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Una storia di OrnellaStocco

Vittima e carnefice

Abbiamo visto il ciliegio fiorire cinquanta volte

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3 minuti

Pubblicato il 31 gennaio 2021 in Spiritualità

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L'ho conosciuta tempo fa. Un tempo in cui la percezione del bene e del male non si era ancora paventata. Ci vogliono anni per capire.

M'inteneriva quel suo modo di guardare. Aveva uno sguardo languido ma al contempo profondo. Infantile ma intelligente. Cercai di diventare sua alleata. M'impegnai a fondo. Tenevo alla sua amicizia poiché avevo capito che mi sarebbe stata preziosa nel tempo; in quell'avvenire che mi veniva incontro con l'aria incerta di chi sa che non tutto sarebbe andato sempre bene.

Io però non lo sapevo.

Le speranze di una ragazza non contemplano le delusioni.

Avevo bisogno di una compagna di vita che fosse al mio fianco per sostenermi nei momenti peggiori. Che mi facesse capire quando sbagliavo. Che mi fosse amica sempre.

E per sempre.

Che non mi tradisse.

Che amasse anche i miei difetti e si compiacesse dei miei pregi.

Che condividesse con me le gioie che mi attendevano. E lenisse i dolori che non mi aspettavo.

La osservavo cercando nei suoi atteggiamenti una conferma.

Mi sembrava sincera e iniziai a fidarmi di lei.

Le confidavo ogni mio sogno, ogni mia perplessità. Andavo a cercarla nel chetar della notte per ringraziarla della sua presenza, così preziosa e costante.

La capivo quando non mi dava retta. A volte, lo ammetto, sono estremista negli affetti.

O amo o odio.

Ma da lei pretendevo solo amore e comprensione, in cambio aveva la mia indissolubile stima.

La ammiravo e lei lo sapeva. Non riuscivo a detestarla, nemmeno nei momenti peggiori.

Senza che me ne accorgessi, serpeggiando tra le mie aspettative, approfittando della mia fiducia, iniziò il suo cambiamento. La vedevo giorno dopo giorno, dopo anno, cambiare pelle come un serpente. Velenoso. Ero sul punto di cacciarla, ma mi mancava il coraggio. Oramai faceva parte della mia vita, mi aveva conquistata con la sua grazia e la sua intelligenza. Io, sopraffatta dalle mie paure, non riuscivo a stare senza di lei.

A dirle addio.

Con gli anni, il nostro legame, contrastato e vulnerabile, nella sua intricata involuzione, era divenuto inscindibile.

Un'unica persona.

Assieme abbiamo visto fiorire il ciliegio cinquanta volte. Ma di me nulla le andava più bene. Criticava ogni mia azione. Giudicava ogni mia decisione, soppesava ogni fallimento. Stavo male.

Un dolore che non era fisico, ma lacerava ogni singolo organo. Un malessere subdolo che non sai come combattere. E come uscirne.

Mi sono sentita smarrita e sola. Avevo perduto fiducia in me stessa. Un tormento che scuriva l'anima, opprimeva i pensieri.

Un lungo tunnel buio dove non intravedevo la luce.

Il futuro mi appariva come un qualche cosa di orribile, un mostro che mi avrebbe sbranata.

La vita a quel punto non aveva più senso.

Sentivo la sua voce che arrivava come un sibilo ossessionandomi con continui rimproveri: non vali niente, sei una fallita, hai fatto solo errori. Mi fai schifo.

Perché continui ancora a vivere?

Sei vittima e carnefice.

Camminavo senza sapere dove i miei passi mi avrebbero condotta. Un soffice tappeto rosa attutiva rumori. Spalmava pensieri.

Mi sono trovata sotto un albero di ciliegio. I suoi rami, fittamente ricoperti da minuscoli fiori, erano curvi sul mio corpo accovacciato. Come a ripararmi. La maestosità della cupola bianca divideva la terra dal cielo. Io, fragile come i petali sospesi nell'aria, cercavo risposte.

Ho compreso.

Posso rialzarmi e tornare sui miei passi.


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