.

"Sii sincera... se non fossi stato sposato, saresti voluta stare insieme a me?".

"Sì", risposi io senza esitazione.

"Avrei preferito sentirmi rispondere di no, adesso soffrirò molto di più sapendo che anche tu provi qualcosa per me; tra l'altro, è la prima volta che mi succede una cosa del genere".

Il giorno dopo Gabriella, una mia amica, mi sgridò:

"Sei immatura, avresti dovuto rispondere di no!".

Aveva ragione, avevo combinato uno dei miei soliti disastri.

Tempo dopo, Alberto e io ci rivedemmo a una festa in una casa di riposo; lui era in servizio, io invece ero con i miei amici. Stavo osservando i cartelloni che illustravano i mestieri antichi, quando mi si avvicinò; iniziai a sentire il fuoco avvamparmi le guance e notai che anche lui stava arrossendo.

Eccolo di fronte a me, mi sembrava di sentire il suo respiro.

Sospesi nel vuoto, io e lui, lui e io.

"Ciao Lisa".

"Ciao Alberto".

"Hanno richiesto la nostra presenza in questa casa di riposo".

Alzai lo sguardo, sentii la mia bocca allargarsi in un sorriso gioioso e aperto... credo che il mio viso si fosse trasformato in quello di un pesciolino innamorato...

I nostri sguardi si incontrarono, dai suoi occhi trasparivano la stima, l'affetto.

Silenzio.

Assordante.

Assoluto.

Avrei voluto abbracciarlo e dirgli "Ti voglio bene", ma tornai in me; nella mente udii la voce di Gabriella che mi ripeteva "Non siamo deboli da non poter trattenere le nostre emozioni, e poi che rispetto avresti di te?".

Sentii le spalle crollarmi.

Abbassai lo sguardo e non lo alzai più.

A bassa voce gli augurai "Buon lavoro" e gli feci un cenno con la testa per fargli capire di allontanarsi.

Non avrei resistito un altro minuto.

Lo sentii sospirare e rispondere tristemente "grazie"; con la coda dell'occhio lo scorsi andare via; fu l'ultima volta che lo vidi.



ALLERGIA AI MEDICINALI



A settembre, un mattino mi svegliai, quando, nel recarmi in bagno, incontrai mia madre nel corridoio; mi sentivo strana...

"Lisa, cosa ti è successo?";

"Perché?" ma, nel risponderle, mi accorsi che parlavo come 'Paperino'; corsi di fronte allo specchio: avevo un gommone al posto delle labbra.

In pochi minuti mi accompagnarono al pronto soccorso, dove gli infermieri, appena mi videro, dissero:

"Ti registriamo dopo, entra subito in sala 1 che ti facciamo la puntura di antistaminico".

Diagnosi: shock anafilattico per probabile intossicazione da farmaci.

Il giorno dopo, tornai dal neurologo che seguiva il mio caso:

"E' un bel problema, proviamo a vedere nei prossimi giorni come va senza terapia" mi disse.



CAMBIAMENTO INTERIORE



Una domenica, andai con Arianna e Sauro a passeggiare in un grosso parco; erano una coppia stupenda, affiatata.

Ad un certo momento, chiesi loro cosa fosse l'amore:

"Amore è voler stare con una persona anche se questa ha le mani vuote e nulla da offrirti; è una donazione, è fiducia reciproca; è togliersi il pane di bocca per far mangiare l'altro; è scalare una montagna insieme, nelle difficoltà di ogni giorno e, se uno dei due è debole, l'altro è la sua forza".

"E l'amicizia?" domandai.

Rispose Sauro:

"L'amicizia e l'amore sono la stessa cosa; è una donazione che si fa di se stessi, senza volerne trarre nulla in cambio, quindi totalmente disinteressata, senza aspettative".

Arianna aggiunse:

"Se ti aspetti qualche ricompensa, allora non è né amore né amicizia".

Mi feci un esame di coscienza e mi resi conto che fino a quel momento ero stata una grande opportunista, ero veramente un'immatura.

Continuammo a passeggiare; dietro un albero vidi un uccellino morto, abbandonato nella sua solitudine... nessuno lo piangeva... Il mio carattere scontroso stava allontanando le persone che mi volevano bene; le mie storie d'amore non riuscivano nemmeno ad avere una situazione, giacché io le stroncavo fin da subito. Avrei fatto la stessa fine se non avessi smesso di essere una selvatica.

Era arrivato il momento di darmi una calmata: da sempre avevo il sogno di cambiare il mondo, ma mi resi conto che dovevo iniziare a cambiare me stessa. Infatti, basta una persona che migliora e il mondo va in +1, cioè in positivo.

Per me non c'erano le mezze misure, o vedevo nero o bianco; avevo un brutto carattere; capii che era arrivato il momento di rinnovare il mio spirito.

Avrei dovuto aumentare la tolleranza, la pazienza, l'umanità.

Quando si emana amore, si diffonde la fragranza di Dio ovunque si va; bisogna predicare senza predicare, parlando con l'esempio e non con le parole.

Mi riproposi che avrei cercato di darmi una calmata, ma non era facile, soprattutto dopo tutto ciò che mi era successo.

Le prime settimane faticavo a trattenere il nervosismo al lavoro, in famiglia, o con gli amici... poi lessi una frase di Padre Pio:


-Quando una persona si sforza per migliorarsi,

non bisogna rattristarsi

se non si riesce a cambiare subito,

perché alla fine il Signore farà

sbocciare in lei tutte le virtù

come in un giardino fiorito-.


Avevo anche ricominciato a pregare, ma mi resi conto che era importante smettere di comportarmi male con le persone, altrimenti come avrebbe potuto gradire Dio i miei suffragi?

Era proprio vero, le malattie sono opportunità per cambiare in meglio.



SERATA KARAOKE



Una sera mi trovavo con i miei amici a una sagra di paese; eravamo io, Arianna e Sauro, Marisa, Mina e Yuri. Intorno a me bancarelle di dolciumi, bimbi con lo zucchero filato, palloncini, profumo di frittelle e patatine fritte. Avevano allestito un palco per il karaoke e, dato che io amavo cantare, salii per eseguire un brano insieme a un altro mio caro amico, Cecco.

Arrivata quasi alla fine, vidi Yuri allontanarsi velocemente dal resto del gruppo: piangeva.

Interruppi la canzone, scesi dal palco e gli corsi dietro, chiamandolo ripetutamente; ero esterrefatta, non capivo cosa stesse succedendo.

Mi parai davanti a lui e lo afferrai per le spalle: "Ma sei impazzito? Cosa ti è preso? Vuoi farmi venire un infarto? Perché piangi?".

Non rispondeva, continuando a fissare per terra.

Avevo il cuore in gola: "Se fai così mi fai star male... cos'è che hai? Dimmelo!".

"Un tumore; sto aspettando gli esiti della biopsia".

Un cancro... mi si gelò il sangue.

"Si può sapere cosa aspettavi a dirmelo?".

"Non volevo rattristarti, tu hai già i tuoi problemi di salute; io voglio starti vicino, esserti amico, proteggerti, ma adesso non so se ne avrò la possibilità! Fingo di non essere preoccupato, ma a volte non riesco a trattenermi, e mi capitano questi episodi".

"Oh, Yuri!".

Non sapevo cos'altro aggiungere; le luci, i suoni, l'atmosfera allegra di poco prima, tutto si era trasformato in una parola terribile: tumore.

"Aspetteremo insieme l'esito della biopsia: cercherò di starti vicino e di farti sorridere anche se in realtà so che si tratta di una cosa seria; ora ho capito cosa è l'amicizia: se tu sei felice, io lo sono con te; se invece tu sei triste, io soffro insieme a te".

Sorrise; si era tranquillizzato; raggiungemmo gli altri che nel frattempo ci stavano osservando da lontano, con lo sguardo stupito e rattristato.



COSA VUOLE DIO DA NOI?



Tornata a casa, riflettevo riguardo alla notizia del tumore. La mia mente poi si riportò indietro nel tempo, quando era mancato Raffaele. Era un gran lavoratore, non trascurava la famiglia e aveva un grande cuore; proprio questo l'aveva tradito all'improvviso, ancora in giovane età, lasciandoci sgomenti. Le relazioni umane per lui erano al primo posto. Mi ponevo pertanto delle domande esistenziali alle quali forse nessuno potrà mai fornirci una risposta.

Dopo poche ore venne a trovarmi Sabrina, una mia collega: "Lisa, sto leggendo un bel libro, parla del senso della vita".

"Sembra interessante" risposi.

"In pratica dice che Dio è contento se noi abbiamo il nostro lavoro, gli hobby, gli amici e la famiglia, ma ci chiede quel qualcosa di più".

"E sarebbe?";

"Di ricordarsi di lui; ad esempio di amare il nostro prossimo o di fare suffragi per i nostri morti".

"E invece, che senso ha la sofferenza?";

"Gli ammalati sono suoi messaggeri e la sofferenza è una via per arrivare più presto alla santità".



VISITA DENTISTICA



Nelle settimane successive, avevo momenti di debolezza, inoltre il dolore alla guancia destra era aumentato. Da anni ero sotto controllo da un dentista privato, ma non aveva mai rilevato nulla, nonostante gliene avessi parlato spesso.

Chiesi al medico di poter effettuare una panoramica e di poter essere visitata presso lo studio dentistico di un ospedale di zona.

Il giorno della visita era arrivato; il chirurgo studiò la lastra e poi mi disse:

"Hai un bel granuloma nella guancia destra... è molto esteso... devo operarti al più presto!".

Rimasi di sasso; possibile che nessuno se ne fosse mai accorto, nonostante tutte le indagini radiografiche che avevo eseguito e nonostante fosse un problema che portavo sempre alla luce a ogni ricovero ospedaliero? "Crudelia" mi ripeteva sempre, quando le dicevo che era un dolore insopportabile, che era solo stress. E il mio dentista, che da anni sosteneva che fosse tutto tranquillo?

Uscii dall'ospedale: ero nera, ancora delusa dai medici.

Avevo il dente avvelenato, proprio in tutti i sensi.

Arrivò il giorno dell'operazione e, dulcis in fundo, ebbi anche problemi emorragici, forse a causa di tutti i medicinali che avevo assunto nei mesi precedenti. Pensavo anche a Yuri, il quale doveva iniziare i cicli chemioterapici dato che la biopsia aveva dato esito positivo.

Tornai a casa; avevo bisogno di sfogarmi; scrissi una bella mail all'Innominabile, il primario "galletto amburghese" del primo ricovero:

"Egregio dottore,

nel novembre 2010 sono stata ricoverata presso il suo reparto di neurologia per diplopia; lamentavo anche un forte dolore alla guancia destra. Dimessa con terapia VITAMINICA.

Dopo pochi mesi, mi hanno dovuto ricoverare in un altro ospedale per ptosi palpebrale completa in occhio destro, dimessa con diagnosi di miastenia oculare. Ulteriori accertamenti hanno evidenziato che ero affetta da: pertosse e un granuloma nella guancia destra con forte infezione, per cui il chirurgo ha dovuto asportarmi un dente e un pezzetto d'osso. Sbagliare è umano, purtroppo però nei venti giorni trascorsi nel vostro reparto sono avvenute cose che spero voi non ripetiate in futuro con altri pazienti:

nonostante avessi dichiarato più volte di essere allergica all'aspirina, un giorno stava per essermi somministrata;

le avevo detto di aver perso quattordici chili in due anni e proprio lei mi scherniva dandomi dell'anoressica;

la sua collega, quando la vista è tornata normale, si è arrabbiata e mi ha risposto che in realtà volevo solo fare qualche giorno di vacanza.

Ecco, le chiedo: secondo lei, con ancora quarantacinque giorni di ferie a disposizione, volevo proprio venire in ospedale, con un bagno esterno che doveva essere riservato solo alle pazienti e che invece era costantemente sporco, dato che ci venivano indirizzati tutti quanti chiedessero un w.c.? E per cosa? Farmi fare esami invasivi tutti i giorni? Per concludere, quando mi hanno dimessa, la sua collega mi ha chiesto se, durante i turni come soccorritrice, non avessi fatto qualche servizio su diplopici, che mi avesse scioccato o suggestionato.

PURTROPPO, DI SCIOCCANTE IN QUESTA STORIA C'E' LA MANCANZA DI UMANITA' E DI EDUCAZIONE RISCONTRATA.

Distinti saluti".



IL VECCHIO E IL LUPO



Nei giorni seguenti l'intervento, ero estremamente arrabbiata per tutto ciò che mi era capitato. Il trattamento che avevo subito dai medici durante il primo ricovero, la loro diffidenza, quando in realtà ero affetta da pertosse e dalla forte infezione nel viso, mi avevano demoralizzato parecchio.

Da una parte avevo forti sentimenti di vendetta, ad esempio procedere con una denuncia, dall'altra invece avevo voglia di lasciarmi il passato alle spalle, cercare di risollevarmi piano piano e ricominciare a vivere. Giorni dopo, dovetti recarmi nuovamente in ospedale per rimuovere i punti alla gengiva; ero molto combattuta ma, mentre mi stavo per sedere sul lettino, notai un quadretto appeso al muro, riportante questo aforisma:


"Un vecchio indiano si rivolse al nipote, e gli disse:

"Mi sento come se avessi due lupi che lottano nel mio cuore:

uno è irritato, violento e vendicativo,

mentre l'altro è pieno di amore e di compassione".

Il nipote chiese:

"Nonno, quali dei due vincerà?".

Il vecchio rispose:

"Quello che alimenterò!"".



LA RAGAZZA CHE VENDEVA ROSE



Poche settimane dopo l'estrazione del dente decisi di consultare un dentista abbastanza rinomato, al fine di chiedergli se ci potesse essere una correlazione tra l'infezione nella guancia e l'indebolimento muscolare dell'occhio.

Era la prima volta che mi rivolgevo a questo medico; presi appuntamento telefonico; il giorno prefissato mi recai in treno verso la città dove aveva l'ambulatorio, ma dato che arrivai mezz'ora prima dell'orario previsto, decisi di entrare in un bar che si trovava di fronte al suo studio.

Mi stavo dirigendo verso l'ingresso, quando una ragazzina con in braccio un bimbo di pochi mesi mi venne incontro chiedendomi se volessi comprare una rosa.

"E' il tuo fratellino?" le chiesi.

"No, è mio figlio; quando dico che ho un bambino le persone non mi credono; ho sedici anni".

"Sei giovanissima... vuoi che ti offra una spremuta d'arancia e una bella brioche?" le dissi sorridendo.

Alla ragazza si illuminarono gli occhi:

"Grazie, sei molto gentile".

Ci sedemmo ai tavolini esterni al bar, facemmo merenda, poi ci alzammo; la giovane mi ringraziò, riprese il suo mazzo di rose e si allontanò, io invece mi presentai davanti alla porta dello studio odontoiatrico e suonai il campanello.

Mi aprì una graziosa ragazza, capii che fosse indù dal tilaka (il brillantino in mezzo alla fronte), indossava inoltre un sari lilla e turchese; anche lei sembrava molto giovane.

"Lei è la signora?".

"Sono Lisa".

"La devo fare attendere cinque minuti".

Mi sedetti. La ragazza prese nuovamente posto alla sua scrivania e mi guardò sorridendo; io ricambiai il sorriso poi presi a parlare:

"Il suo sari è molto bello; io ho degli amici in India che seguono varie missioni nello stato di Andhra Pradesh; anche lei immagino sia di origini indiane".

"Infatti; mi chiamo Dhanam, che significa "dono di Dio"; sono pochi anni che mi trovo qui in Italia; il dentista, il signor Lorenzo, era venuto nella missione dove abitavo come medico volontario; non tutti da noi conoscono l'inglese, per cui io lo aiutavo con le persone che parlavano solo il telugu, la nostra lingua; abbiamo iniziato a lavorare insieme, ci trovavamo bene, cosicché quando stava per tornare in Italia mi ha chiesto se ero interessata a lavorare come segretaria per lui, giacché parlo bene anche l'italiano.

In quel momento il dentista si affacciò dal suo studio e mi fece entrare.

"Buongiorno, prego" mi disse, chiudendo poi la porta alle spalle.

Mi fece accomodare alla poltrona; lo osservai, sembrava avere pochi anni in più di me, e appariva molto gentile e cortese.

"La mia segretaria mi ha spiegato a grandi linee ciò che lei le ha riferito al contatto telefonico; mi spieghi bene tutto".

Presi a riferire tutte le mie vicissitudini, poi guardò i referti, mi visitò e mi chiese:

"Hanno fatto la biopsia quando le hanno tolto il dente?".

"No, nulla".

"Sarebbe stato meglio effettuarla, comunque io non credo ci sia una correlazione con la miastenia; al momento la gengiva sembra essersi rimarginata bene; mi spiace inoltre per ciò che mi ha raccontato, di come sia stata trattata nel primo ricovero.

Tra l'altro, mi sembra di aver capito che lei è anche una persona molto sensibile".

"E da quali elementi l'ha inteso?".

"Prima mi sono affacciato alla finestra e l'ho vista mentre offriva da bere e da mangiare alla ragazzina che ogni tanto viene in questo quartiere a vendere le rose".

"Sì, ha proprio ragione, mi ha colto nel segno".

"Dato che sei l'ultima paziente, se non hai fretta voglio raccontarti una storia molto bella; fa riflettere, è toccante e bellissima".

"L'ascolto con piacere".

Il dentista iniziò a narrare il suo racconto, che intitolò: "Voglia di ricominciare".



VOGLIA DI RICOMINCIARE



"Tutto ebbe inizio una ventina di anni fa. Un uomo, Giovanni, al tempo trentenne, era disperato perché aveva appena perso il lavoro. Era stato lasciato a casa all'improvviso, senza spiegazioni; provò a cercare altri impieghi, ma ad ogni tentativo si vedeva chiudere la porta in faccia:

"Le faremo sapere", gli dicevano, oppure: "Al momento non abbiamo bisogno di nuovo personale".

Era prossimo al matrimonio, ma la fidanzata, quando vide che l'impiego non arrivava, lo lasciò, con le solite motivazioni banali:

"Non sono sicura di essere davvero innamorata di te, forse siamo stati troppo precipitosi, ho bisogno di tempo per chiarirmi le idee".

Non si fece più vedere.

Giovanni ebbe un crollo psicologico; senza lavoro, abbandonato dalla sua ragazza, di cui era innamoratissimo, pensò che gli fosse rimasta solo una soluzione: tentò infatti di togliersi la vita.

In seguito a questo gesto venne ricoverato in psichiatria, dove lo imbottirono di psicofarmaci per una ventina di giorni, per poi essere rimandato a casa sua. L'attendeva solo la solitudine, dato che non aveva parenti.

Seduto sulla sedia, con i polsi fasciati per le ferite, fissava il pavimento; si ricordò di una bottiglia di grappa che aveva nel mobile in sala; solitamente ne aggiungeva una piccola quantità al caffè, ora invece la prese e ne bevve a dismisura.

Il giorno dopo uscì, si recò al supermercato e acquistò liquori in gran quantità; fece ritorno a casa, e nei giorni seguenti, affogò tutti i suoi dispiaceri nell'alcol.

Una vicina di casa, non vedendolo per una settimana, si preoccupò; anche se i loro rapporti erano sempre stati limitati al saluto di cortesia, decise di suonare il campanello per accertarsi che stesse bene.

Non avendo risposta, attese un paio di giorni poi chiamò i soccorsi; Giovanni era sul letto, in condizioni pietose e completamente ubriaco.

Venne trasportato in ambulanza, nuovamente in psichiatria.

Dopo alcune ore ebbe un colloquio con lo psicologo:

"Se vuoi passare tutta la vita in questo reparto, fa' pure;

ma io, se fossi in te, la smetterei di piangermi addosso e inizierei a reagire!".

"Facile parlare per lei! Avevo un buon lavoro e stavo per sposarmi! E ora cosa mi resta? Un pugno di mosche; non riesco a trovare un altro impiego e sono solo".

"Tu hai perso la tua autostima; devi tornare ad avere fiducia in te stesso, piangere e deprimersi non risolve i problemi. Ora vai in giardino a prendere una boccata di aria: ti farà bene!".

Giovanni scese nel parco; vide su una panchina una ragazza con una veste bianca, i capelli castani con riflessi dorati. Il vento le accarezzava i boccoli; le si avvicinò:

"Posso sedermi qui?".

"Certo, è libero. Sei un nuovo paziente?".

"A dire il vero è già il secondo ricovero, io sono in psichiatria. E tu?".

"Io sono stata operata di appendicite; dai tuoi polsi si direbbe che non hai passato dei bei momenti".

"Hai ragione, sono disperato; vorrei riconquistare la mia ragazza, ma non riesco a trovare un impiego e quindi avrei solo queste mani vuote da offrirle. Ci penso notte e giorno, non so come fare".

"Dovresti provare a non pensarci; continuando a focalizzare la mente su questi pensieri così tristi, non lasci spazio al cervello per elaborare qualcosa di positivo, di creativo; ti piace la musica?".

"Non molto".

"Io invece l'ascolto spesso; mi fa passare la malinconia".

"Bastasse un po' di musica per risolvere i miei problemi; forse non hai capito cosa ti ho detto; sono solo e senza lavoro, e sono stato abbandonato dalla persona che amavo. Pensi che quattro canzonette possano risolvere i miei guai? Se ora dovessero dimettermi non avrei nemmeno i soldi per comprarmi un panino, poiché gli ultimi che avevo li ho spesi in alcol, e temo che presto perderò la casa o la mia auto".

"Tu credi in Dio, Giovanni? Non ti sto chiedendo di quale religione sei, vorrei solo sapere se credi in qualcosa".

"Io credo a modo mio; non faccio del male a nessuno e questo mi basta!".

"Intanto ferisci te stesso e questo è grave; Giovanni, se vuoi ora ti posso indicare la strada per risollevarti. Per prima cosa, amati: non farti più del male.

Secondo consiglio: agisci, come se la preghiera non bastasse, e alla stessa maniera prega, come se l'azione non fosse sufficiente.

Datti tanto da fare per trovare lavoro, non arrenderti pensando che i tuoi tentativi siano tutti inutili.

Dai il meglio di te, in ogni cosa che fai; prova a non pensare al passato, a ciò che hai perso, ma al presente e al futuro, a ciò che vuoi costruire. Prova ad avere solo visualizzazioni positive, a pensare a quello che ti piacerebbe fare.

Potrai fare grandi cose ma, se un giorno arriverai al successo, non dimenticarti delle persone bisognose.

E ora, ti lascio il consiglio migliore; è un passo della Bibbia, lo trovi in Giobbe:

"Riconciliati con Dio e tornerai felice; accogli la legge dalla sua bocca e poni le sue parole nel tuo cuore.

Se ti rivolgerai a lui con umiltà, se allontanerai l'iniquità dalla tua tenda, se stimerai come polvere l'oro, allora sì che se lo supplicherai egli t'esaudirà; deciderai una cosa e ti riuscirà, e sul tuo cammino splenderà la luce".

In pratica, significa che se davvero vuoi risollevarti, devi farti umile, non devi trasgredire i comandamenti o avere vizi, o altri difetti; devi farti un esame di coscienza e capire quali sono i tuoi sbagli, e cosa puoi correggere.

Devi inoltre pensare di condividere sempre quello che hai, anche se poco, con gli altri".

La ragazza smise di parlare. Stettero in silenzio alcuni minuti.

Dopò un po' lei riprese il discorso:

"Ora devo andare; Giovanni, non continuare a disperarti ma pensa a come vorresti che fosse il tuo futuro".

Si salutarono; la ragazza si incamminò per il parco.

Lui fece ritorno in reparto, ed in poco tempo venne dimesso.

Pensò alle parole della giovane; era sempre stato un operaio, ma fin da piccolo aveva un sogno nel cassetto, fare il fotografo.

Vendette un vecchio orologio e con il ricavato acquistò una macchina fotografica usata; in seguito, trovò un lavoro come lavapiatti in un ristorante.

Fece lunghe passeggiate per rilassarsi, provando a dimenticare il passato e cercava di visualizzare un futuro di pace e serenità; di tanto in tanto scattava qualche foto.

Un giorno andò in un negozio; all'uscita trovò un bambino che chiedeva l'elemosina.

"Quanti anni hai?" chiese Giovanni.

"Dodici".

"Vai a scuola?".

"Studiavo, poi purtroppo mio padre ha perso il lavoro, per cui ora io e mia sorella siamo costretti a chiedere la carità".

"Io non ho molto da offrirti; anche io sono in situazioni disagiate; avevo comprato questi panini e della frutta, ma ve li cedo volentieri".

"Grazie, Dio la benedica".

Giovanni se ne andò; nelle settimane seguenti, pensò alle parole della ragazza; cercò di migliorare il carattere; era sempre stato un po' nervoso, scontroso; fece in modo di diventare più paziente.

Smise di fumare; un suo grosso difetto era la distrazione mentre guidava, per cui si sforzò di rimanere estremamente concentrato quando era al volante.

Al lavoro, nonostante quello di lavapiatti fosse un ruolo umile, era veloce e cercava di dare il meglio; venne promosso ad aiuto cuoco.

Iniziò a pregare, nel suo cuore, e a riappacificarsi con il Signore.

Ritrovò stima in se stesso, tanto che un giorno, inviò alcune foto di tramonti ad una rivista, che lo contattò per una offerta di collaborazione.

Nel frattempo andava spesso a trovare il ragazzino che gli aveva chiesto la carità, portando riso o pasta alla sua famiglia.

In poco tempo riuscì ad avviare un negozio di fotografia, e assunse il suo piccolo amico come aiutante, togliendolo così dalla strada e facendolo ricominciare a studiare.

Giovanni divenne un uomo dalle virtù straordinarie; buono, mite, generoso, umile.

La vita gli sorrise e divenne un fotografo famoso.

Ad una mostra conobbe una donna che gli restò a fianco per tutta la vita.

Il ragazzo crebbe e studiò con grande fervore; il giorno della laurea Giovanni fu invitato, lo guardava orgoglioso: vedeva nella sua mente quel piccolo ragazzo che ora era divenuto un uomo, mentre esponeva alla commissione la sua tesi.

Era felice.

Pensò alla ragazza con la camicetta bianca e, nel suo cuore, la ringraziò".


Il dentista terminò di raccontare; lo guardai commossa:

"E' stupenda, mi sto trattenendo dal piangere".

"Sono contento ti sia piaciuta; sono davvero poche le persone che ne sono a conoscenza".

Lorenzo si alzò, aprì la porta e chiamò la sua collaboratrice.

Ci avviammo tutti e tre nella sala d'attesa; alle pareti erano appese molte foto raffiguranti villaggi indiani, bambini e anziani delle popolazioni locali, e stupendi arcobaleni.

"Mi scusi se sono indiscreta, ma queste foto sono dei veri capolavori, di chi sono?".

"Sono mie" rispose il dentista.

"E dove ha imparato a fare foto così belle?" aggiunsi.

"Ho avuto un ottimo maestro, al quale sono infinitamente grato" rispose lui.



RICADUTA



I giorni passavano; ero profondamente indebolita per via dell'intervento al dente poiché per molti giorni avevo potuto mangiare solo cibi molto morbidi, come minestrine o passati di verdura. Un mattino mi recai a lavoro, quando, arrivata alla mia scrivania, vidi il calendario in doppio. Ormai da un paio di mesi la situazione era stabile, seppure non stessi prendendo più medicine. Scoppiai a piangere: chiamai subito il medico, che mi fece ricoverare; infatti, dato che ero molto debole, temeva il peggio, ad esempio un'altra crisi respiratoria.

"Non ci credo, sono di nuovo in un letto di ospedale" pensai.

Non capivo; negli ultimi tempi avevo fatto in modo di migliorarmi sempre più; cercavo di non perdere mai la pazienza, di rendere il mio linguaggio più delicato; se Alberto faceva capolino nella mia mente, lo allontanavo subito. Avevo ripreso a frequentare la Messa e tutte le sere, prima di addormentarmi, recitavo qualche preghiera.

Era notte; la mia compagna di stanza russava pesantemente; l'orologio a muro risuonava i suoi tic tac: "Odio il russare e ancora di più odio le sveglie che fanno tic tac" pensai.

Era la fine, sentii le lacrime scendermi a rivoli sulle guance.

Piangevo, quando mi venne in mente un quadro che avevo visto a una mostra d'arte, raffigurante la tempesta sull'oceano; Gesù diceva ai suoi: "Perché piangete, non riuscite proprio a fidarvi di me?".

Poi mi tornò in mente il racconto che mi era stato fatto dal dentista, di come Giovanni decise di non arrendersi cercando di restare aggrappato alla speranza, riuscendo così a risollevarsi.

Sorrisi e mi addormentai.



GIOVANNI PAOLO II



Il mattino dopo entrò don Giuseppe in stanza: "Di nuovo qui?".

"Purtroppo sì; Dio mi ha abbandonato".

Mi lasciò un'immaginetta di Giovanni Paolo II; sul retro, una preghiera:

"Signore, tu sei nostro Padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, noi siamo opera nelle tue mani.

Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato: si dimentica forse una donna del suo bambino?

Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse,

io invece non ti abbandonerò mai".

Giovanni Paolo II per me era stato un grande; la sera in cui spirò mi trovavo in servizio con i volontari intercomunali a una Via Crucis in un parco; il mio collega e io ci eravamo posizionati dietro un cespuglio nei pressi delle tre croci, mentre il resto del pubblico era ai piedi della collina. Il sacerdote stava leggendo una preghiera che il Papa aveva scritto riguardo alla crocifissione; era il momento infatti in cui avevano appena raddrizzato la croce e l'attore che rappresentava Gesù era legato ad essa.

In quell'attimo squillò il cellulare del sacerdote; tutti sapevamo che in quei giorni il santo Padre versava in condizioni critiche, pertanto ritenne opportuno rispondere; sentimmo sussurrare: "Capisco, la ringrazio", poi al microfono disse: "Ci ha lasciati".

L'attrice che recitava Maria si trovava ai piedi della croce; si accasciò e l'uomo che recitava la parte di Giovanni la dovette sostenere; anche il ragazzo che stava impersonando Gesù, scosse la testa e con profondo rammarico chinò il capo.



DEDIZIONE AL LAVORO



Una notte non riuscivo a prendere sonno; andai nel salottino e mi sedetti su una poltrona; passavo il tempo osservando i quadri alle pareti e alcuni libri appoggiati su delle mensole ma che, purtroppo, nella mia condizione non potevo leggere; mi limitavo a osservarne le copertine. Erano già le quattro, ma notai che nel reparto c'era un gran fermento; probabilmente era successo qualcosa di grave.

Mi resi conto ad esempio che un medico, il quale aveva preso servizio dalle otto del mattino precedente, non aveva ancora interrotto il lavoro ma, al contrario, passava ripetutamente dal suo studio alla sala di rianimazione.

Il suo ufficio era poco distante da me, per cui lo sentivo mentre, con grande grinta, richiedeva esiti di esami urgenti al laboratorio, oppure si confrontava telefonicamente con altri specialisti, riguardo a sintomi o eventuali somministrazioni di farmaci.

Decisi di andare a sdraiarmi e, mentre mi dirigevo verso la mia stanza, lo vidi confortare e rassicurare probabilmente dei parenti che attendevano con ansia in fondo al corridoio.

Il dottore mi aveva intravisto, cosicché nel tornare indietro si fermò sulla porta:

"Non stai bene?".

"No, io sto bene, la ringrazio, è solo che non ho sonno!".

"Caspita, io è da venti ore che sono in piedi, non vedo l'ora di andare a letto: è proprio vero, chi ha il pane non ha i denti e viceversa".

Il dottore si allontanò, io invece presi le cuffiette e ascoltai della musica; nel frattempo riflettevo riguardo a ciò che avevo appena visto; quel medico stava dimostrando una grande passione per il suo lavoro, al contrario dell'idea che gli eventi subiti mi avevano indotto ormai a credere.



IL SIGNOR PINO



Alcuni giorni dopo, io ero seduta a un tavolo della sala mensa, dove si apprestavano a servirci il pasto.

Vidi arrivare un ragazzo seduto su una carrozzina, spinta da un altro paziente, un anziano signore; presero posto di fianco a me; io non ci feci caso più di tanto, perché la mia attenzione era rivolta a ciò che avrei mangiato di lì a poco.

Dopo qualche decina di minuti, mi accorsi che il ragazzo era in difficoltà nell'aprire una confezione di mozzarella:

"Vuoi una mano?" gli chiesi.

"No, grazie, ce la devo fare da solo".

"Gli uomini" pensai io.... "sempre i soliti!".

Finii di mangiare e tornai nella mia camera.

Nei giorni seguenti, il ragazzo e il signore anziano che l'accompagnava in sala pranzo, si sedettero sempre al mio tavolo.

Era il paziente anziano, Pino, che amava conversare, raccontando i suoi trascorsi come operaio e le fatiche sostenute per acquisire certi diritti; con molto fervore e animazione ci narrava, per esempio, traguardi raggiunti in campo sindacale oppure nelle politiche locali o ancora nel tutelare il diritto allo studio, battendosi per l'apertura di nuove scuole professionali.

Un giorno si rivolse a me chiedendomi cosa ne pensassi della politica.

"Io non la seguo, preferisco mettermi in gioco praticando volontariato".

"Voi giovani, sapete solo brontolare, ma nessuno si mette in prima linea a volere cambiare le cose".

"Non sono concorde con lei, forse non ha visto le immagini dell'alluvione in Liguria e di quanti ragazzi sono accorsi, con la propria vanga e i propri stivali, a spalare fango; è questo che intendo quando dico che forse noi vogliamo cambiare il mondo coi fatti e non con le parole".

Replicò: "Non è giusto pensarla così, ci sono persone che credono davvero nella politica e lottano per conseguire certi ideali".

"Bene, io rispetto la sua opinione ma non la condivido, però anche lei deve fare altrettanto con la mia".



MATTEO



La sera seguente, arrivarono i miei compagni di tavolo. Il signor Pino si rivolse a me:

"Ho pensato a ciò che mi hai detto a pranzo e mi hai aperto la mente: io frequento solo persone della mia età, per cui non immaginavo cosa pensassero i giovani d'oggi; sono stato molto felice per questa condivisione; quanti anni hai, Lisa?".

"Trentatré"; vidi il ragazzo di fronte a me risorgere dal suo mondo parallelo, raddrizzarsi sulla sedia e fare un sorriso a settantadue denti;

"Perché ride?" pensai "Mi è scesa di nuovo la palpebra? Ho qualcosa fra i denti? O sono i miei capelli stile mocio?".

"Dimostri molti anni di meno... io ne ho quaranta; mi chiamo Matteo".

Finito il pranzo, ci salutammo e tornai nella mia stanza.

Dopo poche ore, mi trovavo di nuovo nel salottino, quando il ragazzo si avvicinò:

"Non ti ho ancora chiesto come mai sei qui" chiese.

"Ho la miastenia; in poche parole, al momento sono molto debole, senza energia. E tu?".

"Io ho avuto un attacco ischemico; sono stato in rianimazione tre giorni".

"Allora eri tu quello che aveva creato lo scompiglio qualche notte fa?".

"Suppongo proprio di sì”, rispose lui.

Nei giorni seguenti Matteo e io conversammo spesso, al fine di farci forza l'un con l'altro.

Venne il giorno in cui il signor Pino dovette essere dimesso; a tavola, ci disse:

"Questo ricovero per me è stato alleggerito dalla vostra presenza: siete stati due compagni di viaggio stupendi, mi avete fatto capire come ragionano i giovani".

Poi aggiunse:

"Lisa, ti faccio tanti auguri, mi hai detto di non essere fidanzata per cui il mio auspicio è che quando tornerai nella tua città tu possa trovare un brav'uomo; anche per te Matteo, la mia speranza è che tu possa trovare una brava donna che ti stia a fianco".

Matteo e io sorridemmo, non ci eravamo mai detti nulla, ma tutti e due eravamo consapevoli che forse era nato qualcosa, anche se l'ambiente e il malessere fisico in cui ci trovavamo non ci permetteva di parlare per poterci conoscere più a fondo.

Il mattino delle dimissioni, ci scambiammo i numeri di telefono; lui tornò a casa, mentre io aspettai i medici per ascoltare la diagnosi.

Il dottore mi disse: "Ti abbiamo tenuto sotto osservazione perché temevamo il peggio; probabilmente questi eventi miastenici sono dovute alle infezioni che ti sei portata addosso in questi anni, dalla pertosse al granuloma; ma, ora che è stato tutto debellato, io confido nel fatto che le cose migliorino spontaneamente, con il tempo; pensa positivo, è nata una cosa bella dalla malattia".

Alludeva a Matteo.

Aggiunse che si erano accorti di quanto mangiassi molto e troppo in fretta; mi spiegò che alcuni enzimi per la digestione si trovano solo in bocca, per cui la masticazione è un processo importante; inoltre, mi disse che bisognerebbe alzarsi da tavola con l'ottanta per cento del pieno, infatti, così facendo, si trae maggiore energia dal cibo.



TRAGUARDO



Matteo e io abitavamo a un'ora di distanza, per cui la debolezza di entrambi non ci permise di vederci per un mese; ci telefonavamo però tutte le sere e così iniziammo a conoscerci meglio.

Dopo un po' di tempo, i miei genitori si offrirono di accompagnarmi da lui, per poterlo salutare: fu una tale gioia rivederlo!

Io a guidare ero un disastro, mi intimorivano l'alta velocità in superstrada e i luoghi che non conoscevo, però feci in modo di prendere coraggio e, armata di satellitare (sia fatto beato chi l'ha inventato), lo andai a trovare.

Fu un traguardo, scesi dalla macchina super esaltata; Matteo pensò che tanta gioia fosse solo per lui, invece era dovuta al fatto che si trattava della prima volta in cui avevo guidato tanto lontano.

Ci abbracciammo, finalmente potevamo stare a tu per tu.



PERFECT DAY



Le volte seguenti ci trovammo in un piccolo paese in riva a un fiume; un giorno decidemmo di andare a camminare nel parco sottostante.

La passeggiata iniziava dal punto di attracco di un traghetto e proseguiva lungo il corso dell'acqua; mano nella mano, osservavamo i cigni che si scambiavano effusioni e gli anatroccoli che giocavano, o altri volatili indaffarati nel costruire il nido. Ascoltavamo le melodie dei merli, dei fringuelli e il sottofondo prodotto dai rami degli alberi che si sfregavano tra loro, producendo un particolare sibilo.

Era stupendo; all'improvviso, Matteo disse:

"Signorina, posso invitarla al prossimo ballo?".

"Certo, risposi".

Ci facemmo un inchino e iniziammo a ballare un lento.. la brezza ci accarezzava i capelli...

Era arrivato il nostro "Perfect day".



BAMBINI



Un giorno passeggiavamo nel parco, quando vedemmo dei genitori lanciare una pallina al loro bimbo, che la raccolse e con un sorriso da birbante ci guardò, poi riprese il suo gioco.

Matteo e io iniziammo a confrontarci; gli chiesi:

"Tu cosa ne pensi dei metodi educativi?" rispose.

"Secondo me è giusto imporre delle regole, senza dare tante spiegazioni; dire: questo si può fare, quest'altro no; penso che bisogna farsi vedere decisi e di polso, quando si dice loro -non si fa!-".

"Secondo me invece bisogna prenderli con dolcezza, con molta pazienza, e sempre con il sorriso spiegare loro quello che è sbagliato".

Dopo pochi giorni una nostra amica originaria del Marocco, Zakia, si trovava a letto malata; andammo a vedere se necessitava di aiuto, giacché aveva tre bambini in tenera età. Lei è musulmana ma, per me, non esistono differenze di religioni; se una persona è buona, lo è indipendentemente dal proprio credo, che sia indù, cristiano o musulmano.

Entrati nella sua casa, trovammo il più piccolo all'opera nel giardino, stava lanciando tutti i sassolini della fioriera dovunque; io, per far vedere a Matteo che la mia teoria era giusta, tutta solenne, mi avvicinai e, in tono molto fermo e serio, dissi al birbante:

"Non si fa!".

Muovevo anche l'indice della mano facendo gesto di no, per dare maggiore enfasi.

Il terribile mi guardò, gli si illuminarono gli occhi, già molto vivi, fece un sorriso di "gioia", prese ancora più sassolini e con grande godimento me li scagliò contro.

Io scappai a gambe levate... intervenne Matteo che si avvicinò al bimbo e gli disse con molta serenità e pazienza:

"Ascolta, quello che fai è pericoloso, perché potresti fare del male alle persone e a te stesso...".

Qualche sera dopo andammo a mangiare a casa di Zakia, che nel frattempo era guarita; ci preparò un bel piatto di cous cous con il pollo; mi insegnò qualche segreto, ad esempio mettere le foglie di timo nel sugo.. era tutto squisito. Purtroppo versava in condizioni economiche difficili, ma la stimavo per l'estrema dignità che dimostrava nonostante la sua situazione.

Al muro c'era un quadro con un testo scritto in arabo; le chiesi cosa significasse. "E' una nostra preghiera; dice che Dio aiuta chi ha fiducia in lui"; me la lesse, era davvero molto bella.

Avevamo portato un vassoio di pasticcini; il brigante ne prese due ricoperti di cioccolato: uno per mano, leccò la glassa di ciascuno, poi, con il solito sorrisino beffardo, li ripose nel cabaret.

Lo guardai sorridendo.



BONSAI



Nelle settimane seguenti, il rapporto con Matteo migliorava sempre più; la nostra salute faceva progressi, forse anche per il fatto che eravamo l'uno l'auto-motivazione dell'altro. Io ebbi ancora qualche episodio di estrema debolezza, ma me la cavavo con qualche giorno di riposo, sdraiata a letto. Matteo invece aveva ripreso a camminare e migliorò estremamente anche l'uso della parola. Io dovetti dimettermi dai servizi di volontariato, perché richiedevano un forte dispendio di forze ed energie.

Ero un po' rattristata per questo motivo, cosicché un giorno Matteo mi regalò un piccolo bonsai, per farmi sorridere, a cui avrei potuto destinare le mie attenzioni, e così feci.

Il mio segreto per mantenere vivo un bonsai è:


amore, allegria,

sforzarsi di sorridergli anche quando si è tristi,

tenerezza.



VISITA A RAFFAELE



Un giorno andammo al cimitero a trovare Raffaele... volevo presentargli il ragazzo che finalmente era riuscito a domare il mio caratterino ribelle.

Posai davanti alla sua lapide un delfino intarsiato nel legno: un animale che simboleggia la gioia, l'allegria, la giocosità e la spensieratezza, caratteristiche anche di Raffaele.

Lessi nuovamente la famosa preghiera apposta di fianco alla sua foto:


"Sono passato dall'altra parte:

è come se fossi nascosto nella stanza accanto.

Io sono sempre io e voi siete sempre voi.

Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.

Chiamatemi con il nome che mi avete sempre dato;

parlatemi come avete sempre fatto.

Non usate toni diversi, solenni o tristi.

Sorridete,

pensate a me,

pregate per me.

Il filo non si è spezzato.

Dovrei forse vivere fuori dai vostri pensieri, solo perché non mi vedete più?

Non sono lontano, sono solo arrivato dall'altra parte della strada.

In quel luogo ritroverai il mio cuore e la mia tenerezza.

Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:

il tuo sorriso è la mia pace".



Mentre leggevo queste righe, mi vennero in mente tutti i flash dei momenti divertenti passati con Raffaele, quando eravamo di turno come volontari intercomunali oppure quando uscivamo in borghese.

Ricordai una nostra partita a biliardo: inizialmente non capivo perché avesse sempre il sorriso sotto i baffi, poi mi resi conto della maglietta scollata che indossavo, per cui iniziai a rincorrerlo intorno al tavolo, brandendo ferocemente la stecca.

In occasione della festa della Giubiana, dovemmo fare un controllo di sicurezza in diversi oratori; in ognuno di questi gli organizzatori volevano offrirci un piatto di risotto, come da tradizione, offendendosi se li rifiutavamo.

I primi li gradimmo volentieri, i secondi li mangiammo per cortesia, ai terzi e ai quarti ci ritrovammo stesi sui sedili della macchina di servizio con tutti i piatti sul cruscotto, incapaci di muoverci ancora.

E per finire, l'episodio più divertente: dovevamo andare a rimuovere un nido di vespe in un parco, intervento che deve essere effettuato la sera tardi, quando questi insetti sono tutti a nanna. Indossammo le tute idonee a questa operazione, simili a quelle degli astronauti; entrammo alle ventitré e uscimmo a mezzanotte; in questo frangente una coppietta di fidanzatini si era appartata in auto proprio davanti al cancello del parco. Quando ci videro uscire così vestiti e con il casco in testa, scapparono a piedi dalla macchina, urlando. Raffaele e io ci guardammo sorpresi.

Quante volte mi ero allontanata da quella lapide piena di rabbia verso Dio; lo colpevolizzavo di aver tolto Raffaele troppo presto all'affetto dei suoi cari e dei suoi amici, e bastava guardarsi attorno per capire di quanta infelicità e sofferenza siamo circondati. Mi ero fatta quasi tre mesi di ospedale in un anno, subìto esami invasivi, perso un caro amico mentre un altro stava lottando contro il "male del secolo".

Però poi guardai Matteo, che mi prese per mano e ci avviammo verso l'uscita.

Pensai ai tanti progressi che avevamo fatto nel tentativo di superare le reciproche malattie; pensai alle nostre famiglie e a tutto ciò che avevamo. Mi resi conto pertanto che dalla vita ero già stata colmata di innumerevoli doni, più di quante recriminazioni avessi da fare a chi ritenevo responsabile delle mie fortune o delle mie disavventure.

Capii infine che sbagliavo ad attribuire tutti i mali e i dispiaceri miei e del mondo a Dio: lui ci ha donato il libero arbitrio, non interferisce con la nostra vita, con le nostre scelte, che possono condurci ad esiti positivi o negativi.

Lui ci aspetta, nel suo Regno, dove tutta la sofferenza passata nella vita verrà presto dimenticata, come una madre dimentica in pochi istanti il dolore del parto, nel momento in cui le portano il piccolo nascituro e lei lo stringe tra le sue braccia.

Nel suo Regno verremo accolti da chi ci ha amato e atteso, e attenderemo chi ci ama.

Nel suo Regno ci ritroveremo avvolti dalla gioia, dall'amore, da sensazioni di pace e di tranquillità: tutto è destinato a scomparire, ma non il nostro spirito, la nostra anima.

Matteo e io ci allontanammo; aveva da poco terminato di piovere, scorgemmo che nel cielo era comparso uno splendido arcobaleno.



Caro lettore/lettrice, consiglio di leggere la bibliografia per intero: ho inserito infatti un’altra bellissima poesia, scritta dal gesuita Giacomo Perico.



BIBLIOGRAFIA



Il diavolo veste Prada (The Devil Wears Prada) è un film del 2006.


La poesia "Valore di un sorriso" è stata scritta da padre Faber.


Fantasia è un film d'animazione musicale della Disney .


Albachiara, è una celebre canzone di Vasco Rossi incisa nel 1979.


L'aneddoto di Padre Pio, raccontato da Carlo Campanini, riguardante l'autosuggestione, e quello del giardino fiorito, sono stati tratti da "Il libro delle novene", editrice Ancilla, ottava edizione ottobre 2011.


La storia delle tre candele, raccontata dal personaggio di don Giuseppe, è stata tratta dall'originale di Paulo Cohelo, intitolata "Le quattro candele".


La poesia "Orme sulla sabbia", inizialmente era stata attribuita ad un anonimo brasiliano, ma in realtà è opera della scrittrice canadese Margaret Fishback Powers.


La preghiera dietro all'immagine di Giovanni Paolo II è tratta dal libro di Isaia (Is 49, 14-15).


Lo studio del dr. Domenico Fiore individua come agente eziopatologico di malattie come SCLEROSI MULTIPLA, SLA, PARKINSON, FIBROMIALGIA, MIASTENIA GRAVIS, SINDROME DA AFFATICAMENTO CRONICO, il batterio BORDETELLA PERTUSSIS e le sue tossine. (A.I.BOR. Associazione Italiana "Bordetella pertussis" ONLUS).


Il racconto "Voglia di ricominciare" è stato pubblicato dal settimanale CONFIDENZE (MONDADORI) n. 26, con il titolo originario: "La volontà paga", storia di Silvia Consonni.


La preghiera: "La morte non è niente" fa parte di un sermone pronunciato dopo la morte del re Edoardo VII (1910), da Henry Scott Holland. Si può riscontrare un'affinità tra questa orazione con i pensieri di Sant'Agostino e con quelli del gesuita Giacomo Perico, che scrisse "Se mi ami, non piangere".



Se mi ami non piangere!
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.
Qui si è ormai assorbiti dall'incanto di Dio,
dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli
al confronto. Mi è rimasto l'affetto per te:
una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Sono felice di averti incontrato nel tempo,
anche se tutto era allora così fugace e limitato.
Ora l'amore che mi stringe profondamente a te,
è gioia pura e senza tramonto.
Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi,
tu pensami così!
Nelle tue battaglie,
nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine,
pensa a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell'amore e della felicità.






Cari lettori, care lettrici, se avete apprezzato questo libro, in Intertwine è disponibile per la lettura gratuita anche il mio secondo romanzo: Leo, un Angelo per amico.




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