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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

Il Carnevale

La tradizione in Italia /  Seconda Parte

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24 minuti

Pubblicato il 25 febbraio 2019 in Giornalismo

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La tradizione in Italia: Il Carnevale


(seconda parte)


“Noi ventagli e voi amanti / tra di noi ci somigliamo. / Or mutati, or scordati, / or dimessi, or cercati, / capovolti, raggirati,/ or di moda ed or nol siamo,/ come piace alle belle a cui serviamo.
Il tuo bene, il tuo bel foco / fa all’amore in altro loco. / E tu intanto che farai, / per passar questo momento? / Fatti vento.
De le belle il capo a nuoto / va in turbin di capricci. / Io movendomi do moto / a quel turbin di capricci: / e così con l’opra mia / impedisco che corrotti / non divengano pazzia.”


(“Scherzi per ventagli” – elab. da G.Parini – N. Gargano)

A Venezia nei giorni del Carnevale.

In questo mese di Febbraio la Serenissima diventa il palcoscenico di sfilate in maschera e rievocazioni storiche con almeno cinquanta eventi sparsi per le calli e i campielli, in cui ‘vivere’ assume il più alto significato ludico che mai sia stato raggiunto e dal quale hanno preso spunto tutti i carnevali sparsi per il mondo. Perché ‘vivere’ non vuol dire soltanto affidarsi al ritmo biologico dell’esistenza, ma trovare le ragioni per continuare a farlo. Malgrado le tante avversità che si incontrano sul proprio cammino, la cosa più naturale da farsi, vuoi per neutralizzare le forze negative che si agitano nel mondo, vuoi per rigenerare la dose necessaria di saggezza che necessita, è pertanto l’apprendimento di una sola arte: quella di ‘vivere’. I filosofi antichi ne erano convinti, sia che puntassero, come gli epicurei sul piacere di ‘vivere’, o che raccomandassero l’accettazione del mondo, come gli stoici. Le religioni in genere, e il cristianesimo in particolare, contengono molti elementi ‘consolatori’ che hanno consentito per millenni a fedeli e non di affrontare con speranza le sfide del male e della morte.
Molte volte dall’antichità ad oggi, come abbiamo appurato nella prima parte di questo articolo, la religione ha cercato in vari modi di contrastare gli aspetti ludici del Carnevale che la vedevano coinvolta in prima persona, con esiti più o meno coercitivi, tuttavia senza riuscire ad estirparne del tutto l’essenza e pur nella coscienza di sé nell’azione e nello scambio comunitario. A Venezia nel Settecento, sia pure in contrasto con il ‘tempo del sacro’, si scontrano e si ritrovano allo stesso tempo, in quello che tutti chiamiamo il ‘Tempo di Carnevale’, nuove forme ludiche a sostegno dei sentimenti regressi in cui la gente cerca di esternare la propria ‘gioia di vivere’. Pertanto ‘vivere’ Venezia o semplicemente gioire del suo raffinato entourage di maschere e vezzi, significava riappropriarsi dei propri sentimenti, per quanto la breve durata del Carnevale lo consentiva.
Sarà il Volo dell’Angelo o come è meglio conosciuto ‘della colombina’, con la spettacolare discesa della fanciulla prescelta per l’occasione che, assicurata a una fune dall’alto del campanile di San Marco verso il Palazzo Ducale allo scoccare di mezzogiorno, a decretare ufficialmente l’inizio del così detto ‘Carnevale di Venezia’; allorché il Rio di Cannareggio si trasforma in palcoscenico per eventi acquatici e performance di artisti di strada, cortei e remiere di voga, spettacoli di saltimbanchi e di teatro con spirito godereccio e goliardico ...


Ed ecco che al suono di un tamburino è annunciata la rappresentazione nel campiello più vicino, dove una compagnia di ‘commedianti’ ha montato un paclco rimediato: la scena è disegnata con il carboncino perché la tela dipinta dev’essersi rovinata durante i continui trasferimenti. E già s’ode il brusio delle voci e dei rumori tra risa e lazzi degli spettatori accorsi numerosi …

- Entra Arlecchino in sella a un asino di legno che, con la maschera sotto il braccio, legge da un canovaccio quale scena dovrà rappresentare tra un momento: “Arlecchino cerca l’asino sul quale è salito.”

Immaginiamoci per un momento d’essere in uno dei molti campielli che s’aprono all’improvviso ‘come per magia’ fra ponti e calli, finestre aperte e balconi di antichi palazzi, canali d’acqua dove le gondole sforano le brume e i mille riflessi della laguna, dove l’arrivo di un ‘torototela’ (cantastorie) richiama l’attenzione degli abitanti a uscire di casa e unirsi alla sfilata tra suoni e canti, ciprie e ventagli, maschere e costumi rinnovando l’usanza di abbellirsi per la festa ...

“Xé ‘rivà el torototela.
Son tri giorni che camino / par venirla a ritrovar / o parona me fafaso avanti / par venirla a domandar / son el povaro torototela / son el povaro torototà / che domanda la carità.
Se la varda ne la credenza / che calcossa la trovarà / se polenta o pur farina / la me daga presto qua / che calcossa me darà.
Son el povaro torototela / la sachetina go preparà / e la ringrassio tanto / che ‘n’altr’ano so ancora qua.
Son el povaro torototela / che ‘gni ano arrivà per el Carnevà / son el povaro torototela / son el povaro torototà .”

Una ‘festa’ brillante d’incontri mondani, ghiotta di moda e di raffinatezze, di pettegolezzi e arguzia, incipriata di frivolezza e di veneziana malizia. Sono ormai migliaia i turisti e i curiosi che ogni anno si riversano nella città in festa per il Carnevale, ma non tutti sanno che la sua origine è molto antica, derivata dalla trasformazione di manifestazioni popolari arcaiche, ancor prima delle antiche Sacre Rappresentazioni che si tenevano sul sagrato delle chiese durante il medioevo.
È documentato che feste e divertimenti d’ogni genere si tenevano in Venezia in molte occasioni e invadeva la vita di tutti i giorni, fino a far dire di questa città ‘che vivesse in un carnevale infinito’.
Sembra che la popolazione si lasciasse trascinare da una sorta di ‘follia’ collettiva che oltrepassava i limiti e i confini della ricorrenza cui era legata, subito addentrandosi in quella successiva. Dovunque nei palazzi signorili e nelle strade, un pubblico numeroso composto non solo da veneziani ma anche da genti di passaggio e turisti, si riversasse nella Serenissima non solo per ammirarne le meraviglie, quanto per prendere parte a spettacoli teatrali, concerti strumentali, banchetti lussuriosi, ai quali l’intervento (mai casuale) del Doge e dei Senatori della Repubblica conferiva una maggiore solennità. Si vuole che a Venezia l’interesse maggiore consista nel fatto che il Carnevale sia fatto oggetto di vero e proprio ‘culto’ inteso come esibizione di maschere, lungi quindi dall’essere considerato un breve periodo di festa della durata di qualche giorno appena, bensì che riempie tutta una stagione di preparativi costanti.


Si pensi che in passato aveva inizio il giorno della ricorrenza di Santo Stefano fino alla Quaresima, per riprendere poi, dopo la Pasqua con l’inizio della primavera fino all’autunno inoltrato. Or sono più di mille anni, esattamente nel 979, che il Doge Orseolo I, al momento di ritirarsi a vita spirituale all’interno di un convento, lasciò una somma cospicua per i suoi tempi, al Governo della città da destinarsi alle feste pubbliche. Addirittura si narra che la morte improvvisa del penultimo Doge della Serenissima sia stata dissimulata (ritardata) per non turbare i festeggiamenti del Carnevale in corso.


Nel XVII° secolo quello di Venezia era già un carnevale cosmopolita, quale sarebbe stato più tardi, il carnevale di altre città europee. Per l’occasione confluivano nella Serenissima diplomatici da molti paesi stranieri e personaggi famosi del teatro e non solo la cui fama aveva oltrepassato i confini della penisola. Nelle molte sale adibite agli spettacoli nei palazzi patrizi, dei albeghi più lussuosi come nei teatri e nei casinò, si svolgevano spettacoli ‘unici al mondo’, come appunto li definivano le cronache dell’epoca. Una folla eterogenea e capricciosa assisteva alle commedie di Chiari e Gozzi o di Goldoni decretandone il trionfo o l’insuccesso nonostante le assoldate ‘claque’ dei gondolieri che venivano fatte entrare in sala dagli autori all’ultimo momento …

“Ostreghe, capetonde e caragoi / Oh issa! oh issa eh! / ma isselo in alto oh! / e in alto bene oh! / poiché conviene oh! / Te dago segno eh! / ma sarà de segno oh! / poi dimendemo eh! / ma vago i madri oh!”

Ai concerti strumentali e talvolta corali prendeva parte un pubblico ovviamente più raffinato che ascoltava musiche e madrigali dei compositori più in voga, come Marcello, Vivaldi, Tartini, Galluppi eseguite da vere e proprie orchestre e cori di madrigalisti. Per quanto non mancassero intermezzi di ‘villotte’ e ‘canzoni da battello’ eseguite da popolani virtuosi. Ciò per quanto la vera magnificenza del Carnevale di Venezia era e continua ad essere l’indossare la ‘maschera’ in ogni sua espressione, che sia semplicemente popolare o incredibilmente lussuosa, accessibile alle fasce più facoltose della società o dei ricchissimi imprenditori che qui misurano la loro creatività e la loro esuberanza, ma forse solo la loro ‘follia’ d’essere per un giorno, e perché no, ciò che non potrebbero essere mai.


L’assenza di carri e carrozze ad esempio è una delle ragioni per cui il Carnevale di Venezia è pressoché sentito, in quanto mette in scena proprio quella velleità personale di esibizionismo diretto della persona e del proprio corpo, concedendo ad essa piena libertà di espressione e di movimento. Alle maschere infatti è concesso di invadere calli e piazze, di entrare ed uscire dalla case o i palazzi dove si tengono feste, formare capannelli, di sciogliersi e rincorresi l’una con l’altra il cui fine è quello dell’incontro, del vicendevole riconoscimento, dell’intrattenimento. Benché il ‘Domino’ sia stato in passato il costume più diffuso, maschere di tutte le fogge e colori invadono oggi i campielli e le calli mescolandosi a una moltitudine di altre ed a quelle della tradizione della Commedia dell’Arte.


Accanto alla classica e nobilissima ‘bautta’ spesso indossata con un ‘tabarro’ che ricopriva l’intera figura, scrive ancora il Dazzi nel lontano …..: «Venezia schierava una folla di maschere e di travestimenti, dei quali i più celebri erano: il Mattaccino, il Magnifico o Pantalon, i due Zanni, Brighella e Arlecchino, il dott. Graziano e il dott. Balanzon; oltre a chiozoti, gnaghe, calabresi, pastori, cocchieri, ninfe, diavoli. I luoghi più frequentati erano la piazzetta, il molo, Riva degli Schiavoni, dove si tenevano anche lotterie, teatri dei burattini, di cantanti e di comici popolari; c’erano le ‘strologhe’, i venditori di profumi e cerotti, e non in ultimo, i cavadenti.» Inutile aggiungere che si stesse parlando di maschere e mascheramenti del Carnevale popolare. Oggi, per quanto una certa tradizione venga ancora osservata da sparuti esemplari veneti e limitrofi che giungono da fuori, ciò che si svolge è pressoché attribuibile alla ‘meraviglia estasiata’ dei nostri occhi.


Ma la maschera, come sappiamo, non costituisce solo un camuffamento della persona; essere in maschera significa essere in incognito e dunque, potersi abbandonare a lazzi e scherzi d’ogni genere. Ed è proprio a questa possibilità di ‘vivere’ in incognita costituiva il senso segreto del mascherarsi. Scrive a sua volta Pino Correnti: «La maschera assumeva in Venezia un’importanza mai riscontrata altrove, (…) tanto che ‘mettersi in maschera’ era diventata un’abitudine e la si indossava per evitare di fare incontri che dovevano permettere l’anonimato a chi la indossava. Tuttavia sussisteva un cosi detto ‘segno di maschera’, consistente in una sorta di distintivo, di un piccolo ‘domino’ in miniatura appuntato sul cappello. Chiunque lo portava era considerato come mascherato e non andava salutato, anche se, come accadeva sovente, chi lo portava era un personaggio importante. (…) In altre parolebastava il simbolo del ‘mascherarsi’ per fare tabula rasa delle gerarchie sociali.»


La libertà che l’indossare la maschera concedeva nella vita privata faceva tutt’uno con la possibilità di fare e ricevere scherzi o battite di scherno, come anche di dare sfogo alla naturale arguzia veneziana di «‘ndar ala Sensa» che in gergo significava e significa ancor oggi ‘perdere la testa’. Curioso a dirsi la Sensa è anche il nome di una festa marinara perdurata fino a tutto l’Ottocento il cui fulcro era ‘lo sposalizio del mare’, dacché Venezia ogni anno sposava simbolicamente il mare gettando in esso l’anello d’oro donato da Papa Alessandro III al Doge Ziani, per celebrare la vittoria sulla flotta dalmata, avvenuta nel 1177, che la rese dominatrice assoluta sul mare. Che fosse una propaggine del Carnevale? Sembrerebbe di no, anche se per l’occasione tutta la città si lanciava in festeggiamenti in maschera fastosi e straordinariamente regali. Ogni tipo d’imbarcazione in grado di galleggiare seguiva il Bucintoro, l’imbarcazione dorata del Doge che sfilava lungo il Canal Grande in un tripudio di gondole e balotine adorne di broccati, zendali, corone di fiori, tra spari di mortaretti e fuochi d’artificio …

“No gh’è ne la storia
del mondo una festa
più bela, più splendida
a Venezia de questa:
incanto de popolo,
de re e imperadori
delizia martirio
de artisti e scritori.
Superba memoria
de un tempo pasà
de cento città …”.

Inizia così la descrizione di uno spettacolo rimasto famoso e ripreso da una lirica riferita alla ‘regata’ che si tiene prima del Carnevale, di Riccardo Selvatico, commediografo veneziano del secolo scorso che scriveva in versi dialettali. La festa legata alla ‘regata’ che si svolge con un percorso rimasto sempre uguale nel corso dei secoli, si rinnova ogni anno sulle gondole e, come tutte le feste popolari veneziane richiama un gran numero di turisti che si mescolano all’allegria generale in cui Venezia, brulicante e multicolore, si trova a essere la sede naturale d’una gioia infinita che si diffonde per tutta la città. Festa che raccoglie attorno a sé giostre e tornei, assieme a gare di giocolieri, ‘caccde dei tori’, tra suoni, canti e saltimbanchi che si esibiscono nelle famose ‘forze d’Ercole’ in cui i più giovani si esibiscono nel dare forma ad alte piramidi umane.


Molte altre ‘feste’ si svolgevano in Venezia prima, durante e dopo il Carnevale di cui si rende impossibile riportare in questo breve articolo, ma che è possibile leggere in “Le feste e le maschere veneziane” di Giulio Lorenzetti ed anche in “Feste e Costumi di Venezia” di Manlio Dazzi. Di fatto c’è che ogni notte a Venezia può sempre accadere qualcosa di straordinario o quanto meno d‘inconsueto, come spesso narrato nelle avventurose ‘memorie’ di Casanova, e nelle ancor più accessibili ‘comedie’ di Carlo Goldoni: «Si trovano a Venezia, a mezzanotte come a mezzogiorno i commestibili messi in vendita, le osterie aperte, e cene pronte negli alberghi e nelle locande; perché i pranzi e le cene di società non sono comuni a Venezia, ma le partite di piacere e gli spuntini danno occasione a radunate con maggior libertà e allegria.»


A notte inoltrata poi, la folla si frantumava in piccoli gruppi e si avventurava per le calli illuminate dalle lanterne e addobbate con drappi e festoni. A bordo non mancavano i ‘fritoleri’ che ammannivano ciambelle e pesce fritto, mentre lungo le rive la gente affollava i caffè, le finestre delle bettole e delle cucine ambulanti per godersi lo spettacolo dato dai burattinai, dai ciarlatani e i cantastorie, ma nei canali, sui battelli pavesati di frasche e rischiarati da lampioncini di carta colorata, suonatori e cantanti accompagnavano le allegre comitive con canzonette popolari dal gusto satirico o quantomeno salace, come in questa ‘canzone da battello’ del Settecento veneziano …

“Premi o stali”
“Premi, via! Premi o stali! Se premar no ti vol, / a far el barcariol, dime, chi t’ha insegna? / Oh quanti carnevali che avèmo in sto mistier / senza un principio aver … / senza un principio aver de quel mister che i fa!
Ciò, varda come i va, / i va de qua e de là … / Sia! Topa, i ve dà drento! / Via, premi I vol stalir! / Stali se ghe pol dir, che alora i premarà! / I premarà!
Quando fa un po’ de vento quelo no i sa mai tor, / co i voga un poco i mor … / co i voga un poco i mor, sti corpi senza fià!
Ciò varda come i va … / Assae de sti paroni no i vol i boni, no! / La mazor parte se che i cerca el bon marcà …/ el vbon marcà.
Vien fora sti mincioni, un còdega, un vilan, / Ciò, varda come i va … / Miracolo xe intanto che co sti grezi alfin / in testa, un gondolin no s’abia rebaltà …/ rebaltà.
No ‘l xe picolo vanto, se ‘l crede qualchedun, / che gnanca mai nissun … / che gnanca mai nissun se n’abia sfracassà. / Ciò, varda come i va.”

Stando alle cronache del tempo, Piazza San Marco era ed è ancora oggi, il principale luogo di convegno delle maschere che si mettevano e si mettono in mostra nel corso di quello che è comunemente chiamato il ‘liston’, durante il quale tutti continuano a d avere l’opportunità di ammirare gli altri. Vi si raccoglievano un numero esorbitante di maschere da superare le quarantamila che poi si sparpagliavano nei teatri, nelle sale da ballo, nei caffè alla moda e, ovviamente, nei ‘festini’, quei balli pubblici in cui l’entrata era libera per ogni persona che indossasse una maschera, oggi non più. Ed ai quali Carlo Goldoni intitolò una sua commedia, ‘Il festino’ appunto, che portava in scena quello spettacolo ininterrotto che era il Carnevale.

Durante le ore notturne poi, si frequentavano i cosiddetti ‘ridotti’ e i ‘casini’ adibiti massimamente al gioco, dove la nobiltà veneziana teneva banco aperto a tutti coloro che si presentavano con l’intenzione di giocare. Sembra infatti che nel Ridotto di San Moisé, nell’antico Palazzo Dandolo, furono dissipate ingenti fortune dalla nobiltà dell’epoca in cui Giacomo Casanova ‘spogliava’ – per così dire – le Dame della migliore società: «Vi erano molti tavoli disposti in fila, innanzia ai quali stava un gentiluomo con davanti mucchi di zecchini e ducati, prontissimo a tener banco con chiunque portasse la maschera, nonostante un editto del 1703 ne proibiva l’uso nelle case da gioco, o che appartenesse al ceto patrizio e, ovviamente, avesse contanti da scambiare.

Le maschere della Commedia dell’Arte attinsero a piene mani nell’ironico mondo del Carnevale di Venezia dando un impulso straordinario al teatro che da allora in poi poté dirsi: ‘che vivevano recitando e recitavano vivendo’. In proposito Paolo Toschi a riguardo scriveva: “Il teatro comico italiano nasce dal clima festoso del Carnevale proprio come la Commedia dell’Arte e ne conserva lo spirito tripudiante, irriverente e licenzioso. Uno stretto legame confermato dall’elemento folkloristico più caratteristico, cioè la maschera. Ma sarebbe un errore credere che le maschere in Venezia fossero tutte colorate e pazze come gli Arlecchini figli di zanni, discesi in città dall’alta Val brembana; o i Pantaloni in zimarra nere e brache rosse che dovevano rappresentare l’espressione più intima vis comica popolare.


A Venezia le maschere erano per lo più silenziose, gravi, quasi tristi. Il piacere di mascherarsi era qualcosa di sottile, di intimo: una delle libertà più care ai veneziani.”
Cronista instancabile del costume di una società ‘sopra le righe’ Carlo Goldoni rappresentò nelle sue commedie gli svaghi e i costumi della borghesia mercantile veneziana facendo uso di un linguaggio ricco di grande sensibilità. Ogni momento del vivere quotidiano trovava in esse la sua giusta collocazione, dai sorrisi agli sguardi, alle mosse affettate, alle moine adulatrici, alle leziosaggini preziose; dalle riverenze alle riverenze, alle chiacchiere delle cameriere e dei servitori; dal pettegolezzo del barbiere imparruccato alle ‘Smanie per la villeggiatura’ della ragazza per bene; dalle ‘Baruffe chiozzote’ ai ‘Preparativi per il Carnevale’. In ogni sua commedia troviamo un amabile realismo e un inimitabile colore che ci permette qui, di scoprire un neo provocante o uno sguardo insistente dietro un occhialino; là una confidenza sussurrata dietro un ventaglio o un paravento per signore. E perché no, il propagarsi sommesso ‘di voce in voce’ di uno scandalo accolto da risa soffocate; come anche il modo tutto veneziano di presentarsi e congedarsi in società, o come apprendere la cadenza misurata e aggraziata di un passo di minuetto.


La Commedia dell’Arte fu, secondo una calzante definizione, un teatro antiletterario, nel senso che veniva messa in scena non già sulla scorta di un testo redatto in ogni sua parte, bensì su di un ‘canovaccio’ che serviva da trama di base su cui di volta in volta costruire i costrutti comici o drammatici, e sul quale gli attori erano chiamati ad improvvisare e a costruire il dialogo, le gag e gli sproloqui che tanto raccoglievano gli applausi del pubblico. Pertanto la rappresentazione scenica non era mai la stessa, che si potrebbe dire unica, un’autentica creazione collettiva. Il bravo attore/attrice era di per sé il perno della commedia rappresentata, il cui successo dipendeva dalla sua capacità verbale, dalla loquacità e spesso dalla proverbialità delle sue battute scelte di volta in volta a seconda del pubblico che si trovava di fronte. Occorreva però che nessuno degli attori in scena rovinasse goffamente l‘effetto ‘botta e risposta’ richiesto dal protagonista. Ognuno doveva sapersi tirare in disparte o intervenire prontamente e aiutare chi di loro si trovasse in difficoltà o venisse meno l’ispirazione.


Come pure osservava un contemporaneo: “Il risvolto comico di questo fare teatro consiste negli aspetti ridicoli o talvolta mostruosi della natura; deriva da volti deformi e nasi caricaturali, da fronti a bauletto e crani calvi, orecchie a sventola e gambe storte”, più spesso ottenuti artificiosamente mediante maschere e trucchi particolari. Il tutto risiedeva dunque nel gioco e nella sottigliezza caricaturale popolaresca rintracciabile nella variegata fauna che è l’umanità, colta nelle sue espressioni naturali e popolari. Scrive George Sand: “La Commedia dell’Arte non è solo lo studio del grottesco e del faceto, è soprattutto lo studio dei caratteri reali dall’antichità a oggi, con una tradizione ininterrotta di fantasie umoristiche, con un fondo però anche molto serio, tale che si potrebbe dire anche molto malinconico, come tutto ciò che mette a nudo le miserie umane”.
Una usanza popolare molto diffusa durante il Carnevale è il processo burlesco con il quale alcune figure vengono condannate al pubblico scherno finanche ad essere messe ‘a morte’. “La vecchia” ad esempio viene spesso bruciata o segata in pezzi come effige del Carnevale. In questa tragicommedia popolare, tanto amata dai veneziani, dal rogo si vedono apparire alcune maschere comiche, tra le quali appunto ‘la vecchia’ che fa testamento mentre gli attori che vi prendono parte infieriscono contro di lei, come in questa ‘vilotta a ballo’ …

“La la la la / A gera in orto che colgea fenoci / alzo la testa e vedo i bei oci / da tanto che ‘sti oci me sluseva / note che gera giorno me parea.
La la la la / Xè tanto tempo che no vedo el sole / e stamatina l’ò visto levare / xè tanto tempo che no vedo lo mio amore / ma stamatina l’ho visto pasare.
La la la la / Sonè ‘sto cimbanin, sonèlo forte / sonèlo ch’el se senta a la lontana / e se ghe fusse qualche bel sogeto / sonè lo forte, per farghe dispeto.”

A tutto questo va aggiunto che la Commedia dell’Arte rispecchiava, esagerandoli, gli aspetti ridicoli e le caratteristiche locali che tanta importanza hanno avuto in ogni paese in cui il teatro popolare trovava terreno fertile per ogni sua rappresentazione.
In Italia ad esempio, fu in particolare e in parte lo è ancora, l’uso dei dialetti regionali a fare la differenza proponendosi come mezzo di distinzione e oggetto di scherno tra città e città; così se a Firenze si rideva dell’accento veneto, a Venezia lo si faceva del bolognese, come del bergamasco o del siciliano che figurassero in maschera o senza. A tal proposito lo studioso della materia Gleijeses scrive: “la maschera rappresenta sostanzialmente la vita del secolo in cui si vive e di volta in volta cambia necessariamente sulla scena le sue caratteristiche in quanto deve uniformarsi ai tempi”. Pur tuttavia la Commedia dell’Arte in special modo a Venezia conservò i suoi tipi tradizionali per molti secoli ancora dalla sua origine popolare, restando per lo più immutata nei suoi gesti e nell’improvvisazione. Soprattutto non perdette la sua vivacità, la battuta pronta capace di colpire nel segno con i suoi strali comici e satirici riferiti alla società Ciò a voler dire che la Commedia dell’Arte non è mai stata fine a se stessa, bensì trovava una sua precipua collocazione nel tempo in cui essa era funzionale all’aspetto sociale che andava affrontando.


Va anche detto che vis comica era molto varia, la comicità non sempre di facile definizione perché peculiare di un certo territorio. Tale varietà di caratteri o caratterizzazioni derivava dal fatto che ogni città italiana, ogni regione o addirittura ogni singolo paese, aveva una sua versione dello stesso personaggio, finanche della stessa maschera. Così, ad esempio, il ‘vecchio’ che a Bologna città universitaria, riassume i tratti del dottor Balanzone, a Venezia diviene il mercante Pantalone, a Napoli veste i panni di Tartaglia ma anche di quel Pulcinella, maschera però assai più complessa di cui spero di poter parlare in un altro articolo dedicato. Di fondo il personaggio è lo stesso ma differiscono per l’abito indossato, la maschera, i tic della voce e nelle espressioni del volto, così come negli aspetti della singola comicità; di quel fare il ‘vezzo di se stessi’ tipico di certi personaggi che oggigiorno possiamo vedere soprattutto al cinema.


Va qui fatto un appunto alla mancanza di figure femminili nella Commedia dell’Arte se si esclude la risma tuttavia numerosissima di servette, fidanzate, mogli e amanti che per lungo tempo sono state escluse dall’apparire sulla scena ma delle quali conosciamo parecchi risvolti perché sostituite da attori uomini che ne rifacevano i vezzi. Duchartre azzarda due ipotesi per questa mancanza di maschere femminili: la prima è che la vera maschera è la stlizzazione di un carattere ben definito, non riscontrabile nelle donne della Commedia dell’Arte in quanto sì pieno di sfumature e di varianti, ma estremamente vago. L’altra è che nessuna maschera femminile riesce a rendere l’effetto prodotto da un bel viso, e questo perché le prescelte erano sempre molto belle e ciò bastava a renderle ‘sublimi’. Tuttavia una certa caratterizzazione venne attribuita anche a loro; le ‘innamorate’ ad esempio variavano dalla fanciulla casta e di animo nobile ‘da sposare’; alla civetta furba pettegola e bugiarda, alla cortigiana vera e propria, cioè colei che ‘non è da sposare’ e tuttavia sempre fedele all’uomo cui concede i favori.


Ma ecco che infine, mentre le note del “Carnevale di Venezia” di Giovanni Bottesini già invita alla danza, gli intervenuti fan sentire il loro chiassoso andirivieni lungo le calli e nei campielli. Il ‘tempo’ è quello della festa e per l’occasione qualcuno fa esplodere i mortaretti dando luogo a un fuggi fuggi generale che si sparpaglia in tutta la città: “..e qui s’ode un gondoliere che canta un antico ritornello, più in là una lavandaia che s’accora; una compagnia che leva il suo teatro improvvisato, un giocoliere che fa il suo numero davanti a una folla rimediata per caso lungo la via, e sotto gli archi uno zanni che prova l’abito di scena dell’anno passato che non gli va più … mentre un Goldoni di marmo dall’alto dello scranno che lo tiene sollevato dalla piazzetta a lui dedicata, passa in rassegna gli ‘innamorati’ di sempre, la ‘locandiera’ che accoglie gli ospiti sull’uscio, la gente seduta al caffè che chiacchiera e sparla ora di questo ora di quella, un gondoliere che passa e si balocca, una servetta che bighellona con lo sguardo nell’aria, di questa città unica al mondo, persa negli effluvi di un Carnevale che egli sa non poter durare in eterno, ma che a tutto c’è rimedio, come in questa canzone popolare raccolta a Venezia ancora nel 1965 da Luisa Ronchini del Canzoniere Popolare Veneto …

“El Carneval xe ‘nda”
El carneval xe ‘nda go perso la morosa
come gogio da far par ‘ndarla ritrovar
vestio da capucin mi me vogio ‘ndar.
Vestio de capucin el ga bussà la porta
el fassa piano pian el fassa pian pianin
che go la fia in leto che la xe par morir.
Se la xe par morir bisogna confessarla
e voi che siete padre padre confessor
monté su par le scale e confessela vu.
E sera ben le porte e spensi su i balconi
che no’ senta nissuni far la confession.
Col padre ha finito si leva e poi va via
la figlia vien da baso e dice ‘mama mia’
e dice ‘mama mia’ il frate m’à guarì.
Sia benedetto el frate e anca el cordon ch’el porta
e anca el cordon ch’el ga
che m’à guario la figlia in leto amalà.”

Quand’ecco già un ‘galante’ consegna un biglietto alla servetta, è una lettera d’amore per la sua padroncina. Un segreto da conservare di un presunto incontro, o cosa? – si chiede. Intanto fra il pubblico cresce l’attenzione. Suvvia! È questa una delle tante trovate del teatro che si costruisce giorno dopo giorno come per magia sulle tavole del palcoscenico della Commedia dell’Arte, così senza un copione ben definito, per quanto frutto di quotidiana fatica di chi ogni sera ricrea l’evento gioioso e talvolta amaro, che segue a ogni levarsi del sipario e che precede gli applausi di rito.



Pietro Longhi
Pietro Longhi

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