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Una storia di DomenicoDeFerraro

ASPETTANDO CANTO LA PIA MORTE

Canto Me Stesso Verso La Morte

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10 minuti

Pubblicato il 02 aprile 2020 in Storie d’amore

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ASPETTANDO CANTO LA PIA MORTE




Passo il mio tempo , tra le mie poesie , m’immergo nei mie canti , passo, mi nascondo verso qualcosa d’indefinito che mi porterà oltre queste convenzioni in altre canzoni, allegre , saltellanti la nella grande piazza ove ci portano i tanti ammalati . Là ci sono madri che piangono i loro figli , piangono il loro amore perduto , nel tempo trascorso . Ho passato tanto tempo a capire come vanno le cose , oggi sono arrivato , oltre questo mio dire , nella convinzioni che potrò un giorno saper volare. Costruirò una torre alta , da dove spiccare il mio volo , costruirò un razzo , con cui andare con tanta gente , verso altri pianeti , tutti insieme felicemente verso una nuova terra. All’interno del razzo, seduti ci sarà il signore che la sa lunga , parla sempre della moglie , di quando andò quella volta in bagno e trovò un rospo sulla tazza del water . Intanto ci sono diversi modi di dire che vado sviluppando nella mia metrica , alcuni metri sono sconosciuti , perfino a me stesso, ma di ogni dire prediligo un dialogo costante con la bellezza. Il quale mi porterà oltre questa vanita , mi aiuterà a costruire una casa tutta mia lassù sul monte della misericordia , ove potrò ammirare il mondo intero. Li sarò il signore che la sa lunga con una barba da profeta spiegherò cosa significa acchiappare mosche e scarafaggi e faremo , tutti un lungo viaggio nella fantasia.


Io nacqui in un giorno di marzo , forse ero già pazzo a quel tempo, forse, lo sarei diventato , era scritto tra le stelle , nei tuoi occhi azzurri , tra le pieghe del destino che giace per terra a pezzi . E mia madre mi allattò con latte di lupa, mi accarezzava con le sue lunghe ciglia , mi portò a passeggio in un colorato carrozzino , oltre questo mondo, dove adesso son qui ancora a cantare una canzone tanto triste che non so neppure io quando finirà. Forse quando tutto il resto si congiungerà a questa morte corporale . Io ora studio il sapere altrui , faccio finta di non aver capito e m’industrio , mi studio il piano sanitario, una via di salvezza. Questa mia stupida canzone , figlia della mia sofferenza , figlia della mia tristezza , si bea nell’amore altrui nel vento vola , raminga in cerca di qualcuno , con cui parlare. Ed in un attimo , vedo una donna sull’onda del mare, andare verso un isola, su di una zattera , attraversare il mare dell’indifferenza, cosi figli e signori , tutti insieme sulla stessa barca arriveremo oltre quello che non abbiamo compreso.


Nei prati della mia infanzia , corro felice verso quello ho sempre desiderato , poi giro l’angolo e son certo che c’è la farò ad afferrare il giusto senso delle mie parole. Un salto all’indietro sarò un buffo saltimbanco , il signore si bea della conoscenza , cerca tra le parole la legge ci ha condotti ad essere una legenda. E sembra incredibile come l’ordine delle cose , proseguire nel suo ritmo , dentro l’anima mia ed in altre congiunture , io sono il signore che inforca gli occhiali e spera di vedere il cielo di nuovo azzurro. In questo mio dire , l’ amore sanguina come il costato di cristo tra il cielo e la terra , immobile su di una croce lignea . Ed io sotto , quei cieli azzurri , rincorro aquiloni di carta colorata , li rincorro fino in fondo al mio sogno , li cerco di afferrare , mi trascino sotto il monte e mi disseto di tante idiozie , di tanti amori a meta prezzo. E sono li in piedi come un soldato, pronto a scendere in guerra, poi mi faccio uno spinello e getto il cerino dentro la paglia che brucia il mio sogno, la mia barba, il mio timore d’essere morto . Ma tutto ciò non ha importanza , poiché credo di aver appresso abbastanza e quindi corro sulla spiaggia libero con tutti i mio coraggio , con la ragione che si solleva con il mio spirito , ruggente come se fosse un leone in mutande farò finta di radermi , di ridere appresso a quella bella fanciulla sotto l’ombrellone. Come infame capire il male che t’assale . Tutto trascende, il vero concetto la posizione eretta, la posizione soggettiva , l’oggetto della mia ricerca.


L’adolescenza mi strappò dall’ignoranza ed io danzai con alcuni ragazzi , sotto le stelle della casta Sicilia , sotto le stelle dell’africa , sotto un cielo peloso che mi sembrava un enorme vulva . Ed ero piccolo incompreso con tante domande in seno che mi rincorrevano nell’essere mio dialettico . Una forma dialogante con la morte che tardava a venire, cosi io continuai a giocare con la bellezza e l’amore , ed ero cosi giovane . Sapevo cavalcare , andare là dove tramonta il sole e mi portavo appresso un amore da quattro soldi , ero felice di essere me stesso, figlio della mia incoscienza , ero cosi bello , mi adulavo poi compresi in segreto il senso delle cose come vanno intese e l’amore divenne una cotoletta ben cotta, un fetta di pane mangiata in silenzio. Ero felice di stare tra le mie rime , come se fossi un matto io cantavo la mia vita.


Tra i mie libri ero bello stare , solo con tutte le mie domande , con quelle mie stupide poesie , che scrivevo e nessun leggeva. Nessuno , sapeva chi fosse , da dove venisse , chi mi segui andò oltre questa mia canzone , in questo scrivere , lo trascinai verso un nudo destino tra le righe grigie di un esistenza figlia delle mie esperienze. Ed era bello non capire nulla , tanto bello che mi chiamarono poeta poi m’invitarono ad una conferenza .Io ero convinto di sapere bene l’ arte in genere , di conoscere l’amore e l’argomento il quale mi sfuggì di mano . Lo cercai tra le tasche degli invitati , lo cercai sotto il tavolo , ma non trovai nulla di buono , solo quel disgraziato del mio compagno di banco , che guardava in mezzo alle gambe della segretaria la sua folta pelliccia . Un felicita io sognai, volevo , ma ero piccolo , tanto piccolo fini d’ aver vergogna , di parlare di me alle farfalle.


Giorni e giorni passai tra quei tavolini con i miei amici ed un canto lento , s’udiva all’orizzonte come fosse il canto di un muezzin , come fosse un arancia rossa spremuta in fretta , dalla quale scorreva tanto succo. Il succo della conoscenza di questo mondo infermo , dolente in questi giorni oscuri e con una candela accesa io seguii il corteo delle anime migrante. Li segui passo dopo passo e non m’arresi ne piansi , ne provai andare oltre quell’ amara conclusione che anima il mio credo . Tutto fu alla fine , come io lo avevo sempre immaginato, un giorno qualsiasi, passato fuori al bar con gli amici , tra quei solitari tavolini a discutere cosa è la vita , cosa è il sesso , ma poi mi vergognavo e cercavo di cancellare il senso delle mie frasi scurrili , mentre bevo il succo d’arancio che mi porta il cameriere.


Ma se i sensi comandano , le nostre passioni , tutto scorre con la forza della natura , nelle note di un canto doloroso , spoglio , fatto a regola d’arte , fatto ad immagine di me stesso o come io l’intendo . Cosi cerco d’ assecondare le mie passioni ed il senso di cosa sarei potuto essere . Cosi sposai la prima donna , che mi capitò di andarci a letto, la sposai in un giorno di pioggia , era maggio ed il coraggio non mi mancò , non mi mancò la speranza e le mie canzoni mi seguirono fin dentro la piccola chiesa e per altri intendimenti in gioie e mistiche rappresentazioni io volsi lo sguardo oltre quello che sarei diventato. E non m’importava più di divenire un servo dello stato o un cane , uno struzzo , un albicocca dentro un bicchiere . Ero cosi felice in quel giorno del mio matrimonio e la mia sposa si chiamava Giovanna o forse si chiamava Elisa , Maria ed altri mille nomi di cui m’innamorai in quel profumo di amori gialli limoni , rossi come il sangue dei santi, ero felice di essere un uomo , ero innamorato ed il senso della vita scorreva in me.


Poi lei mi costrinse ad aprire gli occhi sulla realtà e nella storia vidi le morti stagioni , il cadere di una farfalla tra i prati verdi della mia infanzia , vidi un pappagallo parlare di politica il quale sapeva bene quando era giorno ed era notte , ed io m’impressionai assai , ma poi decisi, era meglio non giudicare , cosi andai al bar a bere con gli amici i quali volevano sapere che fine avevo fatto e di come si prendono le lucciole tra i cespugli .


Sei ritornato sui i tuoi passi

Sono la bocca della verità

Non ti vedo da un secolo

Sono stato in Guatemala

Io ho fatto su e giù per la stanza

Veramente ? come ci si sente ad essere vivisezionati

Molto infastiditi

Non mi sembra una buona cosa

Certamente l’altra faccia della terra e meno triste di qui

Forse siamo cambiati

Hai ragione, ho saltato tanti ostacoli di corsa

Chi l’avrebbe detto che tutto ciò sarebbe potuto accadere

Mi sento un arancia spremuta

Io sento di non capire

Io invece mi sento intrappola

Sono le molte volte che abbiamo rincorso la speranza

Non fermarti

Io corro

Non ho più fiato

E come essere sulla luna

Lo so , ma tutto ciò prima o poi finirà

Domani potremo essere in quell’ospedale

Sotto una croce

Non ci posso credere

Non piangere

Io bevo

Io ti seguo

Chi siete ?

Siamo fantasmi

Carmelina chiama la polizia

Chi sono ?

Sono arrivati gli spettri

Quali spettri , quelli sono i figli di Carmelina

Perché non l’ avete detto prima

Io sono sordo

Io cieco

Abbiamo fatto tanta strada

Mi possono cecare , questi li conosco da piccoli

Io andavo con la madre a cogliere le ciliegie

Noi siamo addolorati

Non mi dite

Non vogliamo friggere nell’olio bollente

Non siete ciambelle

Siamo stanchi

Anche noi , non credere

Io mi sono sentito salvo solo tra le braccia del signore

Io ero all’apice della gloria

Come è dolce vivere

Seguite l’amore delle parole ?

Certo

Una catastrofe immane c’attende

Ci cadrà il cielo addosso

Fermi non aprite quella porta.


Il mio primo figlio arrivò con la mite aria di primavera , allo sbocciare dei fiori di pesco , sotto i mandorli in fiori il mio sguardo si perse tra le nuvole. E guardare quel piccolo batufolo roseo nella sua culla di legno mi portò sopra le nuvole , dentro un sogno e nel vento della mia vita , mi senti padre poi figlio , vecchio di qualche anno è più . Dato non sapevo come chiamarlo e cosa sarebbe accaduto andando avanti, lo chiamai come mio padre morto anni addietro. Lui piangeva, ogni sera ed ogni sera io uscivo fuori a parlare con la morte. Cosi dopo il primo , venne il secondo ed un terzo figlio arrivò con l’intenzione di vendere le mie canzoni al miglior offerente.

Mi ritrovai vecchio , con tanti acciacchi , con pochi peli sulla lingua con quella voglia di viaggiare ancora , di andare per il mondo come un tempo addietro , quando il mondo non mi conosceva .Come quando le ciminiere delle fabbriche fumanti producevano oggetti ed altre ideologia all’interno ed il sindacato, muoveva le acque dove facevano il bagno gli operai .


Sono andato in pensione circa dieci anni fa, ammetto mi sento vecchio ,sento d’essere finalmente ad un passo dal capire me stesso dall’essere me stesso. Ho perso mia moglie , ed i miei figli sono andati via , oggi io seggo fiori l’uscio di casa mia ed aspetto venga la morte a prendermi . Venga a parlare con me come un tempo a dirmi del soffrire d’amore ed altre pene . Ed io forse ho perso la diritta via ed adesso anche se sono vecchio , cerco di comprendere quella vita trascorsa insieme. Oggi sono qui , con questo canto che improvviso nella mia piccola stanza , sopra il monte, sopra una nuvola in questa incomprensione . Racconto la mia storia , lungo la strada che mi conduce verso quel piccolo pozzo, dove ho deciso di gettarmi. Il pozzo dei mie desideri , ove sono nate tutte le mie canzoni , dove ho incontrato la prima volta , la morte , dove mia moglie mi ha tradito . Ma l’abitudine di tutta una vita, il timore di non farcela , ha fermato il mio intento ed il mio passo è indietreggiato , sono ritornato sui mie passi , verso una selva oscura , mi sono inoltrato in compagnia di me stesso , delle mie canzoni , figlie delle mia ambizioni giovanili. La morte cosi mi ha preso per mano , l’oblio mi ha coperto di luce infinita ed io sono rinato nel canto degli ultimi , di coloro che non ci sono più, nel canto degli ammalati , dell’infermiere , del cappellano . Cosi ho incominciato a vivere di nuovo e a credere di potercela fare ancora, proprio andando incontro alla morte.


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