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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

L'ospite

Dike, la dea della giustizia

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8 minuti

Pubblicato il 15 ottobre 2019 in Thriller/Noir

Tags: #Dike #Pipistrello #virus #GiustziaDivina

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È una bella signora, sa truccarsi bene e indossare con eleganza i gioielli con cui ama adornarsi. È un po’ in sovrappeso, ma nasconde con gli abiti il suo difetto fisico. I cibi, soprattutto quelli dolci, rappresentano, per lei, piccole gratificazioni alle quali non sa proprio rinunciare. Nel corso della vita ha intrecciato varie relazioni sentimentali, ma non è mai riuscita a coltivarle a lungo. È stata anche sposata, ma dopo la morte del suo bambino, che aveva solo tre mesi di vita, il suo matrimonio si è deteriorato rapidamente fino alla separazione e al successivo divorzio. Ora vive sola in un bell’appartamentino al pianterreno, con un piccolo giardino. In realtà, non è proprio del tutto sola, perché ha un bel cane lupo che ha chiamato Argo. Tutti i giorni, nel pomeriggio si recano, insieme, a fare una passeggiata fino al giardino comunale dove lei ama sedersi su una panchina, sotto un grosso albero, in una posizione appartata, lontano dai chiassosi giochi dei bimbi che la infastidiscono.

Argo potrebbe essere un amico, vorrebbe esserlo, ma lei lo ha educato fin da cucciolo: «Tu sei il cane, io sono la padrona».

Si siede e indica al cane di accucciarsi ai suoi piedi. Lui obbedisce. Lei tira fuori dalla borsa il suo libro e si mette a leggerlo sgranocchiando una tavoletta di cioccolata. Qualche volta si avvicina un ragazzino attirato dalla presenza di Argo, col suo folto pelo che vorrebbe accarezzare. Ma lei lo allontana rabbiosa: «Vai via, non lo toccare. Tornatene dalla tua mamma». Quelli che frequentano abitualmente il parco per incontrarsi, fare merenda insieme e giocare in compagnia dopo le quotidiane fatiche scolastiche, ormai lo sanno e si tengono ben lontani da lei. “La strega del parco”, così la chiamano. Le prime volte sono scappati, tornati piangendo a farsi consolare dalle madri, spaventati dal suo tono adirato. Ora sanno che devono evitarla e la panchina sotto l’albero è diventata il suo posto riservato.

Argo si accuccia paziente ai suoi piedi e osserva con desiderio gli altri cani giocare con i loro piccoli amici umani a rincorrersi e tirare la palla. Quanto vorrebbe divertirsi anche lui! Ma sa che non può, non deve muoversi, lei non vuole. La sua padrona. Come se si potesse possedere la vita di un altro essere vivente! Lui respira, mangia, dorme, ha una vita ed è la sua. Purtroppo non sa proprio come ribellarsi perché dipende da lei per il cibo, l’acqua e il riparo notturno. Lei tiene piene le sue ciotole e pulita la sua cuccia nel giardino. Chissà se un giorno il suo destino cambierà, se potrà ritrovare la sua libertà. Abbassa il capo sulle zampe e sogna. Sogna un’altra famiglia, persone che lo amano perché è il loro cane, il loro amico fedele e sincero. Proprio come Ulisse amò Argo, il suo compagno di caccia, fino a versare, solo per lui, per la sua morte a lungo rimandata pur di incontrarlo un’ultima volta, l’unica lacrima che segnò il ritorno ad Itaca dopo la sua ventennale assenza. Attraverso le palpebre abbassate scruta la signora che legge e mangia, avvolta nel suo mantello di solitudine. Quanto la odia!


Il pipistrello è disorientato. Fino a poco fa era al sicuro nella sua enorme gabbia al centro di ricerche dell’istituto farmaceutico, insieme ai suoi numerosi fratelli, ma adesso non sa dove si trova. È solo e ha freddo. Cerca un riparo per la notte e un luogo sicuro e ombreggiato dove trascorrere il giorno, prima di mettersi in volo per cercare di tornare al centro. Svolazza un po’ intorno ad un’inferriata. Oltre le sbarre del cancello che gli ricordano casa sua, forse è lì che può trovare il suo rifugio, qualcosa di simile al suo habitat abituale. Penetra nel giardino. Ancora troppo vuoto intorno. Gli mancano il respiro e il calore dei suoi fratelli, la sicurezza dei numerosi appigli della sua voliera e delle pareti che la circondavano. Poi riesce a localizzare una piccola struttura e vi si dirige. Penetra all’interno attraverso un’apertura che si apre sul davanti. Con gli artigli si aggrappa al soffitto, agganciandosi alle fessure tra una tavola di legno e l’altra. Sente il leggero sibilo di un respiro e il calore di un altro corpo che giace in basso sul pavimento. Adesso è più sereno. Passerà lì la notte e all’alba ritroverà la strada di casa.


L’ospite del pipistrello è preoccupato. Per secoli si è replicato nelle cellule dei molti animali che ha infettato. È passato indenne attraverso le mutazioni degli individui che l’hanno ospitato. Ha vissuto miliardi di volte, assistito alla loro evoluzione e conquistato l’immortalità quando hanno imparato a vivere in gruppo. Nella voliera del centro di ricerche farmaceutiche è passato attraverso il corpo di vari individui, sentendosi sicuro di poter vivere in eterno. Ma ora il pipistrello è solo e disorientato, teme che possa non sopravvivere e lui sa che la sua morte sarebbe anche la propria. È perciò felice quando il pipistrello si rifugia nella cuccia del cane di cui avverte la presenza. Sente il fluire del sangue caldo e il respiro regolare della sua prossima preda.


Argo osserva curioso lo strano animale che pende dal soffitto. Somiglia a un topo, ma è diverso. Allunga timorosamente la zampa per toccarlo. Non si muove. Forse non è vivo? Si avvicina per coglierne l’odore. Il pipistrello, spaventato, si gira all’improvviso e riesce a morderlo sul muso. La reazione del cane è immediata: lo azzanna e lo sbatacchia finché non sente che la vita lo ha ormai lasciato. Osserva il grumo di sangue e pelo ai suoi piedi e lo allontana con la zampa, buttandolo fuori nel giardino.

La signora ne trova la carcassa ed intuisce l’accaduto: «Bravo Argo, hai fatto il tuo dovere.» La raccoglie con la scopa, la sigilla nel sacchetto e la getta nel secchio della spazzatura. Butterà tutto nel cassonetto vicino al parco, quando vi si recheranno per la passeggiata pomeridiana.

L’ospite è contento del suo nuovo habitat, nel corpo della grande bestia potrà replicarsi rapidamente molte volte. Lui è il suo nuovo vettore, ma già intuisce la presenza di un altro grande animale a sangue caldo nelle vicinanze e, quando sarà il momento, raggiungerà la sua nuova preda e continuerà a riprodursi, proiettato verso l’eternità.

La signora ha notato un cambiamento nel comportamento del suo cane. Certi giorni lo vede prostrato, indifferente a tutto e svogliato nel mangiare, altre volte sembra estremamente agitato e si gratta in continuazione come se avesse prurito dappertutto. È più aggressivo e ringhia anche se non ci sono pericoli nelle vicinanze. Perciò lo rimprovera sempre più spesso: «Comportati da cane e obbedisci », «Smettila di ringhiare, mi disturbi». Infine, esasperata, lo minaccia con la scopa. La reazione di Argo è istantanea: le salta alla gola e affonda le zanne nella giugulare. Gli urli richiamano varie persone, ma il cancello chiuso si frappone tra loro e il dramma che si svolge nel giardino. Argo vede molta gente avvicinarsi oltre il cancello, li sente urlare, cercare di spaventarlo per impedirgli di continuare a straziare il corpo della sua ex padrona. Capisce che infine quegli umani lo uccideranno, ma adesso che la sua vita sta per finire si sente felice perché finalmente si è conquistato la libertà, si è liberato dalla tirannia, ha vendicato anni di soprusi e rivendicato la sua unicità canina. Quando le guardie zoofile riescono infine ad intervenire per la donna non c’è ormai più niente da fare. Il veterinario intuisce con un’occhiata che il cane è affetto dalla rabbia e ne ordina l’abbattimento immediato e la successiva autopsia che ne confermerà la diagnosi.


Lei era un’assassina, che mai avrebbe pagato per il suo delitto, da tutti considerato una semplice disgrazia.

Si è alzata, quella notte, perché il bambino piangeva. Lo ha messo a pancia in giù nel lettino, avvolto stretto nel lenzuolo e aggiunto una coperta fin sulla piccola testa. Non voleva più sentirlo. Non l’aveva voluto e già dopo tre mesi non riusciva più a sopportarlo. «Spero che soffochi» è stato il suo ultimo desiderio prima di riaddormentarsi. Ha urlato e pianto disperatamente al mattino quando ha scostato la coperta e trovato il suo corpicino già quasi freddo, lo sguardo immobile, il piccolo viso cianotico. Ma il suo cuore esultava per essersi finalmente liberata di quel peso. Ha sopportato le meste visite di parenti ed amici, mostrando a tutti il suo falso dolore, nella certezza che presto tutto sarebbe finito. Ha disprezzato a lungo suo marito che non riusciva a riprendersi dallo stato depressivo in cui era caduto e forse lui ha intuito che il suo dispiacere non era sincero. Non è durato a lungo il matrimonio, perché non è possibile fingere in continuo. Ma il suo delitto è rimasto comunque impunito e la sua vita è continuata sui tranquilli binari da lei imposti.


Quando mi sono stabilita qui in città ho trovato lavoro presso i laboratori di un’azienda farmaceutica. Sono una ricercatrice e studio nuovi farmaci contro i rabdovirus. Ho liberato il pipistrello infetto in vicinanza del giardino, immaginando che si sarebbe immediatamente diretto verso la cuccia, unico rifugio nelle vicinanze. Avevo previsto la reazione del cane, del vettore e del virus. Poi tutto si è svolto come avevo programmato e, anche stavolta, il conto è stato pagato.

Dike.


(Dike, Eumonia e Irene erano le tre Ore, figlie di Zeus e di Temi. Impersonavano la Giustizia, il Buon Governo e la Pace e avevano il compito di sottrarre l’umanità all’arbitrio e al disordine).







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