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Una storia di Demisalberti

Questa storia è presente nel magazine The Bridge

The Bridge

Capitolo 2- Il ponte

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8 minuti

Pubblicato il 17 febbraio 2020 in Fantascienza

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Il giorno passò veloce e subito fu tarda sera. "Finalmente" pensò Eric. Era assolutamente impaziente che arrivasse l'ora di dormire. I suoi ultimi mesi di vita erano stati in funzione di quel momento, di quella notte. Non sapeva se essere felice o spaventato, semplicemente fremeva dalla voglia di dormire.

Si tolse velocemente i vestiti lanciandoli sulla sedia indossando al volo la canottiera per la notte correndo poi in bagno lavandosi frettolosamente i denti e la faccia, senza particolare cura. Non aveva tempo da perdere, doveva dormire.

Trottò poi verso il letto ma prima che potesse lanciarsi sotto le coperte ancora sfatte dalla mattina sentì il telefono squillare. Si fermò di colpo sbuffando e imprecando ad alta voce.

No, non avrebbe risposto. Non ora. Il telefono si dibatteva vibrando sul tavolo. Il solo rumore che si udiva nella stanza, come a costringerlo a non ignorarlo. Si avviò lentamente verso il tavolo. Perchè non agganciava? Dannazione squillava da parecchio ormai ancora non rinunciava? Appoggiò stancamente ormai arreso le mani sul tavolo, le braccia tese, a fissare il telefono animato da uno spirito dannatamente determinato. Ora capiva perchè non agganciava. Era Amy, sua sorella. Non avrebbe smesso finchè non avesse risposto la segreteria telefonica, e ancora avrebbe provato altre due volte almeno. Lei sapeva in che condizione versava e lui sapeva che sua sorella rimaneva il suo solo contatto con il resto del mondo.

Il telefono cessò di agitarsi, una notifica rossa apparve sullo schermo. Eric abbassò il capo guardando con la coda dell'occhio il cellulare ormai esanime. Lo prese in mano e si avviò di nuovo verso la cucina, separata dalla sala da un solo divano a due posti ricoperto di ciarpame e strumenti elettronici, cercando di non pensare a quanto la sua vita era ormai da qualche mese a pezzi, alla completa mercè del fato e degli avvenimenti. Si sedette e aprí la galleria del telefono. Non serviva scorrere tra le foto per cercare ciò che voleva, le aveva eliminate tutte. Tutte tranne le sue. Quelle che si faceva di nascosto con faccie buffe mentre lui era in doccia, quelle che si faceva quando per strada incontrava delle amiche o qualcosa di strano da mostrargli. Quelle che lui le faceva quando si vestiva elegante e si truccava per qualche evento o serata. Quelle di quando dormiva perchè anche così era bellissima.

Gli mancava tremendamente.

Il telefono squillò di nuovo senza sorprendere Eric. Aspettava il secondo tentativo di sua sorella e questa volta rispose subito.

<Pronto?> classico inizio di cortesia.

<Eric, sono io. Come stai?> sembrava preoccupata, ma d'altronde lo era sempre quando lo chiamava. Eric immaginava che odiasse fare quelle chiamate ma che non poteva farne a meno per dovere morale.

<Stavo andando a letto>

<Hai preso le medicine?> Eccola qua. La solita domanda di rito sui suoi antidepressivi.

Eric voleva urlarle che non li voleva prendere, urlarle che non li avrebbe più presi. Urlarle che non li prendeva più da mesi ormai. Guardò la confezione di medicinali sulla credenza: erano scaduti due mesi fa.

<Si, come sempre>

<Una pastiglia alla sera...>

<...e una al mattino appena sveglio> completò il fratello. <Lo so>

Eric sentì la sorella sospirare mestamente dall'altra parte della linea. La poteva immaginare mentre lo chiamava con le gambe sotto le coperte e la schiena appoggiata al cuscino, un libro aperto nella mano destra mentre ne sentiva la consistenza delle pagine con i polpastrelli. Era sempre stato un suo piccolo tic. La aiutava a pensare, diceva.

<Dovresti uscire un po> Era arrivata puntuale anche la predica sulla vita sociale.

<Amy, ne abbiamo già parlato...> ma la sorella non lo lasciò finire.

<Non puoi rimanere in casa a piangerti addosso tutta la vita, devi vedere altre persone, parlare...ridere> Non disse l'ultima parola troppo convinta. Eric resisteva ai colpi, ormai conosceva quei sermoni a memoria. <Dico sul serio, io...non so più come aiutarti, più di così non posso fare. Mi costringerai a venirti a prendere con la forza.> Eric sorrise mestamente di quella tenera minaccia a vuoto.

<Perchè non ti trasferisci? Devi lasciare quel posto e i suoi ricordi. Perchè non vieni a stare da me? Magari solo per un po'...> No, Eric voleva restare lì; voleva vivere impregnato dei suoi ricordi e delle sue cose che ancora rimanevano nel suo piccolo appartamento. Gli servivano come l'aria, senza si sentiva perso, ancora più di quanto già non fosse.

<No, lo sai che non...> Voleva dire "voglio", ma si corresse. <...posso. Io...ora vado a sognare>

<Sognare? Mi avevi detto che non sognavi più>

Ecco, si era tradito.

<Sogno lei, e basta. Solo lei> Ci fu una piccola pausa carica di comprensione, Eric la sentiva, filtrava dalla sorella fino a lui attraverso il telefono. <Volevo dire dormire. Vado a dormire. Notte>

<Lei non tornerà> La verità lo feriva ogni volta.

<Già>

<Fra qualche giorno ti passo a trovare, la prima volta che ho un pomeriggio libero>

Eric interruppe la chiamata. Chiudeva quasi sempre senza proferire parola, senza salutare per ultimo la sorella.

"Lei non tornerà, andrò io da lei"

Lasciò il telefono sul tavolo e con qualche passo veloce raggiunse il letto. Si buttò sotto le coperte recuperando quell'impaziente energia che si era assopita con la chiamata di Amy. Non lo aveva detto alla sorella, nè mentre lo inventava prima e lo assemblava poi, nè ora che era finito, pronto per il collaudo.

Allungò la mano verso il comodino accanto al letto e prese la sua invenzione. Il Ponte. Così lo aveva chiamato, perchè sarebbe stato un ponte di collegamento tra lui e la moglie, tra i loro due mondi, e perchè anche la sua forma lo ricordava. Lo accese e se lo portò alla fronte. La superficie liscia e fredda dello strumento si adattò perfettamente e, grazie alle ventose, si aggrappò alla fronte di Eric. Era arrivato il momento della verità, presto avrebbe saputo se i suoi ultimi mesi di lavoro sarebbero valsi a qualcosa. Presto avrebbe saputo se si sarebbe dovuto suicidare o avrebbe potuto continuare a vivere, a sognare.

Sognare. Si, questo doveva fare. I dati del macchinario erano buoni, secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto funzionare. Ora non restava che dormire. E sognare. Eric si mise comodo sul letto e chiuse gli occhi.

Aspettò e aspettò. Si rigirò più volte nel letto cercando la posizione ottimale. Niente, non riusciva a prendere sonno. Era troppo emozionato e concentrato sul dormire per poterlo fare veramente. Si ricordó di quando era piccolo, delle notti prima di un grande avvenimento quando andava a letto presto per far passare la notte velocemente e finiva invece per farla durare il doppio. Si doveva rilassare. Ma la sua mente era mesi che lavorava da sé. Sfogliava e risfogliava a tradimento le immagini di Arleen, sua moglie, mentre il cuore straziante urlava pietà, di smetterla.

<Arleen> Pronunciò pianissimo quel nome, quasi lei fosse stata lì accanto e avesse potuto svegliarla. <Ti prego, vieni da me< Sentiva le lacrime salire, gonfiargli le palpebre chiuse in cerca di una via di fuga da occhi che vedevano solo la moglie, senza vederla realmente.

<Sei andata via troppo presto>

Arleen Weissberg ed Eric Liut si erano conosciuti in un pub, si erano piaciuti e infine si erano sposati. Erano perfetti insieme, felici. Si amavano.

Ma Arleen era già sposata, e amava Eric tanto quanto amava colui a cui aveva fatto voto di fedeltà la prima volta. L'Esercito. Ed era stato lui a portarla via per sempre, ad ucciderla.

Un giorno era partita, serviva aiuto da qualche parte, Eric non ricordava neanche più dove e perchè, e non era più tornata. Nessun uomo, nessun rappresentante di quell'esercito che l'aveva rubata dalle sue braccia venne a consolarlo. Un solo pezzo di carta. Una sola lettera dalla vita breve. Eric ci pianse sopra per ore poi, debole dalle gocce salate delle sue lacrime, la stracciò in migliaia di pezzi urlando e imprecando. Quel giorno morì anche lui. Ogni tanto trovava ancora dei pezzi minuscoli di carta di quella lettera. Li bruciava con l'accendino. Doveva scomparire per sempre. Come sua moglie. Come la sua bella Arleen.

Come poteva dimenticarla? Come poteva sua sorella pensare che l'avrebbe dimenticata? Dopo tutto quello che c'era stato, dopo essersi ubriacato del suo amore per anni, dopo aver vissuto nei suoi odori e nella sua voce, tra le sue braccia e i suoi baci. Come avrebbe potuto? Piangeva ora, Eric. Ma non riusciva a dormire, non riusciva a ricongiungersi alla moglie. Quella moglie che una sera, prima di addormentarsi gli disse >non sarebbe bello poter ricominciare i sogni da dove li avevamo interrotti?>

E lui lo aveva fatto, era riuscito a trasformare quella frase, astratta, in opera concreta. Lui ora poteva vivere i sogni, poteva continuarli, assaporarli. Poteva stare con sua moglie, almeno la notte. Perchè non lo voleva ora? Perchè non lo trascinava nel sonno come gli altri giorni dandogli appuntamento nei rescessi della sua mente? Ora che poteva viverla per davvero, come fosse in carne ed ossa, come fosse viva? Eric ora poteva gestire i suoi sogni, poteva essere cosciente e sveglio al loro interno.

"Dannazione Arleen perchè non mi vuoi ora?"

Piangeva Eric. E proprio come un adolescente ferito, proprio nel pianto la mente crolló. Proprio nel pianto scivolò in uno di quegli appuntamenti con la defunta moglie. Proprio nel pianto cadde nel sonno e il piccolo angolino della stanza si addormentò con lui rischiarato da una soave e tenera ondeggiante luce violetta.

Il colore preferito di sua moglie.


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