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Una storia di lisa1949

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #incontrialbar

Lo sconosciuto

#incontrialbar sguardi peccaminosi

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9 minuti

Pubblicato il 18 gennaio 2019 in Thriller/Noir

Tags: #Fascino #sensualit #killer #bar #Preda

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Lo sconosciuto.




Lo vidi davanti a quel palazzo. Pioveva. Si stava proteggendo sotto il cornicione. Sorrisi, come fosse un’idea peccaminosa che non potevo permettermi.

Attratta dal suo aspetto, giovane e carico di sensualità. Lambito da schizzi d’acqua piovana, assumeva un che di misterioso.

Che cosa diavolo stava aspettando? Almeno mi avesse dato un cenno di considerazione: nulla. Non una piega del volto che denunciasse un’emozione.

Continuai a “puntarlo” come si fosse trattato di una preda su cui sparare. In quegli istanti dentro di me era esploso un desiderio incontenibile. Volevo quell’individuo, carpirne l’attenzione, sentire la sua voce, che già immaginavo sensuale, avvolgermi di frasi provocanti, testare il calore delle sue mani su di me. Si fosse almeno scosso da quella posizione passiva rendendosi disponibile alle mie volontà …

Seduta al tavolino del caffè della piazza sottostante il mio appartamento, gustavo una cioccolata calda, o meglio ne stavo godendo il piacere.

Le mie papille gustative erano in estasi, proprio come i miei occhi, incapaci di distogliere lo sguardo dallo sconosciuto.

La situazione mutò in modo repentino, tanto che ne restai sorpresa. D’improvviso il giovane si voltò verso di me. I suoi occhi neri e profondi, s’infilarono dentro i miei superando la barriera di vetro, quasi a perforarla.

Provai un fremito che mi scosse totalmente. Un frammento di tempo abbastanza lungo da tenermi col fiato sospeso: una perversa premonizione.

Credo mi avesse ipnotizzata poiché, senza che me ne fossi resa conto, lo trovai seduto sulla sedia di fronte a me. Oddio quanto era attraente!

«Non ti disturbo vero?» domandò sicuro di sé. “Quale disturbo?” pensai “era ciò che aspettavo!”

«Figurati, fuori piove che Dio la manda!» Lo osservai in modo minuzioso. Avida, lo divoravo con l’immaginazione.

Cercavo di non far trapelare i cattivi pensieri rivolti alla sua persona. Certamente mi stavo eccitando alla prospettiva di una conoscenza casuale, iniziata così favorevolmente.

«Non sei di qui vero?» gli chiesi, inebriata dal profumo di colonia che si portava addosso, amalgamato all’odore penetrante della pioggia.

«In effetti sono di passaggio» confidò.

«Il mio lavoro mi spinge a continui spostamenti» precisò con gentilezza.

In uno sconosciuto bar alle cinque di pomeriggio di un giorno dal clima impossibile, in compagnia di una donna attraente, un uomo ha bisogno di qualcosa di forte.

«Posso offrirti da bere?» domandò, posando lo sguardo sulla mia tazza ormai vuota.

«Io berrei un Bourbon: lo gradisci anche tu?»

Altro che suadente, la sua voce era un pericolo, mi scioglieva senza nemmeno sfiorarmi.

«Ma certo, ti faccio compagnia volentieri, così ci riscaldiamo entrambi!»

Lo sguardo che mi rivolse non possedeva nulla di innocente, anzi. Che cosa diavolo era venuto a fare dalle mie parti costui?

Intanto sottoponevo me stessa a una miriade di domande. Ciò che stava accadendo non era affatto un gioco, lo percepivo chiaramente, ma lo sconosciuto ne era consapevole?

Sorseggiava il suo wisky con distacco, come se stesse tramando qualcosa.

«Dovrei darmi una ripulita, ho un appuntamento di lavoro stasera» esordì pensieroso.

«Dove alloggi?» domandai indiscreta.

«A dire il vero non ho prenotato l’hotel. Conto di rientrare stanotte» spiegò.

“ Ecco una buona occasione” pensai fra me e me “Mi faccio avanti?”

«Se a te va bene, abito qui a pochi passi, puoi anche concederti una doccia…» osai disinibita, ormai totalmente coinvolta.

«Sarei stupido a rifiutare un invito tanto generoso. Come ti chiami?» il suo piano si stava consolidando, era visibilmente soddisfatto.

«Sandra e tu?» Mi sentivo banale, ma non m’importava affatto.

«Alan» rispose. «Adesso andiamo però, si sta facendo tardi!» Si alzò e, afferrandomi la mano, si fece accompagnare direttamente alla cassa per pagare le consumazioni.

La pioggia continuava a battere insistente, pareva penetrare fino dentro alle ossa. Per fortuna affrontammo solo pochi metri prima di entrare nell’androne dell’edificio dove abitavo.

«Che piano Sandra?» In ascensore teneva le lunghe dita sospese, in attesa di premere il tasto giusto.

«Ultimo tesoro, quasi vicino alle stelle!» Indicai, sempre più immersa dai miei turbamenti composti di torbide fantasie.

L’umidità assorbita si stava trasformando in vapore, dentro l’abitacolo dell’ascensore, rendendo la situazione ancora più eccitante. Percepivo gli impulsi emotivi del suo corpo percorrermi come una carezza voluttuosa.

Restare immobile aspettando di raggiungere la meta? Una tortura imbarazzante.

«Bene, abiti in mansarda, molto bello e intimo qui! C’è un silenzio assordante, però.» Commentò appena entrato. Per un attimo mi sentii persa, indecisa su come iniziare l’approccio. Meglio aspettare e scoprire le sue intenzioni.

Tolsi il trench nero ancora umido. Intanto, Alan si era già messo a proprio agio restando in maniche di camicia.

Bianca, incollata sulla pelle scura, aderiva sulla muscolatura bagnata di pioggia, procurava un contrasto seducente. Un tatuaggio posto sull’avambraccio destro: una scritta. Forse un nome?

«Se ti occorre il bagno, accomodati pure…» esordii, spezzando quello strano silenzio. Sorrise. «Musica? Se permetti decido io» determinato e sicuro delle sue mosse.

Prese alcuni dischi in vinile tra quelli della collezione esposta, scelse e posò sul piatto Giovanni Allevi, non me lo sarei aspettato.

«Sappiamo entrambi perché siamo qui, non negarlo…» disse avvicinandosi a me.

«Ne sei davvero così sicuro?» replicai con un sorriso malizioso.

«É ciò che desideravi da che mi hai notato là fuori, sotto il cornicione» rimarcò sicuro. Neppure il tempo di rispondere, che mi ritrovai immersa nella sua bocca, travolta da un bacio dal sapore soprannaturale.

Dotato di una sensualità tale da sconvolgermi totalmente, annientata perdevo lentamente coscienza, mentre lui mi accarezzava delicatamente.

Credevo di delirare, priva di ogni controllo. Mi sentivo io preda in quel frangente.

Il desiderio si fece irresistibile, lui esitava però; s’intratteneva nella voluttuosità delle sue mosse, nelle intime carezze, si avvicinava e si ritraeva, poi ricominciava da capo.

Una sorta di agonia. “Quale gioco perverso starà mai pianificando?” mi chiesi.

A quel punto mi ribellai, anima e corpo.

Eh no! La situazione l’avevo progettata io stessa: io sola sapevo quale fosse il vero scopo della serata e lo dovevo raggiungere, non potevo desistere.

A me l’onore di procedere, di impadronirmi nuovamente della scena; di certo non spettava a me soccombere, non era previsto. Intenzionata a godermi sino all’ultimo istante, ogni mossa minuziosamente calcolata, sino a sentirmi pienamente soddisfatta.

Alan, così affascinante ed esperto, si lasciò sottomettere volentieri senza nutrire alcun sospetto. L’aria nella mansarda era satura di sapori e odori assolutamente sensuali, eccitanti. I nostri corpi accaldati fremevano all’unisono.

Il buio si era ormai impadronito del giorno. A sera inoltrata, quando la giovane donna, in apparente stato confusionale, entrava nel bar della piazza, quello proprio sotto la sua abitazione.

«Presto, aiutatemi, un uomo ha tentato di aggredirmi! L’ho colpito!» Urlava immersa in un pianto disperato. Sul corpo nudo indossava il trench nero, sporco di sangue.

«Sandra, che succede? Calmati! Siedi, ora chiamo la polizia.» la rassicurò il barista, offrendole qualcosa di forte.

Il commissario giunse di lì a poco per valutare la situazione e svolgere le indagini dovute seguito, qualche minuto dopo, dal medico legale.

La bellezza inquietante della donna, seppure in quello stato, lo conquistò subito.

Sandra, accompagnò i due personaggi nella mansarda teatro del delitto.

La porta socchiusa, s’intravedeva uno spiraglio di luce provenire dalla stanza da letto.

Sdraiato di traverso, un giovane uomo privo di vita.

Completamente nudo, le gambe spenzoloni, giaceva in una pozza di sangue. Il collo trafitto da un grosso ferro da calza, che gli aveva perforato la vena giugulare.

Morte per dissanguamento. Un’ agonia alquanto lenta, secondo le prime valutazioni.

«Se la sente di raccontare l’accaduto signora?» Domandò il funzionario, preoccupato per l’apparente stato di shock della donna.

«L’ho invitato avendolo visto fradicio di pioggia. Non lo credevo pericoloso» spiegò in preda alla disperazione.

«Appena entrati a casa, mi si è scagliato addosso, tentando di violentarmi.» Intanto asciugava le lacrime.

«Non vi conoscevate dunque?» Aggiunse ancora il commissario. «No, affatto; non sapevo chi fosse.» Dichiarò lei con un filo di voce.

«Urlavo, ma chi mi avrebbe sentita qui?» Nel raccontare scuoteva il capo, come fosse incapace di rassegnarsi.

«L’ho colpito con il ferro, poi credo di essere svenuta. Comprende? Vedere tutto quel sangue…»

«Prosegua se se la sente. Le faccio portare un caffè?» Propose l’uomo con garbo.

«Grazie dottore, perché no? Magari mi aiuta.» La voce più rinfrancata.

Intanto gli incaricati rilevarono i dettagli e le impronte per ricostruire la scena.

«Perché ha usato un ferro da maglia per difendersi?» S’informò ancora.

«Lo tenevo sempre nel cassetto: sa io vivo da sola.» Una giustificazione plausibile.

L’ispettore si guardava intorno, carpendo ogni particolare. Sandra intanto osservò che era proprio un bell’uomo. Alto e bruno, sulla cinquantina, un tipo interessante.

La donna cominciò a esaminarlo con occhi e pensieri differenti.

Si portò le mani nei capelli scrollandoli, per dare loro un aspetto più ordinato, poi prese a pizzicarsi le guance, rimediando un colorito più salutare.

Le tracce organiche facevano pensare a un rapporto consumato, dubbia la dinamica.

«La sua biancheria intima e quella della vittima, sono state appoggiate con ordine sulla poltrona, è insolito nei casi di violenza» fece notare l’incaricato.

«Mi scusi, é stato un gesto involontario, lo so non dovevo toccare nulla.» Ammiccava con l’espressione pentita.

«Da quanto tempo abita qui Sandra? Posso chiamarla per nome?» osò l’uomo.

«Ma sì, naturalmente!» Lo esortò.

«Da pochi mesi, prima abitavo in un’altra cittadina a un centinaio di chilometri da qui.» Spiegando il motivo del trasferimento.

«In quella zona bazzicava un serial killer, avevo paura!»

Intanto dal bar portarono su due caffè nelle tazzine termiche.

Sandra afferrò la sua sicura, aggiunse la bustina di zucchero, mescolando con calma.

Fu allora che il trench, le si aprì, mostrando le lunghe gambe nude.

«Grazie… signor? Qual è il suo nome?» Lo sguardo penetrante, giusto per distoglierlo dall’analisi del caso.

«Mario è il mio nome, se preferisce chiamarmi così, faccia pure.» Allo stesso tempo le afferrò una mano, un gesto spontaneo.

«Mario se preferisci ho del buon Armagnac, magari ci riscaldiamo un pochino!»

Lo fissò di nuovo dritto dentro gli occhi cerulei, proponendosi seducente, spogliandosi di tutte le inquietudini e delle menzogne congegnate.

Mario ricambiò eloquente quello sguardo, visibilmente disorientato.

«Dove tieni i bicchieri Sandra?» domandò ormai sottomesso alla voluttà della donna, abbandonandosi alle sue sapienti e manipolazioni, incapace di resistere a quella travolgente carica sensuale.

Era notte fonda ormai, gli uomini della scientifica stavano rinchiudendo in un grosso sacco di plastica nera, il corpo privo di vita di un uomo.

Alan, l’incauto giovane sconosciuto seducente, bello e sfortunato, che poche ore prima, malauguratamente, tentava di ripararsi dalla pioggia scrosciante sotto il cornicione di un palazzo a pochi metri da un bar situato in una ignota piazza cittadina.

Morto accidentalmente, dentro una anonima mansarda, lassù, proprio vicino alle stelle.



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