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Una storia di Jelena

Colibrì

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4 minuti

Pubblicato il 14 maggio 2020 in Altro

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Il silenzio è il mio posto preferito al mondo, mi ha sempre accolta, non fa domande, non esprime giudizi.

Il silenzio è stato la mia casa in questi mesi, troppi dicono alcuni, mai abbastanza rispondo io.


Parlare di un dolore è una guerra contro sè stessi, è la paura di ricevere consigli non richiesti, frasi ciniche mascherate da incentivi per rialzarsi da un pavimento a cui ormai abbiamo regalato tutto il nostro calore e le nostre lacrime. Parlare di un dolore è rivivere la tragedia, è annegare ancora ed ancora rifiutando la mano tesa proprio di fronte a noi. Così ho fatto per tutti questi giorni, trincerata dietro il mio confortevole silenzio, iniziato quando l'estate volgeva al termine ed interrotto quando un'altra sta per cominciare.

Cos'è che mi ha chiuso la gola impedendomi di parlare?

Mi hanno strappato un dono dalle mani, la natura crudele mi ha fatto provare la gioia più grande che avessi mai provato, mi ha fatto udire il suono più bello che io avessi mai sentito: quello di un piccolo cuore che batteva dentro di me, un suono quasi ipercettibile, nuovo, troppo veloce per scandirne ogni singolo battito. Mi ha consegnato tra le mani una nuova vita affidandomi il compito di plasmarla, mi ha regalato la meravigliosa sensazione di immaginare qualcuno che avesse i miei occhi e le labbra della persona che amo.

E poi me l'ha portato via in una manciata di settimane.

Undici per l'esattezza.

Quel battito di colibrì si era arrestato di colpo, senza un perchè, senza un colpevole da giustiziare. Ti dicono che spesso succede e nessuno ne ha colpa, la natura sceglie per noi e non possiamo fare altro se non arrenderci al fatto che è così che è andata.

Dopo le tante lacrime, le notti insonni, le grida soffocate nella doccia, arriva il silenzio più profondo come una corda di salvezza, una barriera dietro cui proteggersi.

Non me ne sono nemmeno resa conto, ho smesso persino di piangere, ma anche di ridere.

Restavo a guardare le stagioni cambiare colore da dietro una finestra, bloccata nel passato e proiettata in un futuro svanito.

Persino scrivere era diventato impossibile, il foglio bianco si tingeva di terrore e di ansia, le parole erano lame che si conficcavano in ferite ancora completamente aperte e che mi rifiutavo di medicare. Il senso di colpa è diventato un peso insostenibile, il senso di vuoto una tortura che mi teneva per mano ogni giorno senza mai allentare la morsa.

Succede questo quando si perde qualcosa a cui si tiene, la nostra mente inizia a scandagliare il fondale della memoria, cercando disperatamente anche un nostro più piccolo ed impercettibile errore.


Forse quella busta della spesa era troppo pesante?

Ho ricordato ogni giorno di prendere le cose che il medico mi aveva prescritto?

Ho respirato il fumo di una sigaretta accesa?


Niente avrebbe cambiato le sorti di un destino già segnato, eppure ci si aggrappa ad ogni singolo momento, ad ogni gesto, fino a quando i pensieri si trasformano in tenebre dalle quali diventa impossibile uscire.

Questo è il motivo del mio silenzio, una vita spezzata ancora prima di vedere la luce, una felicità interrotta, un dolore con il quale non avevo mai fatto i conti, un lutto difficile da metabolizzare.

E' complicato parlare di sogni e speranze che avevano preso forma tra le pareti di una casa che avevamo appena finito di arredare, è complicato parlare a chi, per fortuna, non ha mai vissuto un'esperienza simile. Ci vuole pazienza nel restare ad ascoltare frasi esortative, a tratti troppo crude, ad aggrapparsi a quel "succede a tante, ne uscirete".


Serve coraggio ad uscire dal silenzio, serve coraggio nel mostrare uno sguardo ancora dolorante, un sorriso appena accennato, i solchi delle lacrime che rigano le guance.

Serve coraggio per rientrare nei binari, per ricominciare a fare le cose che mi facevano star bene, come riempire un foglio bianco senza bloccarmi alla seconda frase. Serve coraggio ad ammettere di avere una scrittura un po' arrugginita, di non trovare più frasi che volteggiano su loro stesse per poi trovare la loro perfetta collocazione. Devo reimparare tante cose.

Sto lavorando su me stessa, su una famiglia che per ora è tornata ad essere un duo ancor prima di diventare un trio, mi sono data del tempo, senza accanirmi, senza utilizzare la tecnica del chiodo scaccia chiodo. Ho abbracciato l'immensa voragine che la vita ha aperto davanti ai miei piedi, ci sto ancora camminando dentro, ma almeno mi sono alzata da terra.

Ci vuole coraggio ad ammettere di aver amato un figlio ancor prima che nascesse, ci vuole coraggio per compredere a pieno che non ho colpe, che nessuno ne ha.

Non so ancora se questo possa essere un ritorno, so che qualcuno se è chiesto -che fine ha fatto J.?- So anche che non ha ottenuto risposta se non un lungo silenzio.

Per ora ho messo nero su bianco una piccola parte del mio vissuto, di quello che mi ha portato a diventare ciò che sono oggi, ciò che sarà domani ancora non lo so.


Da qualche parte c'è un piccolo colibrì che sbatte le ali e io posso ancora sentire il meraviglioso suono di un microscopico cuoricino che batte.





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