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Una storia di Milcham

Vertigini

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8 minuti

Pubblicato il 28 luglio 2020 in Altro

Tags: #Vertigine #vuoto #panico #paura

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Non so se qualcuno di voi ha mai provato la sensazione di vertigine interna. Quel brivido che precede una crisi ansiosa, quel restringimento, quella compressione interna che piano piano inizia ad affacciarsi sempre più subdolo, sempre più stronzo. Passeggiavo, con il mio cane, così come succede milioni di volte. Lentamente mi accorgo che respiro un po’ a fatica. Si è estate, l’afa, ci può stare, ma non era quel tipo di respiro. Era una mancanza d’aria. Stavo entrando in una strettoia, una strettoia dell’anima. Di solito, quando questo accade inizio a preoccuparmi. Di solito la mia ansia mi fa paura perché mi fa sentire fragile, difettosa, non sana. Ed ho sempre il terrore che sia il mio marchio a fuoco per il resto della vita, il sigillo che dice SEI DIFETTOSA, GUARDATI, NON TI VORRÀ MAI NESSUNO. La sensazione è di scivolamento, come quando ci si arrampica su uno specchio ma si scivola, cazzo non ci si riesce ad arrampicarsi. La superficie è scivolosa. La sensazione è di cadere in una assenza irreparabile. Una caduta di tutti gli appigli ma sopratutto una scomparsa di tutti gli oggetti d’amore. Non c’è più nessuno ragazza. Sei sola, ed è solo colpa tua. Perchè tu non funzioni. In quei momenti inizio a sentirmi lentamente imprigionata, le pareti della mia interiorità si fanno sempre più strette, le porte svaniscono, non le vedo più, non c’è una porta per me. Mi sembrava ci fosse in realtà non è così. Non ci sono porte, non ci sono finestre, tutto inizia a farsi angusto e stretto, comincio a non respirare, non riesco a respirare.... in quei momenti cerco una via di fuga. Cerco ossigeno, aria. Se sono in casa mi dirigo verso una finestra, la apro e riesco ad ascoltare solo il mio respiro affannoso misto ad un NON RESPIRO. Dopo poco inizio a piangere. Piango per la mia miseria. Piango perché mi rendo conto che certe cose non cambiano mai, ed io vorrei cambiarle invece. Non vorrei essere questa, ed invece sono questa. Il secondo passo è cercare qualcuno che mi rassicuri sul fatto che non faccio così schifo, che non è vero che non son degna d’amore, che in fondo qualcuno che mi ama davvero per quello che sono ci sta, che magari è lui. Ho bisogno di un contatto. Quando ho iniziato a soffrire di attacchi di panico a 21 anni non riuscivo a sostare un attimo nel mio vuoto. Una volta sono andata a letto con un ragazzo più grande di me di 10 anni, solo perché gli piacevo. Per me andava bene, perchè mi sentivo così sola e schifosa, che un rapporto sessuale in cambio di una pelle che tiene il mio dolore era solo il male minore per me. Non mi faceva schifo il modo in cui usavo il mio corpo per il piacere dell’altro. Se quello poteva essere un modo per sentire di valere qualcosa, per me andava bene. Tanto non sentivo niente. Ho smesso di sentire gran parte delle mie emozioni dopo il mio primo rapporto sessuale. Dovevo compiere ancora 21 anni ed è stata la prima volta con il ragazzo con cui stavo da sempre. Non è stata una bella cosa. È stata la cosa più triste che una ragazza possa provare. Guardandomi dall’esterno, nessuno penserebbe mai che quella ragazza lì, si proprio quella, ha provato certi dolori. Quel giorno, in quella data ora, in quel determinato letto di un appartamento universitario, ho smesso di sentire il mio corpo e le mie emozioni. Non provavo nulla. Ricordo solo il colore del muro, l’immagine di una madonna appiccicata sopra e il mio senso di colpa per non essere stata in grado di evitare tutto quello. Ma soprattutto il fatto che in fondo me lo stavo meritando. Era la persona che amavo. Era la persona che mi aveva giurato che non mi avrebbe mai fatto del male. Sono cresciuta con lui, mi fidavo ciecamente di lui. Ma quel giorno io non c’ero. Non ero nel suo mondo. C’era solo il mio corpo, il suo, il calore, le lacrime, il mio ti prego spostati che diventa un basta, che diventa un suo shhhh e finisce con il mio silenzio. In lacrime. Al shh ho smesso di sentire le mie emozioni. Non c’era nulla. Un attimo prima mi sono solo detta ma chi è questo, ma chi è la persona con cui sto, chi è..lui chi è. Più o meno contemporaneamente capisci che il confronto non regge e semplicemente ti lasci andare. Scivoli via in una sensazione di silenzio in cui ci sei ma emotivamente non ci sei affatto. È come staccare tutte le spine. Togli la corrente a tutto...ed aspetti. Quando la cosa fini, ricordo di essere andata semplicemente in bagno a lavarmi, lavarmi molte volte. Il rumore dell’acqua corrente lasciata aperta al massimo per cercare di coprire i miei singhiozzi, il sapone, il bruciore, il chiedersi se sul letto c’era del sangue così come si dice essere perdere la verginità. Ma soprattutto l’assenza. Un bruciante ghiaccio emotivo. Non c’era nessuno. Nessuno poteva capire..il senso di tradimento e poi di assenza fatto dalla persona che ami. La mancanza di empatia, calore, amore. Sentivo di essere stata derubata di qualcosa di essenziale, che semplicemente ora non c’era più. Volevo lavarmi via quelle sensazioni, volevo ritornare indietro, volevo riavvolgere il tempo, volevo salvarmi da quello che mi era accaduto. Ma non si può. Fondamentalmente il peggio è arrivato dopo. Lo strappo più grande è arrivato dopo. Quando racconti questo alla persona che in teoria dovrebbe capirti più di chiunque altro. Tua madre. È stato uno strappo bello forte quello. Mi son state dette frasi come beh se veramente non volevi gli davi un calcio nelle palle, evidentemente volevi anche tu. Quel giorno, in quella data ora, ho realizzato di non avere mai avuto una madre. La totale assenza di empatia, la totale assenza di umanità che mia madre è in grado di buttarti addosso è come una bruciatura da ghiaccio. Troppo freddo per troppo tempo finisce per anestetizzare la parte, quella parte muore. Quel giorno una piccola parte di me è morta. Quella di credere di essere capita. Umanamente non cognitivamente. Fondamentalmente lei lo giustificava e l atto di lasciare quel ragazzo di buona famiglia per lei era assolutamente impensabile. Anzi, ora cosa ne sarà di te mi diceva..non riuscivo a credere che anche questa volta io non ero vista. Non mi vedeva nessuno. Io non c’ero. A partire da quel periodo ho iniziato a soffrire di attacchi di panico, ed ho iniziato a cercare contenimenti. Ragazzi, corpi, abbracci. Ad oggi me ne pento davvero molto. Sono stata manipolativa, fredda, ma soprattutto assente. Quando avevo rapporti cercavo di concentrarmi sulle sensazioni del mio corpo, ma non sentivo un cazzo, o sentivo a tratti, e quando il mio senso di colpa si affacciava e mi diceva ma che cazzo stai facendo, ti stai facendo scopare, sei proprio spazzatura, guardavo l armadio, il muro, la faccia dei miei partner e pensavo ecco tutto ciò a cui puoi aspirare, una scopata. Sei solo una scopata. Non ho avuto tanti partner ma fingevo di essere fidanzata con loro per breve tempo per sentire un po’ di calore. Per potermi raggomitolare nel letto e sentirlo caldo, per poter allungare una mano e trovare qualcuno. Anche se quel qualcuno a me non piaceva. La prima volta che ho fatto l’amore e non sesso, sono scoppiata a piangere. La prima volta in cui mi è stato detto ti amo dopo quegli anni di merda, pure. Ero terrorizzata, ma sopratutto mi sentivo disonesta, avevo il terrore di non essere autentica e di essere amata solo per la mia apparenza perche negli anni sono diventata una abile dissimulatrice. Così mi facevo prendere dal panico di dover raccontare tutto, tutto lo schifo che avevo in corpo, per mettere alla prova quel sentimento, per avere la certezza che quella persona mi stava amando davvero e non era una bugia. Perchè se quella persona ha visto tutto di te, anche le cose più schifose ed antipatiche, quelle imperfette e fragili e decide di restare, allora si ti ama. Ama te, tutto di te. Questo ha provocato un effetto domino. Ripetutamente iniziavano i cigolii relazionali che poi diventavano fallimenti. In una relazione seria sono scappata. In una relazione in cui ero amata del tutto sono fuggita a gambe levate perche mi tornava quella sensazione di strettoia, di spazi ristretti, di impossibilità di una via di fuga. Ma sopratutto di paura. Paura di essere di qualcuno, paura di appartenere /si fa per dire/ a qualcuno. E di restarci. Sono rimasta combattuta tra il desiderio di restare e il desiderio di andarmene. Ma soprattutto quel vuoto affettivo, quel buco oltre il quale c’è una grotta oscura che non conosco, vuota e silenziosa, il motivo per cui anche se sono a spasso con il cane e Un sassolino inciampa e cade nella voragine dell’assenza può provocarmi il senso di claustrofobia. Non respiro...c’è troppa assenza. Una assenza che mi stringe la gola e sta per farmi perdere i sensi... Un vuoto così pieno...che ti toglie il fiato.


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