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Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine Mille volte morta

Giorno 170 - Del vero dolore, che non è nel corpo...

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14 minuti

Pubblicato il 13 novembre 2020 in Horror

Tags: #Splatter #Romanzoapuntate #Morte #Introspezione

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Giorno 170 - Del vero dolore, che non è nel corpo
​​​​​​​ma nell'anima

Il centosettantesimo giorno ero agguerrita.


Non m’importava cosa fosse successo il giorno precedente: sarei andata avanti per la mia strada, incurante del fatto che la Signora delle Perle avrebbe potuto mettermi i bastoni tra le ruote in qualsiasi momento. Se quel giorno mi avesse impedito di fare quello che mi ero prefissata, allora ci avrei riprovato il giorno, e quello dopo, e quello dopo ancora.


Come ho detto: ero agguerrita.


Decisi che rimandare non aveva più senso. C’era una persona che volevo assolutamente rivedere, non potevo più negarlo neanche a me stessa.


Per arrivare alla mia mèta mi aspettava un lungo tragitto, che decisi di fare a piedi nonostante le centinaia di possibili morti seminate sul mio cammino: avevo bisogno di tempo per riflettere, per prepararmi, per dominare l’ansia e l’eccitazione che si scontravano dentro di me come bestie feroci, rendendo frenetiche le pulsazioni di quel cuore che ormai era più aduso a non battere affatto, che ad accelerare il proprio moto.


Paradossalmente, per strada non mi accadde nulla: che la Signora delle Perle non sapesse cos’avevo in mente, o che lo sapesse e stesse architettando per me una morte particolare, non mi era dato saperlo. Tutto quello di cui ero a conoscenza era che finalmente mi trovavo di fronte alla porta che conoscevo meglio di qualunque altra.


Non saprei dire per quanto tempo rimasi immobile di fronte al battente un po’ sciupato dal tempo ma ben tenuto, con il braccio stupidamente sollevato a mezz’aria e il pugno chiuso: c’era qualcosa, dentro di me – di sicuro il timore che una qualsiasi sciocchezza potesse spezzare quel momento di passaggio, l’unico e l’ultimo che mi separasse dalla persona che più di ogni altra bramavo riabbracciare – che m’impediva di proseguire, di compiere quel semplicissimo gesto.


Bussare a quella porta fu per me la cosa più difficile di quel centosettantesimo giorno, e forse della mia intera vita.


I passi che risuonarono quasi all’istante li conoscevo bene; e il volto che mi accolse non appena l’uscio si schiuse fu quello che per primo avevo imparato ad amare.


«Rosie, tesoro!» furono le prime parole che mi rivolse mia madre.


Avevo tentato di prepararmi, di calmarmi abbastanza da non reagire in maniera spropositata, ma nella frazione di secondo che seguì quell’istante – quel momento di pura luce, di amore incondizionato che traspariva da tutto di mia madre, dalle sue parole, dalla sua espressione, dal suo sorriso tanto felice nel vedermi lì – capii che non era servito a niente. Meglio: capii che neanche se mi fossi preparata per un’intera eternità, sarei potuta restare distaccata di fronte alla sua reazione. Non più. Non ora, che il mio punto di vista su tante cose stava cambiando, che imparavo a osservare i dettagli come mai avevo fatto prima, e ad apprezzare talune cose che avevo sempre considerato naturali, e che avevo sempre dato per scontate con l’arroganza tipica della mia specie e della cultura del mio tempo.


Come potevo restare indifferente all’amore di mia madre, un amore incondizionato nel senso più pregnante della parola, dato senza chiedere nulla in cambio, se non di vedermi libera, sana e felice?


Oh, se solo avesse saputo. Se solo avesse immaginato che nella mia vita – o almeno in quel che ne restava – non c’erano più libertà, né salute e tantomeno felicità, ma solo un vuoto incolmabile, una totale assenza di tutto ciò che rende un’esistenza realmente degna di essere definita completa!


Quelle riflessioni erano tutto ciò a cui riuscivo a pensare. E per un attimo, benedetto e troppo breve, diventai migliore di come ero sempre stata; per un attimo smisi di essere egoista, e invece di pensare a ciò che faceva a me la Signora delle Perle pensai a quello che avrebbe potuto fare a mia madre, se solo quest’ultima avesse potuto sapere e capire cosa mi stava accadendo.


Prima che mia madre potesse rendersi conto di cosa stava succedendo, scattai in avanti e l’abbracciai, trattenendo solo in parte le lacrime.


«Rosie?» esclamò mia madre, allarmata. «Rosie, tesoro, che c’è? È successo qualcosa?». Mi batté qualche pacca sulla schiena, forse intuendo che ero molto più scossa di quanto lasciassi vedere. «Tesoro, per l’amor del cielo, dimmi cosa c’è che non va!»


Mi staccai da lei, sforzandomi di sorridere. «Non c’è niente che non va, mamma. Sono solo felice di vederti» risposi optando per una parte della verità, quella più importante, che mi aveva portata fin là.


Mia madre mi rivolse uno sguardo scettico come non mai mentre mi trascinava in casa. «Sono tua madre, Rose: non provare a mentirmi, perché so riconoscere quando lo fai!»


Era vero, ed era una sua caratteristica che spesso avevo odiato, soprattutto durante gli anni dell’adolescenza: stavolta invece, nonostante sapessi che in nessun modo avrebbe potuto scoprire cosa le stavo nascondendo, fui lieta di quella sua capacità di leggermi come un libro aperto, felice di quel legame che in qualche modo mi permetteva ancora di esistere in lei e attraverso di lei.


In cinque minuti mi ritrovai seduta in cucina, con i piedi sul bordo della sedia – l’aveva sempre odiato, e pur sapendo che non c’era modo di impedirmelo continuava a guardarmi male ogni volta che mi azzardavo a farlo in sua presenza – e l’odore del the alla vaniglia, il mio preferito, che saliva dalle tazze che mia madre aveva subito preparato.


«Allora, Rose» esordì con un pizzico di severità, «dimmi cosa ti succede».


Nascosi un sorrise triste nella tazza: mi sarebbe piaciuto tanto poterle rispondere con sincerità, ma sapevo che se l’avessi fatto si sarebbe arrabbiata, pensando a uno dei miei soliti scherzi macabri; e se anche per uno strano caso mi avesse creduta, non avrei mai potuto farle questo, darle un dolore e un’angoscia tanto grandi.


Decisi per una piccola bugia, ma così vicina alla realtà da ingannarla quel tanto che bastava.


«Be’, c’è una mia collega, al lavoro…» mormorai mentre sorseggiavo il the, «e credevo fossimo amiche, ma ho scoperto che mi sono ingannata. È stato… triste».


Mia madre mi fissò a lungo, poi lasciò cadere le spalle con un gesto che era metà di dispiacere e metà di rassegnazione: da qualche parte, dentro di sé, sapeva che mentivo, ma la sua mente sapeva altrettanto bene di non poterlo dimostrare.


«Mi dispiace, tesoro» disse dopo un po’: era dispiaciuta davvero, lei, ed era l’unica sulla cui sincerità avrei potuto scommettere tutto quello che avevo e che ero. Era il legame più saldo che avessi ancora con il mondo.


Ed era il solo balsamo che, dopo ventuno giorni, riusciva a lenire quel groviglio di tristezza, rabbia, sofferenza e frustrazione che mi annodava lo stomaco.


Decisi che era venuto il momento di alleggerire l’atmosfera: non ero andata fin lì per intristire mia madre, bensì per passare del tempo con lei chiacchierando e scherzando come avevamo fatto tanto spesso, quando ancora vivevo con i miei genitori.


«Dai, è quasi ora di pranzo, papà starà per tornare» dissi. Mi rimboccai le maniche. «Oggi ti riposi. Cucino io!»


Mia madre si mise a ridere, palesemente lieta di quella piccola “vacanza” inaspettata. Presi una padella, accesi il gas e misi a scaldare l’olio: volevo preparare un bel sughetto, e andai veloce verso il frigorifero per prendere il necessario per il soffritto.


L’errore quel giorno forse fu mio. Dico davvero. Solo il giorno precedente ero morta dentro una cucina, e magari avrei dovuto evitare di mettermi a cucinare – insomma, come niente la Signora delle Perle avrebbe potuto prenderla come una provocazione o una sfida – ma non ci pensai.


Forse, nella fretta di versare l’olio nella padella, ne avevo fatto cadere qualche goccia sul pavimento, o forse non c’era nulla: fatto sta che quando tornai verso i fornelli, il mio piede scivolò e io caddi all’indietro.


Non aveva senso cercare di impedire la caduta, sapevo che era così, eppure l’istinto di una vita intera mi aveva fatto comunque cercare un appiglio per non finire a terra.


Lo trovai, un appiglio. Ma non avrebbe potuto essere peggiore.


L’unica cosa che la mia mano aveva incontrato era il manico della padella che avevo messo sul fuoco, ma in quel momento non mi resi conto di cosa fosse: mi ci aggrappai, e quella venne giù con me.


Dritto sulla mia faccia.


Ero esplosa, ero stata fulminata, infilzata, e un certo numero di altre cose, ma il colpo duro del metallo incandescente sul volto, e la sensazione dell’olio bollente che mi ustionava la carne, furono la cosa più dolorosa che avessi provato da quando era iniziata tutta quell’assurda storia.


Gridai. Gridai, mentre ero ancora viva – sì, viva: respiravo e urlavo e soffrivo – e l’olio bollente squagliava, letteralmente, il mio occhio, e corrodeva la pelle del mio viso. Se non fossi stata agonizzante a terra, avrei trovato quasi divertente il fatto: stavo cuocendo. Nel vero senso della parola, perché una parte del mio cervello riusciva ancora a registrare gli stimoli esterni, e il mio naso era pieno dell’odore di carne cotta.


La mia carne.


Non capii mai con certezza cosa mi fece morire, quel giorno. Magari l’olio bollente era filtrato dalla cavità oculare fino al cervello e aveva fritto anche quello: fatto sta che sentii una sensazione dolorosissima all’interno della mia testa, tutto il mio corpo fremette contro la mia volontà, e io morii. Di nuovo.


Almeno, pensai tra me, non sento più il dolore.


Era vero, anche se era una ben misera consolazione. Fissai il soffitto con l’occhio superstite, aspettando pazientemente che la Signora delle Perle arrivasse: sapevo che sarebbe venuta, ormai era un appuntamento fisso e, peggio, inevitabile.


E lei venne. Bellissima nel suo tailleur, come ogni giorno, giocherellava col filo di perle che portava al collo mentre mi guardava dall’alto in basso, in piedi accanto al mio cadavere.


«Ebbene, Rose» disse, «sei ancora ostinata a non volermi temere?».


Non ebbi il tempo di pensare a una risposta, a un insulto, a nulla, perché in quel momento un urlo disumano spezzò il silenzio e arrivò fino alle mie orecchie.


«ROSE!»


Avevo dimenticato dove mi trovavo: il dolore aveva cancellato ogni cosa. Quell’urlo ebbe il potere di riportare la mia mente, o quello che era, alla realtà: non ero sola, non ero in compagnia di persone che a stento mi conoscevano o a cui comunque di me importava poco o nulla. No: ero in casa dei miei genitori. Ero morta nella cucina di mia madre.


E davanti ai suoi occhi.


«ROSE!»


Urlò di nuovo, urlò come se nel mio nome fosse racchiusa ogni cosa – e forse, per lei, era davvero così. Pochi istanti, e vidi il suo volto sospeso sopra al mio: era cereo, quasi esangue, e trasfigurato dall’orrore. A stento riuscii a riconoscerla.


Vidi le sue mani avvicinarsi titubanti al mio volto; mi sfiorarono, e anche se non potevo percepire più nulla di fisico, conoscevo il suo tocco abbastanza bene da poter immaginare perfettamente come sarebbe stato, se avessi ancora potuto sentirlo. Probabilmente la mia pelle era ancora tiepida, perché per qualche istante le dita di mia madre indugiarono sul lato del mio volto ancora intatto, forse cercando, contro ogni buonsenso, qualche segno di vita. Ma in me di vita non ce n’era più, e anche lei parve accorgersene: di scatto ritrasse la mano, come se il contatto con il mio corpo morto fosse troppo da sopportare. Poi parve ripensarci: mi mise una mano al centro del petto e mi scosse con forza, come faceva sempre durante gli anni delle superiori, quando mi chiamava al mattino e io non accennavo ad alzarmi.


«Rose. Rose!» urlò di nuovo. Continuò a scuotermi, come se davvero si aspettasse di vedermi riemergere dalla morte. E in quel momento, proprio in quel momento, con le mani di mia madre aggrappate disperatamente alle mie spalle, sentii.


Sì, sentivo. Sentivo qualcosa dilaniarmi dentro: era il mio dolore che, generando quello di mia madre, mi tornava indietro amplificato infinite volte. Il mio dolore, causa del suo, e intrecciati così stretti che non potevo più capire dove iniziava uno e dove finiva l’altro.


Era la cosa più straziante che avessi mai provato: il dolore fisico non era nulla, nulla, al confronto.


«Ti avevo avvertita, Rose» disse la Signora delle Perle, spezzando il silenzio: avevo dimenticato che era ancora lì. «Ti avevo avvertita che se non fossi tornata a più miti consigli, sarei stata costretta a fare del mio peggio, ma non mi hai voluto dare ascolto: se ora tua madre sta soffrendo, la colpa è solo tua».


Non potevo accettarlo, non potevo resistere, non potevo sopportarlo: morire atrocemente ogni giorno era una cosa che potevo tollerare, ma che quella maledetta vecchia avesse deciso di mettere in mezzo mia madre, no. Né avevo intenzione di permetterle di dare la colpa a me.


«Tu, lurida vecchia perversa!»


Era la mia voce; era decisamente la mia voce, quella che usciva dalla mia bocca ogni volta che mi infuriavo oltre ogni possibilità di controllarmi, ma stavolta non era dal corpo che proveniva: quello era ancora esanime, stretto tra le braccia di mia madre.


Stavolta la mia voce era uscita da una parte diversa di me: quella parte a cui non avevo quasi mai pensato.


Non avevo mai riflettuto su cosa, di me, dopo la morte si separasse dal corpo e andasse in quel nulla oscuro in cui regolarmente mi spediva la Signora delle Perle; non avevo mai riflettuto sulla mia anima.


Fu quel centosettantesimo giorno che ne divenni pienamente consapevole.


Ero di nuovo in piedi e guardavo il mio stesso corpo e mia madre dall’alto del mio metro e sessantotto; e per la prima volta da quando tutto era cominciato, potevo guardare la Signora delle Perle dritto negli occhi.


E stranamente, lei ne sembrava sconcertata più di quanto non lo fossi io.


«Come hai osato fare questo a mia madre?». Morsi ogni parola: avrei voluto mordere lei, strapparle via la giugulare con i denti, e mai avevo provato tanto odio per qualcosa o qualcuno. Ma la Signora delle Perle non parlò. «RISPONDIMI!»


La Signora delle Perle strizzò le palpebre e scosse appena la testa, poi mi guardò come si guarda qualcosa di straordinario.


«Tu sei consapevole» sussurrò: il suo volto era agghiacciato. «Tu progredisci! Vai avanti, quando dovresti andare indietro!». Scosse ancora la testa. «Questo non va bene, Rose!»


«Da quando decidi tu cosa va bene e cosa no?» ringhiai. Non potevo controllarmi, non ne ero in grado: non se sentivo i singhiozzi e i gemiti di mia madre, e quel dolore bruciante, straziante, che non cessava di farmi a pezzi. «Sai cosa non va bene? Coinvolgere mia madre!» tuonai.


«Tu mi hai costretta a fare questo» replicò la Signora delle Perle, tornando in sé.


«Io non ti ho costretta a fare niente!» gridai; d’impulso la mia mano – o quel che era – scattò verso di lei, verso la sua gola, ma quando la toccai mi resi conto che non avrei potuto farle nulla. Ormai ero priva di solidità; potevo toccarla, certo, ma era come avere la mano immersa nella nebbia o nel vapore: era come cercare di stringere qualcosa di impalpabile, umido e appiccicoso. Forse valeva solo con lei, o forse no: ma non avrei mai avuto il coraggio di provare a toccare mia madre.


«Non puoi farmi niente, Rose» mormorò lei. «Non puoi colpirmi né ferirmi. Dovresti soltanto rassegnarti: non avrai mai la meglio contro di me, non puoi farcela. Non prolungare la tua agonia: desisti».


«Io ti odio» annunciai ad alta voce: desistere non faceva parte dei miei piani. Lasciare che la Signora delle Perle vincesse non faceva parte dei miei piani: non era stato così prima, e di certo le cose non sarebbero cambiare ora, dopo quello che aveva osato fare. «E per quanto mi riguarda, andremo avanti così per il resto dell’eternità». Sogghignai malvagia: ormai avevo compreso che lei odiava quanto me quella snervante routine, e più di tutto, odiava dover ammettere ogni giorno di aver fallito nel proprio intento. «Sei pronta a convivere con la mia costante compagnia? Sei davvero pronta ad avere davanti agli occhi la prova della tua inettitudine fino all’ultimo giorno della tua esistenza? Perché io non ti lascerò vincere: oggi mi hai soltanto dato un motivo in più per resisterti».


«E ti ho anche dato un motivo in meno per farlo» replicò la Signora delle Perle con voce limpida e dura. «Oggi hai scoperto di avere un’anima, e soprattutto hai scoperto che è in essa che esiste il vero dolore: dovresti temere ancora di più quello che posso fare a te…», lanciò uno sguardo eloquente a mia madre, ancora accasciata sul pavimento, tra di noi, «…o alle persone che ami».


«Mettimi alla prova» risposi.


«Lo farò» disse la Signora delle Perle: intorno a me l’oscurità divorò ogni cosa, compresi mia madre e il mio cadavere, e mi si appiccicò addosso filtrando dentro di me. «E ricorda, Rose, che io non perdo mai».


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