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Una storia di DavidRH

Via dei Titani

viaggio di sangue

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643 minuti

Pubblicato il 25 settembre 2017 in Fantasy

1

I

Macerie

Il tempo è relativo e lo si percepisce diversamente in base alle emozioni, le situazione e altri fattori, esso può durare un attimo nei momenti di gioia e invece diventare un eternità nella sofferenza, questa sua caratteristica va contro il proprio volere, come succede spesso nella vita, nulla va sempre per il verso giusto.

Ogni lungo viaggio può durare anche un istante ma sfortunatamente per me non fu così, un’infinita serie di sofferenze che non sembravano mai cessare, non riuscivo a vedere la luce alla fine del tunnel perché esso sembrava chiuso su stesso in un infinito cerchio da cui non si poteva uscire. Passai in quel luogo da cui tutti si tenevano alla larga anni, lì dove i fondatori di un mondo erano stati emarginati ed etichettati come mostri e non come padri, lì dove il dolore di una guerra ormai lontana era rimasto sempre vivo ricordando a quei pochi abitanti ciò che avevano perduto e ciò che avevano ottenuto, una distesa morta che era diventata la loro prigione, il loro monito.

Eppure per loro ciò che li circondava non era sufficiente a far estinguere quel loro attaccamento ad un mondo che lo aveva tradito, non si erano arresi benché non avessero modo di far alcunché, rimasero in attesa per mesi, anni, decenni e secoli ad aspettare la loro opportunità, un modo per poter redimersi e tornare lì da dove erano stati cacciati.

Il colossale cancello si aprì e una luce abbagliante mi travolse, ma ad attendermi oltre non c’erano creature celesti o angeli ma una dura e triste realtà, edifici distrutti e ormai abbandonati, una cupa e oscura aria che avvolgeva tutta la zona insieme ad una forte e incessante puzza di morte sotto un cielo grigio, una scena degna di un apocalisse. Mi sentii strano nel ritornare in quel mondo così libero da quel fardello tanto simile alla terra che era il Tartaro, mi sembrava quasi di galleggiare ma a contrapporsi a quella sensazione di leggerezza ci pensava la pesante atmosfera descritta, presi il mio sacco e mi avviai verso il cuore della città, a guidarmi fu un odore famigliare, un profumo che mi ricordava quasi casa, poiché era l’unica cosa di decente che si poteva annusare in un posto del genere la seguì senza farmi troppi problemi.

Non era rimasto nulla indenne alla furia della distruzione, sembrava l’opera di un mostro che dove passava annientava tutto portando con se distruzione, poche ombre abitavano ancora le vie in miseria di quel posto, sfuggenti e impaurite, continuai a camminare tra le macerie ancora un po’ cercando di capire che cosa fosse successo a una città fino a pochi anni fa così fiorente. Mi inoltrai ancora più in profondità tra i vicoli bui delle strade del centro che ora parevano più oscure e lugubre della notte, delle voci mi arrivarono all’orecchio, sembrava una discussione molto accesa e il rumore di metallo non faceva sperare in nulla di buono, tutto però sembrò tacere per qualche secondo come se quell’oscurità avesse inghiottito anche i rumori.

D’istinto mi spostai di lato, appena in tempo per schivare il massiccio corpo di un uomo scaraventato via alla tenue luce del sole, l’uomo finì contro un cumulo di macerie che fermarono la sua corsa procurandogli qualche seria rottura e numerosi tagli, mi avvicinai a lui per controllare le ferite e accertarmi che fosse ancora vivo, per fortuna sua pellaccia era abbastanza robusto da sopravvivere al colpo.

Dal vicolo scapparono altri due uomini frementi di paura che al vedermi ebbero un sussulto, sembrava stessero scappando da chi sa quale chimera, non persero altro tempo e se ne andarono con la coda fra le gambe lasciando il compagno alla sua sorte, un altro paio di passi, più lenti e decisi si sentirono uscire dal vicolo, sicuramente era l’aggressore e probabilmente qualcuno a cui chiedere cosa fosse successo mentre non c’ero, mi avvicinai al vicolo cercando di vedere chi stesse arrivando. <<scusa il disturbo ma avrei qualche domanda se per te non è un disturbo.>>

<<sei davvero tu?>>, chiese la figura dalla voce femminile avvolta dalla penombra, era tenue ma ben distinta.

<<credo di no, il mio nome è Ray e non “tu”>>, risposi stupidamente ad una domanda posta stupidamente male. La figura uscì dall’ombra mostrandosi alla luce, in un istante me la trovai addosso senza neanche accorgermene mentre mi teneva con le braccia avvinghiate al collo e facendomi cadere a terra. <<mi sei mancato così tanto, pensavo fossi morto>>, disse senza trattenere le lacrime o l’emozione.

<<non pensavo mi credessi tanto debole, è bello rivederti Aura.>>

A stento la si riconosceva, era ormai una donna fatta e finita e non una piccola anima animale in un corpo da bambina, se non fosse stato per quei tratti che la distinguevano anche nella sua vera forma forse non sarei riuscito a riconoscerla immediatamente, i capelli di neve, su cui spiccava un fiocco nero, gli scivolavano sulla spalla e gli coprivano l’occhio color ebano e la ferita sul lato sinistro del viso arrivandogli fino al petto prosperoso, che sporgeva stretto da un modesto corsetto nero che faceva spiccare il colore chiaro della sua pelle, era accompagnato dal mio cappotto nero che insieme ad una corta gonna con gale e la calzemaglia abbinata ai lunghi stivali a stringhe gli davano uno stile gotico e tenebroso.

<<certo che sei rimasto uguale dopo tutti questi anni, io invece sono cresciuta a dismisura.>>

<<che ci vuoi fare, non mi sono ancora abituato a questo mondo.>> gli accarezzai il viso confrontandolo col ricordo che avevo di lei e che era rimasto nella mia mente durante il tempo trascorso nel Tartaro. <<sarai anche più grande ma resti sempre la mia piccola cucciola.>> Aura affondo la faccia sul mio petto cercando di affondare il più possibile come un gattino in un letto morbido.

<<perdonami Ray, perdonami se non sono venuta con te. Mi sono lasciata prendere dalla paura e ti ho lasciato solo pensando solo a me.>>

<<te lo avevo già detto una volta, non devi mai scusarti con me. Sono solo felice che tu stia bene e che ti ricordi ancora di questo piagnucolone che non sa stare da solo.>> la strinsi ancora più forte contro il mio petto rassicurandola mentre la guardavo candidamente con sguardo amorevole.

<<ora basta piangere, mi dici che cosa stavi facendo in quel vicolo con quelli? Non mi stavi tradendo spero.>> scherzai per farla sorridere.

<<non potrei mai farlo, stavo solo passando di qua tornando a casa quando quel gruppetto di teppisti mi ha circondato per derubarmi e per far altro…>>

<<…lo credo bene visto quanto sei diventata bella, anche se non mi dispiace la tua vera natura.>> Aura ringraziò animatamente del complimento regalandomi un bacio sulla guancia. <<ed è per questo che da adesso non ti perderò di vista sempre che tu voglia stare con me, ovvio.>>

<<certo che lo voglio ma tu prima devi venire a casa e farti una doccia, non bisogna avere un olfatto come il mio per capire che hai un odoraccio.>>

Mi prese per un braccio facendoselo suo e mi trascinò attraverso la città in macerie tutta presa dall’eccitazione mentre io la guardavo ricordando quanto era piccola e indifesa un tempo e come fosse cresciuta, mi domandavo cosa avesse passato in mia assenza e a quanto deve essersi sentita sola, tutti questi pensieri alimentavano un rimorso interno che mascheravo sotto una espressione mite.

Ci fermammo di fronte ad una modesta casa in periferia di tre piani ancora in piedi, nonostante l’aspetto esterno poco rassicurante si capiva che ci abitava qualcuno, le enormi piante rampicanti che avevano coperto la staccionata e alcuni muri erano ben curate e dal colore acceso. <<io vivo qui da quando sono arrivata in questa città, insieme a me qui abitano altre sette persone, sono stati loro a darmi ospitalità. Meglio entrare, tra poco potrebbe far buio o potrebbero arrivare qualche banda.>>

Una volta dentro l’aspetto fatiscente dell’esterno lasciava posto ad una pulita e ordinata atmosfera famigliare, quadri, foto, libri e una gran quantità di mobili arredavano l’interno ben illuminato da vecchie lampade a combustibile. Due signori dalla grossa corporatura ci vennero incontro calorosamente andando ad abbracciare Aura che non si fece pregare. <<eravamo così in pensiero visto che tardavi nell’arrivare, grazie a dio stai bene>>, disse l’uomo più barbuto e abbronzato con gran sollievo.

<<voi vi preoccupate troppo, ci ho messo tanto perché ho incontrato una mia cara conoscenza.>> Aura mi indicò facendomi segno di venire avanti.

<<il mio nome è Ray, è un piacere conoscervi>>, mi presentai con un lieve inchino del capo.

<<molto educato il tuo amico, Ray hai detto…non sarà lo stesso di cui parli sempre e di cui fai quei discorsi sul futuro insieme.>> Aura negò tutto imbarazzata e passò subito alle presentazioni.

<<Ray ti presento Marko, lui si preoccupa sempre troppo, e lui è Luka, uno dalla facile parlantina.>> i due uomini avevano una stretta niente male, sembravano fabbri o muratori. <<loro erano imprenditori e proprietari di alcune zone della città prima della catastrofe, ora vivono qui con i loro figli cercando di andare avanti.>>

<<non parliamo di questi tristi fatti, Luka vai a chiamare i ragazzi, questa sera si festeggia l’arrivo dell’amato di Aura>>, disse a gran voce l’omone mettendo ancora una volta Aura in imbarazzo, per me invece fu un piacere essere di nuovo con delle persone dopo tanto tempo e un'occasione del genere non me la sarei fatta scappare.

<<vieni con me ragazzo, ti mostro il bagno così ti fai una doccia visto quanto sei sporco, questa sera sei nostro ospite e verrai trattato con tutti i riguardi.>>

Il loro bagno era più grande di quel che mi aspettassi, un enorme vasca occupava quasi metà di esso e dal leggero vapore che ne usciva l’acqua doveva essere stupenda. Mi levai quei vestiti che mi avevano accompagnato per tutto quel tempo, logori, sporchi e quasi a pezzi e mi immersi in acqua provando una calda e dolce sensazione di rilassamento che mi avvolse il corpo, a sfregarlo lo sporco, il sangue e la pelle morta si disperdevano nell’acqua, una volta finito lasciai sgorgare tutto e rimasi qualche minuto sotto l’acqua battente finché tutto il mio corpo non ritorno allo stato precedente al viaggio, per quello che si poteva.

Per fortuna nel bagno non c’era uno specchio o qualcosa su cui riflettersi altrimenti chissà quale reazione avrei avuto nel vedermi, mi cambiai il bendaggio e presi degli abiti che qualcuno aveva appoggiato portandosi via quelli stracciati, mi cambiai e mi lasciai guidare dalle voci chiassose dei due padroni.

Arrivai alla sala da pranzo che era già stata allestita e trovai tutti pronti per mangiare. <<Ray ti presento i nostri ragazzi: la più grande è Mariana, poi c’è Lucis e infine la piccola Sharia. Per quanto riguarda i figli di Marko abbiamo Yorick e Anda.>> tutti i ragazzi mi salutarono insieme calorosamente poi senza altri convenevoli si iniziò la cena, Aura come c’era da aspettarselo mangiava più di chiunque altro a tavola ma nessuno glielo rinfacciava nonostante la scarsa quantità di cibo, al contrario sembravano tutti molto contenti che gli piacesse così tanto quello che avevano preparato.

<<ragazzo non ti preoccupare, per noi è un piacere che mangi così di gusto di quel poco che possiamo offrire>>, mi disse Marko avendo notato la mia espressione preoccupata. <<vi ringrazio ma comunque non posso sentirmi tranquillo sapendo che Aura si mangia quasi tutto il vostro cibo…>> Aura si fermò un attimo sentendo le mie parole. <<scusatemi, non me n’ero mai accorta>>, disse seriamente sentendosi in colpa.

<<…per questo voglio darvi qualcosa per ripagarvi.>> diedi l’oggetto a Marko tra le mani e lui sembrò accendersi dalla felicità, si alzò e andò dall’altra parte del tavolo e mostrò l’oggetto anche al amico che partì dall’euforia con decine di ringraziamenti, sapevo che quella pietra era preziosa ma non quanto e dal comportamento dei due doveva essere molto elevato.

<<grazie mille ragazzo, questo è anche troppo per quel poco che ti abbiamo dato, c’è qualcos’altro che possiamo fare per te?>>

<<se non è chiedere troppo… qualcosa per il viaggio e il poter restare qui stanotte mi è più che sufficiente.>>

<<quindi hai intenzione di partire subito…? Lasciamo stare, sarà fatto amico mio, per domattina avrai le scorte che ti servono.>> promise Luka.

Dopo la cena mi ritirai nella mia stanza, piccola, piena di ogni comodità e dall’atmosfera accogliente. Mi lascia cadere sul letto e la sensazione di morbidezza fu un dolce piacere ritrovato che mi mancava di quel mondo, la tranquillità del non essere braccato o in pericolo faceva da perfetto accompagnamento, era una scena del tutto comune per una persona normale ma per me fu come rinascere.

Qualcuno bussò alla mia porta e senza neanche darmi il tempo per rispondere la porta venne aperta di scatto così come venne chiusa da chi era entrato che si lanciò sul letto e più precisamente addosso a me, d’istinto la schivai rotolando di lato sul letto di riflesso per poi cadere sdraiato a pancia in giù accanto al letto, il tutto non durò che qualche secondo. Aura finì con la faccia sul cuscino dopo aver fallito miseramente il suo attacco, non accennò nessun movimento mentre contemplava la non riuscita del suo piano. <<non dovevi spostarti, mi ero messa ad aspettare apposta il momento giusto>>, disse lamentandosi con la faccia immersa nel cuscino. <<scusami ma è l’abitudine, la prossima volta cercherò di non far caso al suo respiro pesante e al rumore dei passi lungo il corridoio insieme al lento e inutile balzo>>, gli risposi con tono colpevole.

<<non prendermi in giro>>, sbraitò scattando di nuovo per azzannarmi al collo, la accolsi a braccia aperte così che lei riuscì a mordermi al collo ma, allo stesso tempo la presi e la ribaltai sul letto trovandomi sopra a bloccargli ogni movimento.

<<certo che fai male, una volta eri così carina e innocente…>>

<<basta ripeterlo, ora sono cresciuta e visto che come aspetto sono più grande di te, anche se di poco devi portarmi un po’ più di rispetto cavolo!>>

<<scusami tigrotta e che… vederti così mi sembra così strano, non mi sono ancora abituato a questo tuo aspetto.>> la lasciai andare e mi buttai affianco a lei sprofondando la testa nel cuscino. <<e poi il fatto che ti metti certe cose non aiuta, non avevi qualcosa che ti coprisse di più che una maglia?>>

<<pensavo ti sarebbe piaciuto, me lo hanno consigliato Luka e Marko dicevano che non ce niente di meglio di una bella ragazza sul proprio letto e l’idea mi piaceva assai.>>

<<forse hanno ragione, ora mi scuserai ma ho un sonno arretrato di qualche anno.>> Aura non disse altro, strisciò fino a me e appoggiò la testa al mio petto avvolgendo un mio braccio attorno al suo bacino. <<non ti lascerò un’altra volta>>, sussurrò più a se stessa che a me.

Le lacrime gli bagnavano gli occhi mentre brillavano riflettendo la luce delle lingue di fuoco che ci circondavano, il suo viso era macchiato di sangue, freddo e sempre più pallido, la sua voce fievole ripeteva poche e sole parole, le stesse che gli ripetevo anch’io. <<ti amo.>>

La sua mano si avvinò al mio viso accarezzandolo col tocco del sangue prima di cadere senza vita, la mano scivolò passando sul braccio macchiandomi la benda e terminando sul parchè nella pozza del suo sangue, la strinsi a me in un ultimo bacio che siglava la mia promessa. La scena si oscurò e il corpo di Pam insieme a tutto quello che ci circondava svanì e mi ritrovai in una antica città in macerie sepolte dalla natura e corrosa dal tempo, da dietro di esse si fecero vedere gli ultimi Titani ancora in vita, i cinque Continentali. Ognuno di quei colossi teneva in mano una possente chiave di forma diversa l’una dall’altra, la loro presenza possente era tanto forte quanto spaventosa, i loro occhi scrutatori mi trapassarono analizzandomi fin dentro il profondo prima di dare il loro giudizio unanime, tutti e cinque alzarono le loro chiavi al cielo da cui un raggio di luce attraversò la volta notturna risvegliando gli astri che come meteore caddero sulle macerie della città travolgendo tutto.

Il forte calore quasi bruciante del corpo di Aura mi risvegliò dal sogno, lei stava dormendo profondamente attaccata come una sanguisuga innocente priva di difese, in quei momenti il suo aspetto naturale si mischiava a quello umano in modo più accentuato, con le pesanti coperte la avvolsi dolcemente cercando di non svegliarla, cogliendo una fascia di luce lunare entrata dalla finestra mi vidi nel enorme specchio davanti al letto, fermai la mia attenzione sulla fascia che mi copriva la fronte, la stessa bagnata dal sangue di Pandora che disegnava una strana figura quasi come fosse un’antica parola, un ideogramma il cui significato mi era oscuro. Uscì dalla stanza e in silenziò attraversai la città in rovina seguendo solo le briciole di una presenza che mi pareva aver riconosciuto, tali briciole mi portarono i bordi della città nella parte più abbandonata e riconquistata dalla natura, un enorme parco antico, una volta splendore della città, ora era divenuto casa di numerosi Nativi selvatici. Mi sedetti in una delle panchine ad osservare tutti gli esseri notturni variopinti e variformi che come se nulla fosse, trascorrevano la notte in compagnia, qualche istante dopo un gruppo poco numeroso di Cervi di Cerinea apparve, sulle loro gigantesche e maestose corna piccoli insetti luminosi si facevano trasportare comodamente contraccambiandoli con ipnotizzanti sfumature di colori caldi e sfumati, uno di loro si avvicinò più degli altri a me arrivandomi ad un metro di distanza, il manto delicato, liscio e bronzeo risplendeva alla luce della luna come la lama di una spada, le corna di un dorato intenso venivano in parte ignorate dallo stemma sulla fronte che ardeva di un bianco quasi trasparente che dava alle corna una sfumatura argentea come gli zoccoli del possente animale.

Mi inchinai in segno di rispetto a capo chino e senza dare nessun segno di ostilità, bensì mostrai tutta la mia vulnerabilità dinanzi a tale personaggio, lui fece lo stesso chinando l’enorme testa e piegandosi leggermente in avanti.

<<non sembri essere stato educato dalle persone giovane ragazzo, non temi noi né i pericoli di questa città, ne ora ne l’ultima volta che hai visto uno di noi.>>

<<allora lo ricordate anche dopo più di cinque anni, ora che vi posso vedere da vicino capisco che le leggende hanno davvero un fondo di verità. Non sono stato allevato da persone di questo mondo, sono un viaggiatore in cerca di qualcosa, di qualcuno… prima di poter tornare a casa.>> colsi l’occasione del incontro per raccogliere anche delle informazioni su ciò che si era abbattuto su quelle terre. << se non vi spiace vorrei sapere che cos’è successo in questi cinque anni, chi è stato a fare tutto ciò?>> l’espressione degli interlocutori faceva intuire che era un tasto alquanto dolente ma non rifiutarono di parlarmene.

<<questo mondo negli ultimi anni è stato stravolto dal ritorno del male che portò i Titani alla sconfitta e questa volta sembra che l’oscura ombra che avvolge queste terre prosciugherà la vita nutrendosene finché non cadrà tutto nel baratro, le furie sono tornate a calpestare questa terra portando con se distruzione e una sete di sangue insaziabile in una ricerca cieca senza senso. Ascolta bene le nostre parole benché ti consumeremo una gran quantità di tempo ma ciò che ti diremmo sarà quel che questo mondo ha visto dal loro ritorno.>>

La giovane notte lasciò posto al caldo risveglio del giorno coronato dalle ultime parole delle leggendarie creature della foresta, ogni singola parola spesa mi rimase in testa come stampata a fuoco, immagini descritte nei minimi particolari si formarono nel mio immaginario e un dolore nascosto nelle loro parole mi raggiunse. Si allontanarono poco dopo che il sole raggiunse i bordi della città scomparendo nella foresta con l’augurio di rincontrarci un giorno sperando che per tale data l’ombra che avvolgeva tutto si fosse dissolta lasciando posto ad un limpido panorama solare.

Anch’io imboccai la strada di ritorno alla casa dov’ero ospitato, a quell’ora l’intera città era calma, ancora addormentata, l’aria oppressiva che l’avvolgeva al mio arrivo sembrava essersi attenuata durante la notte ma lentamente quella sensazione di pericolo saturava l’aria insieme alle prime ombre nei vicoli, riuscì ad arrivare alla residenza senza alcun intoppo, il silenzio coronava anche quel posto finché le urla dei due uomini in collera contro i figli dispettosi non riecheggiarono anche all’esterno.

Entrai in casa trovandomi in mezzo ad una lite tra Luka e le figlie che vedendomi entrare si ripararono alle mie spalle come fossi uno scudo. <<non so cosa sta succedendo ma è meglio calmarsi e parlarne da persone civili, non credete?>>, suggerì cercando di calmare il padre furibondo che però accolse le mie parole di buon grado e si riprese. <<ora va meglio, parlate chiaramente e troverete una soluzione al vostro problema, intanto sapreste dirmi dov’è Aura, non la vedo.>>

<<è uscita prima del sorgere del sole, aveva uno strano comportamento, ci ha chiesto di dirti che ti raggiungerà appena potrà e ci ha detto di darti anche questa lettera.>> Mariana mi porse la lettera, la presi e la lessi mentre andai nella mia stanza, era una lettera dei cittadini del villaggio ai piedi del monte dove sorgeva il tempo del maestro Mono, al ripensare a quel posto centinaia di immagini mi si affollarono nella testa insieme alle sensazioni provate e al viso della persona con cui avevo condiviso gran parte di quei momenti. Gli abitanti aspettavano con ansia il ritorno dei loro bambini dopo tanto tempo per poter di nuovo vivere un attimo di felicità in mezzo alla disperazione, gli unici riusciti a salvarsi da quella catastrofe che gli aveva investiti, ripiegai la lettera e me la misi in tasca prima di prendere le mie cose, dall’armadio tirai fuori il borsone con cui ero arrivato e mi cambiai prima di scendere di sotto.

Marko e Luka insieme ai loro figli erano in fila accanto alla porta per salutarmi prima che partissi. <<è stato un piacere conoscervi e vi ringrazio ancora per tutto quel che avete fatto per me e per Aura.>>

<<ragazzo sei troppo gentile. Aura ha avuto fortuna a incontrarti. Non devi ringraziarci ancora, per noi è stato un piacere e quando la incontri salutala da parte nostra, stammi bene ragazzo.>> salutai tutti quanti e lasciai la casa avviandomi verso quello che tanto tempo fa era la mia casa.

Mi ritrovai di nuovo da solo a percorrere una strada che mi avrebbe portato dolore e sofferenza nonché al compimento di una promessa, una vendetta che sicuramente avrebbe solo allargato il vuoto che albergava in me, ma alla fine non mi importava più di tanto, ero arrivato fin qui e non mi sarei fermato per nessun motivo al mondo anche se dovessi compiere chissà quali atrocità avrei compiuto la mia missione prima di cercare la strada per tornare a casa, forse lì avrei trovato finalmente pace. Tirai su il cappuccio del giaccone nero che indossavo nascondendo del tutto il mio volto e mi avviai verso la città più vicina da cui avrei fatto ritorno al tempio nonché la città in cui ritrovai Soul, Iris.

Sorvolavo le lande deserte e dall’aria morta del luogo di cui tanto si parlava nelle leggende e dove avrei trovato coloro che stavo cercando, il Tartaro. Mi affacciai appena per vedere meglio la distesa morta priva di forme di vita e dal colore grigio cenere quando la bestia che mi aveva portato per tanti chilometri sulla sua groppa si mise sottosopra facendomi precipitare da un’altezza vertiginosa, senza un appiglio e totalmente incredulo caddi come un meteorite frangendo la tetra manta di nuvole che oscurava il terreno con lo sguardo fisso su quella creatura mentre si allontanava nel cielo incurante del mio destino.

L’aria così tetra e il cielo costantemente coperto da uno strato nuvoloso più simile ad una coltre di denso fumo che altro, attraverso cui filtravano i raggi e la luce soffocata che illuminavano di un rossiccio leggermente accentuato le enormi distese desertiche su cui vagavano coloro che una volta furono adorati sui due mondi e che sconfitti caddero nella loro prigione.

In tutta quella aspra landa morta come qualunque posto abitato da coloro cui sono stati toccati dalla civiltà sorgevano degli agglomerati come città, contee o addirittura piccoli regni, ai margini di uno di questi sorgeva un accampamento tra relitti e rovine antiche assediate da rottami, sporcizia e morte che offriva un valido riparo a coloro che troppo orgogliosi non desideravano stare sotto nessuno.

Una errante del deserto sgattaiolava agilmente tra le rovine alla ricerca del mezzo per poter liberarsi da quella situazione che ormai l’opprimeva da secoli, coperta da cima a fondo pe resistere alla forza incessante del vento tanto improvviso quanto furente. Ritornò ai margini della città al fine di scambiare ciò che aveva trovato con qualcosa che potesse essergli utile quando rivolse lo sguardo verso la collina che sovrastava come un grattacielo la cittadella e su cui sorgeva un piccolo palazzo diroccato e rattoppato con rottami, in quello stesso edificio dimorava il creatore di quella cittadella insieme ad una donna dalle vesti di sacerdotessa dell’antico Argo, su cui schiena era inciso il segno della dea a cui era dedicato il tempio a cui appartenevano le vesti.

La donna dopo aver inutilmente ripulito il piccolo castello malmesso uscì sulla balconata da dove si godeva della vista della cittadella e del piccolo giardino di lei ben protetto dalla muraglia che circondava tutto il castello, era l’unica macchia di colore e di vita dell’intera zona ed era molto ambito da coloro che abitavano nella sottostante città. La giovane donna alzò lo sguardo dal suo giardino facendo per ritornare dentro quando dal buio sconfinato oltre il confine della cittadella comparvero giganti neri come la notte e dalla pelle lucida come il petrolio ma dura come l’acciaio, erano privi di armature e avevano la fisionomia degli Oni con armi bianche dalle dimensioni mastodontiche. La loro origine era sconosciuta così come il loro vero nome o la loro vera natura, da quelle parti li chiamavano solo con un soprannome che faceva capire al volo il loro scopo, Tritamassi.

Essi erano decisamente diretti alla cittadella attirati dalle centinaia di fiaccole disposte per l’illuminazione dell’area e sicuramente avrebbero massacrato e distrutto tutto quello che avrebbero trovato davanti a se, la donna corse subito dentro ad avvisare tutti i protettori dell’arrivo del nemico, subito una schiera di sette guerrieri di varia natura partirono dai piedi del castello per affrontare i nemici appena arrivati.

L’eremita del deserto si voltò sentendo una presenza minacciosa alle spalle e riuscì a scansarsi giusto in tempo rotolando lateralmente evitando il grosso martello a spuntoni che finì per distruggere una colonna abbattendola di netto, gli altri pochi abitanti del luogo scapparono terrorizzati lasciando tutti i loro averi a terra, l’eremita non indietreggiò di un passo, ciò che aveva con tanta fatica raccolto non l’avrebbe lasciato per la comparsa di soli due Tritamassi benché fossero tre volte più grandi e in aggiunta alle spalle dei due giunsero altri tre, erano decisamente più piccoli, alti non più di due metri ma erano anche più forti, veloci e intelligenti degli altri due, a quel punto l’eremita scelse di cogliere l’occasione della confusione per riprendersi le sue cose e andare in un posto sicuro. I cinque mostri dopo un veloce scambio di grugniti si misero a razziare la zona, l’eremita non si lasciò sfuggire l’occasione di prendere qualche rarità da coloro che avevano lasciato tutto per scappare ma anche per cercare per lo meno di rallentare la loro avanzata, si arrampicò sulle colonne che ancora stavano in pedi e che sorreggevano delle specie di case sollevate, con una piccola pressione nei punti giusti ne fece cadere qualcuno dritto sui mostri ferendone uno gravemente e bloccando la via principale che portava al centro della cittadella, sfruttando il momento ritornò alla sua baracca e prese le poche cose che aveva, il suo borsello e la sua arma divina prima che la sua abitazione fosse distrutta da un gigantesco masso lanciato dall’altro gigante infuriato per la sorte del compagno.

I protettori arrivarono sul luogo dello scontro seguiti da una piccola schiera di abitanti del luogo pronti a difendere quel poco che avevano, ma appena si trovarono davanti ai quattro mostri rimasti a scansare i detriti tutti i loro buoni propositi svanirono, il capo dei protettori si fece avanti insieme ai suoi uomini intimando agli altri di farsi indietro. <<anche tu lassù, allontanati da qui, ci pensiamo noi a loro>>, disse notando l’eremita appena arrivata sul luogo dopo essere sfuggita dall’altro mostro, si fermò sopra un’altra colonna inclinata sul punto di cadere e si mise in posizione sfoderando il suo arco dorato e una freccia rossa rubino puntandola contro i giganti.

<<allora hai intenzione di aiutarci, credo che più siamo e meglio è.>> la sacerdotessa arrivata insieme ai protettori rimase poco dietro ad osservare lo scontro, i cinque mostri riunitosi insieme e schierati contro una manciata di guerrieri si stavano per dare battaglia sotto gli occhi timorosi degli abitanti spaventati.

Dalla tenda nuvolosa che nascondeva il cielo un enorme varco circolare si aprì proprio sopra le loro teste, al centro di esse un misterioso oggetto precipitava come pioggia nera accompagnata da uno strano rumore simile ad un sibilo penetrante ce riempì le loro orecchie. Come un meteorite cadde poco distante dal luogo dello scontro creando una voragine di diversi metri di diametro, una folata di vento come un uragano travolse tutti quanti spostando le masse di detriti e facendone crollare altre, il buco nel cielo nuvoloso si richiuse come se nulla fosse successo. Uno dei giganti si diresse verso il buco ma in un batter d’occhio si ritrovò contro un muro posto lateralmente ai protettori con due lunghe sbarre di ferro di quattro metri conficcate nello sterno che lo trapassavano da parte a parte a metà della loro lunghezza, tutti i guerrieri come automi videro la scena senza poter far nulla, i loro sguardi in automatico ritornarono sul buco timorosi di ciò che nascondeva.

Lanciai per prima cosa l’enorme bagaglio che mi portavo sulle spalle oltre il bordo del buco dopo essermi liberato delle due sbarre che avevano attutito l’atterraggio, appena riuscì a sedermi senti il dolore percorrermi tutto il corpo, sentì una forte mancanza d’aria, una inspiegabile resistenza dei movimenti come quasi fossi in acqua e una forza schiacciante che mi trascinava a terra più forte della gravità della terra, solo sentendo tutti quei cambiamenti tanto schiaccianti capii che ero davvero arrivato nella tomba delle divinità, il posto che cercavo, lì dove gli dei erano poco più che uomini. Una sensazione di fremente eccitazione mi pervase il corpo, era come se mi fossi risvegliato dopo tanto tempo, la mia vera essenza era uscita.

La città alle mie spalle era scomparsa già da qualche ora in quella luna e tortuosa strada di cemento in mezzo agli sconfinati prati sulle colline che componevano il paesaggio fresco e primaverile ma ancora adatto per indossare il cappotto, per fortuna sulla mia strada mi imbattei in un gruppo di viandanti a bordo del loro gigantesco camion di scorte offrendomi gentilmente un passaggio fino alla prossima città da cui avrei trovato i mezzi per arrivare più velocemente a Yusuf. All’interno del retro del camion oltre a numerose scorte di armi, divise e quant’altro del ormai a me conosciuto esercito marittimo nerò Màtia c’erano altre persone anche loro in cerca di un posto migliore, un posto più sicuro dove abitare visto che la campagna era divenuto un luogo pericoloso e facilmente soggetto a saccheggi.

Rimasi in un angolo isolato ad aspettare l’arrivo alla destinazione mentre ripensavo alla mia vera casa, a coloro che avevo lasciato lungo questo interminabile viaggio e ai ricordi che iniziavano ad emergere dal cambiamento del paesaggio che prevedeva l’arrivo alla destinazione.

Il profumo di mare e pesce mi era inconfondibile, le urla dei negozianti e l’enorme folla che commerciava tra gli enormi palazzoni ei numerosi negozi all’aria aperta, le gigantesche navi d’acciaio o di pregiato legno albergavano sulla baia pronti ad imbarcare o scaricare il proprio carico, una leggera malinconia mi prese per qualche istante ma passo velocemente visto che non avevo tempo per perdermi nei ricordi, mi allontani dal camion addentrandomi nella famosa città portuale che vide nascere il cacciatore e tutto quello che ne consegui, la città di Alath.

Per curiosità ritornai dopo cinque anni nella zona hangar nel vecchio molo, lì dove è nata la mia adorata nave. Con mia grande sorpresa trovai che era tutto rimasto com’era una volta, il tempo non aveva toccato quel posto lasciandolo immacolato, già che c’ero andai a cercare quei operai che mi avevano aiutato a costruire la nave e che mi avevano preso in gran simpatia nonostante li avessi fatti sgobbare per più di due settimane senza sosta.

Andai nel unico luogo in cui a quell’ora del giorno li avrei potuto trovare, alla locanda più frequentata e più ben fornita di Alath che come il molo non era cambiata di una virgola, il posto era come al suo solito rumoroso oltre ogni tolleranza, gente che urlava e beveva, mangiava e discuteva animatamente in un atmosfera di festa coronata dall’aggiunta di una piccola orchestra di pochi e modesti strumenti, i quali facevano il proprio mestiere impeccabilmente.

Presi il mio solito tavolo in fondo che si vedeva non essere usato da tanto tempo, sopra di esso c’era una piccola targhetta su cui era scritto “riservato al gentile cacciatore di Alath”, mi sembrava un gentile invito che non potevo certo rifiutare, presi posto aspettando che una delle cameriere mi venisse a servire. Non ci volle molto che un gruppo di grossi e robusti uomini accerchio il tavolo con aria alquanto infastidita. <<Tu ragazzino sarà meglio che ti alzi, non hai letto che quel posto è riservato.>> Alzai lo sguardo scontrandomi con quello dell’uomo rasato dalla sottile e ben curata barba castana, il suo sguardo mutò appena mi riconobbe. <<Capo ma sei tu, da quanto tempo vecchio mio!>>, Urlò estasiato insieme ai compagni prendendomi sotto braccio in preda alla felicità. <<Mai portaci sei boccali del miglior liquore che hai, oggi festeggiamo il ritorno del nostro cacciatore!>> Le sue urla arrivarono ad ogni angolo del locale e se per caso ci fosse stato qualche soldato sicuramente sarei andato incontro a qualche problema, ma per fortuna non fu così.

La padrona uscì dal suo ufficio al piano di sopra sporgendosi nel soppalco per vedere se era vero. <<Sei tornato alla fine, c’è ne hai messo di tempo e non sei cambiato di una virgola! Forza ragazze servite ciò che hanno chiesto, oggi offre la casa!>> Tutti i presenti fecero un boato assurdo per le parole della anziana donna, quando tutti ebbero un boccale in mano la donna fece un brindisi in mio onore. <<Al giovane che seppe sfruttare ciò che questa città può dare per donare di più a chi non poteva, al cacciatore!>> Il soprannome venne ripetuto ad alta voce da tutti i presenti come fosse un ruggito prima che il liquore venisse tracannato in pochi attimi silenziosi che sfociarono in urla di feste adornate dalla musica gioiosa, non potei non esserne lusingato anche se sapevo non era tutto merito mio ma di chi mi ha aiutato.

<<Allora ragazzo sei sparito per un bel po', come ti vanno le cose?>>

<<Bè, diciamo che avevo qualche assunto da aprire e ora sto andando a chiuderlo, e voi come va?>>

<< Non molto bene, ultimamente con le nuove scoperte che hanno fatto quello dell’esercito insieme agli altri stati il nostro lavoro è stato sostituito da macchine e quei mostri che abitano in natura, quei Amomongo credo si chiamino, l’ho letto su un libro che ha spopolato da quando te ne sei andato.>> No mi ci volle molto per capire che era il libro che avevo lasciato sull’Andromeda per le ragazze, un ricordo d’addio che loro hanno condiviso con tutti. <<Mi dispiace per voi, quel lavoro che avete fatto a quei rottami è stato stupendo.>>

<<Hai ragione, per noi è stata una gran sorpresa vedere che la nave che avevamo costruito insieme era la più famosa di questi mari, che orgoglio!>>, disse l’uomo prendendo un'altra lunga boccata del liquore.

<<Non vedo il vostro capo, dov’è?>>

<<Ha detto che con tutta questa tecnologia il lavoro nostro ormai era sottovalutato e stava per andarsene tranquillo in campagna con la famiglia quando gli hanno offerto un lavoro pagato oro, ma doveva trasferirsi con la famiglia oltre l’occhio di Raicos, per noi era troppo visto che avevamo tutto qua, lui non ha battuto ciglio e se n’è andato lasciando tutto in mano mia. Spero che quella volpe se la passi bene, se lo merita.>>

La locanda a nostra completa insaputa venne circondata dalle forze dell’esercito di Nerò Zafeiri, la voce che il cacciatore era arrivato in città era circolata velocemente e non tardò ad arrivare alle loro orecchie. Un piccolo plotone venne dispiegato ad ogni possibile uscita dall’edificio per non aver la minima possibilità di farsi sfuggire un ricercato di tale livello, il comandante della missione si dibatteva tra l’eccitazione della fama che avrebbe avuto se fosse riuscito nel suo intento e la professionalità che doveva mostrare davanti ai suoi soldati ma senza però avere buoni risultati, l’uomo si piantò davanti all’entrata principale della locanda insieme ad un gruppo dei suoi migliori uomini pronto a fare irruzione e a prendersi il meritato premio.

<<aspettate il mio segnale, adesso entriamo e arrestano il cacciatore, nel caso tentasse la fuga fermatelo con ogni mezzo a disposizione, non ci deve sfuggire signori.>>

Eravamo tutti infatuato dall’alcol che scorreva, tra canti, balli e gare di bevute in un atmosfera di festa sembrava non esserci niente che potesse rovinare quel momento ma come ogni bella cosa non durò allungo. Dalla porta principale facendo calare un silenzio tombale entrò una squadra dell’esercito marittimo, erano ben armati e dai loro volti pronti anche a dar battaglia, tutti i presenti si alzarono in piedi tagliando di netto quell’atmosfera di festa, con sguardi di sfida squadrarono i nuovi arrivati che in posti come quelli non erano per niente benvenuti.

<<che siete venuti a fare voi qui? Se non ve lo ricordate non siete in granché benvenuti qui.>>

<<non vogliamo causare disturbi, siamo solo qui per il cacciatore, se c’è lo consegnate nessuno si farà del male.>>

I presenti si scambiarono una veloce serie di sguardi prima di rispondere al comandante. <<qui non c’è nessuno Cacciatore gentili signori, ci sono solo uomini e donne stanche che cercano un po’ di compagnia tra amici>>, rispose la padrona della locanda.

<<allora non volete collaborare, signori credo che dobbiamo dare una lezione a questi bifolchi.>> i soldati sfoderarono i loro fucili più simili a tozze spade corte color petrolio da cui impugnatura nasceva un piccolo calcio leggermente ricurvo e in lungo grilletto a fori per le dita, il filo superiore della lama che costituiva la schiena dell’arma nascondeva al suo interno un liquido verde foglia in cui erano in immersioni dei sottili e lunghi proiettili appuntiti posti su tamburi a rotazione che ne costituivano le ricariche.

I presenti indietreggiarono di qualche passo al vedere quelle armi ma non si fecero spaventare più di tanto, presero anche loro ciò che avevano a portata di mano per fronteggiare i nuovi arrivati.

Non potevo coinvolgere coloro che non c’entravano nella mia battaglia, mi feci strada tra i presenti presentando dinanzi ai miei cercatori.

<<loro non c’entrano nulla, voi volete me ed eccomi qui.>> il capo cantiere mi fermò appoggiandomi una mano sulla spalla per dirmi qualcosa all’orecchio, le sue parole mi fecero venire un leggero sorriso sulle labbra e una grande sensazione di gratitudine nei confronti di tutti loro.

Mi feci mettere delle enormi manette che mi bloccavano metà dell’avambraccio, i soldati abbassarono le armi e si misero in fila per uscire dal locale, io fui messo a metà affiancato da due soldati mentre il comandante guidava la fila, nessuno si mosse come fossero statue finché il comandante non si avvicinò alla porta, un grosso uomo di colore alto più di due metri si mise in mezzo bloccando la porta nonché via di fuga.

<<non abbiano ancora finito.>> tutti gli uomini dentro al locale assalirono come un’enorme onda i soldati mentre le urla risuonavano insieme alle sedie e alle bottiglie che volavano in aria. <<vai ora ragazzo, qui ci pensiamo noi!>> ringraziai e mi avviai verso la porta sul retro ma in quel momento irruppero anche da lì i soldati, sfuggì a qualche proiettile scivolando sotto un tavolo che lanciai subito dopo contro di loro.

Salì le scale e andai sul tetto dove sicuramente non avrei trovato alcuna resistenza. Saltai fuori dall’enorme finestra salendo sul tetto e scivolando lentamente lungo la facciata cercando di non dare troppo nell’occhio, giunsi di fronte ad un altro palazzo, era a meno di due metri di distanza perciò mi preparai a saltare ma da sotto qualcuno mi avvistò e nel momento del salto mi colpì ad una gamba facendomi cadere nello stretto e ingombrante vicolo. Mi rialzai con fatica visto che mi si era conficcato su un fianco un lungo coccio di bottiglia, che fece fatica anche ad uscire portandosi con sé qualche striscia di pelle e sangue lasciando una vistosa ferita, tre soldati insieme al tiratore che mi aveva abbattuto entrarono nel oscuro e fatiscente vicolo, la luce verdastra delle loro armi riuscì ad illuminare quasi ad un metro di distanza ma non abbastanza da riuscire ad individuarmi. Mi infilai in un altro vicolo perpendicolare a quello in cui stavo e decisamente più stretto, mi arrampicai sfruttando la vicinanza delle due pareti in mattoni riuscendo ad arrivare a delle malconce scale di emergenza cui ferro arrugginito sembrava sul punto di cedere. Velocemente e dolorante le percorsi ritrovandomi di fronte ad una vasta distesa di tetti confinanti pochi metri l’uno dal altro, la strada era spianata e si districava fino alla stazione delle bestie di fumo.

Mi riposai un attimo soprattutto per la ferita che non smetteva di sanguinare, mi appoggiai ad un grosso sbocco di un camino cui aria bollente mi sarebbe servito, presi una piccola sbarra di ferro trovata dai resti di un cantiere di ristrutturazione e la misi sul camino, mi levai i vestiti sopra la ferita scoprendola all’aria, era un taglio di qualche centimetro sul fianco destro da cui premuto con forza uscì una gran quantità di pus gialla e densa insieme al sangue, dai bordi della ferita come fossero radici piccole ramificazioni nerastre mi si presentarono sulla pelle pulsando come fossero vive. Presi il ferro ormai bollente e di un colore rosso arancio e seguendo il tagli lo applica per coprirlo in una sola volta, dal rumore e dall’aspetto sembrava che la pelle stesse per staccarsi o sciogliersi ma il dolore non lo faceva per nulla presumere, le mani e il fianco mi tremavano incontrollabilmente, stretti i denti e premei più forte quasi fino a far inglobare il ferro dalla ferita, non riuscì più a tenere il ferro e lo lasciai cadere a terra oltre il cornicione, caddi sulle gambe appoggiandomi al camino per qualche secondo sperando che mi passassero le convulsioni mentre la ferita cauterizzata pulsava ancora, la vista per qualche secondo mi si annebbio e quasi persi i sensi dal dolore, furono le urla dei soldati che salivano dalle scale interne a tenermi sveglio.

Mi rialzai in piedi ancora una volta e mi rivestì velocemente prima del loro arrivo, quando sfondarono la porta uscirono in massa dispiegandosi a semicerchio per coprire l’aria del tetto, sfrecciai davanti a uno di loro che partì con una raffica di fuoco interminabile insieme ad altri tre mentre saltai al tetto successivo sbattendo goffamente sulle tegole rossicce, mi rimisi in piedi prima che i soldati potessero di nuovo mettermi sotto tiro e scattai a zig zag utilizzando a mio favore le diverse forme e le numerose protuberanze sui vari tetti.

Dopo qualche palazzo la presenza dei soldati era totalmente scomparsa ma non il loro tentativo di catturarmi, oltre il muro di palazzi alla mia destra come un mostro Marino che sbuca dall’acqua una piccola navetta dall’aspetto minaccioso simile alla testa di un serpente iniziò a sparare a raffica incurante dei danni che avrebbe provocato, la navetta si spostò in aria con gran velocità quasi imitando i movimenti di un colibrì arrivandomi davanti a bloccarmi la strada, due grossi occhi luminosi di un verde acceso si posarono su di me fermando del tutto la mia corsa. <<non ti muovere cacciatore, sei in arresto per infrazioni di varie leggi e per atti di pirateria nei mari dello stato, non fare mosse avventate o saremo costretti a sparare.>>

Non potevo fermarmi proprio a quel punto, ero quasi arrivato alla gigantesca stazione a cupola da cui partivano i bestie di fumo. Mi misi in ginocchio con le mani appoggiate a terra stremato dalla fatica e dal dolore, mi venne in mente quando arrivai ad Iris alla ricerca di Soul, anche quella volta mi ritrovai a diversi metri da terra con un obbiettivo oltre un grosso ostacolo.

Scattai all’improvviso cogliendo la loro sorpresa per superare il loro velivolo in salto quasi sfondando il tetto in legno del palazzo usato come base di lancio. Le nuvole di fumo si alzarono come colonne di vapore dei geyser, i giganteschi mostri di ferro dalle insormontabili ruote dentate e bronzee sostavano in fila l’uno accanto all’altro divisi tra loro da spaziose banchine pronti a ripartire sulle ferrate strade costruite appositamente per loro.

Caddi come pioggia in mezzo alla piazza quasi investendo qualche passante ma rialzandomi subito, sfruttai il fatto che fosse stracolma di gente per far perdere le mie tracce, con passo svelto e cercando di mantenere un atteggiamento il più normale possibile entrai nell’enorme cupola che costituiva la stazione, al suo interno lunghe code di persone che si dirigevano verso le bestie di fumo verso le varie direzioni e mete dei quattro grandi stati, su grossi tabelloni di ferro con delle targhette di legno vennero mostrate le varie mete e tra di esse spiccava la città di Iris, un’altra importante stazione nonché fulcro di uno stato, mi avviai verso il binario da cui sarebbe partito l’enorme mostro.

Sembrava che le acque si fossero calmate ma come era solito succedere era tutto troppo bello, dai possenti altoparlanti distribuiti su ogni angolo della stazione la voce di un ufficiale dell’esercito blocco il trafficare irrefrenabile di quel luogo. <<a tutti i presenti, c’è un ricercato di massimo livello all’interno della stazione, vi preghiamo di mantenere la calma e lasciare spazio alle autorità per intervenire, ripeto un ricercato è all’interno della stazione, lasciate agire l’esercito in modo efficiente, non intromettetevi, il ricercato è conosciuto come il cacciatore, è un individuo di estrema pericolosità, non interagite con esso.>> all’improvviso su tutta la cupola di vetro che ricopriva la stazione apparve proiettato un avviso di ricerca di un colore rosso acceso in cui spiccava una foto scattatami sul tetto del palazzo dal loro velivolo, tutti in quel momento poterono finalmente vedere il volto del cacciatore.

<<è solo un ragazzino!>>, disse sorpresa una signora sconcertata e quasi schifata, distolsi lo sguardo dalla cupola e coprendomi il viso il più che potevo col cappuccio andai verso il binario prima di perdere l’unica occasione di uscire da quello stato senza dover combattere. <<fermo lì! Tu con il cappuccio non ti muovere!>>, urlò un impiegato della stazione accompagnato da quattro soldati armati e pronti a sparare. La gente si voltò verso di me e si allontanò velocemente lasciando un ampio ellisse cui fuochi eravamo io e i miei inseguitori. <<voltati e scopriti il volto o saremmo costretti a sparare!>>

Feci come mi ordinarono, mi voltai lentamente verso di loro con le mani alzate, uno dei soldati fece rapporto dal suo dispositivo auricolare della mia cattura mentre gli altri mi tenevano ben sotto tiro. <<ora levati quella veste dalla testa e mostraci il tuo viso.>> abbassai lentamente le mani per levarmi il cappuccio quando il rumore che pareva un ruggito della bestia di fumo riecheggiò nella stazione, le ruote dentate cigolarono mentre iniziava il suo moto, non avevo molto tempo per agire perciò accelerai le cose, con una mano stretti l’impugnatura che sbucava dal mio sacco facendola leggermente ruotare, un sibilo assordante sovrastò il suono della macchina in movimento facendo tremare le enormi vetrate della stazione e straziando l’udito dei presenti che caddero il ginocchio coprendosi le orecchie per il rumore martellante.

Mollai la presa e corsi verso la macchina in moto facendomi strada fra i malcapitati viaggiatori, nuovi soldati irruppero nella stazione iniziando a sparare sulla folla ma senza riuscire a centrare il bersaglio, il gigante di ferro dalla testa affusolata di squalo e dal lungo corpo di anguilla sputò lunghe colonne di fumo dagli sfiatatoi sulla schiena, i profondi occhi rossi risplendettero come fuoco accelerando sempre più, i colpi di proiettile dei soldati non lo scalfirono minimamente, mi affiancai a lui poco prima di lasciare la stazione, trovai uno spiraglio in quell’armatura a scaglie che lo ricopriva, una delle porte da cui entravano i passeggeri, con un balzò riuscì ad proiettarmi contro di essa e ad aprirla di forza infortunandomi la spalla ma riuscendo ad entrare, richiusi la porta appena rialzato lasciandomi ad un attimo di tranquillità in quello spazio tra i due vani passeggeri.

Entrai in uno dei lunghi e accoglienti vagoni dai sedili rinfoderati di color rosso cremisi schierati l’uno di fronte all’altro, andai in fondo al vagone dov’era molto meno affollato e mi sedetti vicino alla sottile e lunga vetrata da cui si poté osservare il paesaggio marittimo che lentamente lasciava posto alle lussureggianti pianure fiorite di un blu celeste, mi lasciai andare dopo lo sforzo compiuto e il dolore sopportato che insieme alla fatica stavano ritornando velocemente, appoggiai il mio borsone alla finestra e lo usai come cuscino per la testa sperando di non dover scappare in mezzo ad un viaggio così lungo e di arrivare a destinazione il giorno seguente. Lo splendore di quei campi incontaminati che si facevano trasportare dal vento mi fecero immergere in attimi del passato creando la tela per un disegno di un attimo di vita:

Alla sua sola vista Aura scappava di corsa anche solo a vederlo in una foto, il blu sconfinato del acqua di mare era un immagine che la terrorizzava poiché odiava farsi il bagno e per me era un’impresa farglielo fare anche se amavo le sfide e con lei c’è ne era sempre una. Quel giorno il sole picchiava forte e in una giornata così calda e assolata non c’era niente di meglio di un buon bagno e visto che erano giorni che Aura non si faceva il bagno era tutto fin troppo perfetto, ovviamente lei aveva capito che quel giorno l’avrei lavata perciò era fuggita costringendomi a rincorrerla per tutto il tempio.

Gli studenti stavano pulendo le stanze dopo giorni di pioggia ma per loro sfortuna la candida bestiolina non ne voleva sapere di lasciarsi prendere, i rumori di schianti e oggetti caduti incuriosì un po’ tutti facendogli allungare le orecchie, quello che sentirono furono le mie solite minacce. <<fatti prendere per una volta senza fare troppe storie, ho da fare io!>> lei però non ne voleva sapere, se ne stava dall’altra parte del tavolo sulla difensiva lanciandomi ruggiti di sfida. <<per una volta non farmi sudare tanto!>>, gli urlai saltando dall’altra parte ma facendomela sfuggire all’ultimo sbattendo contro il mobile. Lei se ne uscì dalla stanza sfrecciando nel corridoio esterno che si affacciava al giardino sporcando tutto il parchè, dopo essermi ripreso dalla brutta botta in testa gli corsi dietro alquanto in collera, seguì le sue traccia a tutta velocità quando all’ultimo, dietro l’angolo sbucò bella come il sole Pam, il suo sguardo mi pietrifico le gambe facendomi cadere a terra, ai suoi piedi.

<<Ray ti sei fatto male?>>, mi chiese in ginocchio aiutandomi ad alzarmi, mi si blocco la lingua al solo guardarla in quella sua tunica bianca dai dettagli floreali. <<Ray ti senti bene?>>, chiese più preoccupata visto che non rispondevo.

<<sì sto bene, è solo una leggera caduto non ti preoccupare.>> lei mi aiutò ad alzarmi ma al tocco tra le nostre mani sentimmo entrambi un certo imbarazzo. <<scusami!>>, dissi di riflesso ritraendo la mano. <<non devi scusarti, dopo tutto siamo fidanzati no?>>

<<già hai ragione ma diciamo che… devo farci l’abitudine. Tralasciando l’argomento hai per caso visto passare Aura? deve fare il bagno ma è scappata e io che volevo che lo facessimo insieme.>>

<<No, non l’ho vista ma se la incontro non me la farò sfuggire.>>

<<grazie mille, ora vado e… se dopo non hai da fare ti andrebbe di andare a farci un giro da soli?>>

<<certo, aspetterò che tu riesca nella tua impresa, buona fortuna.>> la ringraziai e ripartì all’inseguimento.

Feci il giro intero del giardino e una veloce ronda interna del tempio più il magazzino ma non riuscì lo stesso a trovarla, chiesi anche agli altri studenti ma nessuna l’aveva vista dopo il gran trambusto, a quel punto dovevo ampliare la mia ricerca, dovevo andare nei dintorni del bosco anche se non mi sembrava che lei potesse andarsene senza di me. Andai a cercare Pam per dirle che avrei tardato un po’ per il nostro appuntamento ma neanche lei si fece trovare perciò andai subito a cercare la piccola ribelle. Mi inoltrai nel bosco sperando di non incontrare qualche creatura ostile come mi era successo quasi ogni volta, seguì la strada che portava alla fonte dopo aver notato le tracce di zampe nel terreno ancora bagnato dai giorni di piaggia costante che si erano appena conclusi, continuai a camminare cercando di stare attento ad ogni rumore, odore o presenza inusuale che abitasse quel posto.

Arrivai nelle vicinanze del laghetto dimora delle spoglie della madre di Aura e pensai in quel momento, che era il luogo più naturale in cui potesse nascondersi e che con difficoltà avrei mai pensato di trovarla, sbucai dalle alte siepi che facevano da recinto al piccolo angolo di tranquillità, appena focalizzai la scena provai un misto di vergogna e sorpresa che mi fecero inciampare con una radice sbattendo di nuovo la testa a terra. Appena sentì il mio rumoroso colpo Pam si voltò verso di me quasi spaventata da quel rumore, stringeva tra le braccia l’evasa inzuppata e pulita come non mai. Mi rialzai in piedi e mi coprì subito gli occhi poiché com’era normale quando si è in acqua a fare il bagno, erano totalmente nude. <<scusa non volevo vedere!>>, dissi subito per evitare una discussione per cui sarei passato per quello giustamente in torto. Pam si immerse fino al collo insieme ad Aura paonazza in viso. <<non guardare da questa parte!>>

Mi voltai dall’altra parte al sentire quell’ordine dato tanto istericamente. <<non pensavo che fossi qui ma è anche colpa tua, non è saggio fare il bagno qui visto che non è una zona sicura!>>

<<adesso sarei io quella in torto! Non farmi ridere, volevo farti un favore a lavare Aura per te ma mi sa che ho fatto male.>> Aura sfruttò il momento di distrazione di Pam per sfuggirgli dalle braccia nuotando verso di me.

La accolsi tra le mie braccia come una preda scampata al suo cacciatore. <<hai visto piccola, non fidarti di Pam o altrimenti vedi cosa ti succede. Ora sta tranquilla, ci sono io qui a proteggerti.>>

<<ma smettila di farmi passare per quella cattiva, anche tu volevi fargli il bagno o sbaglio?>>, disse più divertita che infastidita.

<<ma penso che gli sarebbe piaciuto di più se fossi stato io a fargli il bagno ma ormai è fatta e non penso che lei ti perdonerà tanto facilmente. Ora fatti asciugare tigrotta.>> mi levai la maglietta e la usai per asciugarla.

<<ecco fatto piccolina, ora sembri una palla di neve.>> Aura si strusciò contro il mio petto in segno di ringraziamento e con una pelliccia così morbida era una piacevolissima sensazione, alzai lo sguardo verso l’enorme albero quando rimasi a fissare la lapide che avevo costruito alla madre, in cuor mio risentì quelle emozioni che mi avevano attanagliato nei suoi ultimi attimi di vita.

<<Tutto bene?>>, chiese Pam nuotando verso di noi vedendomi assorto nei miei pensieri.

<<sì sto bene, stavo solo ricordando una cosa che mi è successa qualche tempo fa, non farci caso. Comunque hai intenzione di rimanere molto lì dentro, non è perché mi dia fastidio ma se volevamo andare da qualche parte forse…>>

<<non lo so più se voglio uscire con te, dopo quello che hai detto ci ho ripensato un po’.>> non presi la cosa alquanto bene e me ne stavo per andare deluso ma mi fermò subito. <<stavo scherzando, esco subito e poi andiamo dove vuoi tu.>>

II Yusuf

II

Yusuf

Il ruggito del mostro e la sua improvvisa frenata mi risvegliarono in modo alquanto brusco dal sonno di piacevoli ricordi, presi il mio borsone e con la testa coperta dal cappuccio mi avviai verso una delle uscite, confondermi tra la gente non fu difficile e dopo qualche minuto potei sentirmi più libero una volta uscito dalla stazione, ma l’aria che si respirava non era per nulla quella di Alath, una pesante atmosfera di tensione avvolgeva la città fortificata e ben rifornita di truppe pronte ad ogni eventuale problema, quell’atmosfera di gioia e dal tono settecentesco era quasi del tutta svanita se non fosse per la presenza di qualche palazzo non distrutto o gravemente danneggiato dalle ripetute battaglie, la gente per strada sembrava restia ai soldati e agli stranieri come non mai, la regalità del popolo che ci abitava era stata spazzata e ogni ceto sociale non era più distinguibile dal atteggiamento e dal vestire, era evidente che tutta la grande ricchezza di quella città simbolo del potere e della nobiltà dello stato era stata strappata via e portata da qualche altra parte, e la cosa era evidente dalle pessime condizioni in cui versava la fortezza dell’esercito.

Non rimasi a guardare oltre e passai attraverso l’antico mercato della città ormai privo quasi totalmente della sua merce variopinta che ammagliava gli occhi e provocava curiosità, ma per quel che riguardava la quantità di gente che ci andava non era inferiore ai tempi della mia ultima visita, le pattuglie piazzate ad ogni angolo delle strade controllavano con sguardi penetranti tutti i viandanti che passavano in città, dall’alto dei palazzi i cecchini non erano da meno, se fossi stato ricercato anche in questo stato sicuramente non sarei passato inosservato ma non c’era comunque da stare tranquilli visto che non ci avrebbero messo molto a inviare i mandati di ricerca anche agli altri stati, perciò muoversi di giorno non era sicuramente la scelta migliore ma il tempo non era dalla mia parte.

Senza essere individuato o fermato dalle forze ufficiali riuscì a raggiungere le porte della capitale trovandomi non più davanti le grandi distese di verde che si estendevano per chilometri ma i semplici resti di quello che c’era una volta, una terra coperta da uno spesso strato di cenere e tronchi ragliati e riversati a terra era quello che ne era rimasto, per proteggere la loro casa avevano fatto tabula rasa della zona circostante per evitare attacchi a sorpresa e per fortificare le loro difesa eliminando la vita che gli circondava, enormi mostri ricoperti da una pelle simile a pietra incatenati portavano i possenti tronchi in città sotto lo sguardo vigile dei soldati, una visione che martoriava il cuore e distruggeva il ricordo di quello che era una volta quella terra.

Col favore della notte che scendeva velocemente oltre gli alti tetti dei palazzi della città, mi allontanai senza curarmi di essere fermato da anima viva, seguì la strada che cinque anni prima percorsi per andare a cercare mio fratello e che mi portò a tutto quello che ne conseguì.

Il fuggitivo era scappato a numerosi arresti e trappole con gran abilità dando filo da torcere ai reparti scelti che ne seguivano gli spostamenti, era un ladro qualsiasi, un truffatore e uno a cui piacevano cose più grandi di sé per quelli che lo conoscevano ma per quelli dei quattro stati era uno delle poche persone ad essere entrato in contatto con coloro, che da cinque anni, hanno iniziato la distruzione dei quattro grandi stati. In ogni stato almeno uno dei grandi ufficiali venne incaricato di occuparsi di persona della sua cattura visto l’importanza che ricopriva, un ordine impartito direttamente dai grandi generali, l’incaricata dell’esercito della fiamma vermiglia non si tirò di certo indietro ed insieme alla sua fidata squadra partì subito cimentandosi all’inseguimento del soggetto, per settimane, attraverso decine di città e incontrando altrettanti informatori era finalmente arrivato il nome del luogo dove si era nascosto, una cittadella ai piedi di una montagna con una tragica storia alle spalle nascosta tra i colori della natura più paradisiaca.

Dalla distesa incolmabile come il mare, dai forti colori primaverili finalmente riemersi in quella strada che molti anni prima avevo percorso, ero tornato in quel luogo fermatosi nel tempo, identico a come lo era una volta, un piccolo villaggio in legno dalle fantastiche persone, Yusuf. Emozioni forti e contrastanti mi avvolsero ad ogni passo, lì in quel luogo non avevo motivo né desiderio di mascherare il mio viso, la dolce brezza che fin dal mattino accarezzava ogni cosa in quel luogo donando una freschezza che sapeva di vita, l’atmosfera calda e famigliare che si respirava mi riportava a ciò che ero prima di partire. Una signora mi fermò prendendomi per una piega del cappotto. <<sei davvero tu? Sei Ray vero?>>, domando con occhi lucidi e voce ronca. Mi voltai verso di lei riconoscendola nonostante il tempo l’avesse toccata. <<si sono io, è bello rivedere un viso conosciuto.>> la fruttivendola non riuscì a trattenere le lacrime e a gran voce chiamò a rapporto tutti quelli del villaggio.

Molti di quelli che accorsero all’appello erano gli stessi abitanti, commercianti, agricoltori e braccianti di una volta, gli stessi che frequentavano abitualmente il tempio e che conoscevo bene, in loro sembrò risplendere una luce che per anni era rimasta lieve nella speranza di questo giorno, vidi anche facce nuove, donne, uomini e bambini trasferitisi in un luogo più pacifico per ovvie causa. Tra i nuovi acquisti del villaggio ad accogliermi giunse un uomo sulla cinquantina, robusto dai bassi capelli bruni e dal vestire da monaco accompagnato da quattro ragazzi nelle stesse vesti. <<ho saputo che è giunta una vecchia conoscenza del villaggio, è un piacere per me conoscere qualcuno che è vissuto nel vecchio tempio ed è stato allievo del maestro Mono. Il mio nome è Sora e sono la guida del nuovo tempio, questi ragazzi che vedi con me sono i miei studenti, è un onore fare la tua conoscenza giovane viaggiatore.>> contraccambiai il suo benvenuto con un leggero inchino del capo seguita da una dovuta stretta di mano amichevole.

<<non sei cambiato di una virgola ragazzo, dov’è quella piccola rompiscatole che ti seguiva ovunque>>, domandò la fruttivendola.

<<è in giro a dar fastidio a qualcun altro per quanto ne so, non è venuta perché gli sarebbero tornati i bei momenti e il come gli ha persi ma vi saluta tutti quanti e si aspetta che gli porti molte cose da mangiare.>> tutti risero concordando che era una gran golosona. <<comunque è bello ritornare nonostante tutto, nonostante non abbia ancora concluso nulla>>, dissi con amarezza.

Tutti quelli che lo avevano vissuto capirono subito a cosa mi riferissi e per un momento divennero tutti cupi e il silenzio risuonò nell’aria ma non allungo. <<non dannarti per ciò che è successo, non potevi farci nulla. Basta pensare al passato e cerchiamo di vivere nel presente, non ho ragione? Perché non facciamo vedere al ragazzo il nuovo tempio, sono sicuro che lo troverà sorprendente>>, disse il grosso fabbro uscendo dall’officina sporco di cenere e sudore.

Fui subito condotto con gran entusiasmo da parte del monaco e dei suoi allievi al tempio, alla compagnia si unì anche qualche abitante del villaggio, nel breve tragitto di strada che separava il villaggio dal tempio ognuno di loro con proprie parole mi raccontò uno per uno ciò che era successo: i monaci che erano partiti alcuni giorni prima della tragedia che ci colpì appena seppero quel che era successo decisero di viaggiare per i quattro angoli delle terre di Raicos per radunare fondi, il loro fu un lavoro arduo che però si concluse positivamente un anno dopo, tornarono alle rovine del vecchio tempio e lo ricostruirono in memoria dei caduti e per continuare il lavoro del maestro Mono, in poco tempo la loro impresa divenne nota e molti viaggiarono tra gli stati per vedere o far istruire i propri figli al tempio risorto.

Quando lo vidi ci trovai alla prima impressione ben poco di famigliare, era decisamente più grande dall’aria possente e a prova di ogni calamità ma soffermandomi di più sulla sua anima ritrovai quella sensazione che provai la prima volta che lo vidi, quell’aria di pace e armonia che l’avvolgeva come un manto. <<ti sei commosso?>>, chiese dolce la figlia della vecchia fruttivendola ora divenuta una donna a tutti gli effetti, mi accarezzo i capelli come farebbe una madre al figlio. <<Sora lo lasciamo nelle tue mani, abbine cura mi raccomando.>> detto ciò si avviò per la strada del ritorno insieme agli altri, più per far sì di non abbandonarsi alla nostalgia e al dolore che per delle faccende in sospeso. Sora mi invitò a seguirlo così che potesse mostrarmi più da vicino la struttura del nuovo tempio, non ebbi nulla da ridire e lo seguì come un cane fa col suo padrone.

Mentre passavamo tra i corridoi, nelle stanze e nelle sale le immagini di frammenti di passato si sovrapponevano al presente così come le sensazioni, le emozioni che provai a quel tempo, bastava un piccolo dettaglio, qualcosa rimasta viva da quel incendio a far riaffiorare tali momenti che si concludevano con un triste senso di nostalgia. <<ti saranno venuti alla mente un sacco di ricordi vero? Lo credo bene, i monaci hanno cercato ciò che era ancora rimasto e li hanno riportati qui così da non recidere del tutto quel legame col passato di questo posto a cui tenevano tanto.>>

Gli studenti di Sora ci seguivano come ombre attenti come volpi ad ogni parola che ci scambiavano e ad ogni mia reazione nel visitare le varie parti del tempio sembravano voler sapere di più su quello strano ragazzo che diceva essere stato uno studente del antico e famoso tempio. L’intero giro fu decisamente più lungo di quello che feci la prima volta arrivato lì poiché era più grande con altre due strutture aggiunte, una di queste mi incuriosì per le sue dimensioni anomali. <<che posto è quello? Che ci mettete dentro?>>, chiesi indicando lo strano magazzino che dalle dimensione sembrava troppo grande e ben isolato nonché ben strutturato per uno scopo così banale. <<quello dici? È un nostro magazzino per i cibi che ci arrivano come offerta e che non possiamo conservare al tempio perché hanno bisogno di un certo ambiente e cose di questo tipo.>> il tono della sua voce non mi sembrò del tutto convincente. << mi pare troppo grande e troppo ben curato persino per un magazzino ma se lo dite voi deve essere veritiero.>>

<<ti ringrazio della fiducia ben riposta, se mi segui ti mostro il nostro monumento omaggio a coloro che hanno lasciato questo mondo qui al tempio, in quello sfortunato evento di cinque anni fa.>>

Dietro il tempio in un luogo circondato dai tre edifici come a proteggerlo da sguardi indiscreti era stato costruito un enorme altare di quasi tre metri in una bellissima e lucente pietra bianca al cui centro riposava una enorme lastra nera adornata da bellissime composizioni floreali e da numerose candele accese da fiamme dei colori dell’arcobaleno, mi avvicinai ad essa e toccai con mano le iscrizioni in altorilievo che ci erano state incise a mano, riportava il nome e uno schizzo del volto di ognuna delle ventuno vittime della tragedia. <<venite ragazzi lasciamo un attimo da solo il nostro ospite>>, disse Sora capendo a grandi linee come mi dovessi sentirmi, lui e gli studenti ritornarono dentro al edificio principale lasciandomi avvolto in un silenzio tombale. Le gambe mi cedettero e caddi in ginocchio mentre il cuore mi parve rallentare mentre si spezzava lentamente, mentre una ferita di vecchia data si riapriva lentamente e le lacrime rosse come l’oscurità che ci avvolse quel giorno sgorgarono spezzando il pallido colore del mio viso, le immagini dolorose dei corpi zuppi di sangue privi di vita mi accecò gli occhi, le mani mi tremarono come a quel tempo e l’impotenza di non esser riuscito a far nulla per impedire che succedesse mi perseguitava senza tregua, ed erano passati già degli anni e non avevo ancora combinato nulla e quella promessa che gli feci non era stata ancora compiuta, toccai l’incisione del suo nome mentre lo sguardo fu rapito da quel suo sorriso innocente raffigurato in quella lastra oscura che risplendeva come una perla alla luce, così come raggiante e forte era ancora il mio amore per lei. <<sono tornato Pam, amici miei, maestri, ne è passato di tempo da quando sono partito, perdonatemi se non sono venuto prima ma non mi sentivo ancora pronto, ora lo sono e ho trovato la via… troverò coloro che vi hanno fatto questo e porrò fine ai loro tormenti, manterrò la mia promessa… Pam aspettami ancora un po’ e potremmo stare di nuovo insieme.>> accarezzai quel volto su pietra come se fosse davvero lei prima di rialzarmi in piedi. <<prima che faccia buio è meglio andar a fare visita ad un’altra vecchia amica.>>

Lasciai il santuario e mi addentrai nel bosco tra le sue impervie, quella zona negli anni si era fatta più irta e selvaggia e diverse altre forme di vita ne avevano preso abitazione, si era riempita di nuovi colori e suoni ma il sentiero percorso centinaia di volte era rimasto lì sotto tutto quel verde mi ci volle solo un po’ più di tempo per ritrovarlo e per ritrovare quel posto: l’acqua era splendida come sempre, dai colori dell’aurora che si riflettevano anche sull’aria densa di vapore che la copriva, cristallina e calma lasciava vedere la vita che ci zampillava dentro nelle sue diverse forme, piccole piante o animaletti dai corpi fluorescenti, il suo calore riscaldava anche i cuori più freddi sotto la possente ombra del maestoso e elevato albero rigoglioso dai mille colori.

Arrivai sotto la sua ombra notando con immenso piacere che ciò che avevo costruito per lei era ancora immacolato, l’omaggio alla madre che aveva protetto la figlia a costo della sua vita, la madre di Aura e l'essere per cui nutrivo un sentimento che non capivo ancora bene. Mi sedetti al suo fianco appoggiandomi all’albero come ad un incontro con un’amica nel solito posto.

<<sono venuto a salutare visto che ne è passato un bel po’ dall’ultima volta, ora tua figlia è più bella che mai, forte e coraggiosa, probabilmente a preso da te. Devo dire che questo posto è rimasto davvero uguale come se il tempo si fosse fermato, spero che possa rimanere così ancora allungo.>>

Quelle immagini ritornarono ancora, tinte di sangue e oscurità tra le fiamme, la distruzione incontrollabile ardente, le maschere impassibili, i corpi a terra in pozze di sangue privi di vita e Pam tra le mie braccia fredda, sporca di sangue, nei suoi occhi il dolore e la paura, le sue labbra ormai prive di colore al tocco gelide furono l’ultima cosa che sentì prima di essere avvolto dalla distruzione di quella tragedia.

Il tocco morbido e caldo delle vita sul viso mi fece scattare come una molla tirandolo verso di me, le braccia gli scivolarono come serpenti sulle spalle stringendogli la testa in una morsa degna di un serpente, il gracile e squillante urlo tipico di un bambino mi fece lasciar la presa ancora prima di rendermi conto di cosa succedesse, la piccola creatura scappò spaventata da altri suoi amici nascosti nella sterpaglia.

Mi rialzai in piedi sgranchendomi per il lungo riposo ancor prima di preoccuparmi di chi fossero quei bambini e come fossero spariti così in fretta nella boscaglia, pensai che chiunque fossero stati non avevo dato una bella impressione. <<meglio tornare al tempio, sento che sta per succedere qualcosa di interessante.>>

La mia impressione si rivelò veritiera, l’esercito Vermiglio era già arrivato al tempio composto da una squadra di otto uomini equipaggiati con le stesse armi da fuoco dei miei inseguitori dello stato marittimo, chiunque sarebbe arrivato alla conclusione che fossero lì per me anche se erano arrivati fin troppo velocemente e l’efficienza non era uno dei tanti pregi dell’esercito. Sora stava parlando con loro animatamente, soprattutto con uno che aveva l’aria di essere il capo del plotone, l’uomo era sul punto di perdere la pazienza mentre il monaco dinanzi a lui bloccandogli la strada provava a farli desistere dal loro intento nonostante l’evidente paura che provava per quella divisa.

Il soldato diede l’ordine di irrompere dentro ma alcuni studenti, quelli più grandi uscirono a bloccarli dando prova di quel che avevano imparato, diedero filo da torcere ai soldati che trovandoseli di fronte non poterono usare le loro armi ma dovettero ricorrere alla forza fisica per sovrastarli, per quanto quei ragazzi fossero ben allenati non durarono molto e finirono a terra con non pochi lividi. Mi intromisi nella questione per cercare di capire se potevo almeno non coinvolgere quelli del tempio. <<lasciate stare queste persone, loro non c’entrano nulla.>>

<<allora devi essere tu quello che cerca il capitano, vieni con noi senza far resistenza e dicci tutto quel che hai visto o ti costringeremo noi>>, rispose facendo la voce grossa l’uomo affiancato dai compagni d’armi. <<non sono uno che si arrende tanto facilmente.>>

<<allora ti dovremmo portare via dopo aperti sparato qualche colpo, cercate di non ucciderlo ragazzi.>> i soldati presero i fucili da terra e mettendosi in linea puntarono le loro armi contro di me. <<fuoco!>>, urlò con forza il loro capitano ma ciò che seguì quelle parole non fu che lo schiocco secco e solitario del grilletto, riprovarono un altro paio di volte prima di rendersi conto che le munizioni gliele avevano tolte i ragazzi quando erano caduti a terra dopo il loro scontro a mani nude. <<voi ragazzini insolenti come osate!>> gli studenti anche se feriti se la risero di gusto mentre tornavano dentro dietro ordine di Sora fiero e allo stesso tempo preoccupato di quel gesto avventato e sciocco. <<e ora veniamo a noi, avete intenzione di menare le mani o ve ne andate, per me vanno bene entrambe.>> benché non mi conoscesse l’uomo non fu così sciocco da sottovalutare un nemico che si mostra così sicuro di se nonostante la inferiorità numerica dell’avversario e il fatto che avessi in quel lungo borsone sicuramente un arma. <<ritiriamoci per oggi, informeremo il capitano di aver trovato il fuggitivo. Torneremo domani e ti porteremo con noi dopo aver raso al suolo questo posto!>> era decisamente uno che voleva avere l’ultima parola ad ogni costo e gliela lasciai volentieri, i soldati si ritirarono in un attimo e l’atmosfera di pace ritorno come prima, gli studenti esultarono vittoriosi come se avessero vinto una dura battaglia e infatti non avevano torto anche se i guai non erano finiti.

Sora e alcuni studenti mi si avvicinarono per condividere la gioia del momento e il pericolo scampato. <<grazie mille dell’aiuto ragazzo, ti siamo debitori.>>

<<non faccia così, sembra quasi che fossero qui per lei.>> Sora ebbe un leggero sussulto ma lo mascherò molto bene come se fosse sorpreso di quella strana frase. <<già, hai ragione ma comunque grazie lo stesso, potevi sempre sfruttare il momento e scappare via.>>

<<ha ragione, ragazzi andiamo dentro a festeggiare, visto che siete stati bravi questa sera preparerò io la cena e sarà così buona che ve la ricorderete per molte notti!>> venni trascinato tra le acclamazioni dentro al tempio mentre Sora rimase quasi avvolto da forti dubbi davanti all’entrata. <<maestro Sora venga anche lei>>, invitò una studentessa prendendolo per una mano. <<certo Alisa, andiamo dentro.>>

La notte in quel posto era splendida come sempre, la leggera brezza, i profumi che portava con se e la limpidità di quel cielo ricolmo di luci e della sua luna era straordinaria. <<come mai sei qui da solo, gli allievi ti cercavano per sapere di più su com’era quando eri uno studente, non dovrei dirlo ma credo che le ragazze abbiano un debole per te.>>

<<lo crede davvero? Preferisco di gran lunga stare sotto un cielo come questo a molte altre cose, c’è chi direbbe che sono uno a cui piace stare da solo e penso che potrebbe essere.>>

<<non c’è nulla di sbagliato nel voler stare da soli ogni tanto, anche a me è successo molte volte, ti dà modo di riflettere tanto.>>

<<come oggi, io domani me ne andrò. Forse non sarò qui quando arriveranno i soldati e non potrà farmi intervenire chiamando uno di loro per farmi tornare al tempio.>> feci una breve pausa e poi continuai il discorso. <<mi manca un po’ il mare dello stato di Zafeiri e poi con tutta la gente che mi conosce potrei andar oltre mare e scomparire per sempre in quella bella isola libera da ogni esercito, sarebbe bello non crede?>> Sora rimase in silenzio meditando su quelle parole come se ci fosse un significato nascosto poi diede la sua risposta. <<hai ragione, lì si che sarebbero al sicuro da tutto questo.>> mi voltai verso di lui accennando un sorriso d’intesa poi mi alzai per andare nella mia stanza a riposare. <<chi sei veramente?>>, chiese prima che entrassi.

<<sono solo un vecchio studente in viaggio da un po’, non si dia pena monaco, non ne vale la pena.>> il monaco rimase solo sotto la luminosa volta celeste per qualche istante prima di dar retta alle mie ultime parole quindi tornò dentro. <<gran maestro Mono il suo allievo è davvero una persona di buon cuore nonostante l’enorme oscurità che ci cela nel profondo>>, sussurrò lui come se il vento potesse portare tali parole all’orecchio del suo interlocutore.

La mattina tanto fatidica non tardò nell’arrivare e con le prime luci dell’alba su per la scalinata si sentivano possenti i passi a ritmo di marcia dei soldati venuti a compiere ciò che era stato lasciato in sospeso il giorno prima, ad attenderli seduto sugli scalini ammirando il panorama mentre si risvegliava fui io e un manipolo di studenti che stringevano tra le mani le loro lance e bastoni da allenamento, cercavano di non lasciarsi andare alla paura ma i loro corpi non condividevano i loro intenti, benché non eccessivamente tremavano come rami tra il vento di autunno. Quando finalmente i loro elmi color rame accesso coronati da una vistosa piuma rossa sangue sbucarono, gli studenti si irrigidirono come alberi puntando lo sguardo contro i nemici che emergevano dalla linea dell’orizzonte, mi coprì il capo con il cappuccio pensando di essere così alla pari, poiché non conoscevo i loro volti, mi feci strada tra gli studenti arrivando davanti a loro ad accogliere il loro capitano, la sua armatura parziale che copriva solo il petto, gli avambracci e gli stinchi, differiva dal colore uniforme delle divise del suo plotone in un crema tendente al bianco e dai dettagli raffinati, la sua fisionomia e il resto del abbigliamento facevano decisamente capire che sotto la maschera d’argento c’era un viso femminile.

Fu la prima volta che ne vidi una dopo il mio ritorno, qualcuno che indossava una maschera per celare il volto, al primo impatto sentì una fitta al cuore che si espanse in tutto il corpo finendo in una tempesta di fulmini che mi trafissero il cervello, per un solo istante una voglia animale e irrazionale di morte mi pervase. Tutto il dolore, l’odio, la frustrazione e la rabbia primordiale coltivata negli anni sopportando ogni evento che mi avesse avvolto come fosse un manto in quel istante si concretizzò e una voce dolce e fredda mi risvegliò distruggendo quello che parve una maschera sotto la quale mi occultavo, ciò che era impresso sulla mia schiena. Mi strinsi il viso con la mano destra come a voler strappare quella sensazione dalla mia testa e gettarla a terra, il tocco gelido delle mie dita sul viso fino a fermarsi al toccare quella fascia che mi copriva la fronte fu sufficiente a non lasciarmi andare a quell’impulso.

<<voi bambini tornare dentro, siamo qui per ordine dell’esercito, se vi intrometterete non finirà bene.>> minacciò la donna senza mostrar alcuna emozione o titubanza.

<<bene allora io posso andare>>, dissi incamminandomi. Gli studenti mi guardarono sorpresi delle mie parole quanto del fatto che li stavo lasciando soli a combattere contro mostri che non avrebbero sicuramente battuto, passai affianco al capitano che non mosse un dito come se fosse del tutto indifferente alla mia presenza, superai anche gli altri soldati e arrivai ai piedi delle scale. <<capitano lo lasciamo andar via così, potrebbe essere quello che cercano>>, disse un suo subordinato ma lei non rispose, stavo già incamminandomi quando a bloccarmi la strada ci trovai un altro soldato che mi puntava una pistola nera dalle modeste dimensioni. <<me lo sentivo io che non me ne sarei andato via senza problemi.>> alzai le mani in segno di resa camminando al ritroso mentre quel soldato avanzava, alla fine mi ritrovai davanti agli studenti e lui affianco al suo capitano.

<<avevi intenzione di abbandonarci dannato>>, disse tra i denti uno degli studenti esprimendo quello che provavano tutti loro, mi limitai a non rispondere e a capire le intenzioni dei soldati.

<<capitano tutto bene, ero preoccupato visto che era partita senza avvisare il superiore, doveva aspettare che ci dessero il consenso, lei fa sempre di testa sua>>, rimproverò il soldato con molta scioltezza e famigliarità, il capitano non rispose ma doveva provare un certo imbarazzo come gli altri soldati alle parole del loro commilitone dette con tono quasi amorevole.

<<allora avete terminato con i vostri bisticci? E poi saremo noi i bambini… la persona che cercate non è più qui, se ne è andata da un pezzo e oramai non credo che la potrete più rivedere ma se volete potete venire a mangiare qualcosa, abbiamo del buon cibo>>, disse per provocarli il primo studente e il più grande tra gli allievi di Sora e la cosa per quanto infantile funzionò.

<<abbassa la cresta ragazzino altrimenti te la taglio io.>> fu la risposta del soldato cambiando improvvisamente il tono di voce. <<suvvia non litighiamo, i signori adesso andranno via poiché ciò che cercano non è più qui.>>

<<ti sbagli, se è vero quel che dici allora non ce motivo di lasciarvi illesi dopo la vostra ribellione e la vostra resistenza armata attuale, forse faremo anche qualche ritocco al tempio, è troppo nuovo e ben pulito.>> sorrisi a quelle parole. All’ultimo che aveva ridotto in cenere il tempio avevo promesso di ucciderlo facendolo soffrire come mai prima ed eccone un altro che si credeva più forte degli altri. <<fatevi sotto>>, risposi secco parandomi davanti a loro con aria minacciosa.

<<con piacere, voi tre fategli vedere che non scherziamo, rompetegli solo le gambe, voglio che implori perdono dinanzi al nostro capitano.>> i tre tirarono fuori degli strani basto composti da tre parti cilindriche che ruotavano velocemente l’una opposta all’altra ottimizzando la forza d’impatto, delle vere armi fatte per il solo gusto di picchiare a sangue.

I loro movimenti erano precisi e essenziali, fini solo allo scopo di colpire per infliggere il maggiore danno possibile e con la forza maggiore che si poteva liberare, i loro fendenti per questo motivo avevano lunghe traiettorie semicircolari e facili da capire, una piuma mossa dallo spostamento d’aria di chi cerca con velocità di prenderla senza riuscirci, così sembrai agli occhi di chi ci guardava.

<<dannazione, perché non riescono a colpirlo?>>, si domandò a denti stretti il secondo in comando mentre il capitano rimase impassibile e silenziosa ad osservare i suoi soldati fallire ogni colpo che veniva schivato con apparente semplicità e compostezza.

<<è sorprendente! Non riescono a colpirlo, via così!>>, urlarono in coro gli studenti estasiati e incantati.

<<dannati mocciosi, state zitti!>>, sbraitò il soldato puntando l’arma contro di loro, dalla cintura prese una specie di scatola rossa brillante che infilò al posto del tamburo della pistola, una fiammata come respiro di drago esplose in linea retta contro i ragazzi, gli altri soldati si buttarono a terra per schivare il colpo dal ampio raggio che prendeva un’aria cunicolare di diversi metri quasi ad arrivare alle porte del tempio. <<ben vi sta.>> il suo sorriso di soddisfazione mentre impugnava l'arma era quello di un omicida più che di un soldato. <<che diavolo fai!>>, le urlò contro il capitano alterata. <<erano dei ragazzini brutto idiota!>> lui la guardò stranito, non era un comportamento tipico della donna ma lui non fermò il fuoco e ignorò le parole del capitano che lo intimavano a fermarsi, neanche il trovarsi puntare una pistola servì a farlo desistere dal dare una lezione a quei ragazzi.

L’abito scuro parve assorbire il fuoco e ignorare il calore infernale, esso non mi toccava né mi scuoteva l’animo, le lingue di fuoco si scissero in due al tocco passando ai lati e mancando del tutto gli indifesi studenti che si videro quella sagoma aprir loro una strada dove il respiro dell’arma non toccava. Presi l’arma dalla bocca stringendogliela fino a chiuderla definitivamente, il viso di soddisfazione svanì coperto dalla paura e dalla rabbia, lo spinsi via colpendolo al petto col palmo della mano facendolo vacillare e cadere a terra a qualche metro di distanza.

<<sei tu il capo vero? Visto che i tuoi soldati sono a terra penso che sia meglio che ve ne andiate, almeno avrete un po’ di onore nella ritirata senza perdite.>>

<<forse hai ragione, ma tu non sei…>> la domanda fu interrotta dalla superbia presunzione del suo secondo. <<non se ne parla bastardo!>> puntò la pistola contro di me ma la sua capitana si mise in mezzo intimandolo di fermarsi ma lui non l’ascoltò, la rabbia lo aveva accecato, premette il grilletto con l’intento di uccidere me anche a costo di sparare al suo capitano, presi la donna per un braccio tirandola verso me e stringendola al petto dando le spalle al suo secondo, che si trovò in una bolla di fuoco che esplose travolgendolo e scaraventandolo contro le rocce che delimitavano il perimetro del tempio finendo per svenire, l’esplosione travolse anche noi ma rimanemmo illesi.

<<quello ha un problema di autocontrollo.>> lasciai la donna e mi pulì il cappotto dai residui dell’esplosione. <<se solo Veronica fosse qui le chiederei di darmi una mano o anche Soul ma lui non è il mio tipo>>, rimuginai dando un occhiata a quei soldati atterrati con tanta semplicità. <<anche la sua squadra era molto meglio.>>

<<allora sei veramente tu>>, Veronica si tolse la maschera e si buttò su di me abbracciandomi calorosamente con tutte le forze presa dall’emozione.

<<ma che sta succedendo, non ci capisco più nulla>>, lamentò uno degli studenti buttandosi seduto a terra insieme agli amici.

<<ma mi ricordo di questo buon profumo, Vero sei davvero tu?>>, le chiesi sorpreso cercando di inquadrarla un secondo. <<sei cresciuta molto, sei bellissima.>> lei arrossì ma non declinò il mio complimento.

<<invece tu sei rimasto uguale a cinque anni fa, ci sei mancato>>, disse con voce spezzata rifocillandosi nuovamente tra le mie braccia, era alta quasi quanto me e a vederla era davvero un’adulta ma in alcune cose ricordava la ragazza che aveva rapito mio fratello e che voleva uccidermi a tutti i costi, testarda, dura ma che si lasciava prendere dai sentimentalismi.

<<alzatevi voi e cessate le ostilità, sono amici.>> i soldati si rialzarono e senza dire una parola fecero come detto dal capitano alzando le mani in segno di arresa, alcune studentesse uscirono dal tempio a medicare i ragazzi e anche un po’ controvoglia anche i soldati poiché aiutare tutti era uno degli insegnamenti fondamentali del tempio, anche i nemici o coloro che ti fanno un torto erano compresi.

<<che fine ha fatto la tua squadra, non credo che siano questi incompetenti, soprattutto quello lì.>>

<<loro sono… stati uccisi durante un’operazione per salvarmi la vita>>, disse con profonda sofferenza, lo si notava dallo sguardo e dal tono traviato della voce.

Ci sedemmo poco distante ma abbastanza appartati da avere un po’ di privacy e di intimità. <<è successo l’anno scorso mentre sgominavamo un gruppo di terroristi che appoggiava la distruzione di massa che coinvolgeva i grandi quattro stati, si facevano chiamare primi, avevamo trovato il loro covo principale e avevamo fatto piazza pulita quando all’ultimo lo vedemmo arrivare, portava sul viso una strana maschera e quando capimmo che era una delle furie fu troppo tardi, come se fermasse il tempo arrivò davanti ad ognuno dei miei uomini e li uccise trapassandoli con le mani e strappando loro il cuore, mi salvai solo perché all’ultimo uno di loro fece scoppiare una riserva di granate lì vicino e l’onda d’urto mi fece volare fuori dal secondo piano di quel magazzino, ciò che mi è rimasto di quel giorno è questa bruciatura sul lato destro del viso che taglia l’occhio perpendicolarmente, tutti quelli che mi guardavano da allora non facevano che distogliere lo sguardo per questo la maschera anche se l’idea di indossarla mi disgusta.>> la strinsi forte rassicurandola del fatto che non era colpa sua ma delle furie ed era su di loro che dovevo sapere di più.

<<io trovò che tu sia bellissima, ti dà più carattere e ti rende misteriosa. Non sei impegnata vero?>>

<<dai smettila di scherzare>>, disse ridendo per la battuta. <<non stavo scherzando e poi sei tu quella che mi inseguiva ovunque anche se era per uccidermi.>>

<<già scusami di quello, ero davvero una bambina a quel tempo. Soul ne sarà felice al sapere che sei tornato, perché non vieni con noi?>>

<<non posso, sono ricercato e tra non molto anche qui e in tutti gli stati, quello che sto per fare potrebbe portare un po’ di casino ma l’ho promesso.>>

<<non ti chiederò nulla ma almeno un messaggio da dargli quando lo incontro?>>

<<un messaggio? Va bene questo.>> mi avvicinai al suo volto toccando dolcemente le sue morbide labbra con le mie in un leggero bacio. <<ci vediamo cugina.>> Veronica si tocco le labbra rimanendo in silenzio poiché non sapeva che dire ed era proprio ciò che volevo, non essere fermato da nessuno come disse Ju ciò che stavo per fare avrebbe portato a morte e distruzione ma non mi sarei fermato prima di compiere la mia vendetta anche a costo di non rivedere la mia regina, la mia Kim. Passai davanti al tempio e salutai gli studenti che però mi fermarono per sapere che fine avesse fatto Sora. <<è andato a portare dei piccoli amici in un posto al sicuro, tornerà domani e vi porterà qualche regalo. Voi dell’esercito lo cercavate perché aveva visto una delle furie non è vero?>> uno dei soldati fece cenno di sì con la testa confermando le mie su posizioni. <<quando torna chiedeteglielo pure ma non arrestatelo altrimenti dovrò tornare e… anche se l’avesse vista pensate davvero di riuscire ad ucciderne una di loro?>> me ne andai lasciando tale quesito a cui nessuno seppe rispondere con sincerità, essere impotenti dinanzi a qualcosa che ti aveva strappato tutto senza riuscire a far nulla era una sensazione che anch’io conoscevo bene.

Il panorama era leggermente cambiato e le vaste zone ricoperte di rigogliosi alberi avevano lasciato il posto a lunghe pianure sinuose ricoperte dal verdeggiante manto erboso sotto un cielo bianco di nuvole accese. Di Aura non avevo notizie da tempo e il fatto di non averla incontrata al villaggio o verso la mia meta un po’ mi preoccupava, dopotutto ero il suo compagno e custode. <<certo che per non esserci visti per anni è stata un po’ crudele nel lasciarmi viaggiare da solo, quando la incontro gliela faccio pagare, ma nel frattempo meglio rinfrescarsi.>> superai una collina alquanto ripida giungendo ai bordi di un fiume, profondo non più di un metro dalla bellissima acqua cristallina e fresca al tatto, era un buon posto dove fermarsi e dormire un po’ visto che per cercare di incontrare Aura non avevo chiuso occhi per tutto il viaggio.

Mi levai i vestiti rimanendo solo in boxer e mi tuffai in acqua rimanendoci in immersione quasi un minuto prima di risalire, l’acqua era davvero deliziosa, mi sentì rinvigorire e la dolce carezza del vento coronava in gran bellezza, mi lasciai andare alla corrente ma finì un centinaio di metri più a valle nel rilassarmi troppo perciò prima di prendermela ancora più comoda, dando fastidio agli animali che non aspettavano altro che me ne andassi per bere, uscì dall’acqua e mentre aspettai di asciugarmi lavai i vestiti sporchi di terra, cenere, sangue e altro ancora. Subito dopo le faccende tirai fuori dal borsone della frutta dalle forme contorte e bizzarre quanto i colori sgargianti che mostravano e le feci diventare il mio pranzo, erano molto buone nonostante l’aspetto poco rassicurante, dopo mi sdraiai usando il borsone come cuscino per cercare di riposarmi qualche minuto prima di ripartire.

Un urlo atroce e pieno di paura arrivò come uno sparo alle mie orecchio facendomi balzare sull’attenti, attorno a me non vidi nulla, era tutto calmo regnato dalla voce del vento leggero, sentì un altro urlo e subito individuai da dove proveniva, oltre la collina dove stavo riposando. Mi alzai di scatto prendendo le mie cose e vestendomi mentre accorrevo al luogo, benché fosse più ripida rispetto alle altre del paesaggio non ci mise troppo ad arrivarvi in cima alla collina ma un altro ostacolo mi si parò davanti, come apparsa dal nulla una rigogliosa foresta di possenti alberi millenari si librava tra la bassa vegetazione ricoprendo un area non grande da attraversare ma fastidiosa se dovevo trovare il luogo esatto da dove proveniva l’urlo.

Non ci pensai su due volte e superai la discesa della collina a tutta velocità tracciando una lunga striscia come fossi un serpente nell’erba alta, arrivai in un soffio ai piedi della foresta, con la velocità che mi ritrovai feci un balzo su uno degli alberi risalendolo facendomi leva sulle gambe e sui rami come fossero i pioli di una scala, a qualche metro da terra saltai su un altro albero seguendo la linea di quei rami più stabili cecando di sfruttare la vista da quell’altezza per trovare la persona a cui apparteneva la voce sentita, pareva un Amomongo che sfrecciava tanto agilmente sugli alberi quanto a terra.

Era mostruoso, dalle dimensione quadruple rispetto ad una persona normale e a vederlo si capiva al volo perché le urla, era come un uomo ma lì dove normalmente si estendono due braccia esso ne aveva cinquanta per lato e lì dove doveva esserci una di testa c’è ne erano cinquanta, il suo grido fece tremare gli alberi e cader migliaia di fiori. Era un Ecatonchiri mentre stava combattendo, all’improvviso mi trovai una delle sue mostruose mannaie a meno di un metro da me mentre falcia come grano alcuni alberi che ostacolavano la traiettoria del suo fendente.

Feci a malapena in tempo a saltare facendola passare sotto i miei piedi mentre tranciò con estrema facilità anche l’albero su cui stavo, facendolo cadere da più di sei metri d’altezza. Caddi in mezzo alla piazzetta, dove stava il gigante, che era stata completamente privata di alberi, i quali giacevano sradicati attorno allo spazio libero come fossero una barriera. Davanti al mostro c’era un soldato in una vecchia armatura di ferro totalmente ammaccata dai colpi, lì vicino agli alberi-barriera c’erano delle ragazze che indirizzavano le loro urla contro il soldato che però non volle scappar o peggio ancora non riusciva, la cosa sicura e che se non si levava dalla sua traiettoria quelle cento braccia lo avrebbero affettato in un attimo, il gigante con gran agilità e una velocità irrazionale vista la sua statura, si voltò verso il soldato con sguardo omicida, le sue braccia si allargarono verso l’esterno fino alla massima distensione per poi chiudersi a molla facendo risplendere il filo delle sue armi.

Il suono secco del colpo sul metallo fu tanto forte da scuotere gli stessi alberi fin le radici, zittire il vento incessante e spazzar in aria una spessa coltre di terra.

Il soldato si trovò scaraventato dall’impatto verso la barriera sbattendoci contro la schiena, i muscoli del Ecatonchiri erano tesi come corde, le vene pulsavano e il metallo delle sue mannaie producevano scintille rosso giallognole mentre sfregava contro quel ostacolo che non si divise dinanzi alla sua forza.

Le sue lame si erano concentrate su un solo punto del soldato prima di colpire, all’altezza del collo per tagliarlo in un colpo netto che avrebbe visto le cento lame toccarsi a metà strada spazzando via tutto in un impressionante dimostrazione di abilità guerriera, lo avevo visto mentre si libravano in aria prima di colpirlo e lo avevo buttato nella direzione opposta a quella in cui stavo andando.

Avevo le braccia che si incrociavano all’altezza del petto mentre stringevo come se avessi artigli impedendo di avanzare a quelle lame smussate e reduci di migliaia di battaglie, come lui tutto il mio corpo era teso, i piedi sprofondavano nel terreno morbido, le gambe si piegavano e le braccia fremevano allo sforzo ma nonostante ciò le lame non si spostavano oltre un certo punto mentre i nostri sguardi si davano battaglia. Il mostruoso guerriero ritirò le armi velocemente all’indietro retrocedendo anch’esso di qualche passo, si fermò ad analizzarmi ma rimasi fermo, dritto davanti a lui, impassibile a ogni sua smorfia. Fece un passo avanti poggiandoci tutto il suo peso per caricare i fendenti delle braccia destre che si mossero all’unisono, mi piegai all’indietro alzando allo stesso tempo le gambe mentre le lame mi passavano sotto, le sue braccia sinistre partirono in un attacco verticale ad incontrale le lame destre, per ogni lama che si mosse orizzontalmente una verticale fermò la sua corsa conficcandosi a terra ma nessuna di esse si trovò ad assaggiare del sangue o alcuna parte di un corpo, come fossero scalini distanti una mano l’una dall’altra scalai le lame con le mani sembrando un motore ad elica in veloce acceleramento fino ad arrivargli sulla spalla con quel moto vertiginoso, il guerriero se ne accorse e lasciò cadere metà delle sue lame per cercar di schiacciarmi come un insetto tra le sue pesanti mani. Atterrai davanti a lui rotolando per ammortizzare il colpo rialzandomi subito, pronto al suo attacco che non tardò nel svolgersi, con ira funesta tra urla di rabbia sferrò con le restanti mani armate fendenti di varie altezze e direzioni, veloci come lampi e potenti come proiettili, fin troppo per poterli vedere e ancora meno seguire le loro traiettorie eppure non raggiunsero mai il loro obbiettivo, rimbalzavano come palline di gomma tornando indietro scheggiate sempre più.

Era una scena che non sarebbe stata creduta a meno di esser stati lì a vederla coi propri occhi, il gigante pareva una piovra instancabile e ogni colpi era un tentacolo tagliente sbattuto a velocità impercettibile che si abbatteva su un minuscolo scoglio che non cedeva ai colpi come se anch’esso avesse gli stessi tentacoli a contrastare quelli della mostruosa creatura, continuo così per qualche istante finché il piccolo scoglio non venne issato all’aria lì dove non si sarebbe mosso a suo piacimento, per un ultimo attacco ma anch’esso sembrò vano, come piuma li scansai di una ciglia come a danzar tra le mortali armi con destrezza fino a giunger dinanzi al volto del guerriero in un balzo.

Gli arrivai davanti al viso mentre le sue lame si estendevano verso il basso in un fendente mancato che lo lasciò privo di difese, strinsi una ciocca dei suoi capelli per aver presa con la mano destra e colpì il suo viso con forza, tanto da scacciarmi da solo lontano alcuni metri da lui, cadendo a terra come un falco sulla preda rimando con una sua ciocca in mano, il guerriero cadde all’indietro tra gli alberi ancora in piedi mentre le sue armi venivano lasciate dalle sue mani, il tonfo alzò una leggera cappa di polvere che si diradò da lì a poco, la torre era caduta e non accennava a muoversi, l’Ecatonchiri era stato atterrato. Mi voltai a vedere se quelle persone fossero ferite ma non le trovai, probabilmente scappati da poco.

Qualche minuto più tardi il gigantesco guerriero si riprese anche dalla furia cieca che lo governava, si sedette cercando di individuare le sue armi, le quali riposavano al suo fianco l’una accanto l’altra. <<che cosa ci fa uno come te qui?>>, le chiesi senza mezzi termini, lui mi squadrò un attimo prima di rispondere.

<<stavo fuggendo>>, furono le uniche parole che disse in quel momento, con voce possente e intimidatorie. <<stavo fuggendo da una di quelle cose che chiamate furie, io e i miei compagni eravamo in viaggio alla ricerca di uno dei sette quando ci attaccò. I miei compagni furono uccisi con estrema facilità mentre io fui risparmiato, il dolore e il risentimento nonché l’odio mi hanno pervaso e sono finito in quelle condizioni. Se posso chiederlo, chi sei e come hai fatto a destreggiarti in tal modo?>>

<<sono un umano, niente di più.>> dal borsone tirai fuori qualcosa che avrebbe riconosciuto, al vedere tale oggetto sembrò riprendere vigore. <<allora ti hanno mandato loro?>>, chiese speranzoso.

<<no, io sono qui per un mio tornaconto, mi spiace.>> prima che mi avviassi il gigante mi fermo ponendomi un’altra domanda. <<e quale sarebbe?>>

<<uccidere le furie e tutti coloro che c’entrano con loro>>, risposi dirigendomi fuori da quel piccolo angolo isolato dal testo della zona.

La testa mi scoppiava mentre sentivo tutto il mio corpo contrarsi in preda a spasmi che sembravano infiniti, il dolore che fino a poco prima era rimasto nei limiti tollerabili schizzò alle stelle, sentivo così tanto male da non riuscire nemmeno ad urlare da quanto fosse doloroso, mi rigirai come un pesce fuor d’acqua per qualche istante prima di collassare a terra così come mi ero schiantato. Il dolore cessò, il mal di testa si fermò e tutto così schiacciante e opprimente divenne una motrice di azione, così com’era successo da piccolo a scuola quando mi avevano aggredito. Mi rialzai in piedi e mi guardai attorno

Orientandomi come più potevo, anche se non avevo assistito alla scena nell’aria si sentiva odore di guerra e una forte tensione, presi il mio bagaglio stazionato poco distante dai giganteschi mostri color pece, mi voltai attirato da una strana colonna luminosa a qualche centinaio di chilometro di distanza.

<<attento dietro!>>, urlò una voce femminile ma appena mi voltai fui colpito in pieno dalla clava del gigante nero, che mi scaravento contro una colonna di marmo a una decina di metri di distanza come fossi una palla da baseball diventando parte delle incisioni della struttura antica, il mostro si sfogò in un urlo animalesco come a rafforzare la sua azione di vendetta per il compagno ucciso.

<<dannazione, non ha avuto il tempo per reagire>>, si disse il capo dei cavalieri come quasi ad incolparsi dell’accaduto, la stessa reazione la ebbe la sacerdotessa che chinò lo sguardo in preda al rimorso. L’eremita scese dalla colonna e si levò il copricapo scoprendo la sua vera identità, venerata per secoli da una delle più antiche civiltà nordafricane come dea della sensualità e fertilità ma poi sconfitta dai titani come tutti gli Dei, Bastet si mise in prima linea per eliminare gli intrusi, ma non era la sola. Sulla sua schiena il simbolo dorato del animale a lei sacro brillò più intenso del sole. Era, la vera dominatrice e l’ultima dea dell’olimpo ancora in vita, affiancò la dea egizia dinanzi agli abitanti di quello squarcio di mondo.

<<levati mia cara questa non è roba per te>>, disse la dea della guerra con tono superiore che innervosì non poco l'altra divinità.

Mi rialzai furente, con uno scatto veloce schizzi dalle macerie contro cui fui sbattuto verso il colosso arrivandogli all'altezza della test con leggero balzo, con un pugno secco e deciso lo colpì alla testa mandandolo in knock-out, il mostro crollò cadendo davanti ai protettori di quella cittadella riempiendo l'aria con un tonfo che fece fermare tutti.

La bava gli usciva dalla bocca come miele e gli occhi erano assenti, bianchi come il latte, mi rialzai da terra notando per la prima volta in quel mondo il dolore di colpire qualcosa di duro, sorrisi all'idea poiché era quasi come tornare a casa, al mio mondo, tutto non troppo facile.

Quelli che restavano, vedendo il compagno atterrato con tanta facilità pensarono bene di ritirarsi ma senza scomporsi, brontolando e scuotendo le enormi armi mentre si avviavano verso l'oscuro orizzonte fino a che anche la loro presenza non scomparve facendo ritornare la calma apparente.

Andai verso la colonna contro cui fui sbattuto, mentre gli altri guardavano con diffidenza i mostri allontanarsi presi il mio borsone ricoperto di polvere e detriti, dopo una veloce pulita me lo caricai in spalla, rivolsi lo sguardo verso la colonna di luce sicuro che la mia destinazione fosse quella, e con quella convinzione iniziai ad incamminarmi, fui però fermato subito appena prima di superare il limite massimo a cui arrivavano le luci di quella baraccopoli.

<<ehi tu, non sei di queste parti. Da dove vieni e che ci fai qui?>>, chiedendo la dea egizi con suprema arroganza. Subito la regina dell'olimpo gli lanciò una occhiataccia poi si rivolse a me con sguardo fiero e sincero. <<scusa la sfrontataggine di questa cosiddetta dea, ti siamo riconoscenti per il tuo aiuto. Se non è chiedere troppo vorremmo davvero saper il luogo da cui arrivi.>>

<<un luogo a voi molto conosciuto, la terra. Sono finito qui per cercare quelli che vi hanno portati in questo luogo desertico, i titani. È un onore fare la conoscenza della signora degli dei del vecchio continente, se posso… la trovo bella come nelle leggende>>, disse facendo un vistoso inchino che la dea ricambio. <<è bello sapere che ancora le nostre leggende raggiungono le nuove generazioni, grazie per il complimento, come già sai il mio nome è Era, e coloro che devi dinanzi a te sono alcuni dei pochi sopravvissuti a quelle battaglie che ci hanno portato qui. Quindi sei alla ricerca dei nostri procreatori, sei nel giusto percorso, segui quella luce e lì troverai lì. Spero che le nostre strade possano intrecciarsi ancora giovane umano.>> senza aggiungere altro fece una leggero inchino e si precinse a ritornare al suo possedimento col resto della cavalleria.

<<aspettate voi, chi vi credete per ignorarmi! Tu che vieni dalla terra mostra il giusto rispetto nei confronti della dea che ti sta davanti, inclinati dinanzi al mio cospetto>>, esigette Bastet. Mi guardai attorno come a cercare la persona con cui stava parlando non trovandoci nessuno a parte me. <<parli con me?>>, chiesi con fare sorpreso, l'irritazione della dea in questione e il mio fare il finto tonto divertirono il resto dei presenti che si fecero scappare una leggera risata.

<<Scusate ma devo proprio andare, non ho voglia di perdere tempo.>> dai un'ultima occhiata alla cittadella prima di rivolgere di nuovo lo sguardo alla mia metà. Era in quel momento si voltò per racchiudere un ultima immagine di quel umano che si avvia a verso l'oscurità quando d'impulso grido con forza. << Bastet ferma!>>, disse contro la dea che impugnava il suo arco mentre scoccava una delle sue frecce devastanti contro colui che l'aveva ignorata e derisa. Il suono secco della freccia che trafiggeva l'aria sibilò al mio orecchio mentre mi abbassai passandogli sotto scattando di contropiede contro colei che l'aveva scagliata, la presi per il collo tirandola su di qualche centimetro mentre si dimenò cercando di liberarsi gettando a terra anche l'arco, il suo sguardo si riempì di un improvvisa e possente paura mentre cercava con ogni mezzo di liberarsi dalla presa. <<ti prego lasciala andare, non aveva l'intenzione di recarti alcun danno>>, pregò Era quasi ad inginocchiarsi.

Allontanai lo sguardo dalla signora dell'olimpo e lo posai indifferente e freddo sull'altra dea, dai cui occhi sgorgavano lacrime argentee che tagliavano le sue guance mentre gli occhi chiedevano pietà come fossi il mostro che gli aveva portato via tutto. Lasciai la presa riprendendomi da quel gesto rivolto contro una donna. “Che stavo facendo, se Perla lo venisse a saperlo mi riprenderebbe con i contro fiocchi. Ah… quanto mi manca, anche Kyle dopotutto.”

Mi avvicinai alla dea egizia e con il ginocchio a terra e testa china gli chiesi umilmente scusa porgendogli il suo arco. <<perdona la mia superbia mia dea e perdona l'averti recato dolore e rimembrato attimi oscuri del vostro passato, non vi arrecherò più del male, a patto che non punti la sua arma contro di me.>> Bastet priva della parola e singhiozzando acconsentì, mi rialzai ancora una volta passando sotto lo sguardo clemente dell'altra divinità, un veloce scambio di sguardi prima di allontanarmi avvolto dall' oscura.

Dopo qualche chilometro, attraversando una valle tra due pareti rocciose il dall’altezza di quaranta metri levigate in moto quasi innaturale, dalle cime luci simili a occhi si muovevano sinuose in una fremito rumoroso che aumentava più mi addentravo. Continuai ad andare avanti ignorando ciò che mi circondava seguendo l'unica via davanti a me, mi fermai solo quando qualcosa di più grande di me non bloccò il percorso, le macerie di una frana stazionavano come un muro fusi assieme da una massa densa e liquida che scorreva tra i giganteschi massi caduti come miele bollente e fumante, dalle cime come un onda gigantesca le orde nere dalle luci rosse coprirono il cielo come a voler inghiottirmi, velocemente cercai una via di fuga ma l'orda stava per riempire la strada che avevo percorso chiudendomi in una morsa.

Una freccia Vermiglia attraversò l'orda liberando la strada che mi ero lasciato alle spalle, continuò la sua corsa mentre ad ogni tocco pietrificava ciò che era nel suo raggio, come una trivella accelerò poco prima di toccare la frana infrangendola con tanta forza che l'onda d'urto frantumò ogni cosa e mi catapultò ad un paio di metri di distanza concludendo la sua corsa a qualche chilometro di distanza.

Mi rialzai ripulendomi ancora una volta dai detriti cercando di intravedere attraverso la coltre di polvere sulfurea ciò che era rimasto dopo quel colpo. <<non devi ringraziarmi, sono qui solo per mia volontà e perché è compito degli Dei vegliare sui propri fedeli>>, proclamò con superiorità e autocompiacendosi per il suo colpo divino, la guardai con profonda indifferenza prima di voltarmi dall'altra parte e me ne andai. <<dove pensi di andare tu! Aspettami!>>

III Kara

III

Kara

Superai la collina, dopo qualche ora di camminata lungo vaste praterie celesti e dorate, arrivai a vedere una modesta locanda a quattro piani, alta e stretta alla base color avorio avvolta da una spirale di piante dorate rampicanti. Era come un faro in mezzo alla natura che risplendeva alla luce del sole, verso di esso arrivavano e se ne andavano viaggiatori e mercanti diretti alle più disparate mete, proprio come me.

Alcuni ragazzi stavano portando dentro dei bagagli alquanto grossi e di alta classe quando arrivai dandogli una mano a sistemarli sul carrello apposito. <<grazie mille signore. Anche lei qui per riposarsi?>>

<<sì, mi attende un lungo viaggio perciò ne approfitto, sai se ci sono stanze libere?>> Il ragazzo indicò un vecchio signore alla reception molto minimalista, il quale ci notò e fece segno di avvicinarmi.

<<chiedi a quel signore, una bella stanza te la riesce a dare.>> ringraziai il ragazzo e andai verso il signore che con far gentile e parole cordiali mi diede una camera più che soddisfacente, ringraziai ancora e me ne andai su al secondo piano.

Dopo un lungo corridoio di porte scorrevoli in intelaiatura di legno e stoffa bianca arrivai davanti alla mia stanza. Era composta da due parti, una saletta con due mobiletti bassi e un tavolino della stessa altezza e due cuscini al posto delle sedie, nell'altra parte c'era la camera da letto con letto basso, un enorme armadio liscio a parete opposto alla finestra che vada sulle vaste pianure.

Mi levai i vestiti più pesanti rimanendo in soli pantaloni, il tocco freddo dei piedi sul pavimento in legno mi fu una dolce sensazione, qualche istante dopo bussarono alla mia porta con una certa insistenza. <<scusi il disturbo, che cosa le posso portare per cena?>> alla domanda rivolsi lo sguardo verso la finestra vedendo che stava calando già la notte.

<<è già quasi notte, non mi ci abituerò mai>>, sussurrai tra me. <<sì scusi, vorrei il piatto della casa grazie, e mi potrebbe far spedire questa lettera, ecco i soldi per la spedizione e per il disturbo.>> Il facchino ringraziò e si avviò velocemente gioioso della mancia, richiusi la porta e mi sedetti sul letto a leggere e a scrivere delle lettere che avrai mandato dalla prossima città.

Un'altra bussata alla porta e mi precipitai alla porta a prendere la cena, il profumino era delizioso e il colore dorato misto ad un verde smeraldo del piatto era molto invitante, presi il vassoio con tutte le portate, ringraziai e con il piede chiusi la porta alle mie spalle prima di addentrarmi nel mangiare. <<buon appetito a me.>>

Alla mia finestra in quel momento giunse un uccellino di nebbia, occhi dorati che spiccavano sul corpo nuvoloso grigio biancastro, le quattro ali simili a rami dalle lunghe e cotonate foglie sbatterono come quelle di un colibrì mentre il becco legnoso puntellava il vetro della finestra suonando il suo avviso a ritmo martellante, gli aprì la finestre e lui si posò sul mio dito, gli dai un po' d'acqua e lui sembrò rinvigorirsi, scattò velocemente a mezz'aria ripartendo verso casa sua, lasciai tutto lì dov'era e mi rivestì per andarmene anche se mi dispiaceva lasciar quel buon cibo lì a freddarsi.

<<che spreco, e dire che aveva un così buon odore.>> uscì chiedendomi la porta alle spalle e scesi al piano inferiore fino alla reception dove ancora c'era l'anziano signore mentre parlava con un ragazzo dalla mezz'armatura ammaccata. <<mi dispiace terribilmente ma abbiamo finito le stanze>>, disse il signore mortificato al giovane cliente.

<<scusi vorrei ridare la stanza, ho avuto un imprevisto e devo partire.>> l'uomo posò la sua attenzione su di me e con fare mortificato si oppose alla mia richiesta. <<credo che non sia possibile, purtroppo la sua camera è stata registrata già al suo nome e non possiamo al momento cambiarla, abbiamo dei problemi tecnici. Ci scusiamo profondamente.>>

<<allora tienila tu visto che sembri averne bisogno, lo si capisce anche solo guardandoti. Ve ne siete andati senza salutare.>> Il ragazzo mi guardò qualche istante prima di riconoscere in me la persona che si è messa in mezzo nello scontro l'Ecatonchiri.

<<sei tu!>>, disse sorpreso. <<grazie mille per avermi salvato e… anche per la stanza, ti siamo infinitamente grati. C'è qualcosa di cui hai bisogno? Dove sei diretto?>>, domandò in apprensione.

<<calmo amico, non mi serve nulla. Sto andando in città e lì troverò quel che mi serve.>>

<<allora non chiedere oltre, forse ci rincontreremo a Palem. Comunque sono Erick Hatcher.>>

<<io sono Ray, piacere mio Erick. Ci si vede e non cacciatevi in altri guai mi raccomando.>> col mio sacco in spalla me ne uscì dal edificio seguendo la strada che mi avrebbe portato dentro ad un'altra piccola foresta, con la notte che avvolgeva l’orizzonte e la brezza fredda che scendeva dai cieli col suo manto.

Enormi agglomerati di radici e terra che fuoriuscivano come tentacoli massicci, casa di innumerevoli creature, stavano alla base di possenti e floreali alberi dalla superficie setosa, lucida color ambra su un prato sottilissimo di erba rosata brillante. I numerosi volatili fiammeggianti e dai colori pacchiani, piumaggio dalle bizzarre forme e dai versi melodici e profondi, a terra colossali e pelosi ruminanti insieme ad agili creature che trovano la propria storia in antichi testi di miti antichi, un piccolo gruppo di queste creature si nascose appena sentì una presenza in avvicinamento.

Superai una piccola barriera cespugliosa oltre il quale una lunga strada sinuosa tra le enormi e altissime basi della copertura fogliare intrecciata in una trama regolare da cui filtravano lunghe scie perpendicolari di luce che baciavano a romboidali piccole zone del sottobosco creando giochi di riflessi sui tronchi lucenti.

Continuando ad addentrarmi arrivai in una zona più fitta ricolma di alberi da frutto ed erbe da cui si potevano estrare medicinali ed essenze dai molteplici usi, poggiai il mio borsone vicino ad un albero e ne tirai fuori della carne secca per mangiarla prima di iniziare la ricerca delle erbe, l’odore delicato della carne insieme alle erbe in cui era avvolto si sparsero nella zona catturando l’attenzione di un piccolo abitante delle tane alla base dei maestosi alberi.

Dopo la quinta striscia di carne iniziavo già a sentirmi pieno ma era fin troppo buona, ad un certo punto sentii qualcosa di umido strusciare contro la mia mano che era appoggiata sul borsone, di riflesso la tolsi alzandomi subito mettendomi in guardia.

<<oh ma che carino!>>, dissi vedendo il cucciolo rosso arancio di Kitsune, gli allungai un pezzo di carne e mi sedetti a mangiare con lui ma subito dopo mi arrivò sulle gambe e iniziò a saltellare per cercare di prendere il cibo che avevo nella mano. <<sei molto affamato vedo, aspetta… ma che cosai sul collo?>>, sollevai leggermente la liscia pelliccia notando un lungo e seghettato taglio orizzontale di qualche giorno che si era ad iniziato ad infettare, continuai a ispezionarlo mentre si sbranava dell’altro cibo notando un altro particolare. <<che scortese che sono, sei una femmina non un maschio. Adesso facciamo un patto che ne dici?>>, la cucciola mi guardò e fece un guaito con un forte slancio, solo che non ne usciva nessun rumore dalle sue fauci e sembrò anche provare un acuto dolore al provarci, quel taglio sul collo l’aveva privata della voce a quanto sembrava.

<<che cosa orribile, chi può averti fatto un’atrocità simile, senza voce qualunque Nativo viene allontanato e muore nella solitudine. Ascoltami bene: se farai la guardia alle mie cose allora ti darò altro cibo così che tu ti possa saziare, se sei d’accordo qua la zampa.>> la nativa allungò la zampetta color avorio mettendola nella mia mano. <<abbiamo un patto.>>

Le erbe che mi servivano furono più presenti di quel che pensassi visto che nella maggior parte dei posto dov’ero stato erano considerate una costosa rarità, insieme ad esse anche piante cui nettare dei frutti davano un profumo dolce, talvolta deciso e afrodisiaco che si comparavano ai colori e sapori degli stessi. Ritornai con una modesta scorta e trovai la Nativa ritta seduta a fare la guardia con gran impegno e serietà. Appena mi vide fece salti di gioia e si mise a fare cerchi attorno al borsone per avere la sua ricompensa.

<<sei stata bravissima, è ora di mantenere la mia promessa piccola, ecco a te.>> gli allungai la carne pattuita e nel mentre preparai con qualcuna delle erbe raccolte un intruglio speciale, pestai per bene facendo uscire quasi tutto il succo che ne contenevano e lo spalmai in un pezzo di stoffa ricavato dalle mie bende, era di un bel bianco perla, gli bendai delicatamente il collo terminando con un grande e bel fiocco.

<<sei stupenda, quasi sembri un peluche di pregio. Fatti abbracciare!>> la presi tra le mani stringendola a me e accarezzando la sua pelliccia con il viso sentendo una bellissima sensazione di morbidezza, la piccola mi lasciò fare mentre mi leccava il viso teneramente. <<va bene così dai, altrimenti mi ci affeziono troppo, meglio lasciarci qui, spero che tu possa vivere allungo.>>

Presi le mie cose e con la vecchia mappa che mi ritrovavo tracciai una rotta verso quella che sembrava una villa di un signore della zona poco dopo la foresta, era a quasi metà strada per la città di Palem e sicuramente un posto dove dormire tranquillamente.

Continuai il mio cammino verso la colonna di luce ma a frapporsi a me e il mio obbiettivo, irte cime di enormi monti dall’aspetto temibile e avvolgenti, ed ai piedi di essi una tenebrosa città avvolta dal fumo dei fuochi che risplendevano di un bronzo vecchio e sporco tra il labirinto dei alti e fatiscenti stecchi traballanti che volevano fare da palazzi. <<ci saranno altri esaltati che si crederanno Dei, ne sono sicuro>>, dissi ad alta voce facendomene una ragione.

<<aspettami ti ho ordinato! Nessuno mi lascia indietro e vive per raccontarlo!>>, disse con arroganza la Dea gatta.

<<sei ancora qui? pensavo che fossero gli Dei ad essere inseguiti e non il contrario, perché mi stai ancora addietro?>>

<<non ho motivo di risponderti, è solo che sento che sta per succedere qualcosa di grande e tu ne sarai la miccia, umano.>>

<<me l’hanno già detto, anche se con altre parole e con molta più retorica ed enfasi, come se fossi uno dei cavalieri dell’apocalisse. Dimmi, sei mai stata con un umano quando eri sulla terra? Non ho mai sentito ne letto di mezzi-Dei tuoi figli o comunque di voi, non sembra che vi piaccia come a quelli olimpici mischiarvi a noi.>>

<<No che non ci sono stata, non sono come quei maniaci del vecchio continente, noi della madre terra non ci leghiamo agli umani o se lo facciamo è con qualcuno che ne riteniamo degno o per cui proviamo qualcosa di forte, non lo facciamo per sfizio o noia>>, disse imbarazzata e alterata. <<e tu ci sei mai stato?>>

<<con una divinità? No, dalle mie parti non si trovano così facilmente come qui>>, risposi senza fare una piega mantenendo lo sguardo sulla città a valle.

<<Non intendevo quello. Sei mai stato con una femmina?>>

<<non sono obbligato a risponderti.>>

<<come osi! Io ho risposto alla tua domanda, pretendo lo stesso da te!>> alle sue minacce non diedi alcun peso, le sue erano parole al vento, rumore alle mie orecchie.

<<se me lo dirai ti svelerò chi abita in quella città e come superarla indenne.>> mi voltai verso di lei accattivato dalla sua proposta. <<dico sul serio.>>

Tirai un lungo sospiro di arresa e parlai. <<Si, ci sono stato… anche se non è così bello quando non hai scelta.>> la Dea capì subito guardandomi negli occhi che quel che dicevo era ben più serio e oscuro di quanto volessi ammettere. <<ma sai com’è, quando vuoi proteggere qualcuno fai di tutto.>>

<<Già, hai ragione. Comunque in quella città troverai gli ultimi figli del nuovo continente, signori delle stelle, dei culti agli spiriti animali e creatori di sciamani.>>

<<come mai sembra che si stiano preparando per andare in guerra? Tutte quelle fonderie e quegli spettri non sono sicuramente lì perché si sentivano soli.>>

<<perché è così, si preparano anche loro a dare guerra ai Titani per riprendersi la loro libertà e tornare sulla terra.>>

<<hai detto “anche loro”, vuol dire che non sono i soli?>>

<<Già, ci sono un sacco di cose che voi dell’altra parte di questo mondo e dell’altro mondo non sapete. Ora vieni con me che te li presento, saranno sicuramente curiosi di conoscere quello che vuole incontrare i Titani e ammazzare coloro che li hanno portati qui da noi ormai notevolmente indeboliti, sono sicura che sarai al centro dell’attenzione.>>

<<stai iniziando a piacermi gattina, non sei male dopotutto, potresti essere la mia prima divinità, conosco qualche trucchetto che sicuramente apprezzeresti.>>

<<non scherzare, potrei crederci>>, disse con tono provocatorio facendo strada verso il sentiero scosceso che portava alla cittadella.

Arrivai ai bordi della foresta finalmente, trovandomi davanti ad un sentiero calpestato tra due alte pareti rocciose che diminuivano man mano ci si allontanava, notai che dalle cime delle rocce spiccavano alberi simili a palme che pendevano verso il basso mentre reggevano rami simili a corde contenenti bozzoli muschiati penzolanti come decorazioni di natale.

<<non so che ci sia lì dentro e non voglio rimanere qui quando si schiuderanno, meglio muoversi vero Kara?>> la piccola Kitsune batté le zampine anteriori sulla mia spalla in segno di conferma. <<spero che sia comoda quella tasca del borsone, non era progettata per essere un marsupio ma almeno ti godrai una bella visuale, avremo la stessa prospettiva.>> poiché la piccola mi aveva seguito da quando ci saremmo dovuti lasciare graffiandomi nel tentativo di farsi portare non avevo resistito e mettendomi il borsone come zaino a braccio singolo gli avevo creato una tasca per lei, visto le sue dimensioni ridotte. <<il cielo si sta riempiendo di nuvole, meglio muoverci prima che si metta a piovere.>>

Non passarono che alcuni minuti che il cielo all’improvviso si schiarì proprio quando giungemmo nei pressi dell’enorme villa vittoriana che regnava sovrana sulla pianura di fronte alla grande strada in granito che si perdeva nell’orizzonte, a guardia dei regali cancelli due coppie di guardie in armature leggere e raffinate che impugnavano le loro lance puntandocele prontamente contro quando giungemmo di fronte ad essi. <<fermo lì straniero, identificati! Altrimenti fuori dai piedi!>>

<<calmi non cerco dispute, non sono qui per mio volere, cerco solo…>> fui interrotto dalla voce di una donna che urlava a gran voce verso di noi.

<<aprite subito razza di maleducati!>>, disse con rabbia alle guardie che obbedirono subito come cagnolini spaventati.

<<signora Marlia come mai qui fuori? Conosce forse questo ragazzo?>>, domandò una delle guardie scegliendo bene quali parole usare con la donna che sembrava godere di un gran potere in quella villa.

<<ma certo altrimenti non vi avrei fermato razza di idioti!>> la guardai un po’ stranito poiché non sapevo davvero chi fosse o come mi conoscesse. <<lui è il famosissimo sarto e maestro mandatoci da Palem per gli abiti delle signorine e del signorino>>, disse alle guardie poi rivolgendomi uno sguardo umile mi parlò. <<Mi avevano detto che vi avrei riconosciuto per il vostro particolare vestire ma non pensavo che aveste anche un aspetto fisico così “particolare” e che grazioso cucciolo, avanti mi segua, è un onore averla qui nella umile villa dei Regnar.>>

<<è un onore essere al servizio di una famiglia tanto lodevole, per me sarà un immenso piacere usare le mie abilità al servizio dei vostri signori>>, dissi cercando di rimanere sul vago ma non troppo.

<<anche educato e di bel aspetto, voi avrete decine di signorine al vostro seguito ne sono sicura>>, disse per adularmi ed farsi ingraziare.

<<siete troppo gentile, se posso sapere, che tipo di lavoro mi aspetta?>>

<<non sia ansioso, appena arriveremmo alla villa si concorderà con i signori sugli abiti che dovrà creare, ovviamente sappiamo che il vostro tempo è denaro e le assicuro che sarà ben pagato e avrà tutti i confort che questa villa offre per tutto il tempo che sarà per lei necessario, ovviamente. Si goda i colori ei profumi dei nostri fiori e lo splendore di questi alberi lungo questo viale, credo che lo troverà di grande ispirazione.>>

<<ascolterò il vostro consiglio perciò spero non le spiace se faccio un giro veloce prima di entrare alla villa, per cercare “ispirazione”.>>

<<certamente faccia con comodo, la aspetto dinnanzi alle porte, con permesso.>> la donna fece un leggero inchino prima di avviarsi gaia in volto, io mi voltai e attraversai il passo cespuglio di fiori gialli immergendomi tra le statue vegetali dell’enorme giardino degno di una villa di sovrani.

Quando fui totalmente nascosto dalla vista di tutti gli occhi della villa mi potei rilassare e mettere insieme le idee. <<certo che la fortuna ci ha dato un bel bacio, carico delle sue grazie>>, dissi ridacchiando della situazione assurda e inaspettata. <<bene, cerchiamo di comportarci a modo e fare in fretta prima che mi scoprano, per fortuna che ho avuto una grande maestra come sarta.>> Kara mi guardò stranita dalle mie parole ed era comprensibile.

Arrivai davanti dalle porte della lussuosa villa dove mi aspettavano la capo cameriera, alcuni servitori e un anziano signore sulla sedia a rotelle, era vestito con abiti nobili e sfarzosi, fiero e ben curato mi accolse con un sorriso e un caloroso benvenuto. <<salve mio giovane e lustre ospite, è un onore accoglierla nella mia umile dimora, avanti entri.>> non feci complimenti ed entrai attraverso l’ampio atrio adornato da quadri della famiglia nella loro completezza, si capiva che erano persone che andavano fiere di essere tanto ricche.

Dalla sala principale, piena di antiquariato e statue di gran valore, passammo alla stanza dei ricevimenti, più accogliente e dai toni rossicci data dalla tappezzeria di gran pregio. <<solo il meglio vedo, tessuti di grande qualità>>, dissi tra me senza accorgermi di aver parlato ad alta voce.

<<lei si che ha occhio, già al primo sguardo l’ha capito. C’era d’aspettarselo dal maestro dei tessuti di una famiglia tanto famosa>>, disse la capo cameriera elogiandomi dinanzi agli altri presenti.

<<maestro dei tessuti? Che persona esaltata deve essere questo tipo>>, pensai dirigendomi a prendere posto su una delle poltrone dal telaio dorato.

<<padrone se non ha bisogno di me vado ad avvisare i signorini che il maestro Siemens è arrivato.>>

<<va pure Marlia, vi aspettiamo qui, Gregor ci verserà un po’ di liquore nell’attesa.>> la donna non perse altro tempo e uscì dalla stanza mentre il suo collega fece come il padrone di casa aveva chiesto e ci versò, nei calici di cristallo, un po’ del liquore verdastro che tanto amavano bere in quella regione.

Mentre l’anziano raccontava aneddoti sul suo passato da grande commerciante io non pensavo ad altro che a quel dannato nome sotto cui mi avevano identificato, Siemens. Mi chiesi se fosse il figlio o un suo vicino parente mentre una fastidiosa sensazione mi rovinava la dolce bevanda.

<<tutto bene maestro Siemens? Sembra alquanto sovrappensiero.>> rivolsi la mia attenzione al anziano signore cercando di trovare una giustificazione al non avergli dato l’attenzione che doveva.

<<non si preoccupi, mi chiedevo solo che tipo di abito dovrò dar vita per la vostra progenie.>>

<<lei ci lusinga a darsi tanta pena, sono sicuro che qualunque vostra creazione sarà stupenda indosso a mia figlia ed ai miei nipoti, forse così si calmeranno e la smetteranno di chiedermi di voler andare a vivere in città, qui abbiamo tutto e possiamo avere tutto, siamo al sicuro ma loro non mi danno ascolto.>>

Prima che l’anziano signore continuasse a parlare la porta si aprì di scatto e nuovi personaggi fecero la loro entrata nella stanza.

Due giovani ragazze dagli sfarzosi vestiti nobiliari spiccavano per i candidi colori primaverili, un azzurro celeste adornato da rose biancastre e l’altra un verde smeraldo acceso con particolari simili a piume attorno al collo dandone un aspetto cotonato e leggero, portavano entrambe un trucco leggero accentuato solo nell’area degli occhi poiché erano belle già di loro, pelle rosea e liscia tipico delle donne del loro ceto, una castana e l’altra bruna erano i loro capelli voluminosi adornati da cerchietti di gemme preziose. Dietro di loro giunse come risputato dal resto della casa un ragazzo più giovane delle due in vesti decisamente meno pregiate, il classico completo nero che ogni ragazzo di media nobiltà possiede, non sembrava molto voluto soprattutto dalle sorelle che gli diedero una occhiata di quasi disprezzo, lui alzò lo sguardo verso di me abbassandolo subito come vergognandosene.

<<mie bellissime figliole, Luria, Sari e… Darién vi presento il famoso e gran maestro Roman Siemens.>> le ragazze fecero un solenne inchino così come il ragazzo, io contraccambiai aggiungendo un leggero sorriso.

<<allora, come vi avevo promesso per il vostro compleanno, il maestro farà degli abiti apposta per voi miei tesori, due abiti da vere principesse>>, disse il l’anziano agitandosi un po’ troppo.

<<davvero, come quelli della principessa Elisabeth, che bello!>>, dissero stringendo forte l’uomo in un amorevole abbraccio che lui gradì fin troppo.

<<e per quanto riguarda quel ragazzo? Non che mi intessi, meno lavoro per me.>>

<<lui? Lasci stare non ne vale la pena, non so neanche perché è qui. Non si disturbi maestro, due saranno più che sufficienti.>> il ragazzo non fece una piega, era inespressivo e senza dire una sola parola uscì dalla stanza sotto lo sguardo struggente di Marlia.

<<Bene signori se non vi dispiace io andrei a riposarmi, anche la mia amica qui è molto stanca perciò…>>

<<oh ma che scortesi, Marlia per favore mostra l’abitazione al nostro ospite. Quando sarà pronto saremmo lieti di vedervi all’opera, buon riposo.>>

Fui condotto al secondo piano, in fondo al largo corridoio tempestato di foto dei proprietari con apparenti celebrità e personalità di ogni ambito sociale e politico, lì si trovava la mia stanza, lussuosa come il resto della casa, piena di argenteria, mobili antichi e costosi, tappezzeria pregiata tutto di una tinta dorata e bordò accentuata dalla luce che entrava dalle alte vetrate poste sull’unico lato che vada verso l’esterno, affianco al letto a baldacchino.

Posai il mio borsone su una poltrona, Kara balzò con gran agilità e disinvoltura fino al letto atterrandoci a palla per poi distendersi a riposare, dalle vetrate vidi il ragazzo schernito dirigersi verso il labirinto verde che era il giardino scomparendoci dentro. La capo cameriera stava per andare quando la fermai prendendola per una mano. <<scusi ma avrei qualche domanda da farle se non le spiace.>>

<<ma certo signore, tutte quelle che vuole>>, disse nervosa ma allo stesso tempo al settimo cielo. Mi avvicinai alla porta chiedendola a chiave e mi voltai subito verso la donna offrendogli un sorriso di rassicurazione.

<<non voglio che gli altri ci disturbino, sarà una cosa piuttosto lunga e avrò bisogno della sua totale disponibilità.>> mi avvicinai a lei facendola retrocedere fino al letto dove cadde disturbando la rilassata Kara. <<che cosa vuole fare?>>, domandò con voce rauca e quasi assente.

<<gliel’ho già detto: fargli qualche domanda ma non è tutto, c’è anche del altro. Stia tranquilla, non le farò del male.>>

Marlia si rivestì all’ombra delle enormi tende mettendosi ben in piega mentre io stavo seduto sul letto a gambe incrociate insieme a Kara circondato da lenzuola di tessuto, di colori e materiali dei più pregiati. <<perdonami per questo ma ne avevo davvero bisogno, ve ne sono infinitamente grato.>> la donna arrossì e accettò volentieri le mie scuse.

<<posso andare adesso o le serve ancora il mio aiuto?>>

<<no, per adesso meglio fermarci qui, puoi andare, grazie.>> Marlia aprì la porta con la chiave e uscì chiudendosela bene alle spalle ma subito fu accerchiata dalle padroncine e presa di mira da alcuni servitori.

<<Marlia che cosa ci facevi nella stanza del maestro? E poi cos’erano quei gemiti>>, chiese una delle signorine.

<<mi dispiace signorine ma non posso dirvi nulla, il maestro me l’ha vietato. Ora se volete scusarmi avrei del lavoro da fare, con permesso>>, disse schivando le due donzelle e gli sguardi dei colleghi senza mai scambiare un’occhiata che avrebbe potuto far capire qualcosa agli altri.

<<non posso credere che sto fingendo di essere un Siemens, parente di quel sudicio pallone di grasso e arroganza. Sarà ancora vivo? Lasciamo stare altrimenti non ne esco.>> strisciai sul letto fino a Kara accarezzandola dolcemente mentre dormiva profondamente. <<meglio fare un giro fuori prima che faccia buio o che piova>>, mi suggerì guardando fuori dalle vetrate il cielo in procinto di oscurarsi, in una maniera o nell’altra.

Le donzelle stavano a prendere il tè nel terrazzo accerchiate dai loro domestici pieni di dolcetti e varietà del liquido in questione, una di loro affacciandosi di sotto mi notò avviarmi a passo di camminata sotto il loro sguardo e mi salutò marcatamente. <<maestro! Come mai in giardino? Perché non viene quassù con noi signorine di corte a degustare un buon tè e ad assaggiare qualche pasticcino?>>

<<sono lusingato della vostra proposta miss Regnar ma voglio mettermi all’opera il prima possibile e cercavo un posto tranquillo dove iniziare, e poi non vorrei che il padrone possa interpretare l’accettare il vostro invito come atto di pigrizia.>>

<<nostro nonno non dirà nulla del genere mio signore, sa come sono gli artisti e come agiscono, non deve darsene pena>>, aggiunse la sorella di Luria. <<lo sa, nostra madre e nostro patrigno, il padre di Darién, dovrebbero arrivate tra qualche giorno, se lei restasse abbastanza potremmo presentarglieli, ci hanno detto loro di lei visto che vi siete incontrati ad una cena di gala.>>

<<capisco ma temo che non riuscirò a fermarmi abbastanza, sono uno che non rimane troppo spesso in un solo luogo, mi piace girare il mondo, e poi ho un assunto che devo sistemare. Con il vostro permesso vi lascio e vi auguro una buona continuazione.>> salutai con un leggero inchino del capo e mi allontanai addentrandomi nella giungla di quel gigantesco giardino.

<<chi siete voi? Non siete il Maestro Siemens, lui l’ho visto in foto e anche se indossava una maschera da festa voi non gli somigliate per nulla>>, accusò il giovane Darién con sguardo diffidente e posa difensiva.

<<quindi questo maestro deve avere un viso orribile per nasconderlo alla gente se a quanto pare nessuno riesce a capire che non sono io, e tu perché non l’hai detto alla tua famiglia? Siete così legati, dovresti dirgli che hanno accolto un truffatore, un falso, no?>>

<<tu dimmi chi sei altrimenti lo dirò a tutti e le guardie qui fuori ti uccideranno al istante, e anche il tuo animaletto farà la stessa fine.>>

<<che grandi minacce per un bambino così piccolo, ti dirò chi sono piccolino.

Conosci il cacciatore?>>

<<sì ne ho sentito parlare quando siamo andati a casa di amici del nonno, è una persona o una nave, non ricordo bene>> interruppi il suo parlare facendogli un’altra domanda. <<conosci il demone della foresta bianca?>>

<<secondo alcuni soldati che andavano a caccia dei nativi Bianchi, è una persona sfuggente come un demone e ugualmente feroce che ha ucciso alcuni dei loro compagni a sangue fretto, usando le loro armi e a mani nude.>> gli feci un ultima domanda.

<<e l’uomo di sabbia?>> il giovane si sbiancò in viso prima di professare parola. <<io l’ho visto, ero con mio padre anni fa nella zona del porto di Alath quando voltando lo sguardo verso le alte montagne nere di sabbia, lì dove nessuno osava andare, vidi in un lampo di luce la figura di un uomo emergere dalla sabbia, ritto e immobile, dagli occhi di luce. Secondo i mercanti e dei predoni era uno spirito che ammazzava chiunque vi avvicinasse a quelle terre nutrendo il deserto col sangue delle sue vittime, per questo quando le si ritrovava erano completamente dissanguate.>>

<<bene, sei molto informato perciò sarò schietto, io faccio parte di quel gruppo di persone, demoni, spiriti o come li vuoi chiamare, perciò ti consiglio di tenere la bocca chiusa o più di qualcuno non vedrà la luce del sole domattina.>> gli posai una mano sulla testa facendolo sussultare prima di avviarmi verso la residenza a passo calmo, il ragazzo rimase di pietra, non sapeva se credermi o meno ma una cosa gli fu certa, stavano correndo un grande pericolo.

<<che faccia pure, gli uccida tutti, questa famiglia non mi ha mai accettato e nemmeno a mio padre, che li ammazzi, almeno non sarò più sotto i loro sguardi di ribrezzo!>>

La notte scendeva veloce accompagnata da dense e oscure nuvole che preannunciavano una notte turbolenta, nell’aria si sentiva il leggero suono delle prime gocce contro il metallo mentre lampi di fuoco irradiavano per pochi istanti il paesaggio in una cupa atmosfera. I signori di casa sedevano nella sala principale a mangiare avvolti dal calore del enorme camino alle spalle del posto di capotavola da dove il signor Regnar raccontava qualche aneddoto alle nipoti che fingevano grande interesse, nelle cucine i servitori facevano una pausa tra una chiacchiera e l’altra compatendo le guardie fuori dal portone che stavano subendo la furia dell’intemperie. <<poveracci quei quattro, con questo tempo lì fuori, e dire che il loro stipendio non è granché>>, commentò Gregor, uno dei domestici più giovani e bellocci, tra un morso e l’altro. <<hai ragione ma è il loro lavoro, altrimenti sai quanti malviventi verrebbero>>, disse un altro terminando un grande sorso dal boccale di distillato.

<<non sarebbe una brutta idea, almeno quel vecchio la smetterebbe di sentirsi il re del mondo>>, intervenne Darién appena entrato nella cucina.

<<signorino come mai di nuovo qui? Il solito?>>, domandò un cuoco porgendogli un bicchiere di quello che stava bevendo, il ragazzo lo prese e lo tirò giù in un sol colpo. <<era quello che mi serviva, adesso devo tornare a sentire quel vecchio parlare e quelle sgualdrine provocarmi per chissà quanto.>> i presenti lo compatirono e allo stesso tempo lo spinsero con gentilezza a ritornare nel salone.

<<dove sei stupido di un pseudo-nipote!?>>, urlò l’anziano sputando qualche pezzo di carne sul tavolo. <<eccoti razza di idiota, tuo padre non ti ha insegnato le buone maniere o quella sgualdrina della sua defunta madre? Per fortuna sua è morta e non può vedere che fallito che sei.>> ridacchiò l’anziano, sputando altro cibo ormai ubriaco mentre Darién lo guardava con rabbia stringendo forte il coltello e rivolgendogli una tacita occhiata rabbiosa. <<dov’è il maestro? Perché non è qui con noi a deliziare questo cibo?>> la nipote dopo aver resistito all’ondata di fetore dovuta alla puzza di alcol si accinse a rispondere.

<<il maestro è nelle sue stanze a lavorare alle nostre vesti, ha detto che ringrazia ma al momento non ha fame, nel caso ho mandato Marlia ad assisterlo visto il loro rapporto creatosi fin da subito>>, disse ridacchiando fra se rivolgendo lo sguardo verso Darién sapendo quello che il fratellastro provava per quella donna, lui le lanciò un occhiataccia e si rimise a mangiare.

<<se è così, va bene. Non disturbiamolo e lasciamolo finire l’opera.>>

La donna in questione cercava di rimanere immobile mente perlustravo, toccavo e controllavo ogni centimetro del suo corpo mentre dalle sue labbra uscivano ansime e piccoli guaiti come un cucciolo in pericolo. <<è proprio necessario tutto questo>>, chiese imbarazzata.

<<mi dispiace che lei debba essere la mia cavia ma altrimenti non riesco a concretizzare il progetto che ho in testa>>, dissi ugualmente imbarazzato. <<lo creda, non è una cosa che mi piaccia molto dover usufruire del corpo di una donna, le giuro che mi farò perdonare.>>

La toccai poco sotto il seno prendendole le misure quando fece un altro verso mettendomi ancora più in soggezione. <<mi scusi, cercherò di stare più attento.>> sotto lo sguardo curioso e attento di Kara passammo così un paio di ore tra palpeggio e disegno, tagli e cuciture, alla fine la donna poté riposarsi e avvolta dalle lenzuola si sedette sul letto. <<è stato alquanto stancante, certo che le donne che voi usate per creare i vostri abiti hanno una vita difficile.>>

<<sì, qualcuna potrebbe dirlo>>, risposi sorridendo. <<se vuole rimanga pure a riposarsi, io mi metto sulla scrivania e finisco il lavoro.

Qualche ora più tardi, quando la tempesta fu al culmine massino il suono secco di un tuono svegliò Marlia dal suo piacevole sonno, il suo sguardo vagò per la stanza fino ad imbattersi in una figura bagnata dalla debole luce di una lampada seduta sulla scrivania, con fare furtivo si alzò dal letto pian piano trascinandosi le lenzuola come fossero una vestaglia stringendo tra le braccia la piccola Nativa come un pupazzo arrivando fino a dove stavo lavorando.

<<sono bellissimi, non ne avevo mai visti di così corti e con quelle strane forme>>, disse lei sporgendosi per mettere bene a fuoco gli schizzi.

<<per il resto ci penserà la compagnia che verrà dopo la mia partenza. Loro avranno tutto il necessario per creare i miei progetti fisicamente, con i colori ei tessuti che sceglieranno le padrone, così il mio lavoro sarà più che concluso.>>

<<non sapevo che funzionasse così, e io che volevo vederne uno subito completo.>>

<<ma certo che ne vedrà uno, altrimenti per cos’altro l’avrei fatto quella tortura così a lungo.>> presi le due vesti che avevo appena finito e li mostrai alla donna che ne rimase incantata. <<questi sono per lei, un modo per sdebitarmi per l’aiuto. Non gli consiglio di usarlo in ambiente nobiliare ma quando va in città è perfetto, dalle mie parti lo chiamano un abbigliamento molto casual.>>

La donna stava per darmi un abbraccio quando il suono inconfondibile di un arma da fuoco sovrastò il rumore incessante della pioggia, mancavano poche ore al sorgere del sole e allo scadere di una nottata difficile eppure non era ancora finita.

<<tutti fermi con le mani in vista e che nessuno di voi provi a scappare o a fare l’eroe altrimenti non arriverà a vedere l’alba!>> se la risero per bene i quattro banditi, uno di loro si avvicinò alle figlie del padrone di casa gustandosi da molto vicino il buon profumo delle due che cercarono di resistere e rimanere il più possibile impassibili, ma non riuscendoci alquanto bene.

<<ragazzi avete visto che paio di bocconcini abbiamo qui, e anche la servitù non scherza. Questo vecchio se le sa scegliere bene le sue schiavette!>> l’anziano provò a ribattere ma appena aprì bocca se la ritrovò piena dalla canna del fucile di uno dei compagni. <<se fossi in te starei zitto mio caro bel Regnar o farai la fine delle guardie qui fuori. Farad, dagli un piccolo memorando così se qualcuno di questi schiavetti volesse…>> il compagno si avvicinò di corsa all’anziano saltellando per poi colpirlo alle gambe con una lunga e pesante mazza chiodata che all’impatto pezzo le gambe all’anziano, il sangue schizzò sulle figlie e su alcuni dipendenti, pezzi di pelle e vestiti tappezzarono il pavimento mentre lui urlava dal dolore, l’uomo ridendo continuo a colpirlo mentre Regnar si dimenava in balia del suo aggressore, solo quando le gambe ebbero un angolo abbastanza marcato cessò il massacro, maciullate in un disgustoso ammasso informe di carne, sangue e ossa.

Le figlie si buttarono ai piedi del nonno tra le lacrime non sapendo che fare, una scena raccapricciante che fece rigettare qualche presente, il vecchio Regnar svenne dal dolore mentre la bava gli colava dalla bocca unita alle lacrime e al muco, il suo intero corpo era sotto leggere convulsioni mentre zampilli di sangue uscivano dalle gambe maciullate del vecchio. Le urla di dolore arrivarono fino alla mia stanza raggiungendo Marlia che scattò subito per andare a soccorrere i padroni, non feci in tempo a fermarla poiché non si rendeva conto che cosa stesse succedendo e che cosa le potrebbero fare.

Non gli corsi dietro, mi avvicinai al armadio e ne tirai fuori il mio capotto nero, aprì la finestra facendomi travolgere dalla poggia torrenziale portata dal vento feroce, Kara mi saltò in spalla appoggiandosi dentro al cappuccio.

<<sei pronta? Andiamo a vedere.>> saltai dalla finestra nel buio avvolgente scomparendo dentro ad esso.

<<ma guarda che cosa abbiamo qui signori, una bella donna e per giunta nuda, bellezza sei qui per sacrificarti al posto dello storpio? Delle bambine o del moccioso nascosto sotto il tavolo?>>, disse euforico come se avesse ricevuto un bel regalo, uno dei banditi tirò fuori Darién da sotto il tavolo dandogli un calcio buttandolo contro l’orologio a pendolo frantumando il vetro e ferendo il ragazzo al viso.

<<che dolore! La mia faccia fa male!>>, urlò dimenandosi con le mani sul viso, bagnate dal sangue. Il ragazzo si trascinò per terra mentre due dei malviventi lo deridevano, un altro di loro prese Marlia bloccandola col braccio al collo con l’altra mano scrutando il suo corpo coperto dal sottile tessuto delle lenzuola, lei urlò ma non c’era nessuno che avesse potuto aiutarla al sentire la sua invocazione.

Il suono secco di qualcuno che bussava alla porta di casa si espanse in ogni stanza, sala e angolo dell’intero edificio come se ci fosse un gigante alla porta, come fosse quasi sul punto di rompere la porta con un altro tocco. Tutti si fermarono per qualche istante, quel tocco possente che sommerse persino il rombo di un tuono blocco tutti quanti, uno di quelli che stava molestando le nipoti del padrone lasciò la preda in mano al compagno e andò a vedere chi era. <<vado io, dopotutto siamo soldati no? Dobbiamo proteggere questa gente dai malvagi qua fuori>>, disse aggiungendo una risata malata al suo folle discorso.

Rimasti i tre continuarono ad abusare delle donzelle che urlavano e si dimenavano, Darién riuscì a rimettersi in piedi e si lanciò contro la voce di uno dei malviventi ancora accecato dalle ferite e dal sangue, dalla tasca tirò fuori il coltello che aveva stretto nella mano durante tutta la cena e colpì con un affondo, sfortunatamente il vile soldato usò la sorellastra come scudo.

La ragazza cadde a terra urlando ancor di più dal dolore che il nonno ferito tenendosi il fianco destro dove si era conficcato il coltello, l’uomo se la rise di gusto mentre la ragazza sbraitava contro il fratellastro ormai stravolto dalla situazione, l’uomo colpì in ragazzo con una ginocchiata allo stomaco atterrandolo, poi si avvicinò alla ragazza a terra e infierì sulla ferita calpestando la ragazza con rabbia e disprezzo.

<<mi fate schifo voi ricconi, credete di poter comprare tutto e tutti! E noi poveracci mandati a combattere per voi non abbiamo niente mentre voi ingrassate!>> Marlia urlò di fermarsi ma colui che la teneva non aveva intenzione di farla parlare ancora, la buttò a terra e la immobilizzò mentre ti calava le braghe scoprendo il sesso pronto a stuprarla.

Un fischio leggiadro e allegro riecheggiò arrivando nella stanza dove stava accadendo tutto, un rumore di passi ben scandito simile ad un balletto precedettero il suono di una voce. <<oh ma che bella casa che è questa, ci saranno dei principi e delle principesse, mi chiedo perché così lontano dal regno?>> i presenti si guardarono straniti e un po’ confusi, quella voce non la conoscevano, aveva qualcosa di sinistro e minaccioso anche se il tono era quello dei più gai e felici come se avesse trovato il tesoro di una vita.

<<Compagno sei tu? Chi era alla porta? Che ti succede alla voce?>>, chiese quello mezzo nudo che voleva stuprare Marlia, tenendo lo sguardo fisso sulla modesta porta che dava all’enorme salone di ingresso da dove il loro compagno era uscito per ammazzare chiunque fosse stato a suonare.

<<Compagno? Dici quello con la testa sfondata contro il pilone di ingresso? Io non sono un esperto di accoglienza ma sono sicuro che lui voleva uccidermi a colpi di spranga, ma tranquilli vi manda un saluto.>> tutti fissarono quel oggetto come se fossero ipnotizzati, lì oltre la porta videro un braccio intero essere gettato a terra schizzando qua e là prima di fermare la sua corsa sull’orlo della porta, il terrore che li avvolse crebbe rapido e silenzioso bloccandoli.

<<chi diavolo sei?!>>, urlarono più di uno imbracciando i fucili pronti a sparare a qualunque cosa fosse apparso davanti a quella porta.

Il rumore di passi si fece più intenso come se fosse proprio lì affianco a loro, padroneggiava su ogni altro suono, era assoluto.

<<questa è una domanda che ha tante risposte visto che dipende a chi lo chiedi. Comunque c’è chi mi chiama cacciatore, chi il demone bianco oppure l’uomo di sabbia… io mi definisco un semplice viaggiatore, voi chiamatemi come volete tanto non avrete molto tempo per usarlo.>>

Dalla penombra irruppi nella stanza da quella porta tenuta così intensamente sotto tiro, con una mano tenevo il fucile che puntai subito su quello che teneva le due ragazze e nell’altra schegge di legno, sembrò tutto troppo veloce ma per coloro che vivevano quella scena durò tutto un’eternità.

Premetti il grilletto colpendo l’uomo fracassandogli in cranio in una esplosione che ne disperse i pezzi in un raggio di un metro, nello stesso istante le schegge di legno raggiunsero l’uomo semi nudo alla gola aprendo una serie di piccoli getti che inutilmente si potevano fermare, Kara usò il mio braccio teso come rampa saltandogli addossi strappandogli il sesso con un possente morso sputandolo poi a terra affianco al suo proprietario che ci cadde sopra dolorante mentre si contorceva, l’ultimo dei soldati prese il vecchio come ostaggio mentre mi puntò il fucile.

<<stai fermo mostro! Vi ammazzo, vi ammazzo tutti!>>, continuò a dire visibilmente agitato e allo stremo della paura, mi avvicinai a lui ma subito cambiò bersaglio puntando alla nipote non ferita fisicamente del signor Regnar sparando un colpo.

Il colpo non raggiunse mai il bersaglio poiché una interferenza parò i colpi, la ragazza lo strinse come uno scudo poiché era quello che gli era stato, Darién si ritrovò col provare un dolore ancora maggiore a quello sul viso, le mani, le braccia, parte del torace e spalla sinistra erano stati scavati o sparati via dai minuscoli e numerosi proiettili del colpo, l’unico per quel tipo di arma, l’ultima spiaggia. Il ragazzo non urlò, cadde in ginocchio mentre gli spasmi e il sangue la facevano da padroni, la ragazza alle sue spalle aveva occhi terrorizzati e completamente stravolti.

Mi guardai tutta la scena come fosse un film non credendo al finale tanto assurdo, battei le mani e me le misi tra i capelli completamente incredulo. <<non ci posso credere, avete visto…>>, dissi rivolgendo lo sguardo a tutti i presenti terrorizzati, attoniti e disgustati, poi rivolsi le mie parola alla ragazza che mi guardò con occhi spalancati. <<ragazza tu hai appena usato quel ragazzo accecato e stordito come scudo umano per salvarti dal colpo! Sei senza cuore>>, dissi sorpreso e divertito dallo svolgersi della scena. <<poveraccio, tradito dai suoi ideali sull’esercito e tradito dalla sua famiglia, che storia triste.>> il soldato confuso quanto gli altri mi guardo e sporse un sorriso che chiedeva pietà per la sua vita, contraccambiai il suo gesto, lui buttò a terra il fucile e io lo trapassai col fucile che avevo avuto in mano come fosse lui una mela e il fucile una freccia. Tutto all’improvviso era finito, la volenza, le urla, la pioggia, la notte, lasciando posto alla disperazione tinta di rosso, sotto il faro luminoso di un nuovo giorno.

Qualche ora più darti qualcosa si era riusciti a sistemare, domestici stavano sistemando mentre un comando di medici e soldati arrivati dalla capitale insieme al famoso Siemens parlavano con il signor Regnar medicato prontamente, le nipoti e i domestici tra cui Marlia, per ciò che riguardava Darién la cosa fu più seria, girava nel giardino da solo fasciato e forgiato con strani strumenti metallici nelle parti mancanti, un paio di infermieri lo seguivano da distanza su sua richiesta, voleva stare da solo.

Ansimava vistosamente e nonostante i sedativi e antidolorifici, soffriva come un cane morente ma ciò che più provava era semplice odio, odio per tutti quelli che lo circondavano e odio per se stesso poiché in fondo al cuore credeva in essi.

<<sei conciato male e dire che eri bello in forma… prima dico.>> lui si voltò trovandomi seduto su un cespuglio come fosse una poltrona regale. <<certo che ora fai schifo, per fortuna ci sono bende a coprire.>>

<<allora sei tu, tutti loro in realtà sei tu. Tutti i miei ideali sono stati frantumati e massacrati, e per giunta sono stato salvato da ciò che più disprezzavo da ciò che più ammiravo, vi odio, vi odio tutti, soldati, famigliari, fuorilegge, tutti!>>

<<non dire così mezzo uomo, adesso almeno l’hai capito no? Guarda è anche arrivato il vostro amato Siemens quindi non è tutto andato male dai, siete salvi anche se non proprio sani.>> mi alzai dal cespuglio andandogli faccia a faccia, fronte contro fronte. <<odia se è ciò che ti fa andare avanti ma odia solo una cosa, ti farà andare avanti. Tieni questo.>> gli dieti un foglio stropicciato in cui avevo disegnato qualcosa insieme ad un altro foglio in bella scrittura.

<<chi è che ha dato iniziò a tutto? Chi è che ha fatto diventare quei soldati dei fannulloni? Chi non ha vigilato su di loro? Questo è il tuo obbiettivo, non farlo più accadere, non abbandonare il tuo ideale, imponilo con la tua forza, rendilo vero e odia una cosa, una sola, quella è ora è il tuo appiglio poiché abbiamo visto che l’amore o la famiglia per te non lo sono.>>

<<odiare qualcosa in particolare? Io odio il motivo per cui mi hanno sparato, per cui sono ridotto così! Ma soprattutto odio… quelli come te, voi che avete la forza e vi divertite a scapito di noi! Avresti potuto salvarci senza che tutto questo massacro si consumasse ma hai fattoi quello che più ti è divertito! Gente come te non merita quella forza, quel potere! Sì, è così, se non fossi arrivato non avrebbero sparato a me e me la sarei cavata con poco, loro non mi avrebbero usato come scudo e forse avrei potuto salvare Marlia dal suo stupratore, per lei mi sarei fatto sparare non per quella lì! È colpa tua>>, disse cercando di autoconvincersi della cosa. Sorrisi alle sue parole, benché il suo discorso si reggesse sul filo di una ragnatela lo avrebbe fatto andare avanti.

<<odiami, braccami, trovami e prova ad uccidermi, fammi diventare la ragione del tuo travaglio. Se vuoi lasciarti tutto questo dietro vai nell’esercito, riformalo, diventa simbolo e dammi la caccia, mostra a tutti che cosa sai fare, sottometti il mondo a te, piegalo al tuo volere. La tua famiglia ti odia, passerai come un vile se rimani e la donna che ami ha occhi per qualcun altro che ha ciò che a te manca, la forza.>> mi levai un guanto e mi morsi una mano fino a farla sanguinare, le poche gocce nere che caddero le misi in una piccola fiaschetta cilindrica cristallina fatta a collana e gliela porsi. <<quando sentirai il limite, quando il punto di non ritorno ti busserà alla porta versa questo lì dove il tuo dolore si fonte alla tua determinazione, quando sarai forte ci rivedremo.>>

Il ragazzo prese l’oggetto e lo fissò intensamente pensando alle mie parole e a quelle che aveva pronunciato, appena alzò lo sguardo non ci fu più.

Percorsi il lungo vialone fino al cancello senza essere considerato dalla moltitudine di persone nascondendo il mio aspetto dal pesante cappuccio ma non senza essere un ultima volta oggetto dello sguardo dei signori della villa e dei servitori che avevano vissuto quella notte, di Marlia avvolta dalle braccia dell’uomo che lei amava ma che non aveva mosso un dito per salvarla bloccato dalla paura ma che come i colleghi aspettava nascosto che tutto finisse.

Darién vide la sua amata rivolgere lo sguardo verso un’altra persona che non era lui, stringersi tra le sue braccia e rivolgergli il suo amore, poi lo sguardo della sorellastra che lo aveva usato e di coloro che lo avevano insultato e deriso per anni, che si erano presi gioco di lui, e qualcosa in lui cambiò, prese la piccola boccetta cristallina e la ruppe bevendone il contenuto di un fiato.

Mentre varcavo il cancello sentì le urla di dolore del ragazzo e capì ciò che aveva fatto. <<o puoi fare così e diventare più in fretta ciò che vuoi.>>

Dalla cima della collana fino ai piedi della città di metallo furono tanti i fantomatici guerrieri che si misero in mezzo al nostro cammino, inutilmente.

<<non mi aspettavo che non mi lasciassi neanche uno, sei proprio un nobile guerriero, se fossi nato qualche migliaio di anni prima saresti potuto diventare la mia nobile guardia e avremmo conquistato il continente madre, peccato.>> guardai la Dea gatta con tenerezza e gli accarezzai la testa come si farebbe con un gatto. <<l’importante è che tu ci creda>>, gli dissi guardandola poi con occhi dolci e comprensivi.

<<non prendermi in giro umano, ricorda che ti sono superiore su ogni cosa, dovresti onorarmi invece di prenderti gioco di me.>>

<<ma io lo faccio perché ti voglio bene, sei la mia tenera gattina Dea del deserto>>, gli dissi abbracciandola e facendole le coccole mettendola in serio imbarazzo.

<<smettila di trattarmi come il tuo animaletto, io sono la Dea Bastet, non mi faccio trattare da gatta da uno come te!>>

<<ho capito, allora farò come vuoi tu. Ora andiamo che ho fretta.>>

<<sei tu quello che perde tempo non io! E poi hai sempre fretta, non è che tu…>> la fulminai con uno sguardo e lei non disse altro.

Davanti all’alta arcata d’entrata, fatta di rottami arrugginiti incollati dal filo spinato, ci trovammo un piccolo squadrone che sembrava alquanto preparato.

<<qui ci penso io, mi conoscono e io conosco loro>>, disse la mia compagna facendosi strada disinvolta con fare da vera signora di mondi.

Mi sedetti sul ridosso della piccola collina a guardare in lontananza la Dea trattare quei emarginati per farci passare, il suo linguaggio del corpo e il modo di fare erano veramente intenti ad ammagliare quei undici tra cui qualche donna, e sembrava riuscirci.

Bastet poi si voltò verso di me e mi lanciò un occhiolino provocatorio come una bambina che ha ottenuto quello che voleva, quasi mi faceva tenerezza, mi ricordava una mia cara conoscenza, Perla. <<si comporta proprio come lei, presuntuosa, un po’ arrogante, piena di se ma tenera, timida e dispettosa con chi li era più vicino, io e Kyle>>, pensai tra me prima di alzarmi da terra e andare verso la Dea.

<<hai visto? Basta un bel visino e qualche parolina carina e tutti si piegano a me. Non per nulla sono una divinità.>>

<<che ti avevo detto? Voi non siete divinità e cerca di non dimenticarlo. Comunque grazie, almeno ci siamo risparmiati del tempo.>>

<<non c’è di che!>>, rispose con aria soddisfatta e felice facendomi strada tra gli alti palazzi arrugginiti, l’odore di fumo e la moltitudine di eroi del passato nascosti nei vicoli bui che ci guardavano come prede.

<<allora dove stiamo andando?>>, domandai fermandomi di colpo sentendo la pressione degli sguardi addosso, e insieme ad essa una sensazione che non sentivo da tempo.

La Dea si fermò stranita dalla domanda, vedendo il mio sguardo sembrò presa dalla stessa domanda. <<ma non è ovvio? Andiamo dai capi di questa città e ci facciamo una bella mangiata, ho fame>>, rispose più per tranquillizzare se stessa che me.

Le ombre coprirono il cielo e decine di sguardi si tramutarono in movimenti di morte, il silenzio lugubre si animò in urla, negli occhi della Dea il cielo tinto di rosso gli venne coperto da una cappa di oscurità travolta da decine di lancette di morte, bianche come schegge di stelle.

Dagli alti tetti gli sguardi dei capi sulla distesa scintillante erano freddi e silenziosi, leggeri ghigni apparvero subito dopo. I loro soldati, guerrieri di antiche tribù maestri della natura e della guerra, sembravano restii a quel gesto tanto vile e privo di alcun onore.

Dalla lastra di terra bagnata da cadaveri e frecce, un ombra nera si alzò scagliando verso il mittente tre frecce bagnate di nero, rivolsi lo sguardo su coloro che avevano ordito l’attacco stazionati dall’alto delle loro posizioni, col corpo coperto di schegge di stelle su tutta la schiena e il sangue che scivolava verso terra memorizzavo i loro volti poiché sarebbero stati gli ultimi a cadere ei primi a capire la loro fragilità in quel mondo di crudeltà. Bastet rimase a terra bagnata da gocce quasi nerastre del mio sangue sia in viso che nelle vesti, coperta dalla cappa che l’aveva protetta insieme al mio corpo dalle saette dei nemici.

<<mia Dea grande sovrana e sacra che intendete fare, aiuterete lo straniero o aspetteremo che le cose facciano il proprio corso?>>

<<osserviamo ciò che il creatore ci mette dinnanzi e agiamo in base a ciò che ne diverrà, ricorda che abbiamo uno scopo ultimo, non possiamo intervenire ad ogni disputa ma capisco ciò che provi, vedremo.>>

<<come desidera, allora vado ad informare i vostri fratelli e le nostre truppe. La aspetteremo sotto i sette astri a nord>>, disse il messaggero prima di balzar in volo in direzione della colonna di luce.

La Dea osservò con attenzione benché la lunga distanza che la separava dal luogo del evento, una scintilla di curiosità era ciò che la fermava dal suo cammino e posare lo sguardo sulla città che avrebbe dovuto radere al suolo, sguainò la lunga spada conosciuta come la spada del paradiso o falciatrice d’erba e la puntò verso quella città in rovina, il filo dell’arma si tinse di nero per un frangente quasi impercettibile.

<<un umano vedo? Come si è arrivato qui?>>

III Grotta & Città

IV

Grotta e Città

Kara intonava quello che pareva una canzoncina molto carina anche se sembrava come se miagolasse, io l’accompagnavo come potevo dando delle parole ai suoi versi mentre camminavamo a passo di danza guancia contro guancia. Sembrava molto felice e come biasimarla dopo quello che deve aver passato, la giornata era splendida e si stava d’incanto nella penombra della gola che stavamo attraversando, mancava qualche decina di metri e avrei scoperto il significato di quello strano disegno sulla mappa che non capivo cosa rappresentasse. <<abbiamo lasciato la villa da qualche giorno eppure non abbiamo trovato tracce di Aura in nessuno dei villaggi in cui siamo stati, chissà dove sarà?>>

Mi fermai all’improvviso una volta arrivato alla fine della gola, che non fece altro che allargarsi a formare una circonferenza nella cui parte opposta si trovava la strada per Palem e nel mezzo un percorso non facile, il paesaggio che si dispiegava dinnanzi a noi non era per niente rassicurante, un dedalo di fragili e strette lingue di terra che si elevavano e poi si abbassavano, avvicinandosi, allontanandosi e sovrastandosi l’una sull’altra sorrette da altrettante fragili colonne di rocce corrose dal tempo e dalle intemperie che scomparivano nelle oscure profondità da cui arrivavano deboli pallori di luce e un rumore forte di acqua che si abbatteva su rocce o scogli nascosti nell’oscurità, anche se avevo la sensazione che facessero troppo rumore per essere tanto in profondità.

Saltai su una delle strisce pericolante percorrendola cautamente e a passo moderato, nonostante l’aspetto fragile sembrava reggere il peso di una persona tranquillamente.

Man mano che ci addentravamo ci sentimmo più fiduciosi verso quella strada, non riuscivamo quasi a parlarci visto il rumore dell’acqua sotto di noi ma a segni mantenemmo una semplice conversazione, osservammo con occhi da bambino le pareti incise e l’enorme articolato di quel luogo tanto affascinante quanto pericolante, era anche la casa di diversi Nativi dalle corazze luminose che tappezzavano ogni angolo di quel luogo e che apparivano come lucciole ad intermittenza colorando le parti che il sole non raggiungeva con una colorazione ogni volta diversa.

Dopo un po’ raggiungemmo quello che pareva il centro poiché non riuscivo più a vedere le pareti laterali della gola probabilmente alla massima ampiezza, e fu allora che ci imbattemmo in altri viaggiatori provenienti dalla direzione opposta, ci fu un attimo di silenzio prima che qualcuno proferisse parola.

<<e tu chi sei? Che cosa ci fai in una strada abbandonata come questa?>>, domandò uno del gruppo composto da più di una decina di Persone.

<<sono solo un viaggiatore che vuole arrivare in città il prima possibile e per questo ha preso una scorciatoia. E voi che ci fate qui? anche se avete le divise di un esercito che non ho ancora visto non sembrate soldati, anzi da come vi comportate e dal fatto che quel carico alle vostre spalle è troppo per una strada come questa si potrebbe pensare che abbiate fatto qualcosa di molto pericoloso.>>

Tutti loro si allarmarono e cercando di non farlo notare stavano per sguainare le armi ad un mio minimo movimento sospetto. <<non scherzare, siamo dell’esercito del Nord e stiamo svolgendo una missione secreta, qualcosa che un civile non dovrebbe vedete>>, disse un’altra pronta ad estrarre la pistola dal fodero.

<<se lo dite voi sarà vero, che ne può capire un civile come me>>, dissi passandogli affianco tenendo le mani ben in vista. Uno di quelli nelle retrovie mi guardò intensamente mentre passavo, poi dopo un colpo di fulmine andò da quelli davanti a riferire, passai affianco al carro sentendo poco prima di allontanarmi un rumore che mi bloccò, il suono di un pianto sordo.

<<che cosa c’è su questo carro?>>, chiesi senza mezzi termini pronto a ricorrere alle mani se fosse stato necessario.

Tutti quelli della compagnia estrassero le armi puntandomele prontamente contro.

<<allora è vero che sei il cacciatore, nessuna persona lo avrebbe notato o si metterebbe sul punto di guerra per questi!>>, disse il capo scoprendo il telone e mostrando quello che c’era sotto, due Nativi dalle lunghe e arricciate corna e dai corpi ridotti a pelle ed ossa pieni di lividi, al collo un collare dorato col simbolo del esercito del Nord. <<non erano queste bestie che andavi a raccattare per i mari>>, aggiunse buttandoli fuori per terra da cui non si potevano alzare poiché legati col fil di ferro, dal cappuccio sentì Kara agitarsi animatamente come in preda alla rabbia o alla paura, l’accarezzai per tranquillizzarla e la cosa funzionò.

<<quindi dei soldati disertori hanno rubato dei preziosi schiavi Nativi per rivenderli e farci una fortuna ma visto che avete trovato qualcosa che vi frutterà di più volete cogliere l’occasione, sembra un piano perfetto se non fosse per quello>>, dissi indicando la striscia di cielo su cui apparve un enorme corazzata volante dell’esercito.

<<Dauda Ofan, l’esercito del Nord. Dannazione! ci hanno trovati, dobbiamo muoverci!>> dalla nave maestra altre più piccole ne uscirono entrando nella gola, erano simili a quella che mi aveva inseguito ad Alath anche se più armate.

<<fuggitivi dell’esercito, avete qualcosa che appartiene al vostro supremo comandante, per avervi macchiati del crimine di furto verrete giustiziati sul posto, scappare è inutile>>, annunciarono dalla nave madre facendo tremare l’intero paesaggio.

Gli imputati si guardavano attorno tenendo gli occhi fissi sulle due navette che continuavano a fare cerchi sempre più stretti nel buio che si era creato dal eclisse compiuta dalla nave madre, e non avrebbero tardato ad arrivare lì dove ci trovavamo. <<che cosa siete voi? Nativi o Vox?>>, domandai ad uno dei due prigionieri sfruttando il panico dei loro rapitori.

<<siamo… mezzi-demoni di quarta generazione, non siamo né Vox… ne Nativi.>> sorrisi alle sue parole, gli angeli li avevo già trovati e trovarne la controparte era una scarica di adrenalina alla mia curiosità.

Una delle navette ci trovò puntandoci come un toro in corsa passandoci rasente alzando una folata di vento che quasi rovesciò il carro e stava per far cadere qualcuno nel burrone sottostante, ci abbassammo tutti per attutire il colpo e sfruttai il momento per preparare un piano. <<voi due sarete fratelli suppongo, dov’è la vostra famiglia?>>

<<loro sono… morti crediamo, sono state portate via su una nave ma non si sa più nulla perciò… saranno morti.>>

<<andate ad Alath, c’è una locanda molto frequentata. Dite alla proprietaria che vi manda il cacciatore, prendete questa come prova>> mi strappai qualche capelli e lo dai in mano ad uno dei fratelli. <<dite che volete andare “a casa”, se ci rincontreremo sarà lì, andate ora e salutatemi chi vi chiederà di me.>>

La navetta ritornò, questa volta più bassa e sparando a raffica, presi il carro per l’asse e la lanciai contro il mezzo nemico che al impatto fu sbalzato su un’altra piattaforma sgretolandola e inabissandosi, l’intera gola sembrò collassasse e iniziò a sgretolarsi sotto i nostri piedi.

<<scappate tutti!>>, urlai indicando la strada opposta a quella in cui ero diretto scuotendo i presenti a muoversi.

L’altra navetta notando la collega essere abbattuta si diresse verso di me sparando a raffica, iniziai a correre in avanti scacciando l’attenzione dai veri ricercati che scappavano in direzione opposta alla mia.

Saltai su un’altra striscia di strada poco prima che l’altra collassasse continuando a correre a zig zag per non farmi colpire dagli spari, le strade ai lati crollavano come muri di carta sbarrando le altre vie distruggendole o facendole cadere velocemente nel baratro. Mi buttai su un lato andando rasente alla parete nerastra della gola, altre due navette si affacciarono all’inseguimento, una di esse si parò ad un centinaio di metri davanti a me ed un'altra dall’alto veniva in picchiata.

<<Kara reggiti!>> sfruttando una sporgenza sulla parete balzai di qualche metro in alto superando la navetta che mi stava dietro, conficcai la mano sullo scafo aggrappando ad essa mentre con l’altra tenevo la lunga arma che mi portavo ben salda nel suo fodero. La navetta in alto rallento di colpo ritornando in quota per evitare lo scontro mentre quella di fronte si alzò ma non abbastanza da evitare di andarci rasente, la colpì con l’arma facendola andare fuori asse e volteggiare ad alta velocità prima di schiantarsi alle nostre spalle in una esplosione verdastra che accecò l’intero ambiente.

In un frangete di secondo dall’esplosione una lancia di ferro nera come la notte e veloce come un arpione trapassò la navetta, intera arma prese a luccicare in modo sempre più intenso mentre un calore sempre maggiore ne usciva, d’istinto saltai giù ma troppo tardi per evitare l’esplosione, migliaia di schegge portare da una possente onda d’urto ci travolsero fiondandoci contro le piattaforme durastre ai bordi della cola trapassandole come foglie senza che potessero fermare la corsa verso gli abissi.

L’intera gola non riuscì a sopportare anche quel duro e forte colpo, le alte pareti iniziarono a crollare su se stesse, valanghe di detriti scesero come cascare riempiendone l’interno, un rumore assordante di morte si espanse accompagnato da una nuvola nera di polvere.

<<muovetevi dannazione!>>, urlò uno dei disertori ai compagni rimasti indietro.

<<Dama, Crova, Rem muovetevi!>>, urlò ancora ma essi non ce la facevano più, i due demoni li presero come se fossero sacchi di cemento accelerando il passo e portandosi davanti a tutti mentre tutto alle loro spalle crollava nell’abisso oscuro.

L’enorme sbuffata nera sputò dalle viscere di quell’inferno i malcapitati ormai ricoperti di polvere e cenere eppure, salvi. Qualcuno di loro aveva qualche graffio o abrasione ma nulla di serio, erano anche riusciti a seminare gli inseguitori dell’esercito.

<<grazie voi due, se non fosse per voi saremmo morti.>>

<<ora siamo pari, lasciateci andare>>, disse uno dei fratelli col fiatone.

<<e dove… vorreste andare?>>

I due presero fiato prima di rispondere, lo sforzo era stato titanico poiché da giorni non mangiavano ed erano stati fermi altrettanto rinchiusi su quel carro legati come merce da contrabbando. <<vogliamo andate “a casa”.>>

<<possiamo… venire con voi, siamo sulla stessa barca no?>>

<<va bene ma… le cose cambieranno.>>

<<per noi va bene tutto, basta che ce ne andiamo.>>

La tenera e preoccupata voce del anima di Kara mi chiamava con forte e gran insistenza, invocava il mio risveglio mentre un dolore lancinante alla testa mista a fitte su tutte le ossa ed a un formicolio bruciante nei muscoli mi bloccavano a terra.

Mi risvegliai avvolto da una fievole luce tenue e giallastra in un luogo cavernoso dal profumo pungente di chiuso e stagnante in un aria umida e asfissiante.

La testolina morbida della piccola Nativa la sentii strusciarmisi al volto come a voler cercare di alleviare i dolore di cui ero preda. <<Ray… svegliati.>>

Aprì gli occhi di scatto come se avessi dell’acido in essi, mi piegai su me stesso dolorante come mai prima, rigettai tutto quello che avevo in corpo piegandomi su un lato, sull’orlo del baratro senza fine al cui bordo eravamo precipitati.

Il dolore non accennava a diminuire e la testa doleva come se qualche insetto me la trapanasse cercando di entrarci a forza, me la toccai macchiandomi la mano di sangue, una quantità che mi fece rigettare un’altra volta, ma non era la sola cosa.

Abbassai lo sguardo morente e rimasi ghiacciato al vedere una lunga e sottile sbarra di ferro a spirale trapassarmi il fianco destro coprendosi di filamenti di carne, sangue e della pus giallastra che gli scivolava lentamente, guardai Kara per cercare di rassicurarla ma il suo sguardo di terrore si era parato sul mio braccio destro, che non sentivo quasi più dai dolori.

<<che cosa?>>, mi domandai atterrito vedendone le condizioni pietose.

La manica dei vestiti era completamente bruciata e quasi assente sennò che per qualche stappo di tessuto, la pelle era piena di croste e bolle giallognole di liquido denso che scoppiavano lentamente, i legamenti sbucavano insieme a qualche pezzo d’osso bagnato di sangue tra una vena e l’altra che a stento riuscivano a tenerlo dentro, le dita erano tutte storte e piene di abrasioni ma in condizioni migliori rispetto al resto, grazie anche al guanto. Mi trattenni dal rigettare e provai a muovere le dita, vidi i legamenti muoversi sbucando dalla pelle mentre schizzi di sangue e liquidi neri mi esplosero in faccia, mentre il dolore mi trapassava ad ogni movimento. <<non guardare Kara, voltati!>>, gli dissi con voce quasi assente.

La piccola Nativa si volto e provò a coprirsi le orecchie mentre le mie urla di dolore si issavano come il canto di disperazione e dolore di un morente mentre viene smembrato, il sangue schizzava, mentre col braccio buono battevo a forza di pugni sull’altro mentre con i denti, tra il sangue che mi usciva dalla bocca per lo sforzo, tenevo la corda che usai per tenere insieme i pezzi. Con occhi schizzati, il sudore che mi bagnava la pelle e spasmi incontrollabili mentre cercavo di non svenire ne lasciare il lavoro a metà. Mi fermai tre o quattro volte per i dolori e per rigettare nonché per prendere fiato, ci vollero tra una cosa e l’altra quasi un’ora prima che riuscissi a finire, circondato da macchie e pozze nere rossastre sui vestiti bollenti e sporchi mi eclissai dal mondo avvolto dal dolore, immobile e con lo sguardo fermo nell’oscurità, con ì occhi sbarrati per il troppo dolore, un dolore che da anni non sentivo.

<<Kara tranquilla sto…>> svenni ancor prima di finire di parlarle, la mente mi si annebbiò e il corpo cadde come un sacco.

Una piccola sagoma bagnata da una debole luce biancastra mi riempiva la visuale, il tocco dolce delle sue mani sulle ferite mi parvero come una pomata sulle bruciature, fredda ma benefica, alle sue spalle altre tre sottili e lunghe sagome simili a lunghe alghe mosse dall’acque, leggere e sinuose guidate dalla debole corrente che attraversava quel luogo, richiusi gli occhi ancora troppo stanco e dolorante riaddormentarmi.

Mi risvegliai di colpo dopo aver avuto un terribile incubo, ero ancora bagnato di sudore e avevo ancora qualche piccola compulsione ma per il resto era tutto più o meno “normale”, la testa mi scoppiava e i dolori che non mi lasciavano mai erano sempre lì. Controllai il braccio, fasciato con corde da traino e pezzi di stoffa zuppi di sangue e sudore, la mobilità era tornata parzialmente, per il resto ci pensò Kara che, appena mi vide rinvenire, mi saltò addosso facendomi le feste.

<<calma, calma, sto bene ed è grazie anche a te, non credere che non ci abbia fatto caso piccola Kitsune>>, dissi accarezzandogli la testa mentre mi soffermai con lo sguardo per un attimo alle altre due code che gli erano spuntate, lucide e di un colore brillante.

Mi rialzai in piedi e mi avvicinai alla bocca della grotta in cui eravamo capitati, dai deboli raggi di sole che filtravano dalla cappa di detriti notai altre entrate di altre innumerevoli grotte disperse su tutte le pareti scoscese della gola, tutte finivano o iniziavano nello strapiombo davanti a me da cui spuntavano alcune delle colonne portanti delle piattaforme che erano scappate al crollo.

<<a questo punto ci possiamo solo muovere in una direzione, verso l’interno e sperare di trovarci un’uscita.>> nonostante le mie parole poco rassicuranti lo sguardo e forse anche il pensiero di Kara erano verso le mie pessime condizioni, anche se buio le minuscole pozzette di sangue riflettevano quel poco di luce, e anche se fosse stato totalmente buio l’olfatto di lei sicuramente avrebbe notato lo stesso notato l’odore pungente del mio sangue marcio.

<<non guardarmi con quegli occhi, non sto ancora morendo, ci sono già passato… tanto tempo fa, ora andiamo finché uno dei due non crolla, anche te sei ferita no?>>

Ci trascinammo con le poche forze che avevamo, lei barcollava a destra e a sinistra mentre lasciava impronte impregnate di sangue guidata dal suo udito ed olfatto mentre strisciavo contro il muro seguendola nel buio freddo e ventoso di quel complesso labirinto sotterraneo dalla fredda temperatura. Man mano che ci addentravamo notammo, anche se era quasi impercettibile un odore metallico e la superficie scavata delle pareti opera delle Persone, probabilmente un tunnel di collegamento mai finito o qualche miniera o simili, in quel momento non ebbi neanche le forze per formulare un’ipotesi, mi affidavo a intuizioni, avevo freddo, mi sentivo debole travolto dagli spasmi irrefrenabili e dai dolori martellanti, era come se nelle vene mi scorresse lava e che bruciasse tutto quanto, continuai così e non ci volle molto che cadessi, bastò un semplice sasso sulla strada ad abbattermi.

Kara si volto e mi venne subito incontro appena sentì il tonfo, mi colpì con la testa sul viso, mi morse un braccio e mi carico all’altezza del costato ma non sembravo reagire, a quel punto si mise ad urlare, un urlo che straziava le orecchie e trafiggeva l’animo come se una creatura celeste fosse consumata dalle fiamme dell’inferno. Mi ripresi come se mi avessero riportato in vita, a lunghe respiri affannati e colpi di tosse acuti, a tentoni trovai la morbida pelliccia della piccola Nativa e la accarezzai rassicurandola.

<<sto bene, non piangere. Ero solo… inciampato.>> mi rialzai appoggiandomi alla parete da cui notai sporgere qualcosa di cubico e metallico, prontamente tirai fuori dal borsone una piccola sacca con decime di pietre al suo interno e a tatto ne scelsi due che sbattei sul cubo, ci fu un lampo tremendo che illuminò come un sole prima di affievolirsi fino a rimanere dell’intensità di una lampada ad olio.

<<quindi se ci sono questi cosi qui vuol dire che c’è un uscita da qualche parte più avanti, ma per ora fermiamoci qui, è ora di cena, credo.>>

Presi la cosa più grossa e profumata che trovai e la dai a Kara, il dolce profumo affumicato misto alle erbe dentro cui era stata avvolta la carne rapirono in tutto e per tutto la mia compagna. <<te la meriti e poi a me non piace mangiarne troppa, preferisco questa cosa strana>>, dissi aprendo una scatoletta con del cibo filettante di un viola pallido adornato da fogliette arance di qualche pianta dolce.>> ne assaggiai un pezzo con diffidenza per poi scoprirne l’immensa bontà e la grande carica che vada.

Kara terminata la cena mi saltò sulle gambe accucciandosi e guardandomi con una ovvia domanda sortagli dalle mie precedenti parole. <<vuoi sapere che cosa ho passato per diventare così vero? Me lo chiedo anch’io ma come succede spesso, o come dicono sempre i protagonisti di una storia, “è tutto iniziato da quel momento”.>> Kara mi guardò male dubitando sul fatto che mi fossi ripreso. <<non lo dico io! È così che si inizia una storia, almeno dalle mie parti. Comunque è successo qualche tempo dopo che io e Soul, mio fratellastro dopo la scomparsa dei suoi, fummo adottati e portati via dal paese in cui abitavamo e divisi, lui andò col nostro nuovo padre e io con la donna che mi aveva salvato dal incubo che stavo vivendo nel orfanotrofio, la sua famiglia era tra le più potenti del suo paese e godeva di rispetto in ogni ambito, erano una famiglia millenaria che aveva aiutato a formare l’intero paese ed io ero entrato a farci parte, ovviamente mi aspettavo di essere l’emarginato, “lo straniero”, ci ero abituato da quando ne avevo ricordo ma lì non lo fui, mi accolsero trattandomi come uno di loro, nonostante le differenze.

Feci di tutto per essere degno di tutto quello che facevano per me ma anche se mi lodavano e mi davano meriti sentivo sempre che non era abbastanza, volevo dimostrare definitivamente a tutti quanti, anche a coloro che parlavano nell’ombra che ero degno di far parte di quella famiglia e che sarei stato capace di sopportare il peso che comportava.

Qualche mese dopo ci fu una grande festa ad un palazzo regale in Europa, è considerato un grande posto da dove vengo. Era una festa in stile nobiliare, belli abiti, gente potente e incontri cordiali, balli e banchetti, tutto per il compleanno della figlia di un’altra famiglia potente, i Verne. Era una ragazzina poco più piccola di me, i genitori volevano farla entrare nel mondo dei potenti, aveva un futuro promettente e insieme alla sorella maggiore avrebbe detenuto l’impero dei genitori, purtroppo qualcosa andò storto, ci fu un attentato e dei rapitori irruppero nella villa, uccisero solo le guardie lasciando gli altri in preda al terrore, impotenti. In seguito si ipotizzò che fossero sicari di qualche organizzazione che aveva interessi contro i Verne ma questo non cambiò il fatto che la figlia più piccola, Maia, era il loro obbiettivo. Il capofamiglia degli Hanzo, l’anziano Hann ordinò a quei pochi ospiti di riprendersi e cercare la piccola, ogni membro della famiglia come un soldato fedele, donna o uomo si armò e privo di ogni esitazione andò a compiere l’ordine andando a contrastare i rapitori, il sangue e gli spari da lì a poco iniziarono ad avvolgere l’intero edificio, io tra gli spari e il tumulto finì separato da tutti gli altri, avevo paura e volevo solo scappare, far sparire tutto quel orrore, i corpi morti, il sangue, gli sguardi di orrore in quei volti ma poi la vidi, rannicchiata in un angolo, lo sguardo stravolto, il vestito celeste bagnato del sangue di altri mentre si copriva le orecchie, anche lei nelle mie condizioni, in me in quel momento il forte desiderio di proteggerla fu l’unica cosa che provai.

In quel istante, mentre mi avvicinai a lei due dei rapitori la individuarono e si lanciarono come belve sulla preda, dall’altra parte gli Hanzo erano arrivati ma erano bloccati dagli altri rapitori richiamati dai compagni, io che ero il più vicino alla ragazza la presi a me e feci l’unica cosa che mi venne in mente, con la cravatta feci un cappio e lo misi al collo della ragazza legandole infine al braccio. Sembrerà una cosa stupida ma in quel momento era l’unica cosa che mi venne in mente, pensai che se non avevano sparato appena l’hanno vista voleva dire che la volevano viva. Anche loro rimasero spiazzati ma non avevano il tempo né i mezzi per tagliare via il loro problema, spararono a raffica prendendoci entrambi, le ultime parole che sentii furono quelle del vecchio Hanzo, diceva o più specificamente, mi ordinava di proteggerla a qualunque costo finché non ci avrebbero salvato.>>

Accarezzai Kara che sembrava alquanto interessata e presa dalla mia storia nonostante la stanchezza. <<adesso però è ora di andare a dormire, domani ti racconto il resto.>> Kara però non fu d’accordo e mi saltò al collo cercando di mordermi ma finendo per farmi soltanto il solletico. <<non se ne fa niente, domani ti prometto che ti racconterò di come ho guadagnato queste>>, dissi mostrando tutto il braccio destro e le cicatrici. Mi rannicchiai coprendomi con quello che rimaneva del mio cappotto di pece, Kara si infilò come un serpente fino ad avere la sua testa sotto in mio mento avvolta da caldo. <<te li scegli bene tu i posti dove dormire, quando sarai grande sarò io ad usarti come calorifero per la notte.>> ci strinsi e coprì il cubo luminoso facendoci piombare di nuovo nel buio e nel sottile silenzio della grotta.

Forti passi di sentirono ad un certo punto crescere di intensità e una voce parlare come se stesse in un posto del tutto indifferente, una nobile luce color arancio avvolse il nostro cammino che era stato ripreso già da qualche ora. <<la cosa da questo punto in poi si tinge di sangue, ci trasportarono in una struttura al nord, un complesso industriale provvisto di prigione, ci buttarono dentro e per i primi cinque giorni non ci diedero cibo e pochissima acqua ma era solo l’inizio, al sesto giorno finalmente qualcuno di grosso si fece vivo, un industriale che non era riuscito a ottenere ciò che voleva per colpa dei Galliani, il padre di Maia aveva negato i permessi e sua moglie, una Verne purosangue, aveva supportato il marito. L’uomo arrivò nella nostra prigione, umida, fredda e sporca e con sguardo soddisfatto si avvicinò a Maia, per lui era un trofeo, un lasciapassare per le sue attività, poi rivolse lo sguardo a me, ci pensò qualche istante e poi sembrò illuminarsi, iniziò a farfugliare nella sua lingua rivolgendosi ai suoi colletti bianchi che erano tra il terrore e la consapevolezza di essere vicini al successo. Ci lasciarono lì, altri due giorni nelle stesse condizioni prima di darci un pasto, una purea e gli scarti di cucina dei pasti di quelli nella struttura, Maia non riusciva neanche a portarsi il cibo alla bocca da quanto era debole, dovetti farlo io, gli feci mangiare quasi tutto il cibo prima che svenisse di nuovo. Ore dopo venni pestato da alcuni dei rapitori, erano molto giovani e mi colpirono con rabbia e frustrazione fino a farmi vomitare sangue, dopo venni legato e portato in un’altra stanza, legato ad una sedia di fronte ad una video camera ed a uno schermo, due tizzi mascherati entrarono, uno di loro accese il tutto mentre l’altro mi affianco con in mano un ferro per marchiare, quando lo schermo si accese vidi i volti delle persone che erano stati presenti alla festa, gli Hanzo, i Verne e alcuni degli Xanders, amici fidati delle altre due famiglie, i loro sguardi facevano capire ciò che provavano vedendomi ridotto a quel modo.

A quel punto iniziò una trattativa ma non riuscì a seguirla poiché ero malnutrito e il dolore della mia malattia non attenuava a placarsi da quando avevo lasciato la villa e lì anche la mia medicina, ad un certo punto uno dei due batté sul tavolo infuriato mostrando il ferro che aveva in mano, poi fece uno strano segno con la mano prima di strapparmi i vestiti lasciandomi a petto nudo e legandomi le mani dietro la sedia , nella stanza irruppe un'altra persona, sembrava quasi un professore, ben vestito, con gli occhiali e un atteggiamento superiore ma con in mano un altro di quei ferri, rovente e di un giallo cremisi. Terrorizzato rivolsi lo sguardo allo schermo come a chiedere il perché, ma nessuno di loro ebbe il coraggio di guardarmi in volto, nessuno tranne il vecchio Hanzo, i suoi occhi sembravano dirmi di resistere, di essere forte.

Il colpo arrivò all’improvviso ma si fece sentire, la pelle che si squagliava, il calore che mi trapassava mentre mi dimenavo come un dannato ei denti che digrignavano, la saliva che mi usciva come spruzzi di onde sugli scogli e il respiro furente che trattenevano le urla, dopo sentii solo l’odore della carne bruciata, alzai gli occhi allo schermo vedendo nel riflesso il marchio che mi era stato inflitto, il mon della famiglia Hanzo, ero stato marchiato come una bestia da macello, come un animale.

Alzai lo sguardo ancora una volta vedendo il viso dolente dei genitori di Maia, della sorella e di tutti i presenti, con le ultime forze urlai le sole parole che mi vennero in mente. <<la proteggerò a qualunque costo!>> poi svenni per lo stress.

Quando mi risvegliai mi ritrovai di nuovo nella cella, Maia in un angolo, lo sguardo vuoto e il corpo sempre più debole, sembrava non voler più mangiare, voleva lasciarsi morire e non potevo dire di non capirla ma lei non poteva farlo, avevo fatto una promessa e anche se avessi dovuto costringerla la avrei tenuta in vita, e così feci. Presi il cibo che c’era e la obbligai a mangiare obbligandola a forza a ingoiare il cibo e quando si rifiutò di aprir bocca l’obbligai a forza di farla soffocare ma poi arrivò di nuovo quello strano uomo, il dottore lo chiamavano gli altri, portò con se ogni genere di strumento medico e non ci voleva molto per capire cosa volesse fare, mi misi in mezzo tra lui e Maia.

Chiunque avrebbe detto che sarebbe stato inutile nelle mie condizioni ma la cosa funzionò, quello psicopatico prese il mio gesto come un affronto e mi prese al posto di lei, mi legò ad una sedia e sotto una forte luce in quella che sembrava una sala operatoria iniziò il suo teatrino, iniziò a parlare della sua vita e del suo hobby di torturare poi iniziò a inveire contro le parole che avevo detto durante la trasmissione e su come cercavo di mantenere in vita la ragazza, poi mi dissi parole cui significato era nascosto. <<ti propongo una sfida caro ragazzo, tu o lei? starà a te scegliere e vediamo quanto resisterai.>> Non capì subito quello che disse e ci pensai mentre ero in cella, passarono dei giorni e sembrava tutto troppo calmo, Maia si era in parte ripresa ma poi lui ritornò, con uno strano sorriso in volto, in mano stringeva un pestello da macellaio nuovo, e nell’altra delle tenaglie, appena la cella venne aperta e Maia lo vide cominciò ad urlare cercando di scappare attraverso le sbarre in preda al terrore e alle urla.

<<tu o lei? chi viene a giocare con me?>>, chiese e allora capì le sue parole, voleva vedere se avrei tenuto fede alle mie parole o se avrei ceduto come un animale impaurito marchiato come tale, mi alzai traballante di fronte a lui offrendomi.

Quando fui ributtato in cella c’era ancora Maia rannicchiata in un angolo impaurita, occhi spalancati e respiro accelerato, il cibo freddo era davanti a lei ma nonostante la fame non voleva mangiare, era tornata allo stato precedente, io mi avvicinai a lei mentre mi fissava con occhi di terrore, mi piegai dinanzi alla ciotola prendendo un boccone come una bestia, mi sporsi a lei dandogli il boccone che avevo in bocca obbligandola a mandarlo giù a forza, spingendoglielo giù per la gola fino a fargliela andare di traverso, lo feci ancora e ancora finché la ciotola non fu vuota, mi buttai sull’angolo opposto al suo guardandola dritto in faccia, ma i suoi occhi erano fissi sulle mie mani completamente spezzate e sulle dita prive di unghie e scarnate coperte dal sangue nerastro e marcio che scorreva nelle mie vene. <<ho promesso che ti proteggerò e lo farò. Che tu lo voglia o no, tu vivrai.>>

Da quel giorno ogni tre notti lui ritornava alla cella e io mi alzavo e gli andavo incontro anche contro la volontà di Maia, la cosa si protrasse per giorni, settimane e addirittura mesi.

Alla fine successe qualcosa che non credevo possibile, ci feci l’abitudine al dolore, era diventata una cosa che si era legata a me, ad un certo punto iniziai a fingere che mi facesse così tanto male quanto bastava perché lui ci credesse, continuai la farsa fino al giorno che Maia si ammalò gravemente. Poche settimane dopo l’ultima diretta, nel modo di fare del vecchio Hanzo avevo letto che erano vicini a trovare il luogo dove eravamo detenuti, ma era passato troppo tempo e di loro non c’era stata traccia, in una crisi di Maia una delle guardie entro a vedere ed allora feci la mia mossa.

Cinque giorni dopo finalmente una squadra d’élite in cui erano inclusi la sorella di Maia e un ragazzo dei Xanders irruppero nello stabilimento ormai completamente distrutto, morti ovunque, sangue, resti di piccoli incendi, apparecchiature distrutte, fu questo che trovarono. La squadra alla fine giunse alle prigioni, io gli stavo per attaccare ma riconobbi una delle guardie del vecchio Hanzo tra loro e mi fermai, buttai a terra le due sbarre di rame che stringevo come fossero spade, mi voltai verso la cella e portai Maia in braccio fino alla sorella, la guardia mi aiutò a tenermi in piedi mentre ripetevo se avevano ricevuto il segnale che avevo mandato, non sentii neanche la risposta da quando ero stordito dopo giorni a dare la caccia a quelli che erano rimasti nella struttura.>>

Settimane dopo mi risvegliai in ospedale dove tutta la famiglia si era riunita per me, Kim era la prima, rimasta giorno e notte lì a vegliare su di me. Appena mi risvegliai la bellissima donna mi saltò al collo riempiendomi di baci e abbracci ripetendo quanto gli ero mancato.

L’anziano a quel punto disse le parole che avevo tanto agognato. <<sei stato di parola figliolo, tu meriti più di tutti di portare il nome di questa famiglia, rendi onore ai nostri antenati nel salvare la giovane Verne, sarei onorato di essere il tuo bisnonno, Ray Hann Hanzo.>>

Da quel giorno mi sono allenato e preparato per ogni tipo di situazione, entrai a par parte della squadra delle tre grandi famiglie insieme a Perla Verne, la sorella di Maia e Kyle Xanders, il ragazzo che aveva partecipato all’operazione di salvataggio.

Nonostante fossero tutti e due più grandi mi trattarono come un fratello e legammo sempre più, ci spedirono in ogni parte del mondo sfruttando il fatto che come eredi di famiglie potenti eravamo potenziali futuri soci per ogni compagnia o industria, facevano ogni cosa ci chiedessero e diventammo i più bravi in ciò che facevamo, tanto da essere famosi nelle malavita, i segni che ricoprono il mio corpo sono ciò che quelle esperienze mi hanno lasciato, ormai non so più se è questo che volevo essere ma non ha più importanza, questo è il mio mondo ora e vivrò così per il tempo che mi resta.

Questa è la storia di come sono diventato il cupo ragazzo che ti ha trascinato in questo casino, come hai sentito non è niente di che, ci sono racconti più interessanti, ora però muoviamoci lì in fondo vedo quella che sembra un’uscita.>> Kara mi saltò in spalla strofinandosi contro il mio viso teneramente.

<<sei ancora convinta a seguirmi dopo tutto, allora ti piacciono i ragazzacci>>, dissi scherzoso. Seguimmo le deboli scie di luce che filtravano da una parete rocciosa a fine del tunnel, oltre ad esso le voci della natura riecheggiavano nell’aria e tra la flora rigogliosa caratteristica della regione.

Sfondai la parete facendola crollare giù come fosse un muro di cartongesso riempiendoci di polvere, terra e rampicanti ma vivi anche se malconci, caddi a terra per il troppo slancio inciampando su una grossa radice, Kara agile com’era saltò in tempo per evitare di seguire la mia fine per poi atterrarmi sulla schiena appena mi ritrovai con la faccia sul manto erboso.

<<che dolore>>, mi lamentai rimanendo con la faccia immersa nell’erba mentre la Kitsune mi camminava sulla schiena per farmi rialzare, notò subito che alla luce del sole bianco le mie condizioni erano anche peggiori di quelle che credevo, ero letteralmente a pezzi, il sangue aveva sporcato tutto e i vestiti che avevo erano a pezzi, in parte bruciati e in parte rovinati dall’attrito con la parete rocciosa prima dello schianto nella grotta. <<piccola diavoletta mi faresti un favore? Potresti cercare una sorgente d’acqua qui vicino, non vorrei arrivare in città ridotto così, altrimenti salta la copertura.>> la Nativa saltò giù dalla mia schiena e dopo un latrato di conferma corse alla ricerca della fonte d’acqua.

Mi rivoltai dall’altra parte trovandomi i raggi filtranti del sole attraverso il tetto fogliare accarezzarmi il viso, le fugaci ombre di volatili sfrecciarmi come stelle cadenti davanti agli occhi in armonici e dolci cinguettii accompagnati dal fruscio dei rami provocato dai Nativi che affamati vagavano in cerca di pasto o in una passeggiata con la prole al seguito, come ad esempio un branco di Kjroi dal manto muschiato terroso che incuranti della mia presenza passarono come nulla fosse a qualche decina di centimetri dalla mia testa, ad ogni loro passo tra la fitta vegetazione centinaia di fiori di cotone volavano via verso il cielo in un turbine lento e ordinato che poi si disperse in nove direzioni diverse come fossero delle autostrade, ogni gruppo con lo stemma di color diverso, pensai subito che si trattasse di una specie di migrazione, un ritorno alle proprie regioni d’appartenenza.

Mi tirai su mettendomi seduto appoggiato ad un albero caduto cui tronco rimaneva però ben saldo al terreno, appena mi ci appoggiai sentii qualche serie di sibili prima che apparisse un enorme e pesante Anfesibena, mastodontico serpente a due teste, una per estremità. Il Nativo si fermò dalla sua lenta passeggiata e rivolse le enormi teste nella mia direzione, la colorazione verde smeraldo brillo di striature giallognole al tocco del sole che si contrapponevano agli occhi blu elettrico di entrambe le teste, una delle quali si avvicinò fino a strofinarsi contro il mio petto in modo amichevole mentre l’altra testa osservava vigile ciò che gli circondava prima di richiamare l’altra testa ad andare via.

<<è stato un piacere, buon viaggio>>, dissi sorridente felice per l’incontro fortuito con un’altra mitologica creatura, il Nativo sorpreso di capire le mie parole rimase qualche secondo fermo, poi mi circondarono contorcendosi e strofinandosi su se stesso produsse un suono sibilante che sovrastò ogni altro suono nella zona, si fermò all’improvviso srotolandosi e andando via. Distolsi lo sguardo dal tratto di vegetazione da dov’era scomparso l’essere per poi posarlo sul manto platino cristallino a squame che l’Anfesibena mi aveva lasciato. <<devo sembrare davvero disperato se mi hanno lasciato qualcosa da mettermi, grazie mille comunque.>>

Kara tornò qualche minuto dopo saltellando tra le radici e gli arbusti arrivandomi addosso come un falco sulla preda cadendomi tra le braccia strofinandosi anche lei contro di me. <<che cosa ho che ispiro tanto affetto a voi Nativi?>>, chiesi scherzoso accarezzando la Kitsune. <<quindi l’hai trovato quel che ti ho chiesto, bravissima.>> La presi come un peluche tra le braccia e mi feci indicare la strada.

Arrivammo alle sponde di un grande e limpido acquitrino, acqua era fredda e piacevole al tocco della pelle, mi levai gran parte dei vestiti e feci voltare Kara perché non mi vedesse. <<fammi la guardia mentre mi lavo le ferite, ricorda di non voltarti altrimenti mi arrabbio>>, gli dissi gentile.

Buttai a terra il cappotto ormai ridotto a straccio sporco e bruciato, mi tolsi la canottiera che tinta di rosso e dalla forte puzza di sangue e sudore sembrava aver passato la guerra, i pantaloni impolverati e infangati gli appallottolai e li buttai dentro al borsone, le uniche cose che erano rimaste ancora intere furono le scarpe polacchine, un po’ sporche ma intere. La brezza leggera che filtrava dagli alberi e albergava attorno a quell’acqua magnifica mi avvolsero il corpo in un freddo e piacevo abbraccio di qualche secondo, anche se volevo non potei entrare in acqua altrimenti l’avrei sporcata e inquinata, perciò con un po’ delle bende che avevo mi lavai il corpo bagnandole con l’acqua. Le ferite si erano quasi del tutto cicatrizzate, il gonfiore dei punti delle rotture ossee erano quasi svaniti, solo un leggero colorito viola oscuro colorava le leggere protuberanze, per quel che riguardava il petto la cosa era tanto peggio quanto mi aspettassi, premetti con forza e dai bordi delle bende come lacrime dense e oscure, scie larghe di sangue e pelle morta scivolarono su di esse in una poltiglia puzzolente e viscida, dopo l’operazione cambiai la fasciatura. <<dovrebbe tenere per qualche giorno, spero.>>

Restai sulla riva a controllare le mappe e a scrivere delle lettere che avrei mandato da Palem, Kara nel frattempo era entrata in acqua e nuotava con estrema scioltezza mentre inseguiva i piccoli frutti galleggianti che navigavano in quelle limpide acque. Attorno a noi una decina di Nativi dagli stemmi rame pallido si nascondevano tra gli alberi scrutandoci con occhi curiosi e al contempo timorosi, benché fossero pratici delle foreste i loro zoccoli non poterono non far rumore al toccare il suolo.

Kara drizzò le orecchie al sentire tale rumore ma non si spaventò, si limitò ad uscire dall’acqua, scrollarsi su di me e buttarmisi in grembo sotto la mia ombra a riposarsi. <<certo che hai dei modi da vera primadonna, giovane kitsune>>, la accarezzai controllando, in modo che non se ne accorgessi, le ferite sul collo e sulle zampe. Notai con mia grande gioia che erano quasi del tutto scomparse e che il pelo attorno ad esse cresceva lucido e setoso, infine dopo l’accertamento mentre lei era in sonno veglia li canticchiai il motivetto di una melodia che mi aveva sempre accompagnato e cui parole raccontavano di due amanti tormentati dal destino.

<<la tua voce è una melodia di altri tempi, fa nascere un senso di antica nostalgia di una storia vecchia di secoli, chi sei tu che conosci tali suoni melodici?>>, domandò uno di quei Nativi che si erano nascosti, un Fauno.

Le piccole e biancastre corna sbucavano dalla folta capigliatura di ognuno di essi, il petto nudo e muscolo che sfociava nella parte inferiore simile a quello di capra, un corpo bilanciato e muscoloso. <<noi siamo i protettori di questi luoghi, le Persone ci chiamano da qualche tempo sotto il nome di Fauni.>>

<<è un onore conoscervi, io mi chiamo Ray. Non sono di queste parti, appena ci saremmo ripresi lasceremo questo luogo.>>

<<tranquillo, non volevamo insinuare che la tua presenza ci rechi fastidio, al contrario, le tue parole ritmate hanno attirato l’attenzione di noi e anche delle fanciulle che stavamo corteggiando, voi le chiamate Driadi.>>

<<conosco qualcosa di loro, bellissime ninfe delle foreste, si nascondono tra gli alberi unendosi ad essi a piacere, è per tale motivo hanno la parte inferiore del corpo che terminano in una sorta di imitazione del tronco d’albero, se non sbaglio adorano danzare e cantare e sono alquanto timide con gli altri spiriti del bosco.>>

<<Già ed è per questo che le stavamo seguendo quando sentimmo la tua voce, sei dotato di un gran dono, resta qui quando vuoi, nessuno ti farà alcun male, ora noi torniamo alla nostra missione, addio Ray.>>

<<vi ringrazio e spero che riusciate a fare qualunque cosa volete fare.>> i fauni salutarono prima di scattare saltando tra gli ostacoli a terra scomparendo tra la folta vegetazione, Kara si svegliò un attimo dopo la scomparsa dei Fauni e mi guardò con aria incuriosita.

<<tranquilla non è stato niente di che, dei passanti un po’ particolari.>> accarezzai la piccolina sulla testa, lei rivolse lo sguardo verso di me e notai qualcosa di particolare, il suo stemma brillante di un viola oscuro era nel suo occhio destro, una stranezza che la contraddistingueva ancora di più. <<anch’io ne ho uno ma non posso più mostrarlo finché non riuscirò a mantenere una promessa>>, gli dissi indicandomi la fronte coperta dalla bandana bianca sporga di sangue.

<<perdonate l’interruzione, avete per caso avvistato dei strani personaggi aggirarsi da queste parti? Hanno delle corna sulla testa e…>> mi voltai al sentire la voce dolce e timida che pronunciò tali parole e come mi aveva detto un presentimento, quasi fosse una visione, mi trovai faccia a faccia con una delle ricercate Driadi, il corpo femminile nudo, perfetto sotto ogni punto, una lunga chioma castana raccolta da un cerchietto legnoso adornato da frutto rosei che contornava il viso leggermente pallido e da cui spiccavano occhi dorati, essa si coprì il seno d’istinto e si strinse a se poiché non molto a suo aggio nell’essere guardata, io distolsi subito lo sguardo rivolgendolo all’acqua.

<<Sì, li ho appena incontrati… vi cercavano, sono andati a ovest.>> la ninfa ringraziò dell’informazione ma invece di andare via fu attratta dallo strano personaggio dai capelli tanto particolari che gli aveva appena parlato, si avvicinò cautamente mentre a qualche metro di distanza le amiche osservavano sperando che non succedesse nulla di male alla compagna.

A fermare l’avanzata della Nativa ci fu Kara che balzò davanti a lei ringhiandogli contro, la ninfa in un primo momento sembrò terrorizzata a morte, si calmò solo quando presi la piccola tra le braccia e lei si placò. <<tra di voi c’è un forte legame, posso…>>, chiese a voler toccare la piccola Kitsune, Kara mi diede uno sguardo interrogatorio.

<<tranquilla, ci sono io qui.>> la piccola allora smise il suo atteggiamento minaccioso e si lasciò toccare, la sua pelliccia morbida e fresca su lodata anche dalla ninfa e si affezionò subito alla piccola che non disdegnò un po’ di coccole. All’improvviso fummo circondate dalle altre Driadi, tutte interessate alla piccola Kara che sembrò felice come non mai. <<sembrate molto interessate a lei, non ne vedete molte della sua specie qua, vero?>>

<<avete ragione, tra l’altro non mansuete come lei, non per dire che sono violente ma è risaputo che quelle lasciano il branco o vengano abbandonate si lascino andare all’uccisione, al risentimento e alla vendetta diventando delle sorte di demoni dedite al massacro, per questo vedere la tua amica così limpida nell’animo ci incuriosisce.>>

Mentre parlavamo le altre Driadi fecero addormentare la piccola e ne levarono il bendaggio al collo mostrando la terribile ferita riportata. <<penso sia quello il motivo per cui è stata abbandonata>>, riferì alla ninfa con cui avevo appena parlato, le altre avvicinarono le mani alla ferita poggiandole una sull’altra, dai loro palmi i loro stemmi color ciliegio aumentarono d’intensità avvolgendole in una luce rosacea, le lasciai fare e mi cambiai d’abiti intanto che finivano.

<<è stata molto fortunata ad incontrare qualcuno come te, non è facile trovare chi sappia parlare ai nativi, anzi è quasi impossibile, l’unica persona che noi tutti Nativi conosciamo in grado di farlo è nella foresta bianca, da decenni l’unico che sappia come parlarci tranne te, sei il secondo.>>

<<Già l’ho incontrato, è stato lui ad insegnarmi a farlo. Conoscevo anche una ragazza che parlava con i Nativi ma ormai non c’è più, era bella e gentile e come me aveva strani capelli.>> la ninfa rimase in silenzio colpita dalle mie parole, ma sembrava preoccupata per qualcosa. <<adesso dove siete diretti, se posso sapere?>>

<<andiamo a Palem e da lì suppongo di cercare un posto dove lasciarla, non voglio che corra altri pericoli per colpa mia.>>

Le ninfe finirono il loro rituale curativo e rifasciarono il collo della piccola Kara che mi corse incontro saltandomi tra le braccia. <<vi ringrazio infinitamente.>>

<<per noi è stato un piacere, non dovrebbe passare molto tempo prima che possa ricominciare a rimarginarsi, per quanto riguarda la voce temo che si quasi impossibile che la riacquisti, ci dispiace ma era messa troppo male.>>

<<vi ringraziamo lo stesso per averci provato, ora vi lasciamo prima che i vostri inseguitori vi trovino, spero di rincontrarvi.>> presi le nostre cose e seguì un sottile e disastrato sentiero quasi del tutto scomparso che ci avrebbe portato nel giro di un’ora sulla strada per la città.

<<che cosa ti succede Sera? sembri turbata, che cosa ti ha detto>>, domandò l’amica alla ninfa ancora pensierosa.

<<ha detto che il vecchio nella foresta bianca gli ha insegnato a parlare con noi e che conosceva una ragazza con lo stesso dono, ho visto il volto della ragazza nella sua mente e…>>

<<ma è qualcosa che non si può imparare, nessuno più del vecchio conosce la verità.>> la ninfa baciò la fronte dell’amica condividendo l’informazione del volto della ragazza in questione. <<forse era lei…>>, disse con le lacrime agli occhi mentre una morsa gli spremeva il cuore come ad ognuna delle presenti una volta condivisa tale informazione. <<allora è tornato finalmente, dopo secoli è tornato… per lei.>>

I vecchi palazzi arrugginiti caddero come tasselli di domino l’uno sull’altro mentre anime vaganti precipitavano come grandine frantumandosi al suolo, mentre altri scappavano come topi, i pochi temerari che cercavano di contrastare la causa di tanta distruzione cadevano uno dopo l’altro trafitti dalla forza delle frecce della dea felina, i suoi movimenti veloci come schiocchi di frusta, lì dove il suo sguardo si fermava lì colpiva con i suoi colpi colmi dalla furia e potenza di fulmini dorati, il suo corpo risplendeva della stessa luce del suo stemma, che come un faro, l’illuminò tra la distruzione che lei stessa stava producendo, pochi minuti e l’intera città di macerie venne sterminata.

La voce che la dea felina fece tale impresa in solitaria viaggiò veloce nelle terre dei Titani, ma nell’istante che tale misfatto venne compiuto lei non aveva altro in mente che vendicarsi di coloro che l’avevano ingannata per cercare di ucciderla, dalle sue labbra gocce di sangue gli scorrevano sulle guance, sangue non suo ma di colui che gli si era offerto come scudo alla pioggia di frecce che erano scese sulle loro teste.

La mano corazzata gli toccò la spalla scoperta facendogli prendere un colpò, lei puntò subito l’arma pronta a scagliare il colpo. <<tranquilla sono io, non sono riusciti loro ad uccidermi e adesso vuoi provarci tu?>> la guerriera si rilassò e abbassò l’arma sorridendo alla battuta, anche se fatta in un momento alquanto critico.

<<hai fatto un bel casino, non erano tuoi amici? Allora chissà come ti accolgono i nemici.>>

<<divertente, sei proprio simpatico. Comunque…>> si guardò attorno quasi non credendo di essere stata davvero lei. << il tuo sangue è stupendo! Ha un sapore così dolce e… quasi non riesco ad esprimermi, è come se il mio corpo stesse ardendo dal potere, è come se fossi tornata alla mia piena potenza, ai miei tempi d’oro...>>

<<ci credo, ci credo ma non te ne verrai altro, è stato un caso ed un incidente che nell’essere ferito qualche goccia ti sia finita in bocca, per te è un elisir ma per me è solo un grosso inconveniente.>>

<<avanti non fare così, con il tuo sangue potrei addirittura spodestare i Titani e finalmente tornare dall’altra parte, su Raicos oppure sulla terra.>>

<<non credo proprio, nessuno di voi ritornerò sulla terra>>, minacciai puntandogli l’arma che possedevo dritta al collo.

<<è ancora nel suo fodero, credi che riusciresti ad estrarla prima che ti colpisca, è addirittura sigillata dalle catene del giudice.>>

<<e che cosa sarebbero?>> la donna sconsolata dalla mia ignoranza fece un gran respiro e rinfoderò l’arma. <<non sai proprio niente, quando qualcosa che non appartiene a questo mondo ci arriva, se ritenuto troppo pericoloso o potente per questo mondo viene sigillato dalle catene del giudice in modo da non essere utilizzato, dal numero di lucchetti sulle catene capisci la pericolosità, sulla mia arma e su quella di altri dei erano posti tre o quattro, si dice che i grandi ne abbiano cinque e solo i Titani hanno le chiavi.>>

<<il mio ne ha sette, che faccio?>> lo sguardo della Dea sembrava più infastidito che sorpreso. <<sette hai detto? Comunque stavo dicendo: le nostre armi sono state liberate solo per farci combattere tra di noi per il loro divertimento, e al massimo puoi avere cinque lucchetti, perciò o trovi gli altri due Titani sigillati o non potrai usarla. E questo ci riporta al fatto che mi stavi negando il tuo sangue, allora visto che sei in svantaggio, vuoi ancora contraddirmi?>>

<<e se dicessi a tutti la tua vera identità, se qualcuno di qua lo scoprisse…>>

<<di cosa stai parlando, io…sono Bastet, chi mai dovrei essere?>>, disse scossa e agitata distogliendo lo sguardo. <<va bene, per ora… ti darò ascolto ma la cosa non finisce qui, tu tieni la bocca chiusa su questa faccenda del mio nome, d’accordo?>>

<<certamente, gattina.>> la Dea fece una smorfia di fastidio prima di saltare giù dalla pila di macerie scivolando sulla collinetta di terra fermandosi davanti agli organizzatori della trappola, che doloranti e feriti, cercavano di strisciare via dalle macerie.

<<allora, pensavo che fossimo amici e invece avete cercato di uccidermi e prendere il mio potere e il mio arco, ma per vostra sfortuna il creatore ha voluto darmi questo portafortuna>>, disse pavoneggiandosi e indicandomi come fossi il suo giocattolo.

Mi avvicinai anch’io agli imputati guardandogli con i miei stessi occhi, il loro aspetto non era per nulla regale e sgargiante come gli dei egizi o greci ma più terreni, ricoperti di pelli di animali, muschi e rami, il viso e il corpo dipinti da disegno tribali richiamanti motivi sciamanistici. <<quindi sono loro i tuoi amici?>>

<<lo erano, loro erano alcune delle divinità del antico nuovo mondo, signori della natura e abili guerrieri delle tribù dei Nativi dell’America.>>

<<credi che andrai lontano al suo fianco, sai cosa è successo a quelli che l’hanno seguita?>> alle parole pronunciate Bastet reagì incoccando una freccia per mettere a tacere le loro bocche, nei suoi occhi una luce di rabbia mista a frustrazione emerse al sentire quella domanda, come se brutti ricordi gli fossero affiorati alla mente. Bloccai l’angelo caduto prendendogli l’arco dalle mani lanciandogli una occhiata che la fece rinsavire.

<<non lo so, non sapevo neanche che c’è ne fossero stati prima di me, e la cosa non mi interessava. Parla, che fine fecero?>>

<<lei gli ha fatto promesse di gloria, di eterna memoria, di potere smisurato e di avere lei come donna al loro fianco. Parole così dette con i giusti modi possono far fare a uomini qualunque cosa, e poi se dette dalla dea della fertilità gli saranno sembrate oro colato, furono mandati a combattere contro i Titani per spodestarli ma soccomberò l’uno dopo l’altro mentre lei guardava da lontano, e tu sarai il prossimo.>>

Finito di ascoltare guardai l’imputata per avere una qualche conferma di quello che avevano detto, lei distolse lo sguardo nascondendo il viso nel velo che portava attorno al collo. <<non cerchi nemmeno di ribattere, eh?>>

Non disse nulla e si chiuse ancor di più tra le spalle mentre cercava d non far uscire il dolore per tali perdite, cari amici e abili guerrieri che sarebbero ancora in vita se non si fosse illusa di poter vincere lì dove decine di loro erano falliti insieme.

La presi con una mano per il bacino stringendola a me mentre con l’altra tenevo il suo arco, indicai la colonna di luce dove si supponeva ci fossero i Titani prima di rivolgere parola. <<saranno stati bravi compagni ma c’è una cosa che ci differenzia, io sono venuto appositamente per i Titani e se anche lei ha lo stesso scopo non mi importa se ha lasciato morire qualcuno, basta che non mi intralci.>> ridai l’arma alla proprietaria lasciandola andare dalla mia presa. <<e poi mi ha fatto una proposta che dovrà mantenere a ogni costo quando sarà finito tutto, questo poiché ho intenzione di accettarla, sarò il primo no?>> lei si limitò ad annuire nascosta da quel sottile strato di tessuto che mascherava il viso. <<ora basta parlare, che si fa adesso? Io avrei una certa fretta ad arrivare a destinazione.>> lascia Bastet discutere con i suoi colleghi e mi allontanai di qualche decina di metri.

<<vi lasciamo una scelta, unitevi oppure morite qui o per mano di qualche Nativo fuori controllo.>>

L’aria si era fatta più respirabile mentre un dolce profumo primaverile mi arrivò al naso trasportandomi per qualche istante nei ricordi, momenti passati insieme alla mia famiglia, insieme a Kim sotto gli alberi durante le nostre scampagnate, ai momenti con Soul, con Perla e Kyle e ai momenti insieme a Pam e Aura, giorni spensierati come raggi di luce che filtrano da spesse nuvole nere che erano state la mia vita da quando ne avevo ricordo, attimi di gioia che illuminavano il mio breve cammino di vita e che lo avrebbero fatto per il tempo che mi restava. Tra quei attimi intravidi un ricordo antico, di memorie scomparse, un viso raggiante ma sfuocato, il suo sorriso di neve come i capelli, la pelle morbida come seta e una voce soave da non smettere mai di ascoltare, particolari tanto forti da rimescolare ciò che da tempo tenevo nascosto, sciolto da quella sensazione di affetto che avevo provato per Kim, la donna che mi ha salvato e soprattutto per Pam, colei che avevo amato. Una sensazione tanto simile a queste che mi sembrava si sommasse a queste moltiplicandosi risvegliando altro dentro di me.

<<tutto bene? ti vedo assorto nei tuoi pensieri>>, chiese la dea gatta sedendosi al mio fianco, io come risvegliandomi da un dolce sonno dovetti lasciare andare quei frammenti, quelle sensazioni e sentimenti ritornare nel profondo del mio essere e riaprire gli occhi alla realtà, dura e cruda che mi si manifestava dinnanzi.

<<si sto bene, stavo solo provando a ricordare qualcosa ma questa…>>, dissi dandomi qualche colpetto sulla testa. <<sembra non essere d’accordo.>>

<<io invece vorrei dimenticare. Grazie per prima, sei molto tenero anche se non lo dai a vedere.>>

<<tenero, dici? Anche un’altra persona me l’ha detto. Mi disse che sembro cupo e solitario ma che non mi tiro indietro quando si tratta di aiutare qualcuno a cui tengo o che tiene a me, io gli ho risposto che è solo un modo ipocrita per sentirmi bene con me stesso, per non sentirmi in debito, eppure lei ha detto che era perché provavo affetto ma che lo mascheravo per non soffrire, e forse ha ragione, forse devo aver perso qualcuno di così importante che qualcosa in me si è spezzato, e quando pensavo di poter finalmente provare amore mi è stato portato via e ora sono qui… per vendetta, forse…>>

<<non dirlo, sono sicuro che quello era amore, se stai facendo tutto questo anche se fosse sbagliato lo stai facendo per quello che provavi per lei.>>

<<hai ragione gattina, grazie. Magari a fine di tutto questo casino finalmente potrò ricordare che cosa ho perso di così importante che mi ha reso “questo”. Ma non prima che tu compii quello che ci siamo pattuiti, non vedo l’ora>>, mi alzai in piedi e presi il mio borsone portandomi avanti. <<portarmi una Dea a letto per quanto non sia una vera divinità deve essere una esperienza che ti cambia, chissà magari dovrei cercarne altre.>>

<<spero che tu stia scherzando, non esiste dea più bella di me. Comunque non ho detto che avrei accettato, era solo una battuta per stuzzicarti!>>, urlò poiché mi ero allontanato non poco.

<<non ti sento, muoviti o me ne trovo un’altra che mi faccia compagnia nelle notti solitarie in queste lande desolate, magari una che non abbia troppi scrupoli verso un uomo, tipo Venere, dicono che sia bellissima o magari Diana, mi sembra che anche lei usasse un arco.>>

<<tutte tranne Venere, è solo un’esaltata che si crede chissà chi! per quando riguarda Diana… bè è un’altra storia.>> risi al suo modo così umano di mostrare il suo risentimento verso una rivale. << tranquilla, non sono qui certo per fare conquiste, allora chi è il prossimo? Ho capito che i Titani non sono tipi che si persuadono con le parole, hai bisogno di un esercito per farti sentire quindi ti aiuterò, dov’è sono gli altri angeli caduti.>>

<<beh, se me lo chiedi così su due piedi ti dico a est, ma non sono molto collaborativi.>>

<<a questo ci penseremo dopo, dopotutto quello che ho fatto per arrivare qui certo qualche scorbutico non mi fermerà. Parlando di questo, vuoi sapere com’è di là?>>

<<sì, sono curiosa. Dimmi tutto>>, chiese con occhi brillanti di attesa.

V Furia

V: Furia

Mi alzai prima di tutti, appena prima che i lievi raggi del sole potessero sfiorare i rami più alti dei maestosi alberi della foresta fantasma, fui già sulla soglia del tempio silenzioso pronto ad incamminarmi quando rivolsi un’ultima volta lo sguardo verso la piccola kitsune, ora avvolta tra le amorevoli grinfie dei Gèvaudan, cullata dal sonno. <<avviatene cura per me.>>

<<certamente, spero che tornerai a trovarci un’ultima volta ragazzo, Buon viaggio allora.>> distolsi lo sguardo da quella scena, mi coprì il capo col pesante cappuccio e mi allontanai silenzioso nella coltre boscosa immergendomi nel grigio della nebbia, scomparendoci qualche istante dopo.

Le grosse carcasse dei Nativi vennero ammassate nel massiccio carro di ferro ricoperto di interiora e sangue, la puzza che ne fuoriusciva fece allontanare ogni piccola creatura annidata in quei pressi anche se non erano delle prede appetibili, i cacciatori ripulirono le lame da scuoio e le canne dei lunghi fucili, non mascheravano lo stemma dell’esercito che alpeggiava tra lo sporco e il sangue che li ricopriva. <<sicuro che verrà qui, la puzza di questi cosi ormai dovrebbe aver raggiunto ogni angolo di quella foresta avvolta dalla nebbia, sono passate ore da quanto abbiamo iniziato questo massacro, ormai mi viene il mal di stomaco, questa dannata puzza…>> l’uomo con cui il soldato stava parlando gli fece segno di far silenzio.

Una voragine si aprì tra gli alberi trascinandosi con se una coltre folta di quella spessa nebbia d’acciaio sferzando il capitano tagliandolo a metà senza nessuno sforzo, nessuno tranne il soldato lì accanto riuscì a vedere l’intera azione, i suoi occhi mi videro uscire come uno squalo dall’acqua dissolvendo quella nebbia che mi fu da veste in quell’omicidio tanto veloce quanto privo di rimorso, gocce di quel sangue mi tagliarono il viso mentre fissai negli occhi di quel soldato che non ero riuscito a raggiungere con quel colpo.

Fermai il mio moto puntando i piedi a terra tenendo il baricentro basso toccando quasi il terreno con il ginocchio creando un semicerchio sul terreno con i piedi e la mano destra mentre la sinistra sferzava il vento tingendolo del sangue dell’uomo morto. Il soldato prese l’arma in mano con una rapidità e una freddezza degna di un sicario mirando alla mia testa, nei suoi occhi nemmeno un’esitazione fece tremare le mani, eppure il colpo mancò di partire, ma altro sangue bagno il pallido terreno. Alle spalle dell’uomo impallidito e immobile occhi di sangue trafiggevano un orrida maschera di stoffe cucita da fili di rame e tessuti sfatti di un marrone sporco, il suo respiro pesante come fumo avvolse la testa del soldato corrodendola lentamente mentre le sue urla si alzavano al vento prima di cadere a terra tra le compulsioni in una pozza del suo stesso sangue, che fluiva dal ventre insieme alle interiora esposte a quell’aria corrotta, il mostro si guardò attorno prima di dissolversi nell’aria in un battito di ciglia, così com’era apparso, un battito di ciglia e riapparse dietro ognuno di quei uomini trapassandoli come fece con il primo di loro, le suppliche furono inutili verso quel mostro, estrasse le decine di piccole lame seghettate dal corpo dell’ultimo di loro sferzando la carne ed i vestiti facendo zampillare altro sangue, pulì le lame sui vestiti del soldato sistemandole poi dentro il lungo e pesante cappotto nero notte in cui il suo corpo pareva essere messo insieme da decine di cinture legate l’un l’altra in un districato e complesso labirinto tempestato da giganteschi chiodi arrugginiti accoppiati, che si estendevano dalle spalle alle cosce che ne facevano da perni e fermagli.

In pochi istanti un plotone di soldati esperti venne eliminato da una sola figura, senza nemmeno avere un graffio, senza fatica, un massacro orrido e spaventoso.

La Furia, ferma in mezzo ai corpi massacrati cui sangue bagnava il terreno tingendolo di morte, rinfoderò le lame prima di rivolgere l’attenzione ad altro, come se nulla e nessuno fosse all’altezza di poter minimamente darli pensiero, mentre la sua testa ruotava verso di me sentì il cuore rallentare mentre il suono dei battiti mi trapanava i timpani come tuoni di tamburo, ciò che provai in quell’istante fu qualcosa di nuovo eppure mi sembrava famigliare, una rabbia, un dolore che si mescolavano in un torrente nero che annegava l’anima trasformandola in qualcosa di completamente diverso.

La Furia rivolse lo sguardo verso di me quando si trovo il palmo della mia mano a schiantarsi al suo viso scaraventandola via come una palla da tennis contro una racchetta, colpì qualche albero spezzandone il fusto mentre roteava su se stessa prima di fermare la sua corsa contro un possente masso, che all’impatto si incrinò fino a che le insenature non sembrarono la diramazione di radici sul punto di spezzarsi in migliaia di frammenti, mi ripresi un istante dopo quel gesto, quasi come se fossi stato in apnea, il respiro accelerato, il cuore che scalpitava irrefrenabile, tremori su tutto il corpo e infine il sudore, cercai con lo sguardo il punto dove si era schiantata e appena la vidi rialzarsi nuovamente sentì di nuovo quella sensazione, quella fame di sangue. Scattai verso di lei il più velocemente possibile ma non fu abbastanza per prenderla, svanì nell’aria come nebbia davanti ai miei occhi, sfuggendomi dalle mani come acqua, uno stiletto sottile e argentato mi trafisse alla schiena, sentì il freddo della sua lama mentre veniva rigirata tra due costole, mi girai velocemente per provare a prenderla ma non ci fu storia, scomparve di nuovo, schizzi di sangue mi sporcarono il cappotto mentre scie di sangue mi bagnavano la schiena.

<<vieni fuori!>>, urlai preso dalla frustrazione di non riuscire a prenderla ma fu uno sbaglio, in un attimo venni tempestato da decine di coltellate e tagli come avvolto da un tornado di vetri, fu come cercare di prendere l’aria, la furia spariva e riappariva senza lasciare traccia, nessuna scia da seguire, nessun indizio di come funzionasse il suo potere, solo e inerme venivo massacrato, l’aria si riempì di sangue mischiandosi alla debole nebbia creandone una leggera atmosfera rossiccia.

La furia apparì di fronte al suo primo cadavere, in mano una decina di stiletti d’argento bagnati di sangue che avvicinò alla maschera di fili di metalli come ad annusarne l’odore inebriante, io ansimavo mentre a stento riuscivo a non cadere a terra, caddi sulle ginocchia appoggiandomi al fodero della mia arma, la furia si avvicinò senza una minima preoccupazione, mi si parò davanti guardandomi dall’alto in basso mentre a testa bassa ansimavo vistosamente, lei si appoggiò sulle gambe abbassandosi fino alla mia altezza per poi prendermi il viso tra le gelide dita dei suoi guanti metallici per guardarlo meglio, lo alzò di scatto portandolo a qualche centimetro dal suo prima di lasciarmelo scattando all’indietro quasi cadendo a terra, si rialzò subito goffamente dissolvendosi di nuovo nell’aria, mi rialzai a fatica ma appena lo feci sentì di nuovo quella gelida armatura attorno al collo, quel braccio ben protetto stringermi mentre con l’altra mano impugnava le sottili armi puntandole contro il mio fianco.

<<fallo!>>, dissi tra i denti stringendogli quella mano armata e infilzandomi con i coltelli da solo, il dolore lancinante mi diede anche l’impulso di colpirla con una gomitata atterrandola ma non abbastanza efficace da fermarla dallo scappare, lasciai le lame conficcate nella carne per evitare di perdere sangue troppo velocemente e per evitare di darle troppe armi.

<<tu mi ricordi, vero?! Al tempio anni fa, quel incendio, quel massacro… siete stati voi ad ucciderli, ad uccidere… lei!>>, dissi faticosamente sentendo i polmoni riempirsi e non di aria. <<tu c’eri, ti ho visto arrivare dopo gli altri. Vi ucciderò… tutti!>> la furia riapparì alle mie spalle colpendomi e affondando i suoi stiletti nella carne, prima sulle cosce, poi scomparendo e ritornando colpendo i polpacci, poi le spalle e infine per terminare la serie di attacchi veloci mi riapparì di fronte, barcollavo visibilmente e faticavo anche solo a stare in piedi senza riuscire neanche a muovere le braccia, mi guardò dritto negli occhi e avvicinò il suo viso al mio quasi a toccarci l’un l’altro prima di conficcare lentamente la lama nel mio ventre, non riuscì a bloccare il suo gesto poiché le parole che udì dalla sua bocca mi bloccarono da ogni intento, quella voce rocca e sottile mi penetrò più della lama che lasciò lì indietreggiando lentamente sapendo che ormai lo scontro era concluso.

Morsi il suo collo come fossi un serpente, stringendo i denti con tutta la forza che mi venne, tanto da sentire i denti sul punto di frantumarsi, le gengive sanguinare e la lingua essere avvolta dal sapore di ruggine dell’armatura più sottile in quel punto, la Furia cadde a terra e io gli caddi addosso, provò inutilmente a dissolversi ma senza aver successo, ogni volta che ci provò strinsi di più la presa finché, qualche decina di minuti dopo, non si arrese all’idea di essere in trappola, mollai la presa bagnandomi le labbra e tutta la bocca del suo sangue che iniziò a sgorgare velocemente dalla ferita come un piccolo ruscello rosso rubino, smise di muoversi e si lasciò andare, ripresi leggermente la sensibilità alla braccia appoggiandole a terra oltre le sue spalle arrivando a guardarla faccia a faccia, il sangue dei numerosi tagli gli gocciolò sulla maschera illuminandosi di quel rosso di quei occhi di luce oltre la maglia di metallo che ne costituiva la maschera di ruggine.

<<perché hai indietreggiato? Tu…>> la furia all’improvviso prese a tossire compulsivamente mentre il suo respiro si fece sempre più affannato, d’impulso presi la maschera tra le mani strappandogliela per consentirgli di respirare per quel poco che gli restava, la maschera mi scivolò dalle mani mentre rimasi impietrito nel vedere il suo viso, trattenni a stento un conato di vomito mentre una forte sensazione di disgusto mi assalì per quello gesto animale che gli avevo fatto.

<< che… ho fatto?>>, balbettai tremante, la furia avvicinò una mano e con fare gentile scattò all’improvviso, il sangue che uscì dalla ferita inzuppò i miei vestiti, gli schizzi mi sporcarono il viso mentre il mio sguardo rimase bloccato sul suo volto così solare nonostante il gesto, lo stiletto mi cadde dalle mani mentre le sue, con cui si era volontariamente aiutata a colpirsi lasciarono la presa mentre la vita lasciava il suo corpo, d’impulso mi allontanai dal corpo però cadendo subito a terra , la paura mescolata ad un profondo e pesante senso di colpevolezza mi caddero come un macigno, incatenandomi ad esso e trascinandomi in un baratro senza fine, quella sensazione non l’avevo mai provata, qualcosa di così simile non mi era famigliare nonostante non fosse la prima volta che compivo quel gesto eppure ero certo di cosa fosse, ciò che le persone provavano nel uccidere e che io non avevo mai provato prima, i volti di quelle persone mi si affacciarono alla memoria, quei corpi privi di vita, massacrati e lasciati nel loro stesso sangue.

Mi affacciai di lato rigettando ricordando quei momenti che si accavallavano al viso morto della furia, gli spasmi ripresero e il dolore delle decine di coltellate e tagli si amplificarono dal risveglio della malattia, mi trascinai verso il suo corpo rivolgendogli una sola domanda, come se potesse rispondermi, continuai a fargli la domanda quasi arrivando ad urlare ma non rispondeva, il suo viso che fino a pochi istanti prima sembrava pieno di vita venne sovrapposto a quello di Pam poco prima che anche lei morisse, a quel suo stesso sguardo, rivolsi di nuovo quella domanda che mi sembrava la più importante del mondo urlandogliela ancora e ancora finché la voce non mi mancò mentre tutte quelle immagini passate premevano come i coltelli sulle mie ferite, la testa mi pareva scoppiare mentre la stringevo con forza tra le mani cercando di spremere via quel dolore, quella confusione svuotante, poi lo sguardo mi cadde sulla mano fredda della furia, avvicinai la mano alla sua fino a quasi toccarla ma essa si tramutò in qualcosa di simile a cenere, tutto il corpo della furia divenne cenere, l’ultima cosa a scomparire su il suo viso, sentì un vuoto ancora maggiore sfondarmi dentro, tutte quelle emozioni irrazionali per qualcuno che aveva ucciso la mia Pam erano per me spaesanti e un fardello che non aveva una risposta a me chiara, della furia non rimase che un anello color rame che aveva indosso, esso era protetto da una corona a piccoli denti, l’incisione su una specie di ambra la figura della sua maschera, presi il piccolo oggetto in mano e rialzandomi a fatica, lentamente e con fare incerto cominciai ad allontanarmi da quel posto, da quelle morti, da quelle emozioni, da quella figura svanita nel nulla.

L’odore salino del mare mi penetrò nelle narici e sulle ferite come tizzoni ardenti, zoppicai trascinandomi all’entrata del porto ricolmo tanto di navi quanto di Persone, attorno alle banchine e lungo le strette vie di negozi decine di navigatori, turisti e militari si riversavano sulle strade e sulle navi in un via vai incessante, ben coperto da strati di tessuto mi mimetizzai tra la popolazione passando per un mendicante.

Arrivai ad un vecchio e malandato palazzo dispiegato in altezza, posto tra due fiorenti locali che risaltavano l’enorme margine tra le due situazioni, era alto quattro piani, le finestre erano sporche e alcune rotte, la vernice e l’intonaco quasi del tutto scrostata e in più una vecchia insegna, che lampeggiava a intervalli dichiarava che in quel posto praticava un dottore.

<<che postaccio, chissà chi mai potrebbe andare in un posto così.>> se la risero alcuni turisti che passavano di lì, tra me e me risposi a quella domanda condividendo in parte il loro pensiero, “uno come me ci andrebbe”.

Entrai spingendo a fatica la porta che si trascinava sul pavimento impolverato, nell’aria l’odore di umido e muffa era la cosa che subito saltava al naso, agli occhi invece una ventina di ospiti, seduti, sdraiati a terra, appoggiati ai muri, tutti aspettavano in quello che sembrava una specie di sala d’attesa che si estendeva su tutto il piccolo piano terra che terminava ai piedi di una scala che portava al piano superiore.

Aspettammo qualche decina di minuti prima che qualcuno scendesse e ci desse indicazioni o iniziassi a portare qualche paziente a medicare, un grosso omone vestito di bianco entrò nella stanza accompagnato da quella che si presentò come l’assistente del dottore e che era senza dubbio figlia di una Anguana, uno spirito della natura affine alle ninfe, il suo aspetto così limpido e pulito, i modi gentili e amorevoli nonché la sua fisionomia ne furono la prova certa, ma nessuno ne sembrò sorpreso soprattutto perché la maggior parte dei presenti era un Nativo mutaforma o figlio di essi.

I due arrivati diedero una veloce occhiata ai pazienti scrivendo quello che sembrava un listino, poi indicando alcuni di loro chiesero di mostrarsi in faccia, essi titubanti acconsentirono anche se visibilmente spaventati dai presenti, si mostrarono in volto svelando di essere delle Persone. <<state tranquilli, qui non facciamo differenze raziali, siete tutti pazienti, che siate Persone o Nativi>>, disse l’assistente con fare gentile, nessuno osò dire il contrario nonostante era evidente l’enorme ostilità tra i due grandi popoli di Raicos.

Il grosso omone mi si parò davanti intimandomi di levarmi la sciarpa ed il cappuccio che mi nascondevano il viso, tutti i presenti rivolsero la loro attenzione a qualcuno che di attenzione non ne voleva, io. L’uomo me lo chiese ancora in modo più brusco mettendo in agitazione un po’ tutti presenti, a quel punto alcuni dei pazienti si alzarono in piedi pronti ad aiutare l’infermiere se ne fosse stato bisogno, l’assistente si mise in mezzo a calmare gli animi. <<per favore fermatevi, non c’è bisogno di farvi altre ferite, non credete. Tu, non sembri messo bene, se ti mostri potremmo sbrigarci e aiutarti prima che sia troppo tardi.>>

Rimasi qualche istante in silenzio prima di rispondergli. <<va bene ma voglio essere medicato subito, devo andarmene il prima possibile. Ecco il compenso.>> tirai fuori dal mio sacco una piccola busta di seta con un gran quantitativo di gemme che fecero brillare gli occhi a tutti i pazienti.

<<mi spiace ma qui non ci facciamo pagare, se accettassimo dovremmo trattare tutti allo stesso modo e a questa gente qualcuno che curi le loro ferite serve, senza alcun costo.>> il collega l’esortò ad accettare l’enorme somma di gemme ma inutilmente. <<queste non sono per pagare le cure>>, dissi levandomi la maschera di tessuti. <<sono per non far uscire il fatto che sono stato qui.>>

<<il cacciatore!>>, sussurrò la donna ma venne sentita dall’intera clinica che rimase in totale e innaturale silenzio.

<<è un piacere per me conoscervi, ed è un piacere ancora maggiore sapere che voi mi conoscete e che avete tanta considerazione nei miei confronti>>, disse la Dea umilmente inchinando leggermente il capo in segno di gratitudine. <<se mi conoscete vuol dire che venite dal mio paese natale, anche se il vostro aspetto non mi è famigliare, è forse cambiato così tanto il mio popolo nel loro aspetto?>>

<<No mia signora e sovrana, io sono stato accolto da una delle grandi famiglie del vostro paese, io sono straniero nelle vostre terre ma venni accettato come uno del vostro popolo, sono stato degnato del cognome degli Hanzo.>>

<<capisco, quella grande famiglia ha superato i secoli, ne sono veramente felice>>, disse con una sincerità raggiante, si intuiva che qualcosa la legava profondamente a loro.

<<perciò conoscerai anche me suppongo?>>, domandò tutto gaio il fratello della dea del sole, Susanoo, ignorai le parole del dio tornando a parlare con Amaterasu.

<<sei molto forte e possiedi una tecnica davvero ammirevole, tu e le tue compagne ci avete davvero salvati e per questo vi ringrazio ancora, io, i miei fratelli e le altre divinità da tempo cercavamo di abbatterlo e grazie a voi finalmente tifone è caduto. Ora non solo i Titani si faranno vedere, ma avremo anche l’appoggio degli dei olimpici ancora vivi.>>

Mi inchinai nuovamente ai piedi della divinità a capo chino per farle una richiesta, che per secoli gli Hanzo aspettavano di fare. <<mia grande sovrana mi lasci venire con voi nel vostro viaggio, la mia spada è al suo servizio, il mio corpo sarà il suo scudo e la mia anima apparterrà a voi finché non riterrete che il mio compito sia stato svolto.>> furono queste le parole di un vecchio giuramento che ogni membro della famiglia conosceva fin da piccolo, ginocchia a terra, testa china mentre si offriva l’arma a colei che sarebbe divenuta la mia signora.

Nessuno dei presenti mise bocca o fece alcun movimento mentre si eseguiva quel rituale, tutti rimasero fermi e in silenzio rispettando quel sacro rito, la dea prese la spada ben custodita nel suo fodero incatenato, con un lungo e sottile pugnale rituale nascosto sotto le vesti bianche si fece un taglio sul palmo della mano destra, impugnò l’arma facendo scorrere il sangue sull’impugnatura, sul fodero e facendone filtrare fino a bagnare anche la lama.

<<con questo mio sangue sancisco questo nostro patto, io Amaterasu Okami, dea del sole e protettrice della tua patria, progenitrice della casata degli Hanzo tuoi cari e di decine di altre, affido la mia vita nelle tue mani e con il gesto di vita ti dono la tua missione: sconfiggi insieme a noi coloro che hanno reso questo posto una prigione, la nostra prigione.>> la dea si chinò verso di me prendendomi il viso tra le mani e poggiando le sue labbra alle mie mi fece bere gocce del suo sangue come pegno di reciproca appartenenza, tale gesto tanto eclatante all’esterno era l’atto che contraddistingueva quel rito dagli altri giuramenti tramandati nelle altre casate.

Susanoo, che era molto protettivo verso la sorella fu molto infastidito da quel rito così spinto per i suoi gusti, ma nonostante ciò non si intromise cosa che Bastet e Gremory fecero senza remore trascinandomi via dalla dea. <<che diavolo pensate di fare, pensavo che te ne fregassi di noi e di quello che facevamo>>, sbraitò Bastet contro di me. <<avremmo anche lo stesso scopo ma non ti sei mai unito a nessuno di quelli che avevamo incontrato, ci elevavi a idioti che si credevano dei e ora ti inchini davanti ad uno di noi come se fosse il creatore in persona!>> Gremory fu d’accordo con l’opinione della divinità anche se non lo disse con lo stesso modo isterico.

<<so quello che ho detto e fatto, ma la mia famiglia aspetta questo momento da sempre e non posso non adempiere al mio dovere anche se lei non è veramente quello che le leggende narrano, lei è Amaterasu e la mia famiglia gli ha giurato fedeltà secoli fa, non mi tiro indietro ma se questo dovere dovesse impedirmi di compiere il mio viaggio taglierò ogni legame assumendomi anche le mie colpe e responsabilità.>>

<<Perché non vi unite anche voi due a noi in questa battaglia, se vinceremo potremmo tornare a casa, non è quello che vogliamo tutti>>, disse Susano con parole gentili.

<<non lo permetterò!>>, dissi duro parandomi dinnanzi a tutti loro. <<nessuno di voi farà ritorno sulla terra finché sarò in vita, in bene o in male avete già avuto la vostra occasione e ve ne siete approfittati con la conclusione che siete stati confinati in questo luogo, su questo punto sono d’accordo con i Titani, questo è il vostro mondo, Raicos è il vostro mondo, non interferite con il mio o terminerò il lavoro di tifone.>>

<<bene, l’avete sentito no? Vi va bene o volere farvi sotto fin da subito>>, chiese con tono superiore la dea egizia.

<<non abbiamo intenzione di lottare con voi, Ray se manterrai il tuo giuramento io e i miei compagni non lasceremo questo mondo così come hai detto, concedici la tua forza in questa dura battaglia che ci aspetta.>>

<<con molto piacere mia signora, la lama degli Hanzo è al suo completo servizio da ora fino al compimento della promessa della mia famiglia.>>

Mi risvegliai che la nave era già partita, stavano ancora tutti dormendo, il sole stava sorgendo all’orizzonte oltre le montagne alle spalle della città nostra meta, Azelle. Mi sporsi appoggiandomi alla balaustra sentendo il vento freddo del mattino avvolgermi nella sua morsa portando con sé quell’odore salino e un moderato rollio, solo quando il sole fu ben visibile sopra la città arrivammo nei pressi del porto, tutti i passeggeri si prepararono per scendere ei marinai a caricare la loro merce, mi coprì bene per non essere riconosciuto visto che non avrei potuto fuggire nel caso fossi stato riconosciuto, nonostante le cure avute in ospedale e il ricovero di quattro giorni le ferite non erano minimamente guarite anzi, esse erano solo peggiorate.

Lasciai quella zona così affollata arrivando a quello che sembrava una zona pressoché residenziale nonostante la grande quantità di negozi, d’improvviso un orda immane di giovani ragazzi e ragazze in uniformi si riversò sulle strade in direzione del porto, in pochi istanti l'intera zona e le decine di negozi si riempirono dei nuovi arrivati, tutto sembrò prendere vita all'improvviso, a quel punto mi fu chiaro il motivo della prematura apertura dei negozi di quella città, mi feci da parte per non essere travolto dalla folla finendo di fronte ad un negozio di alimentari che finì in pochi minuti quasi tutto l'arsenale.

<<ciao ragazzo, come mai non sei in uniforme? Per caso oggi salti le lezioni?>> ignaro che si rivolge se a me continuai a stare in disparte e in silenzio finché non sentì la sua mano sulla mia spalla. <<tutto bene ragazzo?>>, chiese preoccupato.

<<sto bene, stava parlando con me prima? Scusi ma non sono uno studente, sono solo uno in cerca di una persona che mi è giunta voce fosse in questa città.>>

<<non sei troppo giovane per intraprendere certi viaggi, io col cavolo avrei fatto partire mio figlio alla tua età da solo!>>

<<io non… sono solo e poi non sono così giovane come crede. Se non è troppo disturbo, mi saprebbe dire come mai indossano quelle divise e dove stanno andando?>>

<<come fai a non saperlo, sono studenti dell'accademia Arcadi.>> nonostante il tono enfatico la cosa non mi disse niente, l'uomo mi guardò come se venissi da un altro pianeta.

<<non conosco molto del mondo, vengo da molto lontano e lì siamo un po’… isolati.>> la mia vaga e scarsa giustificazione sembrò bastare.

<<è l'istituto più grande e il migliore dei cinque stati, si trova nel regno centrale, nella capitale, la città più bella, ricca, colorata, amorevole di tutte le terre di Raicos, da quell'accademia sono usciti alti ufficiali dei quattro eserciti ed è dove la famiglia reale forma i loro discendenti.>>

<<regno, dici? Pensavo che fossero tutti stati a regime militare.>>

<<no, il regno centrale ha un modo diverso di porgersi, loro sono in sintonia e simbiosi con la natura ei suoi abitanti, ogni cittadino fa parte del grande insieme ei reali si impegnano ogni giorno perché questo venga sentito da ogni uomo e donna, per secoli sono stati l'anello di comunicazione tra Nativi e Persone finché non ci fu quella guerra, ma ancora oggi rispetto agli altri stati i Nativi sono considerati al pari dei normali cittadini e alcuni ricoprono alti ruoli.>>

<<le manca vero? La sua casa è quel regno o mi sbaglio?>>

<<sì è capito vero? Sì, vengo da quel regno ma per i miei commerci devo girare per tutti gli stati e far conoscere quello che la mia terra ha da offrire al resto del mondo, è il mio modo di ringraziare il regno per tutti quello che ha fatto per me e la mia famiglia.>> Il rumore delle navi in partenza raggiunse anche quel angolo di città e come una sveglia mi avvisava che dovevo andare sfruttando gli ultimi sprazzi di folla, nel negozio arrivarono gli ultimi ritardatari che di corsa comprarono il pranzo prima di correre verso il porto, l'uomo appena finito si affacciò fuori sperando che il suo interlocutore fosse ancora lì ma non ci rimase troppo deluso nel vedere che non c'era nessuno.

<<spero che verrai a visitare il nostro regno, lo adoreresti anche tu>>, disse tra se con un sorriso leggero sulle labbra e con l'animo sereno e rallegrato per la breve ma piacevole chiacchierata.

Gli sguardi erano tutti puntati su di lei, i ragazzi ne erano ammaliati e le ragazze provavano un po’ di gelosia, lei assorta dai suoi pensieri non badava a questo, stava completamente immersa nella sua missione, una macchia nera in mezzo ad una mare di divise bianche e azzurre. Due mani fredde gli si appoggiarono sulle spalle fermandola, lei se le scrollò di dosso infastidita girandosi verso i due, i quali si dimostrarono essere soldati dell'esercito.

<<che ci fai qui da sola? Dov'è il tuo padrone Nativa?>>, chiesero con arroganza e con fare appiccicoso.

<<io non ho un padrone e mai l'avrò, ora levatevi dalla mia strada o vi faccio spostare io.>> i militari presero le loro armi dalle fondine pronti a sparare ma a frapporsi a loro giunse una insolita figura che era rimasta ad osservare la scena. <<signori non dovreste tirar fuori le armi in questo posto per studenti, potrebbero insorgere dei problemi. Vi chiedo scusa per il comportamento della mia amica ma è nuova e non conosce come funzionano le cose da queste parti ma visto il fastidio la prossima volta che visiterete la nostra dimora vi farò un prezzo speciale, che ne dite?>>, disse strusciandosi ad uno dei soldati fissando i suoi occhi felini a quelli dell'uomo ammagliandolo.

<<va bene, per oggi passiamo oltre. Dobbiamo andare, ci vediamo Miri.>>

Salvata da una estranea la Nativa si lasciò portare dalla ragazza appena conosciuta che appena giunse nei pressi della sua zona si aprì apertamente. <<io sono Miri, sono una nekomusume, tu come ti chiami?>> la ragazze venne squadrata per bene, il fisico snello stretto nel qipao nero così come i lunghi capelli corvini che si scontravano agli occhi rossi e dai tratti leggermente felini, se non fosse per le orecchie da gatto che spiccavano sulla testa e la coda liscia e sinuosa che gli sbucava dall'abito.

<<io sono Aura, perché mi hai aiutata con quei soldati?>>, chiese diffidente verso quella Nativa tanto bella quanto misteriosa.

<<che domande, tra di noi dobbiamo aiutarci altrimenti chi pensi lo faccia? Le Persone o il cacciatore?>> Le sue parole così sincere e naturali bastavano a far abbassare leggermente la guardia ad Aura.

<<forse hai ragione ma non ho intenzione di seguirti e diventare una sgualdrina che si vende a quei maiali, non per essere scortese ma non sono come voi. E poi c'è una persona che se mi vedesse fare quello penso raderebbe al suolo l'intero posto.>>

<<deve volerti davvero bene allora, ma come mai non è qui con te se ci tiene tanto?>>

Aura non seppe dare una risposta visto che era stata lei ad allontanarsi per prima. <<lasciamo stare la cosa, comunque non siamo quello che credi, perché non vieni tu stessa a vedere con i tuoi occhi la vera natura di questo mondo?>> Aura si guardò attorno come a cercare una ragione per rifiutare ma quello che trovò fu solo Nativi sfruttati e maltrattati nascosti dalla bella facciata di una città che pareva non badare a quell'orrore, come se loro fossero nati al solo fine di servirli.

Quello che trovò all'apparenza non fu niente di diverso da quello che succedeva in città, il maestoso palazzo dallo stile sfarzoso e orientale catturata l'attenzione in una città dai toni modesti, appena entrarono alla vista di quel che succedeva dentro non potei che provare disgusto, decine di Native e Nativi dalle sembianze semi umane se ne stavano alla stregua delle Persone che si facevano coccolare come re, allungando le mani senza trovare nessuna resistenza ma una totale disponibilità, l'odore di profumi afrodisiaci nell'aria e l'arredamento degno dei palazzi di sultani, così come era il numero di individui che componeva il gigantesco Harem a totale disponibilità di tutti quelli che avevano abbastanza soldi per permetterselo, Aura davanti a sé non vide che un bordello qualunque arricchito solo con qualche mobile in più, vedere la sua specie ridotta in quello stato fece solo aumentare un odio per le Persone che da tempo covava tacitamente dopo la partenza di Ray.

Da dietro le due Native un gruppo di quattro forestieri entrò nel locale facendosi strada tra le due facendo per spingerle a terra in modo rude, Aura vista la sua natura quasi non sentì il colpo, fu come se un uccellino gli si fosse posato sulla spalla, d’altro canto l’altro sentì fortemente il muro che fermò il suo intento quasi lussandogli la spalla, l’uomo perse l’equilibrio e si ritrovò a terra.

<<tu sgualdrina! Chiedimi subito scusa, il tuo padrone non ti ha insegnato le buone maniere o tutte voi cagne non sapete fare altro che darla!>>

Aura lo stava per sbranare, letteralmente ma Miri si mise in mezzo a impedirglielo cercando anche di sistemare la questione.

<<scusi la mia amica, non aveva intenzione di mancarle di rispetto>>, disse la Nekomusume facendo per aiutare il forestiero ad alzarsi, questi colpì la mano della felina e la spintonò via con fare schifato e rabbioso. <<non mi toccare con quelle mani bestia! Chissà dove sono state e con quanti le hai usate, ma se la tua amichetta volesse usare le sue per scusarsi non mi dispiacerebbe>>, disse sistemandosi il cavallo dei pantaloni e squadrando Aura.

Attorno a loro tutto si fermò ad osservare la scena che si stava svolgendo, sia Nativi che Persone osservavano attentamente, ognuno con sentimenti avversi o favorevoli alle due fazioni protagoniste della scena, il forestiero alzatosi in piedi con fare disinvolto si avvicinò alla ragazza allungando le mani dritto sul petto di lei ma essa gliela piegò stritolandogli la mano e riducendolo in ginocchio dolorante sul punto di spezzargli tutte le dita, i compagni dell’uomo sguainarono le daghe, uniche armi da difesa concesse di portare in città ai civili, pronti ad intervenire.

Un rintocco secco e penetrante di legno contro legno si diffuse nel bordello catturando l’attenzione dei presenti. <<cari miei ospiti, perché tanto baccano per così poco? Questo è un luogo di piacere non un seggio politico dove insultarsi e passare alle mani, o forse questo locale è cambiato da quando mi addormentai qualche istante fa?>> la voce che disse quelle parole uscì da oltre la soglia della stanza al piano superiore, la figura a cui apparteneva uscì dalla stanza affacciandosi sulla balconata del piano da cui si vedeva tutto il locale.

Sei lunghe e folti code simili a solide lingue di fuoco a sfumature arancioni facevano capolino oltre le spalle, lunghe orecchie sbucavano dai rigogliosi capelli dorati, una lunga veste degna di una regina, adornata con gemme e ogni sorta di preziosità di quel mondo, risaltandone la bellezza del suo corpo cui gambe si mostravano dallo spacco laterale di tale veste mostrando la chiara pelle adornata da tatuaggi tribali color rubino, per quelli che ce l’avevano davanti non c’era dubbio sulla sua Natura, la più famosa razza mutaforma e una delle più pericolose, una Kitsune.

La donna volpe fece le scale con fare regale e maestoso mentre gli occhi erano tutti per lei, attraversò la sala ammagliando tutti coloro su cui posava lo sguardo, Nativi o Persone che fossero, uomini o donne, nessuno di loro parve resistere alla sua bellezza, arrivò davanti ad Aura che nel frattempo aveva lasciato libero il suo aggressore, Miri si alzò subito da terra andando verso la Kitsune. <<mi scusi tanto padrona, lei non voleva…>> le sue parole vennero fermato dal morbido tocco delle dita della padrona sulle rosse e morbide labbra della Nativa che si sciolse davanti al suo gesto affettuoso.

<<tranquilla amica mia>>, disse rasserenandola prima di volgere lo sguardo ai quattro forestieri, lo sguardo, il portamento, il linguaggio e il vestire erano da regina e la presenza che emanava rafforzavano tale impressione, eppure con gran umiltà chiese scusa a quei uomini a capo chino, senza la minima vergogna o frustrazione di fronte a quella moltitudine. <<scusate per il benvenuto non proprio caloroso ma siamo un po’ restii verso i forestieri e simili, soprattutto con quelli che danno la caccia a quelli come noi per denaro o per divertimento>>, disse con voce calma e serena.

<<ma voi ovviamente non siete tra questi sennò non sareste in quest’umile locale, sarebbe da ipocriti, non credete?>> quei uomini nascosero le vesti sporche di sangue alla vista sotto le lunghe mantelle, ma non poterono nasconderlo a quei occhi di ametista, sembrò che scrutasse nelle loro anime e nel loro passato trovandone le colpe.

<<Tilio meglio andare, ormai abbiamo finito la pausa no? Dobbiamo finire quel… lavoro, giù al porto>>, balbettò uno dei compagni già con una gamba fuori, gli altri tre confermarono senza battere ciglio e corsero via.

Il locale ripartì nella solita aria di festa, musiche e balli tra bellezze di ogni clan Nativo a dar spettacoli in afrodisiache fragranze e inebrianti sfumate di erbe dal fumo iridescente. La Kitsune prese per mano Miri e Aura invitandole nella sua stanza a sorseggiare del thè in santa pace, la proposta venne accolta dalla nuova arrivata con diffidenza visto la natura di colei che l’aveva proposta ma le sue parola la convinsero. <<venite con me principessa Akira.>>

Isolate nella stanza della padrona in un’atmosfera di calma e tranquillità aspettavano l’ospitante mentre si guardavano attorno, come fecero intuire gli abiti regali dai toni orientali della Kitsune, lo stile di arredamento ne rispecchiava e ne esaltava tale caratteristica, mobili, cimeli e opere di ogni genere di un antico passato erano raccolte in quella spaziosa stanza senza però farla diventare esageratamente sfarzosa.

Aura e Miri si sedettero sui cuscinetti attorno al tavolo basso mentre la padrona entrò nella stanza portando il suo pregiato tè che offrì alle due. <<che cosa ci fa qui una principessa delle terre di Gaia, per quello che sappiamo noi nove clan voi dovreste essere scomparsa da anni ormai, vi avevano avvistata più di sei anni fa nello stato di fuoco insieme a vostra madre che ora dovrebbe essere morta. Io invece conosco un’altra storia, voi siete fuggita con vostra madre braccata da alcuni del clan dei Gèvaudan e vostra madre morì in uno di questi scontri mentre voi foste salvata da una Persona che è colui che vi ha cresciuta fino alla vostra partenza, poco dopo vi siete separati e tu sei tornata a casa, un anno fa sei tornata nelle cinque terre dove hai vissuto fino a pochi giorni fa, vero? Sei qui per qualche male affare del tuo clan visto che nessuno sa che sei ancora viva?>>

<<e se anche fosse a te cosa interessa, sei stata tu a mandare questa nekomusume in città a prendermi vero? Come mai tanto interesse nei miei confronti?>>

<<chi lo sa, forse non sei tu in specifico a interessarmi ma qualcosa legato a te, figlia delle prima.>> al sentire quell’appellativo la espressione di sfida di Aura mutò, ogni volta che aveva sentito essere chiamata così non riusciva a non sentirsi una nullità confrontata alla portatrice di tale titolo, Sua madre la più forte, bella, onesta e intelligente Nativa mai nata, la prima ad imparare a cambiare forma e a interagire con le Persone. <<se non sbaglio anche lei se ne andava in giro con una persona, era un bambino ma era molto carino, chissà se quei due l’hanno fatto, ho sentito che->>

<<non parlare di mia madre!>>, urlò rabbiosa alzandosi in piedi mostrando le lunghe e affilate zanne istintivamente.

<<sembra che il peso della fama di tua madre sia un fardello troppo grande per una fallita scappata di casa come te, se devo essere sincera sei una delusione per essere una della tua razza. Chissà che cosa ci trova lui in te?>>, disse con profonda delusione.

<<che volete saperne voi che vendete il vostro corpo a queste bestie per qualche soldo e inutili adulazioni, andatevene dai vostri padroni!>>, concluse alzandosi in piedi per andarsene ma Miri la fermò prendendola per un braccio.

<<aspetta non andare via, non ti ho ancora spiegato nulla su questo posto.>> Aura si scrollò il braccio di dosso rudemente non volendo saperne nulla già pensando, mentre si avviava fuori, al fatto di non tornare più in quella città.

<<ragazzina dove pensi di andare, se non l’hai ancora capito se giri da sola in città verrai sicuramente arrestata, picchiata e probabilmente anche stuprata, e sta sicura che nessuno interverrebbe>>, urlò la kitsune alzandosi in piedi. <<Pensi che a noi vada bene essere le schiave di queste Persone, usati come oggetti e poi gettate via, credi che la tua vita sia stata così dura da poter giudicare tutti noi dall’alto in basso! Tu non sai l’inferno che abbiamo passato fino ad adesso, ciò che abbiamo visto, coloro che abbiamo perso, le scelte che abbiamo fatto, gli sbagli ei rimpianti…>>

<<se solo avessimo ragionato di più, se non fossimo state così fiere adesso non saremmo qui>>, aggiunse Miri ripensando al loro più grande sbaglio, il loro peggior rimpianto.

<<non so a cosa vi riferite ma a me le vostre faccende non interessano, che provino a prendermi se ci riescono, non sarò mia madre ma so cavarmela anche da sola come in questi ultimi anni, senza l’aiuto di nessuno, da sola in mezzo alla distruzione di città devastate, io me ne vado.>>

Senza voler sentire altro spalancò la porta uscendo dalla stanza diretta all’ingresso per lasciare definitivamente per dannato posto, ma a bloccarla si presentò un plotone di soldati che accompagnavano i quattro forestieri cacciati minuti prima e un anziano signore che si professò il proprietario del bordello, a quanto disse aveva lasciato la custodia del locale alla kitsune, la sua schiava più fidata dopo la ninfa che lo accompagnava.

<<numero tredici, ti ho affidato i miei affari non per fare i tuoi comodi ma per fruttare, e a quanto ho saputo molti clienti non hanno ricevuto il trattamento solito, cerchi forse di ribellarti? Ti ricordo che siete bestie, le mie bestie e dovete fare quello che vi comando, siete merce di piacere e nient’altro, oggetti da usare e poi buttare se non fate il vostro lavoro!>>

A quel punto intervenne il comandante del plotone: <<per aver aggredito delle Persone, esserti impossessata di una attività commerciale e aver istigato i tuoi simili a rifiutarsi di fare il proprio lavoro l’esercito della fiamma vermiglia ti condanna alla pubblica fustigazione con successiva impiccagione>>, lesse dal manifesto che portava in mano, la paura della kitsune trasalì dal suo sguardo, il suo corpo tremante, l’odore pungente della paura arrivò subito al naso di Aura, alcuni dei soldati si avviarono a prendere in custodia la kitsune ma i suoi simili si frapposero fra loro, i clienti spaventati dall’atmosfera che si era creata scapparono via temendo di essere coinvolti nello scontro.

L’aria era tesa e da un momento all’altro sarebbe scoppiata la battaglia, Aura ritrovatasi in mezzo a tale discussione fu catturata da un profumo alquanto famigliare. <<sta arrivando>>, disse con un leggero sorriso sulle labbra.

Arrivai in quello che sembrava il posto più famoso della città e della zona, ci andavano ricchi e poveri, criminali e uomini di ogni risma e ceto sociale, tutti quanti indifferenti alla vita dei Nativi schiavizzati e usati come animali di piacere, giunto alle porte due soldati di guardia mi impedirono di entrare per una retata in corso, presi la testa di uno di loro usandola come ariete sfondando la porta e tramortendo l’uomo che cadde a terra mentre il compagno impaurito scappò via. Mi trovai un plotone di soldati a schiera a bloccare l’ingresso mentre i loro sguardi mi scrutavano incuriositi.

<<spostatevi!>>, ringhiai aprendo la schiera come l’acqua in due fronti laterali, a passo lento e caduco le superai ponendomi davanti ai Nativi, alzai lo sguardo verso la sgargiante balconata riconoscendo Aura, spostai subito lo sguardo su quello che sembrava il comandante. <<volete combattere contro dei Nativi utilizzando manganelli e spranghe, in città affiliate al regno centrale non potete usare armi da fuoco né da taglio come nel regno, perciò siete in evidente svantaggio. È lei il proprietario?>>, chiesi all’anziano che dopo il primo spavento confermò, mi avvicinai a lui sussurrandogli all’orecchio.

L’anziano dopo aver ascoltato le mie parole congedò il plotone ringraziando e chiedendo scusa per il disturbo. <<vi ringrazio ma non c’è più bisogno del vostro supporto, potete usufruire dei divertimenti di questa città a mie spese come ringraziamento per il disturbo.>> i soldati che a combattere contro bestie carnivore praticamente senza armi si trovarono l’opportunità di svagarsi senza dover pagare nulla non ci pensarono due volte, se ne andarono via lasciando i forestieri da soli che a quel punto se la diedero a gambe.

Tutti i Nativi presero un respiro di sollievo mentre l’anziano mi fece strada fino allo sfarzoso ufficio al piano superiore, passammo di fronte ad Aura, alla Kitsune incriminata e ad una nekomusume che non conoscevo ma dal suo sguardo luminoso e dalla allegria che spruzzava dai pori pareva conoscere me, entrammo dentro la stanza che venne chiusa dalla ninfa.

Minuti dopo il vecchio se ne uscì con le sue valigie regalando un sorrido d’addio alla sua numero tredici.

La ninfa aprì la porta e fece entrare la nekomusume e la kitsune sotto mia richiesta, stavo finendo di compilare dei documenti quando esse si avvicinarono a me. <<salve a tutti e due, io mi chiamo…>>

<<tu sei il cacciatore!>>, disse non trattenendosi più la nekomusume. <<scusate ma sono troppo entusiasta di incontrare il fondatore di Arcadia, io sono Miri e lei è la sorella della regina del clan delle kitsune, la principessa Akane.>>

<<piacere di conoscervi, io sono Ray e come hai detto tu Miri sono il cacciatore anche se non capisco come hai fatto a riconoscermi senza avermi mai visto, comunque ecco a voi.>> porsi i documenti che avevo appena compilato alle due. <<con questi il locale e l’attività è vostra, e se voleste darmi una mano lo saranno anche le altre sparsi per i quattro stati militari, ci sono abbastanza pietre per comprare ogni attività e Nativo schiavo di questo pianeta e vorrei che voi li compriate a nome mio, non del cacciatore ma di un certo signor Hanzo.>>

<<come mai a noi e perché mai questa missione, sei uno di loro non un Nativo come noi, perché lo fai? Per salvare il mondo? Perché hai qualcuno delle nostre specie a cui tieni?>>

<<No, è per il mio tornaconto, il mio mondo non è quello che voglio per la mia famiglia perciò ne costruisco uno giusto per me e per loro, tutto qui e poi… voi Nativi siete così carini. Allora mi aiuterete?>>

<<puoi scommetterci capo!>>, disse subito Miri più felice che mai.

<<vi ringrazio, sapete credo che avrei avuto qualche difficoltà non esseno un Nativo e poi non ho molto tempo, comunque grazie ancora.>> da un’ultima occhiata al mio sacco pieno di gemme riflettendo sul fatto che nonostante la vita non facile il denaro non mi era mai mancato, una amara consolazione visto che la cosa non mi toccava affatto. <<perché non andate a dare la buona notizia ai vostri amici, ne saranno felici.>> le due Native non ci pensarono su due volte e uscirono di corsa urlando ai quattro venti di essere divenuti di nuovo liberi mentre sventolavano il cilindro argentato che conteneva il tanto agognato documento.

Aura felice di tale fatto osservava i suoi compatrioti darsi ai festeggiamenti e alle danze, mentre da ogni angolo della città Nativi facevano pellegrinaggio per sapere come divenire anch’essi liberi ma benché quell’aria di euforia l’avvolgesse si sentì una estranea visto che non aveva mai vissuto in schiavitù e non sapeva che cosa significasse, si voltò verso la porta dove le due native erano uscite poc’anzi e vedendola socchiusa pensò di entrare a vedere.

Appena le due Native uscirono dalla stanza feci un bel respiro di sollievo lasciandomi un attimo andare sulla poltrona, la trattativa con il vecchio e l’essere riuscito a convincerlo a darmi informazioni contenendo i costi fu una ardua sfida, dopo un’accesa discussione e qualche escamotage non proprio pulito riuscì ad averla vinta, grazie anche a qualche esperienza in conferenze della famiglia.

<<si sente bene signore?>>, chiese la ninfa che era rimasta silenziosa quasi a mimetizzarsi con l’ambiente.

<<è stata un po’ dura ma sto bene, non dovresti andare anche tu, ora sei libera, io mi sdraio un attimo sul divano.>> feci per alzarmi ma le gambe mi cedettero come stuzzichini e caddi a terra impossibilitato a muovermi, il dolore mi percorse tutto il corpo eppure non riuscivo a fare nulla, il petto mi bruciava quasi a sciogliersi, sordi rumori arrivavano alle mie orecchie indistinguibili e sempre più lontani mentre figure sfuocate mi si affacciavano davanti, la bocca impastata mi impedì di esprimermi con chiarezza finendo per fare versi come un animale ferito che per l’ennesima volta perse conoscenza, come un condannato dopo ore di torture.

Riaprì gli occhi ritrovandomi ancora un altro giorno in quel luogo privo di un cielo sereno ma sommerso in oscure ombre tagliate da sprazzi scintillanti che con fatica si facevano strada fino a toccare quella terra martoriata da una guerra infinita. Ero rimasto tutta la notte fuori dall’enorme tenda da campo ai bordi dell’accampamento, vicino ad un miraggio di acqua termale che fuoriusciva dal sottosuolo nascosto da spuntoni di rocche che creavano una barriera naturale, il solo vapore che ne scaturiva mi bastava per sentire i muscoli rilassarsi e l’animo rasserenarsi mentre allontanavo i pensieri e mi lasciavo al momento di pace. <<sei mattiniero giovane Hanzo.>>

Rivolsi lo sguardo alla figura che proferì tali parole con tanta dolcezza e disinvoltura chinando il capo appena incrociato il suo sguardo. <<mia Dea grande e sacra è un piacere vedervi già a quest’ora.>> lei si avvicinò chinandosi sulle gambe arrivandomi a qualche centimetro di distanza. <<non devi essere così formale, come hai detto a tutti noi, non siamo divinità anche se una volta lo credevamo, la nostra superbia è stata la nostra rovina… perciò chiamami pure Ami, ma solo quando siamo da soli>>, disse sorridendo quasi illuminava da una luce divina.

<<va bene, lo farò. Se posso chiedere come mai sveglia già a quest’ora? Non dovevate partire per liberare i vostri compagni solo tra qualche ora?>>

<<come dire… è che sono abituata a svegliarmi presto la mattina e di solito non c’è mai nessuno, così faccio una passeggiata immersa nella sottile bellezza di queste terre a ricordare le lande ricolme di colori e odori della terra che mi accolse come sua madre e protettrice… mi manca tanto.>> piccole linee di lacrime le tagliarono il viso piene di emozioni rinchiuse nel suo animo, appena si rese conto di star piangendo si strofinò sulla larga manica della tunica ad asciugarsi senza riuscire a impedirmi di notare il suo stato d’animo.

<<non so che cosa possa provare ma anch’io sento una forte nostalgia di casa… anche se non so quale davvero sia la mia vera casa, quella dove sono cresciuto? Quella in cui iniziano i miei ricordi o quella che non ricordo? Ora non sono più sicuro di conoscere la vera risposta, vago in questo mondo per conseguire un’assurda vendetta contro mostri che stanno dall’altra parte di queste terre, per una persona che sicuramente non avrebbe voluto questo, avrebbe voluto che trovassi il modo di tornare a casa ma …quale sarebbe?>>

<<non dovresti tormentarsi così tanto altrimenti perderai di vista il tuo scopo, che esso ti porti alla luce o nelle tenebre segui la tua strada, quando giungerai alla fine potrai decidere di rimanere lì, tornare indietro o andare ancora più avanti, per adesso vivi il presente momento per momento, segui il tuo credo e sono sicura che non avrai rimpianti.>>

Rimasi qualche istante a contemplare le sue parole e la sua figura mentre osservava l’enorme colonna di luce all’orizzonte con occhi pieni di emozioni, in quei istanti sentì di capire in parte per quale motivo un’intera nazione ha creduto in lei e ne ha esaltato la figura, capì sentendo con forza ciò che lei rappresentava per la mia famiglia. <<quindi hai intenzione di andare avanti da solo>>, disse rammaricata per le parole dette nella mia prima domanda.

<<sì, era questo l’obbiettivo iniziale e quello finale. Voi dovete andare dai vostri compagni, io da quel che so… quelli della mia razza sono morti secoli fa, quelli che ci sono ora sono purtroppo una nostra copia ben fatta che sta facendo i nostri stessi sbagli.>>

<<se la pensi così devi aver visto molte cose nella tua vita, molte più di me suppongo, al mio tempo era tutto così semplice e puro. Tralasciando questo ho voglia di rilassarmi, mi copriresti?>>

<<certamente mia signora, lo farò ben volentieri.>>

Amaterasu si avvicinò all’acqua facendo scivolare la nobile tunica sul suo corpo mentre entrava dolcemente nella calda e morbida presa delle acque laviche, una volta rimasta del tutto nuda a metà del corpo avvolta dall’acqua si guardò un attimo alle spalle vendendomi sulla riva seduto sulle ginocchia rivolto verso l’accampamento, immobile come una roccia tagliata da una debole brezza sulfurea, il suono dell’acqua mossa dalle mani della dea mentre si lavava sovrastavano quella del vento come a isolarsi su se stessa in una melodia senza ritmo, come se ci fosse solo lei e nient’altro. <<allora giovane Hanzo perché non mi racconti qualcosa, è un po’ imbarazzante tutto questo silenzio.>>

<<bè, se devo dire qualcosa mi viene in mente una poesia… tempo fa, quando venni accettato dalla famiglia della donna che mi aveva adottato, nei primi tempi quando avevo delle notevoli difficoltà con la lingua lei, Kimiko, era sempre lì accanto a me ad aiutarmi, ogni giorno mi dava lezioni prima e dopo il lavoro, poi la notte leggevano insieme, soprattutto antichi testi raccolti nella biblioteca di famiglia. Un giorno, mentre stavo cercando un libro di un famoso poeta, dietro ad uno scaffale appesa al muro trovai uno strano scritto, era una poesia; era corta e priva di rime ma nello stile e nel modo in cui era composta mi entrò nel cuore e… non se ne andò più, la portai subito in camera e la lessi, lo feci almeno venti volte quel giorno o giù di lì, essa parlava di una nobile donna intenta nel lavarsi un lago nella foresta e del suo cavaliere che vegliava sulla sua figura.

Da quel giorno volli rendere omaggio ancor di più a quella poesia e a colui che la scrisse. Mi isolati quasi completamente nella mia stanza e nella biblioteca, passai giorni nel mio progetto, forse settimane o addirittura più di un mese ma, alla fine ce la feci e ne fui assolutamente entusiasta, subito andai a mostrare la mia opera a Kimiko che però era in compagnia di suo nonno, suo padre ei fratelli. Vedendo tanta gente esitai un po’ ma Kim mi fece forza e con il cuore in gola mostrai a tutti il dipinto su tela e cui didascalia era riportata la poesia originale integrata:

Una donna dalle divine origini si spogliava del fardello dei lunghi e pesanti abiti lasciandosi avvolgere dalle acque calde di un lago, immerso dalla natura sotto un cielo dalla luna sua padrona indiscussa, lievi scie di vapore ne mascheravano leggermente i tratti mentre la sua figura perfetta regnava sulla calma fonte calda, lungo la sua dolce schiena lo stigma sacro della sua vera natura brillava di un rosso scarlatto al suo tocco delicato, con calma e delicatezza si liberava dalle innumerevoli fatiche libera da ogni preoccupazione, sulla riva dove riposavano le sue vesti a guardia della divina figura si distingueva come una statua seduto sulle gambe il suo protettore, guerriero dall’armatura intaccata da innumerevoli battaglie, in essa sui numerosi fori e spaccature piccoli ruscelli cremisi scivolavano fino a terra a nutrirla col suo sangue, il respiro affannato che come il fumo d’inverno sbuffava dalla griglia dell’elmo avvolgendolo in una leggera cappa biancastra, la spada d’innanzi a lui si ergeva dritta conficcata a terra mentre la leggera brezza danzava insieme al sageo, di fronte a lui la distesa di corpi dei numerosi nemici ricoperti da un leggero strato di neve ormai divenuto il loro velo di morte, oltre gli alberi numerosi pericoli si nascondevano ma la figura di quel guerriero tanto stanca quanto infusa della volontà di adempiete al suo dovere sovrastava ogni intento, ogni azione. Nella sua figura quasi al limite della vita, pareva ad un passo dal baratro della morte eppure era ancora lì, nel suo cuore e nella sua mente una solida fermezza e una convinzione ultraterrena poiché non c’era onore più grande che dare la propria anima, il proprio corpo e la propria coscienza per proteggere colei che era il suo cuore, la sua via, la sua padrona e la sua casa.>>

Lasciammo scorrere il silenzio avvolto dal debole sibilo del vento come a rafforzare e imprimere ancora più a fondo quell’immagine, quel ideale.

<<allora è questo il tuo credo, la tua via?>>, domandò spezzando il silenzio con dolcezza e profonda serietà.

<<sì, è questo in quello che io credo e per cui sono arrivato fin qui senza mai voltarmi, senza mai rivolgermi al passato, ai rimpianti e a quello che ho perso e dato. Io voglio essere come lui.>>

<<è una strada difficile e dolorosa che ti priva di molte cose della vita ma…>> la Dea si avvicinò alla riva riprendendo i vestiti. <<…allo stesso tempo ti riempie e ti forgia rendendoti la lama a difesa di ciò a cui tieni, questo è proprio tipico della vostra famiglia ed è il motivo per cui non dubiterei a mettere la mia vita nelle tue mani>>, disse stringendo le braccia dolcemente attorno al mio collo appoggiando la testa sulla mia spalla mentre la tunica ci coprì entrambi come un telo d’avorio.

<<vi ringrazio per le parole ma voi avete i vostri fratelli ei vostri compagni, non avete bisogno di uno come me, qui sono solo un passeggero fugace che appena troverà quel che cerca tornerà abbandonandovi tutti, ho fatto una promessa di vendetta che devo mantenere.>>

<<capisco ma vorrei rimanere così qualche altro istante, il dolce calore di un essere umano pieno di così belle emozioni era una delle cose che più mi mancano del vostro mondo, vorrei davvero tornarci un giorno, un ultima volta prima di scomparire in un posto come questo, dimenticata da tutti.>>

<<per questo non c’è da temere, per quanto vi possano dimenticare ci sarà sempre un popolo che vi terra nel suo cuore, una famiglia che non smetterà mai di avervi nel cuore.>>

<<grazie…>> Amaterasu si lasciò a dolci lacrime di felicità tanto silenziose quanto brillanti alla luce mentre si addormentava dopo giorni di battaglia senza fine contro un mostro che gli aveva portato via tanto.

Appena si lasciò al più profondo dei sogni la presi avvolgendola nella sua tunica e la portai nell’accampamento, erano tutti nelle loro corrispettive tende, alcuni stavano bevendo e festeggiando, altri elaborando piani e strategie, c’era chi affilava le armi e chi mangiava a sazietà e poi chi osservava il cielo immerso nei pensieri e questo era uno dei due fratelli della Dea, Tsukiyomi dio della luna. Appena arrivammo nei pressi della sua tenda si voltò verso di me notando il particolare bagaglio che portavo, mi fece strada per la sua tenda facendomi entrare. <<ti ringrazio per esserti preso cura di mia sorella e per aver supportato il suo modo di fare un po’ libertino, è sempre stata molto propensa a dire e fare quello che le passa per la testa, è una molto… solare diciamo.>>

<<non è niente, per me è stato un grande onore mio signore.>>

<<ho sentito che sei un Hanzo, mi è sempre piaciuta la vostra famiglia e il vostro atteggiamento verso mia sorella è quasi tenero, ma mio fratello Susanoo non la pensa così, lui è molto geloso di nostra sorella nonostante in passato le avesse fatto qualche torto eppure quando ci siete voi di mezzo diventa subito protettivo>>, disse lasciandosi scappare una leggera risata. <<oh, scusami puoi appoggiarla su quel letto improvvisato, non sarà come un letto imperiale ma andrà benissimo per quella dormigliona.>> feci come disse e poi mi avviai ma una fitta al petto mi fece perdere la sensibilità alle gambe facendomi cadere a terra travolto da fitte incessanti.

<<Hanzo che ti succede?! Che ha?>>, chiese saltandomi subito addosso togliendomi le mani dal petto levandomi i vestiti, Susanoo entrò in quel momento rimanendo sorpreso dalla scena. <<che fai lì stupido, aiutami!>>, urlò Tsukiyomi al fratello che mi tenne fermo mentre lui svestendomi guardò con orrore quello che mi affliggeva. <<oh cielo divino>>, esclamò inorridito.

<<come diavolo fa ad essere ancora vivo>>, chiese sorpreso quanto il fratello vedendo le cicatrici profonde, i tagli, le abrasioni, le bruciature, l’enorme buco marcescente e il nero sangue della malattia che dilaniava in mio corpo, tutto in un miscuglio orrido e surreale da voltastomaco.

VI

COMPAGNA

La morbida sensazione di un letto fu la prima cosa che sentì, a fatica riaprì gli occhi accecato dall’enorme luce proveniente dalla finestra che mi stava di fronte. Ero finito in una stanza d’ospedale come c’era da aspettarselo, tutto aveva quei toni bianchi e puri, pulito e con quello strano odore che li contraddistingueva, mi guardai attorno e notai un bellissimo vaso di fiori che sicuramente facevano capire che non ero a casa, rose blu zaffiro sul comò affianco al letto insieme a tutto il mio bagaglio, appena mi rimisi in forze mi alzai dal letto e mi diressi alla finestra, la aprì affacciandomi fuori ad ammirare l’enorme giardino ei pochi pazienti al passeggio sotto l’attenta cura degli infermieri e infermiere, la voglia di farci un giro non mi mancò di certo, presi i miei vestiti appoggiati su una sedia vicina al letto e scesi giù.

L’aria pulita e fresca mi riempì i malati polmoni di nuova vita così come gli incontri con i pazienti gentili e amichevoli, arrivai ai piedi di un modesto albero dalla larga chioma e sotto la sua ombra mi sedetti a ricordare ciò che successe al locale e ciò che successe dopo nella mia testa, ma senza avere grandi risultati, ripresomi del tutto ritornai su in camera prendendo il resto delle mie cose avviandomi all’uscita dell’ospedale. “Certo che quello non mi sembrava un sogno, quella Furia… quella caverna sotto il vulcano, era tutto così… vero eppure…” posai gli occhi sull’anello della furia cui occhi brillavano di una fiamma rossa per la prima volta, come se si fosse svegliato o avesse avvertito qualcosa da qualche parte.

Alla reception ci misero qualche minuto ma alla fine mi lasciano andare rinunciando a farmi gli esami dopo una forte insistenza.

<<dove pensi di andare senza di me?!>>, domandò con voce autoritaria e per nulla felice, un brivido mi percorse tutto il corpo bloccandomi come una colonna di marmo, ebbi quasi paura nel voltarmi perché sapevo quel che mi aspettava.

<<ciao Aura, ti trovo davvero bene dal nostro ultimo incontro.>> la sua reazione non fu quella delle migliori.

<<mi trovi bene?! Ti sembra una affermazione da fare? Ero preoccupata per te stupido!>>, disse lasciandosi alle parole, stretta tra rabbia e allegria mi corse incontro abbracciandomi con tanta forza da farmi male.

<<aspetta, così mi fai male tigrotta! Non mi sono ancora ripreso del tutto.>> Con non poca fatica le feci allentare la micidiale presa riprendendo anche un po’ di fiato, guardandola in volto notai subito gli occhi lucidi pronti a sciogliersi in una cascata di lacrime da un momento all’altro.

Presi il viso della Nativa tra le mani accarezzandoglielo dolcemente e, sfiorandogli gli occhi richiusi quelle cascate per qualche tempo, facendo di nuovo brillare quel unico occhio scoperto del loro intenso colore. <<sono così felice di poterti stringere ancora tra le mie braccia cucciola mia.>> l’avvolsi nel più dolce e caloroso abbraccio che qualcuno così freddo potesse dare, lei appoggiò la testa al mio petto lasciandosi coccolare come una bambina mentre nascose il viso affondando la faccia nel mio cappotto.

<<non sai quanto lo sia io ma ora dobbiamo andare… ci stanno guardando tutti>>, disse senza mai mostrare il viso per l’imbarazzo. Distolsi lo sguardo da Aura guardandomi attorno e notando come disse lei di essere al centro dell’attenzione di pazienti, dottori e infermieri, a quel punto mi sentì anch’io a disagio.

<<mi sa che hai ragione.>> Aura ridacchio tra l’imbarazzo e la felicità e anch’io la presi sul ridere. <<dai andiamo da qualche parte a mangiare qualcosa.>>

Nel frattempo che trovavamo un posto per mangiare Aura iniziò a raccontarmi dei posti che aveva visitato e di tutto ciò che aveva visto e di coloro che aveva incontrato, senza però rivelare il vero motivo di quel viaggio, non glielo chiesi di certo visto che anch’io ero un po’ restio al parlare del mio dopo la mia separazione da lei, lei che mi era sempre stata accanto e che nonostante tutto mi voleva bene, quella sua allegria, la sua spontaneità mi ammagliavano così come quei suoi occhi rubino che parevano risplendere nella sua sincerità.

<<Ray mi stai ascoltando? Ray, ci sei?>> come d’incanto mi ripresi dalle mie riflessioni ritrovandomi seduto ad un tavolo con Aura offesasi per la mia disattenzione. <<non mi stavi per nulla ascoltando, sei orribile.>>

<<scusami è solo che… sei diventata davvero così bella e matura… e in così pochi anni… ma rimani lo stesso la mia piccolina.>> presa di contropiede non seppe che rispondere se non ringraziare per il complimento poi tuffandosi sul cibo come a sfogare la tensione.

Tra una cosa e l’altra mi raccontò che aveva scoperto informazioni sui quattro eserciti e su delle squadre speciali create per dare la caccia alle Furie, tra queste spiccava quella comandata dall'erede di una imponente casata militare, un giovane uomo dai capelli di fuoco e dalle abilità meccaniche sorprendenti, da quel che aveva sentito dire in giro, una vera popolarità ovunque andasse, Soul Cremisi era l’idolo del decennio. <<sai dicono che sia molto carino e poi con una famiglia così non sarebbe male come fidanzato…>> nonostante mi trattenni Aura notò lo stesso il mio disappunto a quella sua affermazione, lei significava molto per me e sentirle fare tali discorsi non poteva non toccarmi visto che l’avevo cresciuta io, visto che eravamo cresciuti insieme e avevamo condiviso tanto tempo.

<<dai non offenderti, stavo solo scherzando. Parlando di cose serie, dove si va adesso? Ho sentito voci dell’avvistamento di una delle Furie nella zona orientale.

<<No. Non vieni con me, tu hai una vita, ti sei fatto degli amici in questo tempo in cui non c’ero e sicuramente hai ritrovato il tuo passato, hai molto da perdere mentre io in questo mondo… non ho praticamente niente tranne questa mia vendetta e… te.>>

<<se stai scherzando non fai ridere. Guarda che lei era anche mia amica, loro erano miei amici e ciò che gli hanno fatto mi tormenta ancora oggi come il primo giorno, anch'io voglio vendicarli e voglio assisterti per quanto mi sia possibile, io ti devo la mia vita e già una volta ti abbandonai, non lo farò di nuovo.>> mi sentì insolitamente sollevato al sentire le sue parole, il suo volermi essere accanto mi riempiva il cuore.

Gli presi le mani tra le mie guardandola negli occhi con affetto. <<ti voglio bene Aura, grazie.>> lei arrossì ancor di più ritraendo le mani balbettando nervosamente su cosa intendessi. <<va bene, verrai con me ma non mi impedirai di proteggerti, sei preziosa per me e non voglio perdere anche te.>>

<<non succederà e io non ti lascerò morire visto che c’è qualcuno che ti aspetta in questa… Terra o come si chiama.>>

<<grazie tigrotta.>>

Lasciammo il locale dopo un bel po’, ritornando in strada che era quasi il tramonto, Aura con gran insistenza volle andare a cercare un posto per la notte ignorando il mio suggerimento di passarla al locale delle Native visto che di fatto era nostro. <<non voglio che tu stia troppo con loro, sono io la sola di cui hai bisogno, fidati di me>>, mi disse con gran convinzione ma con scarsi risultati, girammo per ore in città a cercare un posto che soddisfacesse i suoi criteri e visto che non se ne trovavano decisi io.

Appena entrati nella stanza Aura si lanciò sul letto rivoltandosi dalla felicità in quella morbida presa di lenzuola profumate e dal tocco dolce. <<che morbido! Stasera sì che si dorme bene!>>

La lasciai crogiolarsi nel letto e andai a farmi una doccia dopo tanto tempo, come da richiesta era spazioso, luminoso e con un’enorme vasca in cui mi sciolsi completamente ritrovando una famigliare sensazione di pace dopo una giornata non proprio tranquilla. Riflettendomi nell'acqua non si poteva non notare quelle enormi e appariscenti cicatrici che passavano anche in secondo piano a confronto dei tribali ottenuti anni prima in un viaggio con la mia Aura, prima di tornare da lei presi la medicina datami da Proteo appena iniziai a sentire i sintomi della mia malattia. Quando uscì dal bagno Aura si era già addormentata occupando tutto il letto nella sua vera e selvaggia forma Nativa, mi avvicinai e l’accarezzai dolcemente prima di andare sul balconcino dove una mite e silenziosa atmosfera si mischiava ad una notte illuminata da una gamma iridescenti di stelle a sostituire la padrona bianca assente, l’attenzione che rivolsi ai ricordi della vita con Kim mi cadde sull’anello della furia, enigmatico quando il padrone e sul passato che condividevano, e osservandolo anche altro mi saltò all’occhio insieme alla forte e battente sensazione delle altre furie che mi sembravano gridare silenziosamente nella mia testa.

Aura si risvegliò che era notte fonda e non vedendomi andò a controllare nell’unico posto in cui potevo essere, si alzò e andò al balcone vedendomi subito, ero appoggiato alla balaustra con sguardo preoccupato e assorto.

Due braccia sbucano da entrambi i lati abbracciandomi ad altezza del collo come una morbida e chiara sciarpa che venne seguito dalla calda sensazione del tocco di un corpo su tutta la schiena, lentamente mi girai su me stesso arrivando faccia a faccia a colei che mi prese nel suo abbraccio affettuoso.

<<che ci fai qui fuori tutto solo? Vieni dentro a dormire con me, lo sai che se sono sola è difficile che mi addormenti bene.>> lo sguardo mi cadde sul suo corpo, era coperto solo da una leggera vestaglia crema attraverso cui, anche con la debole luce notturna si intravedevano le sensuali curve del corpo e il brillante stemma sul petto che faceva ancor di più risaltare il seno.

<<dove stai guardando>>, disse riprendendomi dolcemente guidando con la mano il mio sguardo sui suoi bellissimi occhi rubino che risplendevano ipnotizzandomi nella sua bellezza, lei mi buttò sul letto mentre rivolta verso la portafinestra si levò la veste assumendo al contempo la sua vera forma accompagnandomi in quel morbido giaciglio. Presi una dell’enormi zampe e me la misi attorno al bacino poi rivolgendomi verso di lei, appena fummo abbastanza vicino mi diede un improvvisa carezza con la possente testa facendomi il solletico con l’enorme criniera ei piccoli baffi. <<ti voglio bene Ray. Buonanotte.>>

Mi risvegliai di colpo ritrovandomi in una tenda vagamente famigliare eppure non del tutto, con fatica mi misi seduto focalizzando meglio il luogo e le figure che stavano attorno a me, lentamente riconobbi Susano, Tsukiyomi, Amaterasu, Gremory e Bastet, tutti loro con sguardi gravosi e preoccupati, feci due più due trovando dubito la risposta a quei visi. <<quindi l’avete visto tutti? Speravo davvero di non vedere visi simili rivolti a me ancora una volta>>, dissi alzandomi traballante in piedi. <<ebbene Sì signori, questa è la risposta alla domanda del come fossi riuscito ad arrivare fin qui, non puoi dire di conoscere l’umanità se non hai sperimentato in prima persona le atrocità di cui è capace.>> stai lì in piedi davanti a loro mostrando il corpo martoriato, ricolmo tanto di cicatrici, abrasione, bruciature, mutilazioni e quant’altro da ridurre al vomito gli stomaci più forti, non lo mascherai poiché ognuno dei presenti aveva visto o partecipato a cose che potevano assomigliarsi a ciò che ho patito eppure i loro sguardi erano uguali a tutti quelli che l’avevano visto, presi i miei vestiti e li misi subito.

<<che diavolo ti hanno fatto? Che cosa porta un ragazzo a…>> interruppi subito il dio della luna indovinando cosa pensasse.

<<mi hanno solo fatto tutto quello che umanamente era possibile fare a qualcuno portando alla soglia della vita, mi hanno bruciato, marchiato, sfregiato, assiderato, mi hanno strappato unghie e capelli finché il sangue o le urla disturbavano gli spettatori, mi hanno accecato e reso privo del uso degli arti, mi hanno tenuto sveglio finché non impazzivo, mi hanno picchiato finché non sputavo sanguinando quel poco che mi davano da mangiare, mi hanno pezzato ogni osso possibile solo per scoprire che suono facesse, mi hanno stuprato più e più volte solo per passare il tempo…>>

<<BASTA COSI’!>>, urlò Amaterasu sbattendo il pugno sul tavolo massiccio della sua tenda quasi a romperlo. <<che razza di uomini farebbe ciò ad un ragazzino, che uomo abuserebbe!!... È forse dovuto a ciò il tuo attaccamento a servire noi donne?>>

Sorrisi a quella domanda che chiunque ragionandoci affondo avrebbe posto notando il mio atteggiamento. <<si sbaglia, i miei carcerieri erano i peggiori, nessun uomo gli si avvicinava, nemmeno gli assassini assoldati per proteggere quel posto poiché ne avevano paura pure loro, erano tutte donne quelle che mi torturavano, gli uomini guardavano solo mentre loro si divertivano come fossi il loro maledetto giocattolino, erano sadiche, psicopatiche serial killer figlie di coloro che ci rapirono, loro si divertivano ritenendo che tutti gli uomini dovevano servirle e che eravamo tutti loro giocattoli.>> Bastet uscì di corsa dalla tenda andando a vomitare fuori, nessuno criticò la sua fragilità a quelle parole, sapevano l’orrore di ciò che stavo raccontando e a malapena riuscivano a trattenersi.

<<dopo quando siete stati salvati? Non eri da solo o sbaglio?>>, chiese Susano serio.

<<ero con una ragazza figlia di una grande famiglia alleata degli Hanzo, è per lei che fui rapito anch’io. Non siamo stati salvati, furono nove mesi in quel inferno avvolto da un manto infinito di gelo e neve, lei si era ammalata gravemente e sarebbe morta da lì a breve perciò...>> Gremory trasalì avvertendo la mia espressione e le emozioni che provai nel dire le seguenti parole. <<gli uccisi tutti quanti poi passai alle mie carceriere, una dopo l’altra, le ho legato con i cavi elettrici mentre la corrente le trapassava e le loro urla si alzavano al cielo, gli feci ciò che mi avevano fatto ma nessuna di loro durò più di una o due torture, mi chiesero di perdonarle, di lasciarle in vita, mi offrirono i loro soldi, il potere dei genitori, si offrirono di essere le mie schiave, le torturai nel frattempo che i soccorsi accorrevano al mi segnale, per due settimane, le tenni in vita quanto bastava perché rimassero consce di ciò che le facevo ma non abbastanza per ribellarsi.>> Gremory sentendo l’eccitazione nella mia voce e un sorriso raccapricciante nascosto tra le braccia quasi ne ebbe paura ma poiché la sua natura era di demone sentì anche lei l’eccitazione salire mentre sentiva parlare un mostro nato dal tormento disumano era ciò che gli stava davanti.

<<quindi le hai uccise…?>>, chiese il demone con un po’ di spavento mascherando ciò che veramente provava.

<<No, ho ucciso la loro superiorità, quel senso di onnipotenza insita in loro, le ho fatte diventare le mie cagnoline e le ho fatte uccidere tutti i soldati mentre massacravo tutti quelli che ci avevano fatti rapire, le ho fatte uccidere i propri genitori e... loro godevano nel farlo. Quando ci portarono in salvo e dopo il recupero… ebbi notizie di loro, dissero che avevano subito un trauma tale che provavano piacere nel essere torturate e che altrimenti partivano in attacchi di schizofrenia omicida, dissero che erano solo vittime dei trattamenti dei genitori, non avevano colpa del loro comportamento.>>

<<che ne è stato di loro? Le hanno rilasciate?>>

<<No, le ritrovarono morte con le budella esposte mentre le se mangiavano a vicenda travolte da un attacco di eccitazione frenetica, nessuno capì come fecero ad uscire dalle celle e chi le avesse obbligate a fare ciò, la cosa si concluse nel mistero.>>

<<sei stato tu vero?>>, accusò Susano con voce dura e autoritaria venendomi addosso. <<rispondimi!>>, disse più duro.

Alzai lo sguardo incrociando il suo con aria di sfida. <<chi può saperlo, neanch’io ricordo molto di allora>>, risposi con un sorriso lunatico ed estasiato. <<ero comunque una vittima, no?>>

Tutti i presenti lasciarono la tenda per lasciarmi riposare un altro po’ riunendosi appena fuori. <<Gremory tu che ne pensi? Sei tu il demone, avrai capito che tipo di persona è?>>

<<non so se l’ho capito ma una cosa è certa, ciò che ci ha mostrato finora è tutto veritiero, quel suo fare gentile, affettuoso e cavalleresco sono parte della sua personalità ma… d’altro canto se questi valori tanto nobili e ideali sono parte di lui sono assolutamente sicura che la peggiore parte dell’umanità, la più infima forma di malvagità che si possa vedere sia anch’essa parte di lui, più di quanto si possa immaginare, è un miracolo che non sia già uscita visto quanto ha sofferto.>>

<<che cosa vorresti dire con ciò? Che dobbiamo averne paura e allontanarlo o ucciderlo?>>

<<No Amaterasu, dico solo che semmai arrivasse il momento in cui si rendesse conto di nuovo di quanto disgustoso, orribile e malato sia il mondo e coloro che lo abitano… tutto quello che porta dentro si riverserà in un fiume di pece e ne uscirà qualcosa di ancora peggiore, parola di demone.>>

Il caldo tocco luminoso del sole si insinuò tra le tende toccandomi dolcemente la nuca svegliandomi lentamente nell'abbraccio di un nuovo giorno, il dolce e soave respiro di Aura mi soffia leggero tra i capelli come una soave brezza d'estate, colto da un risveglio sereno mi accinsi ad alzarmi ma quando lo sguardo si soffermò su un particolare divenni di pietra, poco lontano dal letto, sul pavimento della camera noto la vestaglia di Aura, l'unica cosa che avrebbe indossato dormendo non nella sua vera forma, eppure attorno al mio bacino vidi la mano delicata ed esile di una ragazza dalle sembianze di una Persona e sicuramente non vestita.

Senza girarmi verso di lei, lentamente mi libero dal braccio mentre con fare da ladro provai a sgattaiolare dal letto senza svegliarla, ma appena mi piegai quasi uscito dal letto le sue braccia si avvinghiano attorno al mio collo mentre il morbido tocco del suo petto fece partire il mio cuore in una corsa senza fine.

<<buongiorno Ray, ma... hai il cuore che va a mille>>, disse toccandomi il petto amplificando l'effetto. <<non mi dirai che sei imbarazzato?>>, chiese divertita e fiera della cosa. <<quindi mi trovi... carina! mi consideri una donna!>>, disse ancora più estasiata.

Con un gesto atletico degno di una gazzella tra due leoni, sgusciai dalla sua presa rimettendomi in piedi nascondendo la mia faccia imbarazzata. <<ovvio che sia così, dopo tutto sei... molto carina, secondo me.>>

Prima che la mia compagna potesse fare o dire qualsiasi cosa alla porta qualcuno bussò, senza pensarci due volte andai ad aprire uscendo da quella situazione di disagio. <<servizio in camera, ecco a voi la vostra colazione.>>

Ringraziai del pasto e lo portai sul tavolo intimando Aura a mangiare mentre mi facevo una doccia prima di andarcene da quel posto, lei molto servile fece come chiesto e fece colazione in totale silenzio.

Il dolce rumore dell'acqua e la sua calda sensazione sulla pelle mi isolarono da quel mondo avvolgendomi in una calma assoluta, nulla filtrava attraverso quel rumore tintinnante, in quella calma che calmava ogni pensiero cercai di ripassare ciò che avrei dovuto fare da lì in poi, dopo lo scontro con la Furia e ciò che era successo dopo, i miei pensieri erano divenuti confusi e l'animo turbolento, chiunque fosse per qualche ragione sentivo di conoscerla così come fu la prima volta che incontrai Ju, l'unica cosa che però non capivo era il motivo, ciò che li portò a compiere la strage al tempio, qualcosa non mi convinceva e il non essere ancora stato in grado di capirlo mi faceva impazzire, benché avessero distrutto e ucciso ciò che tenevo a quel mondo non riuscivo, così come non sono riuscito ad odiare quella Furia che si fece uccidere così facilmente, è per questo mi odiavo ancor di più di loro stessi.

Uscì dalla doccia con ancora i pensieri confusi quando davanti mi trovai Aura con indosso solo la camicetta e l'intimo che si sistemava i capelli davanti allo specchio. <<ci stavi mettendo troppo tempo ad uscire perciò sono entra...>> il suo sguardo si fissò sulle braccia e gambe dove nessuna benda nascondeva le profonde abrasioni nella carne a spirale che convergevano verso mani e piedi, sopra di esse numerose cicatrici sovrastate dai tribali.

<<sto bene non ti preoccupare, ho solo avuto qualche piccolo problema, niente che non sapessi già affrontare, ora muoviti a sistemarti.>> detto ciò uscì dal bagno con far sereno chiudendomi la porta alle spalle prendendo un grasso sospiro.

<<non dovevi scoprirlo così, non dovevi proprio scoprire questa cosa, dannazione!>>, mi ripetei tra me riprendendomi per la mia sbadataggine. <<sono sicuro che non se ne darà la colpa, dopotutto sono io che sono voluto andare in quel posto.>> convinto da questa vana scusa mi rimettei i vestiti quando Aura uscì dal bagno ancora semi nuda. <<ehi tigrotta, mettiti qualcosa!>>, la ripresi voltandomi dall'altra parte.

<<dimmi la verità! non voglio altre false speranze, niente più bugie. Voglio sapere davvero in che condizioni sei!>>, pretese con una serietà che non l'avevo mai vista.

<<questo... non posso. è.... complicato, lo capisci tigrotta no?>>

<<sai solo dire questo, mi tieni sempre all'oscuro di tutto, io voglio stare al tuo fianco ma non mi dici nulla, né ciò che è successo da quando ci siamo separati ne ciò che provi. Sei un meschino, ti odio!>>, urlò prendendosi le sue cose e uscendosene dalla stanza presa dalla collera, a nulla servirono le mie stupide parole di scuse. <<non mi seguire!>>, disse prima di sparire lasciandomi solo nel silenzio della stanza.

Qualche istante dopo uscì dalla stanza e dopo aver lasciato un messaggio alla reception in caso Aura tornasse andai in città.

Da solo ancora una volta e con un pessimo umore andai dritto nel posto indicato da Proteo, un bar malfamato nella zona lugubre della città, secondo quel che capì avrei trovato qualcosa di utile a rintracciare un'altra furia nascosta nella zona.

Nonostante le cattive premesse non mi feci certo condizionare dall’atmosfera e dalla gente che tra le vie oscure trafficava con far sospetto, e più mi addentravo più pericoloso sembrava diventare il tutto e più minacciosi gli sguardi finché non arrivai di fronte all’enorme porta di ferro del luogo che mi era stato descritto, due enormi guardie bloccavano l’ingresso lanciando sguardi minatori.

<<che cosa vuoi straniero, ti sei perso o cerchi rogne?>>, chiese il più grosso dei due squadrandomi dall’alto in basso.

<<sono qui per lo stesso motivo per cui vengono tutti, perciò vi pregherei di saltare le minacce e lasciarmi passare, il denaro di certo non mi manca.>> il collega della guardi sogghignò.

<<guarda damerino che qui i soldi non comprano il biglietto d’entrata ma solo lo spettacolo principale, e per accedervi dovrai…>> l’altro tipo lo fermò per non rovinarmi la sorpresa, entrambi spalancarono le porte catapultandomi all’interno del locale, l’odore di alcool, fumo e di molto altro riempiva l’aria pesante e carica di urla, voci e animate conversazioni come una qualsiasi taverna nei giorni di festa, il posto era abbastanza illuminato da enormi lampade giallognole che irradiavano l’intero locale in una calda luce, enormi vetrate ricoperte da un sottile strato di polvere impediva di vedere fuori e viceversa, i tavoli in legno segnati da numero incontri di visitatori su cui enormi boccali di alcool regnavano come colonne in una piana insieme a fumosi sigari appoggiati a sottobicchieri bruciacchiati, qualche ubriaco vinto dagli spiriti stava chino o sdraiato in un angolo del locale svenuto o sul punto di esserlo.

Al centro del locale, delimitato da una spessa striscia quadrangolare di gesso, stava uno spiazzo spoglio di ogni arredamento ma macchiato da scie quasi svanite di quel che sembrava del sangue, oltre lo spiazzo dall’altra parte del locale la classica postazione da barista con il muro ricolmo di alcolici e un uomo di mezz’età, robusto e uno sguardo guardingo e annoiato su un volto dalla fine barba ben curata serviva un paio di donne sedute al bancone.

Appena entrai tutti lanciarono uno sguardo verso di me poi voltandosi a continuare a fare quel che dovevano, come se non fossi degno di attenzione, fu una delle poche volte in cui non mi sentì sott’occhio, come se fossi uno qualunque, una bella sensazione. <<che bello non essere considerato>>, dissi tra me e me dirigendomi verso il bancone.

<<ragazzo che vuoi da bere?>>, chiese l’uomo mostrandomi le numerose bevande, con lo sguardo andai a leggere tutti i nomi fermandomi verso metà bottigliera attirato da un nome famigliare.

<<mi dia un bicchiere di bacio di Gremory, grazie.>>

<<hai scelto roba di classe, ho faticato non poco a trovarlo e di più ad averlo a buon prezzo.>> l’uomo prese un bicchiere basso, lo riempì quasi del tutto di ghiaccio e ci versò il denso e rosso fuoco liquore dal profumo inebriante che ammaliò anche le due donne sedute dall’altra parte del bancone attirandone l’attenzione. <<assaggia e dimmi.>>

Feci come disse l’uomo rimanendo ben più che sottomesso da quel sapore dolce e allo stesso tempo decisamente forte quasi come un montante ben assestato. <<è davvero degno del suo nome, ne dia un altro bicchiere, non mi piace bere da solo.>> il barista capì quel che intendevo dopo aver dato una fugace occhiata alle due signore che avevano finito i loro bicchieri, preso il liquore lo versò come prima in un bicchiere analogo mentre con l’altra mano prese la spillatrice con cui riempì due boccali di birra che fece scivolare sul bancone fino alle donne, io e lui dopo un brindisi rivolto alle due donne, rimaste sorprese di non star impugnando due bicchieri del prezioso liquore, ci gustammo approfonditamente il drink fino all’ultima goccia.

<<allora come mai qui, non credo che fosse solo per la mia raccolta speciale di liquori>>, scherzò lui.

<<Già, in effetti sono qui per delle informazioni, ho saputo da un amico che gestisce un bar che qui avrei trovato qualcosa di “particolare”.>> il barista alzò leggermente lo sguardo indicando un uomo seduto in fondo al locale circondato dalle sue guardie del corpo.

<<ragazzo, quello che cerchi qua puoi ottenerlo solo dando spettacolo>>, esordì l’uomo indicato alzandosi in piedi insieme ai suoi. <<…e che spettacolo migliore può esserci sennò un bel combattimento!>> la folla urlò con entusiasmo ed euforia alle parole dell’uomo.

Stavo per andare del rettangolo che delimitava il ring quando fui battuto sul tempo da un nuovo arrivato. <<sono pronto, fatevi sotto ragazzi!>>, disse spavaldo entrando nel rettangolo mettendosi in guardia; non ci misi molto a riconoscerlo nel ragazzo che salvai dal Ecatonchire e che rincontrai da Proteo, Eric: capelli castani, occhi neri, corporatura massiccia, fin troppa per la sua età, coperta da un’armatura rudimentale e barbara.

<<sono qui con i miei compagni per delle informazioni, non me ne andrò senza di esse>>, enunciò con insormontabile fermezza e spavalderia, tipica di chi crede il mondo nelle sue mani; atteggiamento da ragazzini. Dal tavolo affianco a quello del padrone di casa, una bellissima e giovane donna si alzò in piedi accettando la sfida di Eric, i lunghi capelli rossi sciolti scendevano fin poco oltre le spalle, da quel punto in poi lo sguardo si spostava sui vestiti di pelle attillati e dalle numerose rifiniture, aperture, cinturini tipici degli abiti di cacciatori e mercenari.

La donna si tolse la giacchetta appoggiandola sul tavolo mostrando la camicia scollata a tal punto da far intravedere il corsetto nero che faceva risaltare l’abbondante seno; Eric come altri presenti rimasero ammagliati dalla bellezza della donna che non aveva certo problemi ad usare tutte le sue carte. <<e tu vorresti delle informazioni>>, disse con fare altezzoso esaminandolo da vicino senza trovare resistenza. <<sei grosso ma a poco ti servirà in uno scontro contro di me, fatti sotto ragazzino>>, disse infine lanciandogli l’occhiolino una volta di fronte a lui.

Spostai il bicchiere con un tempismo perfetto salvandolo dal volo che Eric fece contro il bancone del bar, scosse i bicchieri impilati dal barista che continuò a pulirne altri mentre lo scontro ormai finito aveva perso l’attenzione dei presenti, la donna prese in mano una frusta su un tavolo lì vicino e facendola scattare avvolse la gamba di Eric riportandolo sul ring mentre lui cercava di trascinarsi via inutilmente, bastò un leggero calcio ben assestato a farlo svenire sotto lo stivale.

<<su ragazzi, non ho neanche dovuto sudare. Avanti! Chi si fa avanti con una bella signorina, non mordo mica.>>

<<ragazzo mi sa che tocca a te, va e fatti onore, io punto su di te>>, disse fiducioso l’uomo sorridendo leggermente e dandomi una leggera spinta che bastò a farmi notare dalla fiera guerriera.

<<ma che bel ragazzo, quasi quasi mi dispiace farti del male. Avanti fammi divertire un po' di più di questo qui.>> la donna fece uno scatto che in pochi, solo quelli non del tutto ubriachi, videro; il suo scatto la portò fin troppo vicino per sferrare il suo calcio migliore col quale avrebbe steso anche me, ma il suo sguardo mi perse di vista poiché gli ero arrivato proprio alle spalle, la presi per il collo e bloccandola col corpo gli impedì ogni movimento, lei resistette per un po' mentre cercava di liberarsi ma alla fine dovette desistere e darsi per vinta.

Rialzandomi aiutai anche lei assicurandomi di non averle fatto nulla. <<stai bene? spero di non aver esagerato.>> lei sedutasi in un tavolo vicino prese un boccale di liquore da uno dei presenti.

<<sto bene, solo il mio orgoglio è rimasto intaccato.>>

Il barista uscì dalla sua postazione per decretare la conclusione dello scontro e delle lotte di quella giornata. <<bene bene, per quanto siano state fiacche, le lotte di oggi sono finite. Il ragazzino perde mentre quello che sa bere vince perciò… avrai quel che vuoi.>> l’uomo prese una chiave che aveva appesa al collo e aprì una porta in fondo al locale che non avevo per nulla notato.

<<Ehi capo, di questo tipo qui che ne facciamo, lo buttiamo fuori o gli diamo un’altra possibilità?>>, chiese la donna ripresasi dalla dura sconfitta.

<<lasciatelo stare, lui… è con me, fatelo passare.>> Eric, che fino a quel momento era rimasto in un angolo a autocommiserarsi, si rialzò e mi venne incontro facendo strada, il barista sorpreso quanto me stava per dire qualcosa ma si fermò con un grasso sospiro.

<<non ti preoccupare, facciamo da noi. Se non ti dispiace offro da bere a quella donna, glielo devo.>>

<<che cosa le porto, dopotutto paghi tu, no?>>

<<fai tu, sei tu il barista, sono sicuro che non ne rimarrà insoddisfatta.>>

<<adoro queste parole. Va bene ragazzo, ci penso io ma fate in fretta altrimenti altri vorranno bere a gratis.>>

La stanza era del tutto spoglia tranne per un tavolo in ferro grigio e tre sedie, l’illuminazione era rappresentata da una bianca luce al neon dalla forte intensità, appena abbassiamo lo sguardo accecati dalla luce, sulla sedia opposta al tavolo, troviamo in tizio incappucciato totalmente anonimo. <<avanti sedetevi e ditemi che cosa vorreste sapere? Quali domande urgenti sono sorte nelle vostre menti?>> la sua voce come il resto di lui era modificata per non far trapelare nulla di se ma non abbastanza da farmi desistere dal farle la mia domanda. <<dimmi tutto quello che sai sulla storia delle Furie.>>

<<questa signori… questa è una signor domanda, ti dirò quello che il mondo conosce sulle Furie, prestatemi le vostre orecchie perché sarà un racconto davvero… interessante.>>

Dopo il lungo racconto l’individuo soffermò lo sguardo su un particolare che non aveva mai notato in nessuno e per cui parve brillare di curiosità. <<oh, ma vedo che tu ne hai già incontrato una, com’è riuscire ad uccidere uno di quei disgustosi mostri ammazza-Persone?>> la sua domanda così carica di risentimento e disgusto mi infastidì come poche cose riuscivano a farlo, lo presi per il collo del lungo e nero Pastrano arrivando faccia a faccia.

<<forse non hai gradito la domanda? Se così fosse chiedo scusa, dopotutto siete qui per risposte e non per essere interrogati. Avanti ragazzo, altre domande, o hai forse intenzione di picchiare una povera Persona che non fa altro che il suo lavoro?>> Lasciai la presa infastidito dal suo comportamento e mi avviai verso la porta aprendola di malo modo.

<<Eric fai le domande che devi, io ho finito con questo qua.>>

Uscì dalla stanza ritrovandomi nel chiassoso bar dove una gran massa stava al bancone a chiedere da bere gratis, il barista con far minaccioso stava per tirare fuori le armi da sotto il bancone. <<offro un giro a tutti capo!>>, dissi fermandolo dal suo intento accontentando un po' tutti, da quel momento un fiume di alcol venne versato su enormi boccali che riempirono prima i tavolo, e poi gli stomaci di uomini e donne tra risate e grida, dal bancone presi qualcosa che sembra fatto apposta per me e mi diressi in uno specifico tavolo, uno appartato da dove uno sguardo incuriosito seguiva i miei movimenti; arrivato al tavolo feci scivolare la bevanda fino alla mano della Persona lì seduta che prese un leggero sorso.

<<mi spiace per prima ma sei stata tu a voler combattere, a me sarebbe bastato una chiacchierata e qualcosa di buono da bere per risolvere la cosa.>> lei a risposta tirò su le gambe incrociandole sul tavolo mettendosi comoda mentre in un lungo sorso finì il liquore.

<<mi batti con facilità e ti scusi pure, non credo di essere stata mai umiliata tanto, almeno questa roba era buona. Io sono Mariane Avallar ma qui mi chiamano Mary, carini i tuoi tatuaggi.>> la sua acuta vista in quel momento notò sul mio collo uno dei numerosi marchi che velavano la mia pelle.

<<mai quanto il tuo stemma>>, risposi indicando con lo sguardo il marchio giallo oro che gli pulsava la mano e che velava con disprezzo, in quel istante alla mia mente una voce chiara mi parlò.

<<ehi, stai bene? Per qualche istante mi sei sembrato assente.>>

<<no sto bene, è solo un po' un giramento di testa ma grazie dell’interessamento.>> mi alzai in piedi e dopo averla salutata lasciai il bar entrando nel vicolo sulla svolta.

<<quindi davvero ci senti, questo sì che è interessante. Inoltre, non sei solo.>> mi voltai verso l’entrata del vicolo vedendoci Mary che veniva verso di noi incuriosita dalla mia uscita di scena alquanto frettolosa. <<lasciamo stare. Guarda questo e rispondimi…>>, iniziò a dire scoprendosi il braccio destro mostrando l’avambraccio e l’enorme stemma solare che illuminava quanto il giorno stesso poi nascondendolo subito. <<sei tu, vero? I Titani, gli Dei… sei stato tu a ...>>

<<Sì, sono stato io e lo rifarei senza alcun esitazione. Io gli avevo detto fin da subito ciò che sarebbe successo e come mi sarei comportato, sei qui forse per...>>

<<ero solo curioso di sapere com’era colui che ha posto fine alle sofferenze degli Dei, liberandoli dai loro tiranni, chi era colui che aveva salvato i nostri genitori.>> l’incappucciato si ricoprì del tutto scomparendo dentro al vicolo tra le innumerevoli svolte e le strettoie.

La mano di Mary contro il muro mi chiuse le vie di uscita mentre avvicinò il viso al mio con uno sguardo che non riuscivo a decifrare. <<che diavolo hai fatto? Tu nascondi davvero molto segreti che potrebbero valere davvero un bel po' di soldi, mi piacerebbe approfondire la nostra… conoscenza.>> la distanza si ridusse di molto quasi ad aderire l’uno sull’altra, quasi volesse succhiarmele via quelle informazioni dalla bocca. <<ma adesso ho da fare perciò lasciamolo ad un’altra occasione, ci vediamo caro mio Ray.>> portandosi via tutta la mia attenzione se ne andò ritornando dentro al bar, come avevo pianificato lasciai la zona subito ritornando in centro città dove, dopo le ricerche di vendetta mi, lasciai andare allo svago tra cibi e divertimenti vari che straripavano nella parte opposta della città, decine di giovani coppie, genitori insieme ai figli riempivano le strade affollate di venditori, girovaghi, sedicenti maghi e prestigiatori come se quel giorno ci fosse una qualche festività.

Solo quando ci fui immerso, in quella gioia di colori, profumi, risate mi risentì come se fossi ritornato al mio mondo, a quei istanti passati nella gioia insieme ai miei amici, ai miei parenti; mi riaffiorò alla mente uno dei tanti giorni in cui insieme a sua sorella Kyoto e suo fratello Jin, Kimiko mi portò al parco giochi alcuni giorni dopo che mi avevano rimesso dal ospedale a seguito del lungo rapimento. Fu una giornata stupenda, passata come una qualunque famiglia nella più totale e spensierata gioia, una delle migliori che ricordassi e rievocarne il pensiero mi faceva sentire leggero e stranamente positivo, tanto che non mi accorsi quasi che stava diventando sera mentre nuove luci e colori trasformavano quelle strade di festa.

Dovetti andarmene nonostante la cosa mi dispiacesse visto che la fame e la mia compagna scappa via cominciavano ad essere i miei unici pensieri, seguendo la prassi di tenermi lontano dalle strade militarmente controllate ripercorsi al ritroso la via dell’andata, fino a raggiungere l’albergo dove fino alla sera prima avevo ospitato, entrai e chiesi se Aura fosse tornata e fortunatamente così parve.

<<Sì, la sua amica è tornata poco fa ma… ha detto che se lei fosse arrivato non avrei dovuto farla salire e ha pagato una gran somma per questo, mi spiace signore>>, rispose la receptionist sentendosi al quanto a disagio della situazione.

<<va bene, non causerò problemi. Le dica, se la incontra, che starò in città fino a domattina e che parto dopo mezzo giorno, grazie.>> lasciai di nuovo l’edificio e questa volta grazie all’enorme folla che si riversava sulle strade e alla minor sorveglianza potei alleggerire il mio abbigliamento rimanendo in una modesta giacca e camicia dai toni grigiastri e una leggera sciarpa a coprir in parte il viso, per non essere del tutto riconoscibile.

Percorrendo le vive vie della strada principale tra odori, suoni e voci di divertimento, in una rapsodia di sfumature di luci e colori la conversazione di una coppia su un ristorante dai toni semplici e famigliari attirò molto la mia attenzione, i posto del genere mi piacevano troppo. <<scusate l’intromissione ma… potreste indicarmi la via per questo ristorante?>> i due sorpresi sul momento titubarono, soprattutto il ragazzo che non pareva molto felice della mia domanda o del mio atteggiamento gentile verso la sua compagna, lei dal canto suo fu ben propensa ad indicarmi la via ignorando completamente il suo fidanzato. <<certamente, guarda devi seguire la via principale fino alla seconda svolta a destra, da lì vasta che segui la strada delle lanterne e arriverai proprio davanti.>> ben lieto delle dettagliate informazioni ringraziai la ragazza e augurando a loro una buona serata mi avviai seguendo la strada da lei descritta.

Un viale di luci sfumavano le entrate in legno antico dei locali che si affacciavano su quella strada in mosaico di pietra, donne e uomini dai abiti tradizionali e dal fare gentile di altri tempi invitavano i pochi passanti a fermarsi e ad usufruire dei loro servizi, cibo, bevande, musica e qualsivoglia divertimento per trascorrere la serata in compagnia, io non fui da meno e avrei voluto fermarmi in ognuno di essi ma il posto che cercavo era in fondo alla via, mascherato da una dolce nebbia di vapore e profumi dai toni primaverili e rosati, una volta superata mi trovai davanti l’entrata, adornata da brillanti rampicanti dai colori di farfalle, un uomo in una specie di kimono più elaborato venne ad accogliermi, accompagnandomi poi ad un tavolo non poco lontano da quello che pareva un piccolo palco dove una bellissima Kitsune trasformata suonava una sorta di liuto dal tono più soave e ed echeggiante. Coloro che stavano ad ascoltarla non erano rapiti dalla sua bellezza bensì dal suo dolce tocco e dalla sua espressione felice nel condividere la sua musica.

<<è mia figlia>>, disse l’uomo che mi aveva accompagnato al tavolo, lo guardai bene e per nulla sembrava un Nativo. <<sua madre è… una Nativa o come li chiamano ora. Già pensandoci bene è un ottimo termine, l’ho incontrata vent’anni fa mentre tornavo da un viaggio d’affari, era una schiava e io che ero nato al regno centrale non potevo non aiutarla, lei volle ripagarmi aiutandomi qui ma alla fine ci siamo innamorati ed è nata la mia piccola Lux.>>

<<ancora a raccontare questa storia, sei proprio un vecchio chiacchierone>>, esortò la Nativa dai lunghi capelli e code dorate. <<così mi metti in imbarazzo.>> lei diede un bacio al marito stringendo poi il braccio di lui al petto come una felice coppietta.

<<suppongo sia lei la protagonista della storia, molto piacere.>>

<<il piacere è nostro, spero che mio marito non ti abbia annoiato. Caro, adesso è ora di lavorare, non credo sia venuto qui per sentirti parlare>>, scherzò lei.

<<hai ragione tesoro, come sempre d’altro canto. Ci pensi tu a lui, io vado ad aiutare in cucina, sarò sulla mezz’età ma me la so ancora cavare, buona serata ragazzo.>> l’uomo si avviò lasciandomi con la moglie accompagnati dalla melodia della figlia.

<<sei tu vero? Quello che ha scritto quel libro su di noi. Un’amica mi ha detto com’era l’aspetto dell’autore e perciò...>>

<<è strano essere famosi per qualcosa che daresti per scontato ma chissà, forse sono io.>>

<<Già forse, che cosa ti posso portare caro?>>, chiese gentile e sorridente.

<<il piatto della casa, sono nuovo e vorrei provare qualcosa di queste parti.>>

<<bene, arriverà tra qualche minuto intanto puoi goderti la musica di mia figlia, sai, lei è ancora single>>; disse facendomi l’occhiolino prima di andare via, non li potei mascherare l’imbarazzo sul viso a quelle parole, lei ne rise innocentemente.

Abbassai lo sguardo sulla candela a bicchiere e sulla sua fiammella blu elettrica che pareva come uno spiritello danzante al suono incantevole della melodia, la vidi muoversi mentre ne sembrava trarre energia crescendo sempre più fino a espandersi come un’onda, alzai lo sguardo e vide quello stesso spiritello di fuoco diventare sempre più maestoso su ogni tavolo che danzava mentre nessuno pareva accorgersi di quella apparizione maestosa tranne colei che gli dava il ritmo, il suo corpo si delineò mentre un vestito di piume di zaffiro e blu cielo roteavano e volteggiavano alla sua danza, essa si librava attorno alla musicista in una classica danza che risaltava ad ogni picco della melodia, che come un’esplosione di un aurora travolgeva il locale. Non riuscì a distogliere lo sguardo da quel magnifico spettacolo nemmeno quando la dolce melodia raggiunse lenta e soave la sua fine, quando l’enorme spirito di fuoco azzurro si divise in quelle piccole fiammelle ritornando ognuna in quelle piccole candele.

L’intero pubblico applaude la magnifica musicista che con timidezza accolse la gratitudine per il suo talento, il suo piccolo stemma sul collo passò da un blu celeste ad un rosa pallido per poi ritornare normale a mostrare il suo stato d’animo, la ragazza si alzò e scomparse dal palco dietro ad una nera tenda da teatro.

<<davvero molto brava non pensi?>>, disse una voce che aggiunse un nuovo personaggio alla scena.

<<Mary, che piacere vederti. Che bell’abito, bordò con spacco laterale e spalle scoperte, sei audace.>>

<<che posso dire, mi piace rischiare ma… tu come mai sei qui? Questo posto non si trova tanto facilmente da un turista.>>

<<ho solo chiesto gentilmente e mi hanno detto dove trovarlo, cambiando argomento… Dove hai lasciato il tuo accompagnatore?>>

<<abbiamo avuto un piccolo diverbio e me ne sono andata, e vedo che ho fatto bene a venire qui se ti ho incontrato, ragazzino.>>

<<così mi offendi, non sono così piccolo come sembro ma si accomodi pure.>> poco prima che Mary si accomodasse arrivò la donna Kitsune che la squadrò male rivolgendosi poi con fare gentile verso di me porgendomi la bellissima e abbondante portata.

<<ti sta dando disturbo? Vuoi che la faccia andare via caro?>> la donna continuava a mettermi in imbarazzo con la sua indiscriminata bontà.

<<no, la ringrazio molto e la ringrazio per il piatto, sarà di sicuro buonissimo.>> lei sorrise e dopo un leggero inchino andò via, non prima di lanciare un’occhiataccia minatoria a Mary.

<<non sembra che andiate d’accordo, forse sarà perché tutti stanno guardando te. Avanti, siediti pure, io ne prendo un altro.>>

Dopo quasi un’ora Mary sembrava molto a suo agio mentre sguardi sfuggenti la osservavano da ogni parte del locale e lei non ne sembrava per nulla turbata e la cosa un po' mi infastidiva, essere al centro dell’attenzione anche solo marginalmente lo odiavo, ma ad aiutare la mia situazione ci pensò un grosso omone che come una vera furia entrò nel locale, e sbraitando un nome si diresse verso di noi prendendomi per il collo e alzandomi di peso.

<<ora te la fai con questo ragazzino, ci siamo lasciati solo un’ora fa! Mary vieni con me, torniamo a casa mia, ora!>>

<<Henshi che ci fai qui, vattene! Lascialo andare!>>, urlò alzandosi in piedi cercando di liberarmi dalla presa ma non ci fu nulla da fare visto la sua forza e stazza, alcuni degli uomini presenti nel locale vennero in soccorso più della povera donna che del mal capitato ragazzo sul punto di essere menato, arrivò anche il proprietario che ci intimò di andare fuori e non causare problemi nel suo locale e così il gigante fece, cosa di nota visto il temperamento che aveva dimostrato.

Nonostante il suo fare civile qualcosa mi diceva che non sarebbe finita in una chiacchierata, ci allontanammo uscendo dalla porta sul retro sotto gli occhi degli altri clienti pronti ad intervenire ad ogni gesto sconsiderato, appena usciti nel buio vicolo fu Mary ad avere la prima parola ma non per molto.

<<Henshi vattene altri->> l’uomo senza alcun preavviso colpì al viso Mary buttandola contro i grossi bidoni di ferro facendola sbattere, con tanta violenza da stordirla e procurargli un taglio alla testa finendo a terra tra i rifiuti.

<<zitta tu, ora non ho voglia di sentire le tue lagne, in quanto a te ragazzino...>> il suo destro fu qualcosa di potente che mi sposto qualche organo da suo posto ma non reagì, cadì in ginocchio sputando l’anima, l’uomo mi prese per le spalle lanciandomi contro un altro gruppo di bidoni vuoti spaccandomi quasi la schiena all’impatto, un dolore lancinante mi trapassò lungo tutta la schiena quasi faticai a respirare, l’uomo caricò una ginocchiata dritto sullo stomaco che ebbe l’effetto di farmi piegare nuovamente in due a sputar sangue e molto altro.

<<quindi è con questa mezza sega che volevi spassartela, non ci posso credere. Io e te siamo colleghi da anni e non mi hai mai degnato di appuntamento ma a questo bamboccio dal bel visino si!>> con una raffica di pugni dritti sul mio viso scaricò tutta la sua frustrazione senza trovare alcuna resistenza.

Schizzi di sangue e altro coprirono a sprazzi la strada cementata del vicolo così come alcuni bidoni, ed i miei vestiti del tutto fradici e macchiati di sangue e sudore, l’uomo dopo quasi un’ora ansimava vistosamente mentre i suoi pugni ormai quasi privi di forza e bagnati di sangue si fermavano contro il mio viso tagliato e insanguinato dal suo maledetto tirapugni.

Mary sdraiata contro il muro poco lontano, ancora provata dal colpo che le aveva procurato la ferita, la quale faceva sgorgare una lunga scia di sangue sul suo viso dalla folta chioma, mi guardava con sguardo quasi assente, sul punto di piangere ma che chiedeva con ardore ciò che fino a quel momento avevo continuato a fare, Henshi mi lasciò cadere sui bidoni rovesciati mentre prese fiato asciugandosi il viso sudato che pareva brillare sotto la luce del debole lampione sopra la sua testa. <<penso che tu abbia capito, bamboccio. Io me ne vado, sono stanco>>, disse non prima di sputarmi in faccia compiacendosi del bel lavoro svolto. <<di te non voglio più saperne, zoccola. Con me hai chiuso, non ti parerò più le spalle, una come te non se lo merita.>> dettò ciò finalmente se ne andò percorrendo tutto il vicolo con passo pesante e stanco finché anche la sua presenza non scomparve tra la folla che si intravedeva dall’orlo della svolta.

Mary si trascinò faticosamente fino a dove giacevo con sguardo basso, nascosto dalla penombra creata dalla testa china, provò ad rialzarsi e con fatica fece qualche passo barcollante prima di cadere di nuovo, proprio al mio fianco, tra qualche sacco di immondizia. <<Ray… stai… bene? R...Ray?>> alzai lo sguardo lasciandomi bagnare dalla bianca luce del lampione, i tagli sul viso si notavano più delle percosse su tutto il corpo per colpa del sangue che ne usciva come un pennello zuppo su una tela bianca e malconcia, sentivo ad ogni respiro una fitta bella forte trapassarmi lo sterno ed i polmoni, era come se fossi tornato al mio rapimento e ai pestaggi giornalieri. <<p… perché non hai reagito, avresti potuto… scappare.>>

<<non farmi ridere… che mi fanno male i polmoni, ho fatto quello che volevi, quello che i tuoi occhi mi pregavano di non fare ed io non ho reagito… non so che debito di vita tu abbia con il tuo collega ma… il non dargli attenzioni o una chance, il fatto che ti piaccia essere a...al centro dell’attenzione, non deve essere stata per lui una bella… sensazione, prima o poi sarebbe capitato e lo, lo sapevi ma hai voluto far finta di nulla, vero? Dannazione, che male!>> mi rimisi dritto sputando quel po' di sangue che avevo in bocca e pulendomi sui vestiti ormai rovinati. <<tu volevi succedesse in cuor tuo, non… volevi sentire quel debito ancora sulle tue spalle, volevi liberartene e hai, hai scelto il modo peggiore, dannazione.>>

<<per… perdonami ma non sapevo che, che altro fare, scusami Ray>>, disse in lacrime trascinandosi ancora verso di me. <<io… gli devo la vita ma, io non lo amo e non sapevo che fare, scusami se ti ho coinvolto, non dovevo… sono una stronza! Lo so ma non sapevo davvero che altra strada usare, io non lo sapevo proprio!>>, urlò tra la disperazione e il pentimento mentre le lacrime portavano con se il proprio urlo disperato, la propria voce sommessa e singhiozzante.

<<alla fine ce l’hai fatta, hai il suo odio e il tuo debito è scomparso, complimenti a te, questo sì che è… efficienza.>> mi rialzai respirando dolorosamente e con passo incerto mi avviai. <<cerca solo di chiarire la cosa prima di provare ancora a toglierti la vita, i sensi di colpa non se ne vanno così facilmente, e nemmeno i segni sui tuoi polsi ex soldato, io non sarò lì di nuovo a farmi pestare per i tuoi dannati errori, ne ho abbastanza per accollarmi anche quello degli altri.>>

<<scu...sami, scusami, scusami!>>, disse sempre più forte e disperata mentre mi allontanavo barcollante, la sua voce sempre più distrutta si sfuocò alle mie orecchie mentre venivo avvolto dalle ombre oscure dei palazzi del labirinto in cui mi addentrai.

Mi buttai sull’erba sulla collinetta che svettava sul laghetto del enorme parco, e che dava una perfetta visuale sullo spettacolo pirotecnico ed elettronico del centro città, tutto ciò a coronare la fine della giornata di festa della città, una festività che non riuscì a scoprire a cosa fosse dovuto.

Feci un grasso sospiro sentendo di nuovo i polmoni riprendersi come tutto il corpo, lentamente e dolorosamente ogni male stava tornando al normale dolore, costante e lieve. Qualche coppietta passeggiava o si rincorreva gaiamente sui sentieri illuminati da nostalgici lampade giallognole dalla calda luce; in una notte di luna e immense stelle come quella, dalle note ancora di festa e gioia nessuno si sarebbe potuto astenere dall’atmosfera romantica di un posto come quello, io che solitario stavo nell’ombra dopo una serata orribile, dovermi sorbire anche le romanticherie degli innamorati era un fastidio fin troppo grande.

<<Ray, sei qui>>, disse una voce delusa poco distante. Mi voltai verso il sentiero da cui ero arrivato vedendo Aura venirmi in contro, nonostante ne fossi felice qualcosa in lei non mi convinceva, sembrava adirata.

<<ciao tigrotta, è tutto il giorno che non ci vediamo; sai oggi mi sono successe un sacco di cose ma volevo chiederti scu->>

<<stai zitto! Non voglio inutili scuse o finti interessamenti! Ti ho visto con quella donna, hai subito trovato una sostituta, cos’era non ti andava bene una che ti rispondesse male perciò ne hai cercata una più carina e facile da domare?!>> mi alzai andandogli incontro cercando di spiegargli la situazione ma, come dice il detto: non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, e lei decisamente non voleva sentire ragioni, a farmelo capire fu lo schiaffo che arrivò subito dopo.

<<tornatene pure dalla tua sgualdrina, io me ne vado!>> questa volta la sua espressione di delusione e odio mi fece più male di qualsiasi pugno o insulto avessi ricevuto quella sera, lei che mi era sempre stata accanto e per cui provavo un amore sincero, mi aveva colpito in pieno, atterrandomi come nessuno.

Rivolsi lo sguardo al cielo allargando le braccia verso l’esterno in segno di totale vulnerabilità. <<che cosa ho fatto di così terribile per questa straordinaria giornata?!>>, chiesi al cielo, più in tono ironico che per avere un chiarimento. <<Ah già, forse una vita intera… meglio andare a bere qualcosa, spero che lì almeno non finisca menato.>> Presi il cappotto e la scomoda valigia in pelle per andarmene in qualche posto poco frequentato dove passare magari tutta la notte in stupide riflessioni, in un angolo semibuio con un bicchiere di qualcosa di forte davanti.

Ebbi ciò che desideravo, ritornato in quella via dai locali attraenti e misteriosi entrai in una sorta di taverna moderna, dove in un angolo poco illuminato mi aspettava un lungo e scomodo divano in legno, coperto da una sottile stoffa imbottita che dava su un tavolo della stessa lunghezza. Appena entrato ordinai subito alla barista qualcosa di forte e mi diressi al mio desiderato posto, appena a tiro mi ci buttai sdraiandomi in lungo appoggiando la testa sul muro a cui era attaccato il divano. <<così va decisamente meglio.>>

Il locale era del tutto vuoto sennò per tre persone a cui non avevo per nulla fatto caso nel entrare, e come doveva essere, una di loro mi venne incontro nel mezzo del mio sontuoso relax.

<<Oh ma chi si vede, è un vero piacere rincontrarvi… ma voi siete ferito>>, disse lei con voce preoccupata. Alzai lo sguardo poggiandolo sulla figura riconoscendo la bella Kitsune del locale dove ore prima avevo mangiato e dietro il quale mi avevano pesantemente pestato, eppure bastò la sua figura, quella espressione di semplice bontà ad allontanare i brutti momenti di quella serata.

<<buona sera mia signora, il piacere è mio nel rivedervi, se posso dirlo... siete un fiore brillante che domina e illumina questo umile locale.>> dissi ammagliato dal suo cheonsam blu cielo con bellissimi crisantemi.

<<oh ma siete un bravo adulatore e mentirei se non ammettessi che siete riuscito nel vostro intento, se posso… come mai vi trovate in questo umile locale a tarda ora?>>

<<vede mia signora… sono successe tante cose oggi come può vedere dal mio viso ferito e dai miei vestiti sfatti perciò, come dire, cercavo un posto tranquillo dove rimettere insieme i pensieri e dove passare un po' di tranquillità.>>

<<vorrei unirmi ben volentieri alle vostre… riflessioni>>, disse con voce seducente e sguardo tutt’altro che inoffensivo. <<ma sono qui con mio marito e nostra figlia, purtroppo dovrei tornare da loro visto che siamo in procinto di tornare a casa. Mi spiace non poter… approfondire la nostra conoscenza, le auguro una buona serata.>>

<<anche a voi e alla vostra famiglia mia signora>>, risposi con un leggero inchino del capo e un leggero bacio sulla mano setosa.

La Kitsune con sguardo ammagliatore fece anche lei un leggero inchino del capo allontanandosi verso il marito e la figlia che l’aspettavano all’uscita; l’uomo mi salutò così come la figlia, che timidamente teneva stretto a sé il suo strumento tra le braccia; si allontanarono lasciandomi solo, e di nuovo mi tuffai nel relax e sullo scomodo divano.

Il boccale della bevanda venne appoggiato sul tavolo e fatto scivolare su di esso fino all’altra parte dove prontamente, ancora con gli occhi chiusi, lo pesi con un perfetto tempismo. <<siamo rimasti da soli, io sto chiudendo, che cosa vuoi fare? Rimani dentro o te ne vai?>>

<<se non disturbo vorrei rimanere, certo, se disturbo posso anche levare le tende.>>

<<nessun disturbo, almeno avrò un po' di compagnia. Mi aiuti a chiudere?>>

<<certamente, aspetta che mi alzò.>>

Il rumore pesante e frastornante della saracinesca mentre veniva tirata su bastò a svegliarmi e tirarmi su da quel divano dove mi ero parcheggiato.

<<ben svegliato, vuoi qualcosa da bere?>>, chiese la barista preparandosi quello che in tutto e per tutto sembrava del caffè o qualcosa di molto simile.

<<no grazie, penso che leverò subito il disturbo. Ecco, prendi questi per il disturbo.>> dai una manciata delle pietre dorate che mi rimanevano appoggiandole sul bancone. <<da che parte è la porta commerciale?>>

<<con queste tesoro, ti ci posso pure accompagnare quando e come vuoi?>>

Con non poche difficoltà dovute alla folla smisurata arrivai alla porta est, la zona commerciale di caccia, da lì secondo le mappe che avevo reperito avrei potuto agevolarmi il compito che mi ero prefissato, anche lì però fu pieno di gente, e non normali cittadini dagli abiti sfarzosi o bizzarri né da bande in stile post-apocalittiche ma da cacciatori, predoni, mercenari di secoli fa, pieni di pugnali, veleni, fucili dall’aspetto antiquato e ingombranti, tutti con sguardi di sfida o di chi vuole mostrarsi minaccioso, quasi sembrava un’asta del mercato nero da quanti brutti musi c’erano riuniti in quell’unica piazza circondata da alti edifici di ferro in decadimento, nonché in parte arrugginiti; e come in ogni posto del genere non mancavano i negozi, le fucine e armerie disseminate qua e là pronti a dare sfoggio della migliore mercanzia.

Attraversai quella giungla di gente ignorando tutti quelli che provavano insistentemente a rifilarmi qualche oggetto pregiato ad un “prezzo quasi regalato” per arrivare infine ad una piccola zona sotto un porticato dove una panchina aspettava solo me. Seduto all’ombra e rinfrescato da una bella brezza posai tutta la mia attenzione sul palco di legno che era stato allestito proprio in mezzo alla piazza e dove un robusto uomo in una scintillante armatura pesante dalle mille finiture, dalle placche ricercate e dalle numerose medaglie sul petto dorato stava per leggere al pubblico lì riunito un comunicato che teneva in mano, un piccolo schermo vitreo dalle cornici rameiche e bluastre.

<<a voi che siete riuniti qui e che presenziate ed udite queste mie parole do una notizia direttamente dal centro delle comunicazione dell’esercito>>, disse con voce possente e quasi fastidiosa all’orecchio. <<come ben sapete queste terre come quasi tutti gli stati civili di Raicos sono sotto una tetra e disgustosa minaccia che ha decimato città e villaggi, le Furie. Secondo informazioni raccolte da sentinelle stanziate in questa zona, e che il creatore possa avere pietà delle loro anime che hanno dato la vita per questo messaggio, una di queste temibili creature si aggira per questa zona e voi, voi che vi siete riuniti qui siete stati convocati dai quattro grandi eserciti per liberare queste pacifiche terre da questa minaccia, in cambio vi offriamo onore, gratitudine e ricchezza nonché l’immunità assoluta, che molti di voi gradiranno non poco, quindi: a chiunque riesca a portate qui la Furia viva o riesca ad ucciderla mostrandone una prova verrà concesso tutto ciò che vi ho descritto e molto altro! La porta Est verso i boschi verrà aperta allo zenit del sole e la caccia potrà avere inizio, vi ringrazio dell’attenzione.>> il cavaliere sceso dal palco venne raggiunto da un gruppo di servitori insieme ad un altro cavaliere di alto, insieme si diressero nella taverna lì vicino mentre la piazza in subbuglio si preparava alla caccia o per meglio dire al massacro che se sarebbe risultato.

Alzai lo sguardo al cielo mentre mi sgranchì le braccia ripensando alla Furia che avevo incontrato e a ciò che successe subito dopo, a ciò che mi successe nel vedere il suo vero volto, chiusi subito gli occhi scuotendo la testa a cercare di allontanare questi pensieri e un dolce profumo conosciuto aiutò, anche se non faceva migliorare la qualità dei ricordi. <<che cosa vuoi stavolta?>>

<<sono passata di qua e ti ho visto… volevo solo scusarmi per ieri e… per tutti i casini che ti ho procurato, scusami>>, disse seriamente pentita inchinando il capo. <<se mi odiassi lo capirei bene e se non volessi accettare le mie scuse anche ma… era una cosa che dovevo fare per me stessa, così da poter ricominciare da capo, tutto quanto.>>

<<odio quando la gente fa così, alla fine la spuntano sempre. Va bene ma se lo incontro ancora non mi lascerò picchiare, dai muoviti andiamo a bere qualcosa, offro io.>> Mary ringraziò e mi segui alla taverna dove grazie alle sue conoscenze riuscimmo ad avere un tavolo nonostante la folla.

<<un brindisi alla tua nuova… te, se così vuoi fare. Spero che tu abbia chiuso le “vecchie faccende private”.>>

<<Sì, l’ho incontrato e gli ho detto quello che dovevo e poi… ho chiuso altre cose in sospeso con la mia vecchia vita, adesso sto con un gruppo di altre ex militari come me, tra poco partiremo ma prima ci serviranno un po’ di soldi perciò…>>

<<hai intenzione di partecipare a questa caccia vero?>> lei non lo negò, appoggiai sul tavolo abbastanza perché lei e le sue colleghe potessero comprarsi più di una nuova vita a testa. <<prendi questo e vai, lo dico per te. Non devi andare, questa gente non lo capisce ma c’è un motivo se le chiamano Furie, sarà un dannato massacro e non vorrei che una bellezza come te finisse in mezzo a tutta quella gentaglia, non so se mi spiego.>>

<<No, avanti spiegati meglio ragazzino!>>, disse il cavaliere annunciatore irrompendo nella discussione arrivando perfino a zittire tutto il locale e concentrare l’attenzione su qualcuno che non la voleva, io.

<<aspetta un attimo, io… ti riconosco>>, iniziò a dire l’altro cavaliere dall’armatura argentea facendosi strada tra i suoi servitori arrivandomi a meno di un metro di distanza. <<non ci posso credere, tu sei… IL CACCIATORE! Sei il cacciatore di Nerò Zafeiri!>>, dichiarò infine con una gioia che non mi spiegai.

<<come diavolo fate voi a sapere che aspetto ho se nessuno mi ha mai visto in faccia dannazione! Questa cosa non riesco a spiegarmela, qualcuno me lo dica!>>, esplosi non tollerando più quel mistero, avevo fatto molta attenzione nei porti e nelle città in cui ero stato mentre facevo il pirata e mai sono andato a viso scoperto.

<<come non lo sai?>>, disse sorpresa Mary facendomi ancora più innervosire.

<<no che non lo so, sono stato un po’ assente negli ultimi anni e se non sbaglio, l’ultima volta che sono stato da qualche parte militarizzata nessuno sapeva neppure se esistessi!>>

<<calmo calmo, da quel che so è stata una comandante dell’esercito della Fiamma Vermiglia, vedendo un’immagine che catturava te in mezzo ad un combattimento sembra avvia riconosciuto il tipo di vestiario, le sue abilità combattive e un fugace ciuffo di capelli bianchi, da lì ha fatto più o meno un identikit ed ecco cosa ne è uscito.>>

Più guardai quel manifesto con il disegno vago del mio viso più sentivo rodermi dentro mentre urlavo dentro di me il nome di tale comandante. <<Veronica! Sono sicuro che si stata tu, me la pagherai!>>, digrignai tra i denti.

<<comunque non sei stato facile da trovare, sei sparito per un bel po’ tanto che pensavamo fossi morto, ma eccoti qua sano e salvo!>>, disse gaia e lieta come se non fossi un ricercato quasi mondiale.

<<basta con questi discorsi buonisti!>>, urlò il cavaliere che si era intromesso per primo. <<che cosa volevi dire poco fa con che sarà un massacro, penso che solo perché sei famoso puoi considerarci della feccia?>>

<<No, sto solo dicendo quel che succederà, tutto qua. Fate quel che volete, a me non interessa basta che non vi mettere in mezzo quando me la ritroverò davanti, ho un conto in sospeso con ognuna di loro.>> detto quel che dovevo dire finì di bere il mio bicchiere e insieme a Mary lasciai la taverna.

Come da lei detto, davanti al locale su un logorato e quasi arrugginito camioncino da trasporto un gruppo di donne e bagagli aspettavano la compagna.

<<allora Mary che si fa? Andiamo a caccia?>>, chiese l’autista parlando per tutte, Mary a risposta lanciò la sacca tintinnante all’interlocutore così rispondendogli. <<bè, così accorciamo davvero i tempi. Comunque chi è il tuo amichetto? Tesoro se vuoi abbiamo un posto libero per un bocconcino come te.>> l’affermazione della donna suscitò la reazione delle amiche che con moine cercavano di abbindolarmi.

<<scusale Ray, sono un gruppo di gallinacce. Comunque grazie ancora, di tutto, ti auguro buona fortuna in qualunque cosa tu stia facendo e… ci si vede.>> prima di correre via dalle amiche mi lasciò in mano un piccolo gioiellino zaffiro incastonato in un bellissimo orecchino di platino. <<è un regalo, c’è l’ho da molto perciò abbine cura, ciao!>> con quelle parole salì sul mezzo e se ne andò via a tutta velocità verso la porta opposta della città chissà dove.

Davanti a noi sovrastava una piana di lava solidificata nera come la notte frastagliata e spezzata da enormi voragini e spaccature rialzate che era l’enorme giardino morto dei Titani, superato quello saremmo arrivati dinnanzi al loro panteon dove sicuramente ci stavano aspettando.

<<eccoci qua, finalmente potremmo liberarci di quei tiranni e brutti bastardi, niente più stupidi combattimenti a morte per il loro diletto!>>, disse rabbioso Mitra.

<<hai ragione ma non sarà facile, dovremmo prima scontrarci con le più potenti armi dei Titani, dovremmo dividerci in squadre, per superare questa landa dobbiamo aprire la porta per il cammino dei cieli altrimenti vagheremo in eterno in questo posto senza mai trovare il giusto cammino, la chiave si trova in una delle colonne di luce che vedete, da lontano sembrano un unico fascio ma come potete vedere ce ne sono parecchi. Allora prima squadra sarà Mitra, Charun ed Evan, la seconda sarà composta da mia sorella Amaterasu, Susano e Krishna, la terza- che cosa c’è Amaterasu, perché mi strattoni?>>

<<non è che ci potrebbero cambiare le squadre? Potresti mettere Gremory o Bastet con Susano e Krishna e io potrei andare con te e Ray…>>

<<aspetta un attimo Ami, perché non vuoi stare con me, lascia perdere l’umano preferirei piuttosto che tu stia con Eros!>>

<<la cosa non mi dispiacerebbe per nulla, potremmo approfondire la nostra conoscenza>>, rispose lui facendosi avanti ma trovando lo sguardo freddo della divinità del sole.

<<preferisco andare da sola, lasciatemi decidere da sola, anzi, ognuno decida con chi vuole stare, con chi si trova più in confidenza e con chi pensa di trovarsi bene in combattimento.>> l’idea fu ben accolta e una volta deciso tutti si schierarono di fronte a Tsukiyomi, il primo fu Ares che chiamò Onuris e Laran, i quali risposero ben volentieri alla sua chiamata, sembravano andare davvero d’accordo poiché tutti loro erano divinità della guerra.

<<bene voi tre potete andare, la colonna cobalto è vostra. Avanti il prossimo.>> nessuno però si fece avanti ma ci dovevamo dare una mossa, visto che iniziavo ad innervosirmi. <<vado io!>>, dissi facendomi avanti.

<<allora Ray hai già un idea di con chi vuoi andare a combattere? Sai sono davvero curioso, le tue capacità di lotta ci sono del tutto sconosciute, mi piacerebbe conoscerle.>>

<<fratello così non vale, stai cercando di andare in squadra con lui!>>, accusò Amaterasu trovando il consenso di Bastet e Gremory ma il dissenso di Susano, stava per dare iniziò ad un’altra discussione se qualcuno non l’avesse fermata.

<<Freyja! Scelgo Freyja e basta>>, dissi mettendo a tacere i discutenti. L’incredulità di tutti fu ben più che palese, la divinità si fece avanti balzando al mio fianco dinnanzi a Tsukiyomi, poi si avvicinò al mio orecchio sussurrandomi qualcosa.

<<bene, non mi sarei mai aspettato questa scelta. Se posso sapere come mai?>>

<<lo so io come mai, dannata->>, Susano blocco la sorella tappandogli la bocca con la mano mentre la teneva ferma così come fecero le Dee con gli altri Dei lì presenti, gesto a cui non dai altra spiegazione che le elevate capacità combattive della mia compagna.

<<bè l’ho scelta perché me l’ha chiesto prima e perché qualche notte ci alleniamo insieme, tutto qua.>>

<<va bene, a voi la colonna più a nord, quella nera. Potete andare e divertitevi>>, augurò prima che partissimo.

<<ce la fai a starmi dietro?>>, chiesi a Freyja prima di partire, lei a risposta spiegò le ali. <<ce la fai tu a starmi dietro.>> partimmo entrambi a pieno regime lasciandoci una scia di polvere e detriti che svanì in pochi secondi così come noi sull’orizzonte irregolare della landa.

<<che cosa volevi dire prima Amaterasu? Susano lasciala parlare>>, disse Bastet. Prima che lei potesse rispondere fu Gremory, la più informata a dare la risposta.

<<rispondo io, come hai visto tutti sono andati in subbuglio ed è per colpa della divinità dell’amore.>>

<<ma Eros era tra uno di quelli agitati e Afrodite non è tra di noi, che vuoi dire?>>

<<non parlavo di loro ma di Freyja, forse tu come Ray non sapete chi è ma oltre ad essere considerata una divinità della guerra lei è considerata la dea della bellezza, dell’oro, della morte, della fertilità e dell’amore sessuale. Se non sbaglio Loki l’ha definita una…ninfomane, per questo erano tutti in subbuglio e ora Ray è da solo con lei, e ci rimarranno per un po’ visto che il signore della luna li ha mandati nel posto più lontano, e sono sicuro che sapesse delle qualità della nordica.>>

<<Sì ed è per questo che l’ho fatto, non credi che sarà una cosa estremamente divertente, viste le loro reazioni>>, disse con un sorriso sadico sul volto.

<<già, sarà estremamente divertente>>, rispose il demone contraccambiando estasiata mostrando lo stesso tipo di atteggiamento.

<<voi due vi siete davvero trovati>>, aggiunse Susano notando l’estrema affinità fra i due.

<<ed è per questo che io scelgo Tsukiyomi e te Susano, non sono mai stata con degli orientali, sarà divertente.>> lui ammagliato e onorato dell’invito acconsentì affiancandosi ai due compagni.

<<noi saremo gli ultimi perciò avanti facciamo in fretta le squadre>>, sentenziò infine il Dio della luna.

Varcammo una collina dalla morfologia ispida come i denti di uno squalo arrivando in una vasta valle di vecchie mura, edifici e strade ormai distrutte e in rovina, che portavano inevitabilmente alla fonte della luce nera.

<<perché quel “grazie” di prima?>>, domandai alla nordica catturando la sua attenzione facendola atterrare nei pressi di una vecchia casa in pietra squarciata in due.

<<quando ti ho scelta, mi hai sussurrato un grazie all’orecchio, mi chiedevo perché una divinità bella e famosa come te ringraziasse Me visto che non sono un Dio o cose simili.>> lei però non rispose scegliendo di rimanere nel silenzio che aveva mostrato dal momento in cui siamo partiti. <<non vuoi rispondere, eh? Va bene ma se fossi in te mi sposterei subito da lì.>> accorgendosene balzò a terra coprendosi con le ali parando la velocissima lancia di metallo che si scalfì al tocco venendo scaraventata lontano. <<non siamo più soli, ci sono dei “cacciatori” in agguato, io vado. Se riesci a sopravvivere poi mi racconti il perché, a dopo uccellino.>> mi avvolsi nel manto grigiastro che portavo buttandomi tra le macerie mimetizzandomi con esse e scomparendo nel nulla, così come il padre di Kyle mi aveva insegnato anni prima.

Freyja rimasta sola si riparò dentro la casa cercando attraverso degli spiragli ben riparati di capire chi stesse attaccando, in quel momento decine di frecce unite in una nube di fuoco si abbatterono come un falco sulla casa avvolgendola nelle fiamme infernali, sfondando il tetto la norrena riuscì a sfuggire benché le ali avessero subito delle ustioni non poco rilevanti.

<<dannazione non riesco a capire da dove vengano!>> prendendo fiato appoggiata ad un colonnato, si sporse avvistando delle figure indefinite avvicinarsi all’isolato in rovina con passo deciso e armi dalle miracolanti capacità assassine, essi si mostravano in sottili corazze rinforzate dai colori mimetici e da elmi dalle alte creste rosse, essi rappresentavano il gruppo scelto di eroi e guerrieri scelti dai Titani stessi per difendersi, erano i loro Cacciatori.

Freyja balzò sulla strada lanciando scariche contro i nemici che si ripararono dietro scudi a torre che maneggiavano come se pesassero quanto una piuma. Uno di solo dalla retroguardia spiccando un salto su uno degli scudi ebbe la visuale libera scagliando con gran abilità una dorata freccia dal suo sommo arco frangendo l’aria e il suono conficcandosi nella gamba della nordica fermando il suo attacco magico.

La nordica provò a volare via ma le ali danneggiate glielo impedirono mentre i guerrieri la circondavano senza però scagliare il colpo mortale. <<avanti che aspettate bastardi, volete anche voi deridermi come le altre dee, una divinità che adora il sesso e che si vanta di qualità guerresche non solletica il vostro istinto da guerrieri, vi faccio così pena!? Avanti fatevi avanti! Se avete il coraggio affrontatemi, io Freyja dea della guerra, dell’oro, della bellezza e dell’amore vi farò vedere!>>, urlò a squarcia gola.

Uno dei guerrieri lasciò cadere a terra le armi entrando nel cerchio che i suoi compagni avevano formato attorno alla loro preda, lui si mostrò alla dea facendole notare di non possedere alcuna arma e si mise in guardia.

<<questo è un affronto, sembrò così debole ai vostri occhi!>> con le ali ruotando su se stessa attaccò con dei veloci fendenti che tagliarono l’aria ma non all’avversario che con gran maestria e il minimo sforzò schivava l’attacco senza lasciare la posizione quasi come fosse tutto a rallentatore per lui, Freyja sempre più furiosa sfruttò un attimo in cui lo sguardo dell’avversario si spostò sulle ali per scagliare degli spuntoni di ghiaccio dalla mano contro di lui che li prese al volo rimandandogli al mittente conficcandoglieli sul ventre e sull’ala destra, poi cogliendo l’attimo colpì la donna con un gancio destro verso l’alto dritto sulla mascella atterrandola e stordendola per qualche istante.

Il cacciatore indietreggiò di qualche passo con incuranza per poi rimettersi in guardia ma ormai non ce n’era bisogno, Freyja faticava a rialzarsi per le ferite e il tramortimento, e il fatto che il suo orgoglio era stato messo alla prova prima e poi distrutto in quello scontro pietoso non l’aiutavano per nulla. Lei che si era convinta di essere una guerriera, una signora della guerra nonostante tutti la reputassero una donna di piacere, una facile; aveva provato lì in quel mondo isolato a cancellare il passato cercando di cambiare ma il suo passato ritornava, i suoi appellativi risuonavano sempre nelle sue orecchie, più di una volta aveva ceduto incolpando gli altri dei suoi errori, gli altri Dei che la stuzzicavano facendola ritornare a quello che non voleva più essere.

Con fatica si rialzò da terra e ansimante si mise in guardi davanti all’avversario, le ali scomparirono dalla schiena lasciandola scoperta ma più mobile, nel suo sguardo la determinazione degli eroi, la forza di guerrieri che si erano battuti in vita e che in morte acclamavano il nome della Dea, colei, signora della guerra che li avrebbe portati nel paradiso degli eroi; questo era lei per quei valorosi, e quel sentimento ardeva nel suo sguardo, nella sua presenza che come una bufera di ghiaccio sovrastava ogni cosa.

Freyja scattò verso il cacciatore prendendolo di contro piedi schivando il colpo arrivandogli all’altezza del petto, ghiacciò la mano destra che chiuse in un pugno impenetrabile quanto la forza e lo spirito di coloro che in lei avevano creduto, quanto la forza che lei stessa poneva in sé, nella sua natura guerresca.

Come pietre sotto un tritasassi lo stesso rumore si senti nel colpo della nordica che ci mise tutta la forza sprigionando un vento artico fugace che brinò le armi e gli scudi dei cacciatori; eppure quel rumore non erano le costole del guerriero che era colpito dal micidiale destro della nordica ma le ossa della sua mano che insieme al ghiaccio si frantumavano nella stretta della mano sinistra del guerriero che l’aveva parata all’altezza degli addominali bassi, sbilanciando la divinità spostando col piede la gamba perno la proiettò a terra facendole sputare sangue e vanificando il suo faticoso sforzo.

<<dopotutto… va bene così, è stato inutile dall’inizio cercare di essere ciò che non sono. Questo ne è il risultato, almeno ora lo so>>, si disse mentre veniva sbattuta a terra dal cacciatore, i polmoni si svuotarono mentre un dolore pungente la colpì appena sbattete a terra facendola piegare in due per poi lasciarsi a terra inerme ma cosciente, svuotata e rassegnata aspettò la sua fine segnata dalla lancia che un cacciatore passò al compagno che aveva battuto la divinità.

Una mano gli venne tesa al posto dell’essere trafitta dalla lancia. <<sei stata degna delle tue lodi e dei meriti dei guerrieri che sono morti invocandoti, Dea della guerra Freyja>>, disse il cacciatore dal viso nascosto dall’elmo spartano. Lei al sentire quelle parole riprese a vivere, fu come rinascere, finalmente riconosciuta per ciò che voleva essere riconosciuta.

<<grazie guerriero, non sai quanto significhi per me.>>

<<ora vai e riprendi il tuo viaggio, in segno del mio rispetto per voi tratterrò come possibile i miei compagni dal inseguirti anche se ciò mi costasse la vita, ora vai signora di noi eroi, vai!>>, disse con forza.

Freyja ringraziò e alzandosi in piedi faticosamente spiegò le ali rinate dalla sua forza di volontà sfrecciando poco sopra gli altri cacciatori silenti che la videro andare via in un volo radente.

<<che hai fatto cacciatore, rispetto il vostro duello e la sua determinazione ma questo non possiamo permetterlo, dobbiamo uccidere chiunque cerchi i Titani e questo tuo gesto per quanto nobile ci obbliga a combatterti, ora muori con onore!>> tutti i cacciatori puntarono gli archi, le lance, sciabole, spade, alabarde contro quel unico cacciatore, il quale davanti al suo destino si levò l’elmo mostrando il viso ai suoi esecutori.

<<sapete… anche a me chiamano così, il cacciatore. Ovvio, non per il vostro stesso motivo ma adesso non importa, perché dovrebbe interessare a dei prossimi cadaveri>>, dissi lasciando cadere a terra l’elmo e nello stesso tempo prendere l’arma infoderata nascosta sotto la terra ei detriti. <<provateci cacciatori!>>

VII

DOLORE





Il sole stava lentamente andando a calare, il vento si stava alzando mentre le nuvole si radunavano come uno sciame sopra la vasta foresta, così allo stesso tempo il classico e rinfrescante odore di pioggia si diramava tra gli alberi.

Continuai faticosamente la mia camminata tra l’erba alta, innumerevoli piante e cespugli ingombranti ed ispidi, i versi dei Nativi si issarono nella voce del vento sui rami, animando sempre più quel luogo, le ombre sugli alberi iniziarono ad aumentare sempre più, qualcuno di essi sfrecciò furtivo e veloce come una freccia, vicino e sopra la mia testa come fossero macchie colorate. Arrivato nel cuore della foresta la luce del tramonto non tardò più di tanto a scomparire, lasciando come sempre, il posto alla sua signora regina della notte e luce sulla terra, essa illuminava a intervalli regolati solo dalle pesanti nubi scure che ne mascheravano per qualche istante la abbagliante bellezza.

Avvolto in quella bellezza naturale solo il burbero rumore dei cacciatori che si scontravano l’uno coll’altro poco più avanti, struggeva quel paradiso. Per non incorrere nei loro litigi decisi di seguire l’esempio dei Nativi che da quando arrivai mi svettavano sulla testa dai possenti e larghi rami degli enormi e ingombranti alberi, scalai di corsa uno a me vicino e saltandoci uno per uno come fossero i pioli di una scala in continua discesa e salita. In quel percorso irregolare dove bastava un attimo per cadere giù continuai la mia camminata veloce, che dopo qualche istante di confidenza, divenne una corsa lenta e divertente poiché alcuni Amomongo si unirono a me spronandomi a raggiungerli.

Essi simili a enormi primati dalla pelliccia folta sul collo e dai toni grigiastri con striature blu elettrico, che componevano anche lo stemma sulla parte destra del petto, sembravano divertirsi un mondo e per me era lo stesso; sotto di noi notai un quartetto di Kitsune che ci osservava sfidandoci a batterle, a darci battaglia arrivarono sopra le nostre teste i degni discendenti del mitologico Alicanto, essi erano dal corpo dorato e dal piumaggio variopinto di gemme preziose, zaffiro, rubino, ametista, diamante, smeraldo e giada erano i loro colori che alla luna brillavano lasciandone scie ad arcobaleno dietro di se; non furono i soli.

Enormi Nativi rotolanti raggiunsero le Kitsune accendendo le loro corazze di un giallo elettrico che ne illuminavano la trama esagonale di scaglie che la componevano lasciando anch’essi, scie di luce che si depositavano sulla flora dandogli colori fluorescenti, tutti loro in cui ero avvolto diedero alla foresta una luce e una miriade di colori, di vita che mai avevo pensato di vedere da qualche parte, ed esserne avvolto mi riempì di gioia e di eterna gratitudine a quelle solari e innocenti creature.

Intravidi altri Nativi ma la corsa era allo scadere, individuai un enorme stagno poco lontano davanti a noi che doveva essere non altro che il traguardo; la strada all’improvviso si fece piana con solo un leggero manto erboso a coprirlo. <<scusate ragazzi ma la vinco io!>> scesi dagli alberi attenuando la caduta con una capriola rialzandomi subito riprendendo la corsa a massima velocità pareggiando le Kitsune e le sfere, ma purtroppo giocavano in casa e riuscirono a battermi, anche se di poco.


Con il fiatone mi sedetti a terra buttandomi poi sul prato a braccia spalancate a prendere enormi boccate di aria. <<Uh, che corsa ragazzi! È stato bellissimo!>>

La calda e ondeggiante luce dalle mille sfumature che emanava il fondo ricolmo di fauna anfibia fluorescente avvolse l’aria sovrastante ad essa, e qualche metro di distanza nella sua somma bellezza, come un bambino davanti ai suoi primi fuochi d’artificio osservai con meraviglia lo spettacolo, alle mie spalle e dai lati della fonte d’acqua i compagni della corsa si avvicinarono accerchiandomi mentre un possente ed enorme Gèvaudan si fece avanti a tutti, il suo stemma risplendeva di uno smeraldo di luce nella sua totale bellezza.

Poggiai un ginocchio a terra e chinai il capo nel più totale rispetto della sua figura, lui fece lo stesso inchinandosi eseguendo il mio gesto all’unisono. <<qual è il tuo nome viaggiatore?>>, chiese con voce possente ed accogliente.

<<mi chiamo Ray, non sono qui con ostili intenzioni.>>

<<io sono Cashian della tribù dei Gèvaudan. Come pensavo, parli la nostra anima. Non siete in molti a poterci riuscire>>, disse facendo il giro attorno a me fermandosi al punto di partenza. <<che cosa sei venuto a fare in questo luogo?>>

<<sono qui per un assunto personale, sto cercando una nelle Furie. Sapete per caso dove si trova o dove potesse essere?>>

<<sei uno di quei stolti che cercano di prendere la testa di quelle bestie? Come siete sciocchi voi Persone, la vostra avarizia non ha limiti, nemmeno quando c’è in gioco la vostra vita.>>

<<non per contraddirvi ma non mi confonda con questa gente, io seppur nello aspetto sia simile a loro posso garantirvi che non lo sono nei miei intenti, io cerco altro, credo.>>

<<allora dammi una prova di ciò che dici, mostrami un segno della tua diversità da coloro che sono venuti qui incontro alla morte.>> appoggiai l’enorme valigia a terra, tirai su le maniche fino al gomito mostrando i segni di ciò che dicevo.

<<sono ciò che penso? Tu gli hai incontrati, hai incontrato i nostri padri, le nostre madri, i Titani e gli Dei.>> Annuì alle sue parole sistemandomi poi le maniche. <<dimmi che ne è di loro? Torneranno mai qua?>>

<<questo non so dirvelo ma posso raccontarvi di come gli ho trovati, di come mi sono parsi e ciò che mi dissero di voi e di questo mondo, se questo non vi ruba del tempo.>>

<<saremmo più che lieti di sentire le tue storie, da molto che in questi luoghi non si narra di loro.>> tutti i Nativi si riunirono attorno come ad un falò mentre iniziai a raccontare…




Appena mi resi conto che stavano tutti dormendo mi fermai nel racconto sistemandomi anch’io per dormire, appena appoggiai la testa sulla valigia lo sguardo mi cadde sulla cucciolata di cervi di Cerinea dal colore bianco e grigio cenere, i piccolini appollaiati affianco alla madre riposavano mentre lei li accarezzava dolcemente, e sentendo il mio sguardo su di loro rivolse lo sguardo verso di me. <<sono bellissimi>>, sussurrai per non svegliare nessuno.

<<grazie ma… è una faticaccia strali dietro, se fossero sempre così>>, disse scherzosa. <<buonanotte viaggiatore.>> ricambiai l’augurio girandomi poi dall’altra parte, verso l’acqua, lasciandomi andare al sonno.


Il primo a destarsi fu Cashian che vedendomi sciacquare il viso cercando di non far rumore si avvicinò cautamente affiancandomi. <<sei mattiniero per essere una Persona, c’è qualche pensiero che ti impedisce un lungo sonno?>>

<<già ma sto rimediando, anche se… sento che potrebbe peggiorare se continuo, non so come spiegarlo ma…>>

<<non posso capire quali pensieri ti attanaglino ma se è questa la via che hai scelto non vale la pena fermarsi ora, non credi? Qualunque cosa ci sia d’ora in poi dovrai affrontarla e completare questo tuo viaggio.>>

<<strano, qualcun altro mi aveva detto più o meno le stesse cose. Siete tutti così saggi voi che vivete in mezzo a tutta questa natura.>>

<<è solo sapere comune il nostro, prima o poi anche voi ci arriverete. Sarà meglio che tu inizi ad andare, ho sentito il suo odore non poco lontano da qui, verso il luogo dai cui proviene quel odore di polvere bruciata.>> sentì anch’io quell’odore ed era stato anche il motivo che mi aveva svegliato.

<<forse è meglio. È stato un piacere conoscervi, mi saluti tutti quanti.>>

Presi le mie cose e come sempre andai via nel totale silenzio di una giornata al suo inizio, seguendo la scia di bruciato mi addentrai sempre più in un’area devastata da qualcosa di enorme, giganteschi alberi sradicati o tagliati di netto coprivano un terreno fangoso e disconnesso dove nessuna presenza Nativa si percepiva per decine di metri, continuai ad andare avanti scavalcando i giganteschi ostacoli e attraversando il terreno dissestato il più velocemente possibile, man mano che avanzavo l’odore e la sua presenza si facevano più forti come il calore di un falò, che man mano ci si avvicinava si percepiva la sua forza e intensità.


Mi abbassai in tempo schivando un proiettile che per poco non mi colpiva sul collo arrivando solo a sfiorarmi, mi riparai dietro ad un enorme masso muschiato, enormi vampate di vapore e striduli rumori metallici si espansero nel luogo che stava diventando un campo di battaglia, altri spari riempirono l’aria mentre passi possenti e metallici irrompevano nel duro terreno di quel pezzo di terra.

Mi affacciai vedendola nella sua immane presenza, un corpo completamente metallico simile ad un’armatura bianca dalle immani dimensioni, uno spadone lungo quanto una persona tagliò l’albero che si frappose fra lei e l’obbiettivo come fosse un ramoscello, una scarica di vapore come lo sbuffo di una balena fuoriuscì dalla maschera grigia, liscia in tutta la sua interezza sennò fosse per tre linee rosso verticali che la tagliavano per più della sua metà, nella parte inferiore una serie di piccoli fori ne formavano una mezza luna simile ad un macabro sorriso da cui sbuffi di vapore venivano sparati come lance vapore.

<<Eric corri!>> sentì urlare da poco lontano, da oltre l’albero abbattuto vidi uscire il ragazzo gravemente ferito mentre si trascinava cercando di sfuggire a quel mostro, dietro di lui due figure accorsero in suo aiuto ma non sarebbero riusciti ad scappare, questo era sicuro. La Furia spezzò il tronco dell’albero con un calcio spazzando via i due pezzi liberandosi la strada verso i tre combattenti ma la sua attenzione si parò all’improvviso su altro, il gigante appoggiò l’arma sulla spalla voltandosi dall’altra parte.


Ci trovammo faccia a faccia, a meno di un metro di distanza, con gran velocità sferrò un fendente orizzontale mancandomi di poco mentre lo colpì al petto, ma fu come colpire un muro di titanio, non si spostò di un millimetro.

Il suo piedi di poggiò sul mio petto e in un istante, in una nube di vapore fui calciato via come una palla da baseball sfondando il masso in cui mi ero nascosto poco prima.

<<sei arrivato>>, disse con voce metallica, rauca e vagamente umana. <<dovrai sforzarti di più se vuoi la mia testa, se vorrai un’altra delle nostre teste fra->> colpì lo sterno destro del gigante sentendo la sua armatura finalmente incrinarsi insieme a qualcos’altro, mentre una specie di sibilo dolorante usciva da quella maschera che portava il segno IV; il colpò però non fu così forte tanto che mi prese la gamba e mi scaraventò a terra alzando un polverone, mi bloccò col corpo e dopo una significativa scarica di vapore dalle braccia iniziò a martellarmi di pugni ad una velocità disumana, il suono secco di ogni colpo andato a segno si espanse nella foresta come i miei gemiti seguiti da sprazzi di sangue che mi uscivano di bocca. Il gigante si alzò e prendendomi per il collo mi scaraventò ancora una volta, questa volta però fui lanciato vicino a Eric che ancora non si era allontanato a quel luogo.

Sentivo i polmoni doloranti e il sapore del sangue in bocca, sentivo dolore ovunque e la vista annebbiata per i gonfiori al viso ma avevo ancora forze. <<ve ne volete andare dannazione!>>, urlai a Eric e ai suoi compagni che erano rimasti terrorizzati da quel mostro in azione, appena sentirono quel ordine scapparono via come topi impauriti, la Furia però non fu dello stesso parere, in un getto bianco arrivo in un attimo di fronte ai tre fuggitivi pronto a decapitarli con un sol fendente che non tardò nel partire.

La dura lama dello spadone si bloccò sul fodero intarsiato della mia reliquia senza dare il minimo segno di rottura o intaccatura, spinsi con forza riuscendo a disarmare la Furia scaraventando a qualche metro di distanza l’arma, girai velocemente l’arma appoggiandone uno stremo sul petto del gigante colpendone l’altro con tutta la forza che avevo.

Il colpo produsse un suono assordante quanto l’impatto della Furia contro un possente albero a decine di metri da dove la colpì, sfruttando il momento Eric ei suoi poterono finalmente andarsene lasciandomi solo contro la Furia. Essa non ci mise molto nel rialzarsi, ora più vicina alla sua arma, mi misi in guardia e aspettai il suo fulmineo arrivo.


La sua lama frangeva l’aria con la velocità di una freccia producendone lo spesso suono mentre si scagliava nel tentativo di superare la mia difesa, quella reliquia che non era la stessa che mi portai al Tartaro ma che nascondeva un’arma infrangibile. Continuai a parare ogni suo colpo mentre la quantità di vapore che il suo corpo emanava ormai era fuori controllo, il calore e la nube bianca ormai avevano conquistato lo spiazzo devastato riducendo notevolmente la visibilità, ma ciò non ci impedì di scontrarci senza risparmiarci. Sfruttando la sua difficoltà fisica dovuta allo sforzo immane schivai abilmente un suo fendente portandomi alle sue spalle per sferrare il colpo decisivo ma una furente scarica di vapore mi colpì in faccia accecandomi per qualche istante facendomi perdere l’attimo, indietreggiai in un balzò mettendomi a debita distanza.

<<indietreggi… che cosa ne è della tua vendetta, non volevi vendicarti di noi, non ti importa di quella donna che abbiamo ucciso, di quei ragazzini, di quei vecchi, quegli intralci…>>

Presi l’arma infoderata e come feci alla stazione nel mezzo della fuga, l’estrasse producendo un orrido e fastidioso sibilo che trafisse ogni orecchio in ascolto mentre i miei sanguinavano dal dolore, bagnai la lama con quello stesso sangue vedendola assorbirla placcandone la voce, la Furia appoggiò la spada alla spalla pronta a caricarmi con un possente fendente ma gli fui già dietro.

Poco sopra la testa oltre le sue spalle, ruotando su me stesso tagliai di netto la sua arma incidendo anche la sua armatura lungo tutta la schiena come fosse d’acqua, appena poggiai piede a terra sfruttai la sua apertura tagliandogli la mano che impugnava il pezzo di spada, non feci in tempo a schivare il montante dell’altro braccio per colpa delle numerose ferite ma attutì il colpo usando la spada come scudo, rotolai per qualche metro rimettendomi subito in ginocchio con sguardo rivolto al nemico ormai privo di armi, eppure non si arrese.

<<ti ucciderò come quei cani della tua razza, mi divertirò a squartarti e dopo passerò a quei tre che sono fuggiti e poi quella città e tutti quelli che ci vivono, ogni essere vivente lì presente lo ucciderò senza pietà, proprio come gli scarafaggi che siete! Proprio come quella piccola sgualdrina, quella che non hai salvato, quella che… amavi.>> presi la spada e la rimisi dentro la fodero lasciandola cadere a terra, mi levai la giacca e tutto il resto rimanendo coperto solo dal pesante bendaggio.

<<sono venuto fin qui solo per te, per ognuno di voi Furie. Lei è morta per mano vostra, lei che era la mia luce in un mondo che non aveva senso per me, e poiché me l’avete portata via io vi porterò tutta la mia rabbia, la mia disperazione. Io…>>, disse con voce ferma. <<ho ucciso una di voi e ho provato gusto nel farlo, nello spezzargli ogni arto mentre le sue urla di dolore riempivano l’aria, ho riso mentre le lacrime gli scendevano dagli occhi mentre chiedeva pietà, ho fatta soffrire finché non mi stancò e poi l’ho uccisa senza esitazione, è stato meraviglioso.>>

Le mie parole e quell’espressione di godimento nel mio viso nel raccontare quell’orribile bugia furono troppo pesanti e traumatiche per rimanere impassibile, la Furia scoppiò in un urlo rabbioso che seguì ad una immane scarica di vapore, il suo intero corpo si ridusse di dimensioni come se l’armatura aderisse ad un corpo più umano, enormi spuntoni fuoriuscirono dalle braccia, sul monco si conficcò il pezzo di spada con la punta affilata mentre sull’altra mano si aggiunse un’enorme lastra simile ad un tirapugni dalle piccole lame, attorno al collo spuntarono una serie di escrescenze simili a corna metalliche da cui fuoriuscivano continui flussi di nubi bianche.

In un balzo lungo un battito di ciglia avvolta da quella nube bianca la Furia mi fu davanti pronta a colpirmi con tutto quello che aveva, in quel istante tutto mi parve a rallentatore mentre un’immagine mi si affacciò alla mente, il viso dolce di Pam che in un sorriso sereno mi diceva addio.

Presi il braccio della furia proiettandola contro il suolo tanto violentemente che ogni singolo osso del suo corso ne risentì il colpo, la sua armatura si incrinò in più punti e sul terreno si creò un cratere di qualche metro di diametro, stretti il braccio tra le gambe ruotando velocemente spezzandoglielo, senza fermarmi mi lasciai cadere sul suo corpo bloccandola a terra, la Furia provò a colpirmi con la lama conficcata nell’altro braccio ma la parai con la mano conficcandosi in essa, afferrai il pezzo insanguinato lanciandolo via e colpendogli il braccio con forza spezzandogli i tendimi e l’osso facendola rimanere senza più mezzi di attacco.

Ormai bloccata finalmente era nelle mie mani, afferrai la maschera e la strappai via senza la minima esitazione lanciandola via. <<dannazione, perché… ancora?>> alzai lo sguardo al cielo riprendendo fiato cercando di rimanere lucido ma il suo volto fu sufficiente a sconvolgermi e far fuggire quella rabbia che cresceva furiosa in me.

<<avanti… uccidimi, non sei qui per questo!?>>

<<perché? Per quale motivo lo avete fatto? Voglio sapere la verità.>>

<<uccidimi e basta! Lo abbiamo fatto perché erano d’intralcio! Basta parlare!>>

<<io ti ho fatto una domanda e voglio la verità, ci siete e perché eravate lì? Perché mi avete lasciato vivo e cosa avete preso da Mono?>> la Furia però non era intenzionata a rispondere, era come se volesse davvero morire.

<<io… non lo farò>>, dissi alzandomi dal mostro.

<<che diavolo fai! Uccidimi come hai fatto con l’altra Furia, non è questo che cercavi!? Non è per questo che sei andato al Tartaro, non è per questo tutta questa strada che hai fatto!?>>, urlò con tutta la forza in corpo ma non risposi a quelle domande, mi soffermai solo a guardare la rabbia del suo viso segnato da innumerevoli difficoltà e battaglie, era come se sentissi tutta la sua stanchezza, la stanchezza di una vita rivolta ad uno scontro senza fine.

Alzai lo sguardo notando poco distante dalla Furia un trio dei cacciatori di taglie avvicinarsi al corpo immobile del mostro. <<fermi lì!>>, gli urlai ma fu troppo tardi, dalla spalla della Furia che dava sui cacciatori una decina di piccoli arnesi rotanti vennero sparati attaccandosi a loro.

<<che diavolo sono queste cose! Aiuto, fanno male!>>, si lamentarono i tre mentre i piccoli arnesi si facevano strada nella carne.

<<ferma quei cosi dannazione! Moriranno>>, urlai alla Furia che se la rise di gusto, gli saltai subito addosso minacciandola.

<<quei cosi continueranno penetrare la carne finché non raggiungeranno gli organi interni e poi esploderanno perciò… se non mi uccidi saranno loro a morire.>> ormai ero con le spalle al muro, ciò che voleva lo avrebbe ottenuto e io non avrei avuto nient’altro che un vuoto ancora maggiore al petto.

<<se è questo che volete tutti voi… allora lo farò!>>, colpì con forza la furia, una volta poi un’altra e un’alta, sempre più forte, sempre più veloce mentre sentivo quel vuoto farsi sempre più grande, continuai a colpire finché non sentì il sangue bagnarmi completamente le mani, finché il suo respiro non cessò e quell’espressione serena non apparve anche sul suo viso.


Urlai al cielo con tutte le mie forze, come a liberarmi di quella frustrazione per essere stato costretto a fare ciò che voleva senza ottenere nient’altro che dolore, tutto mentre il suo corpo si dissolveva in nebbia bianca lasciandone solo l’anello, un altro da aggiungere al fallimento di non aver scoperto niente.

I macchinari si erano fermati e avevo salvato i cacciatori che si avvicinarono per ringraziarmi e complimentarsi dell’impresa, ignorandoli sennò per uno sguardo irritato quasi omicida lanciato a zittirli, presi i vestiti e le mie cose riprendendo il viaggio con una rabbia animale che cresceva lentamente in me.







Mi sedetti sulla riva di un fiumicello non molto distante dalla foresta ma abbastanza da non sentire la presenza di qualcuno per decine di metri. Mi medicai come e con ciò che potei sentendo quella fastidiosa sensazione di essere stato manipolato nel valutare freddamente ciò che era successo. <<dannazione! Un altro se ne è andato senza dirmi nulla!>>, urlai all’acqua rabbioso. Presi un bel respiro e buttai la faccia in acqua lasciandola alla mercé della fredda corrente nella speranza di calmare i bollenti spiriti.


<<ce la siamo vista brutta, meno male che c’era lui!>>, disse sollevato Eric appoggiandosi al mezzo con cui erano arrivati così dentro nella foresta, un vecchio camioncino affittato in città e che attraverso un vecchio e disastrato sentiero li aveva portati tra i primi in quel luogo.

<<hai ragione ma… chi era? Sembrava che lo conoscessi>>

<<che t’importa sorellina. L’importante è che ce la siamo cavata anche se… avremmo potuto dargli una mano, forse ora lui è…>>

<<credi che sia morto? E noi lo abbiamo lasciato lì da solo mentre lui ci ha salvati la vita…>>

<<Ehi voi due, basta dire queste cose! Voi non lo conoscete ma Ray non è per niente uno che si lascia morire per così poco, ve lo garantisco>>, esclamò con gran convinzione il ragazzo.

<<hai detto… Ray!?>>, domandò la più piccola delle sorelle ma un botto assordante e una violenta folata di vento travolsero i tre, da oltre un muro di vegetazione a bordo strada un verdognolo e rabbioso Tritamassi sbucò ruggendo come un tuono, il colosso oscillò l’arma simile ad un’alabarda di ossa scagliandola poi contro il mezzo dei ragazzi riducendolo ad un cumulo di detriti. <<ma che diavolo è quello!>>, urlò Eric che si era salvato dal colpo per un pelo.

Il colosso vedendo che i tre erano ancora vivi li puntò inveendo contro di essi mentre scaraventava l’arnese verso di loro senza però avere esito, ad eccezione di Eric erano molto agili e veloci ma non sarebbero riuscite con le armi che si ritrovavano a fargli alcunché e il continuare a scappare non avrebbe fruttato altro che stanchezza e passi falsi.

La sorella più grande, schivando un colpo violento che frantumò un enorme blocco di pietra interrato, venne colpita da uno dei detriti alla testa perdendo conoscenza.

<<sorella!>>, urlò la più piccola correndogli in soccorso ma non riuscì a farla svegliare, intanto il mostro si trovò davanti il ferito e immobile Eric di fronte a lui, caricò il colpo e…

Una esile e chiara mano femminile blocco la titanica arma producendo uno schioppo che spaesò il Nativo, la lama dell’arma si spezzò alla stretta della Nativa che si pulì le mani dalla polvere delle briciole dell’arma lasciandole al vento, il suo sguardo felino fece indietreggiare il mostro che vedendosi impossibilitato a riscuotere si rivolse alle altre due prede, nonostante la velocità della Nativa, lei capì subito che non sarebbe riuscita a raggiungerle prima di quel montante che le avrebbe schiacciato sotto quelle mani titaniche di pietra.

Sottile come un foglio di carta, veloce come un proiettile e della circonferenza di un pezzo dello stesso mezzo di cui era formato; quelle furono le dimensioni del disco di metallo che taglio il Nativo a metà all’altezza del bacino, un suono sordo e leggero terminò il moto del disco che finì conficcandosi tra i rottami più piccoli del resto del mezzo di trasporto di cui era fatto, il piccolo camioncino. Come una frana i pezzi del gigante si sbriciolarono cadendo a terra in un cumolo polveroso e ghiaioso muschiato, in un attimo finì tutto in una nube di polvere.

Passai attraverso il campo di battaglia superando il mucchio di sassi che era il Tritamassi arrivando al disco che avevo fatto plasmandolo ad una palla più o meno sferica. <<è tutto ciò che posso darvi, potete sempre venderlo. Non potete ripagarci il mezzo ma è un inizio>>, dissi con voce monotona e assente, proprio come mi sentivo, assente.

<<Ray che ti è successo!?>>, chiese Aura venendomi incontro abbattendomi nella sua vera forma.

<<ma che diavolo!>>, urlò Eric sorpreso di quella mutazione così repentina e assurda, era la prima volta che vedeva qualcosa di simile.

Accarezzai il grosso viso della mia tigrotta sentendomi subito meglio, più sereno nel vedere il suo sguardo. Lei però non vide la mia serenità ma il viso contuso, sporco di sangue, terra, polvere così come moto il medesimo stato dei vestiti. <<ah, non ti preoccupare, non è niente di ché. Certo, non è qualcosa che ti possa interessare visto che mi hai dato del…>>

<<lascia stare quel che ho detto! Quello non conta, ero arrabbiata e lo sono ancora, un po’.>> in un improvviso dolore acuto in petto scansai Aura da sopra e mi allontanai il più possibile, Aura preoccupata mi corse dietro.

<<ma che diavolo è successo? Chi era quella cosa?>>, chiese più confuso che mai il ragazzo.


Appena raggiunsi un angolo ben nascosto caddi piegato su me stesso a vomitare l’anima e chissà cos’altro, un fiume di sangue, interiora e un liquido nero si riversarono sull’erba mentre il dolore lancinante mi bloccava a terra in quel disgustoso gesto di rigetto del mio corpo. Aura arrivò qualche istante dopo guardandosi tutta la scena, la domanda che gli sorse nella mente fu risposta da ciò che aveva sentito poco prima da dei cacciatori, essi sfuggiti ad un arnese mortale della Furia avevano visto il mostro morire per mano mia e la voce si sparse in fretta, la Nativa si avvicinò mutando la sua forma affiancandomisi sofferente e preoccupata. <<smettila Ray, Pam non vorrebbe questo… dovresti cercare di… tornare al tuo mondo, io potrei venire con te ma devi smetterla con questa assurda vendetta! se continui finirai per morire prima ancora di trovarle tutte!>>

<<non… mi fermerò tigrotta, l’ho promesso e poi… c’è altro sotto. Io devo trovarle, tutte quante; ti ringrazio per essere qua… con me e mi spiace che tu veda come sono ridotto.>>

<<ti devo la vita Ray, anche se fossi arrabbiata e non lo sono più, ti seguirei in capo al mondo, non per dovere ma perché ti voglio bene, stupido.>>

Con l’auto della mia Nativa raggiunsi un piccolo stagno dove mi sciacquai la faccia e dove mi rimisi più o meno in modo decente, Aura mi porse i suoi vestiti insieme alla mia valigia dove li rimisi dentro. <<certo che vede essere fastidioso ogni volta toglierti o metterti i vestiti quando ti trasformi, vero?>>

<<Già, sarebbe stato meglio se avessi imparato a trasformarmi già vestita>>, disse non troppo dispiaciuta. <<almeno così puoi scegliere tu che cosa vuoi che mi metta, soprattutto quando siamo soli.>>

<<occhio a ciò che chiedi piccola, potrei prenderti alla parola.>>


Ci trovammo una bella sorpresa se non fosse che non le riconobbero quasi per nulla, loro però sì. Le due compagne di Eric si precipitarono ad abbracciare Aura che non capiva e si sentiva alquanto in imbarazzo, le due vedendo la Nativa in imbarazzo passarono a me mettendomisi davanti, una affianco all’altra. <<allora se indovini, ti regaliamo un bacio a testa>>, disse la sorella più piccola non trattenendo la gioia, ci riflettei un po’ prima di rispondere.

Benché fossero giovani avevano un fisico ben slanciato e assai sviluppato, la sorella più grande mostrava nelle numerose scie di pelle scoperte dalla tuta, una tonica muscolatura dovuta ad allenamenti costanti, la candida pelle aveva lasciato posto ad un colore leggermente più ambrato, le dita ricoperte da sottili bendaggi muovevano lesti due piccoli coltelli tanto veloci da sembrare dei dischetti denotando la sua maestria, e visto il numero che portava attorno alla cintola e ad un braccio; capelli corti corvini un po’ spettinati , occhi castani e lo stemma poco sotto l’occhio destro di rosso oscuro che gli dava un tocco misterioso. L’altra sorella più giovane e dal viso solare e innocente aveva i capelli lunghi, ricci e spettinati che brillavano di un color dorato spento che si contrastava agli occhi perlati del tutto indimenticabili, i vestiti erano simili a quelli degli studenti che avevo visto qualche città prima ma più colorati e appariscenti come le enormi pistole nere carbone che portava sulle fondine attorno al prospero petto.

<<certo che mi ricordo ora, la piccola Kurenai e la sua burbera sorella Lara, da tanto che non ci si vede. Siete davvero cresciute tanto.>>

Kurenai mi abbraccio stampandomi un bacio sulla guancia seguito timidamente da quello della sorella sull’altra guancia.

<<ti piace essere al centro dell’attenzione, vero?>>, disse Aura non proprio felice della cosa.

<<mi piace sentirmi amato, cosa che fai raramente nei miei confronti. Preferisci darmi del porco e dello stupido…>>, gli rinfacciai scherzando.

<<non dire stupidate!>>, rispose saltandomi addosso riempiendomi di leccate senza lasciarmi vie di scampo.

<<oh, qualcuna è gelosa!>>, disse Lara mettendosi da parte, lasciandomi alla mercé della Nativa.

<<ok basta, basta. Mi stai facendo male tigrotta.>> la Nativa scusandosi mi lasciò andare ma rimanendomi attorno come se volesse che nessuno si avvicinasse troppo. Infatti appena mi sedetti sul cumulo di metallo che era stato un mezzo di trasporto lei si sdraiò alle mie spalle facendomi anche da morbidissimo e caldo sdraio mentre gli accarezzavo la testa. <<allora ragazze, che cos’è successo? Come mai da questa parte del mondo?>>

<<a questa domanda rispondo io>>, esordì Eric che era stato per tutto il tempo ignorato, io incuriosito affondai nella morbidezza aspettando la singolare storia che portò delle ragazze di campagna a cacciare mostri leggendari a centinaia chilometri di distanza da casa.

<<era una giornata piena ad Iris, cuore pulsante del esercito della fiamma Vermiglia. Quel giorno erano aperte le selezioni per i futuri cadetti che poi sarebbero stati i soldati del domani, la cosa era stata promossa in maniera esaltante e ogni ragazzo e ragazza di tutto lo stato era lì per arruolarsi, lì le ho incontrate, in mezzo alla moltitudine che cercavano di non farsi travolgere dalla folla, non potei non aiutarle, si vedeva che venivano da fuori città perciò feci loro da guida e tutto il resto, ci arruolammo insieme ed insieme attendemmo il verdetto per una settimana.>>

<<purtroppo però non ci presero…>>, continuò Lara. <<non abbiamo soddisfatto i requisiti minimi fisici e le nostre valutazioni non avevano passato i test minimi dovuti al grande afflusso di richieste. Fummo scartate e… Eric invece fu preso per un soffio.>>

<<Già, ero passato per poco ma fui al settimo cielo. Era stata una vera faticaccia>>, aggiunse soddisfatto. <<ma visto che le ragazze non erano passate ho lasciato stare e ho deciso di mettermi in proprio con loro fino a che tutti e tre potremmo entrare insieme.>>

<<che romantico!>>, disse Aura totalmente estasiata con occhi dolci, nonostante fossi l’unico a capirla la reazione di Aura sorprese anche gli altri soprattutto Eric che si sentì in imbarazzo vedendo che tutti gli occhi erano puntati su di lui.

<<su gente non mi guardate così altrimenti mi mettete in imbarazzo, su Lara, Kurenai dite qualcosa.>> le due ragazze erano anch’esse in imbarazzo poiché era la prima volta che sentivano la storia vera.

<<ammiro ciò che hai fatto, non molti lo avrebbero fatto per qualcuno conosciuto da poco, vuol dire che il vostro legame era già saldo dall’inizio, buon per voi! Dai Aura ora dobbiamo andare, ragazzi ci si vede in giro!>>

Traballante e incerto presi i miei fardelli mettendomeli in spalla per avviarmi lì dove il mio istinto, che ormai da tempo iniziava a fiutarne le tracce, mi diceva avrei trovato tracce delle Furie.

<<aspettate! Ray possiamo venire con voi? Vorremmo imparare da te!>>, chiese Eric a nome della squadra. Mi voltai guardandolo in faccia con espressione non proprio accondiscendente.

<<mi spiace ragazzi ma non sono in cerca di allievi, e poi… sono troppo giovane per averne e non ho nulla da insegnarvi, io->> Aura mi urtò con la testa fermando il mio discorso, aveva qualcosa da dire.

<<non hai nulla da insegnare? Non dire bugie, non sono stupidi e neanch’io. Ciò che hai fatto, ciò che hai affrontato e il solo fatto che tu sia qui… tu ha molto da insegnare, per favore lasciali venire con noi. Io ho paura di quella solitudine che porti con te, io non basto per dissiparla, forse anche solo per poco lasciali venire con noi.>> presi il viso di Aura vedendone nel profondo l’apprensione che aveva per me e altro, qualcosa che teneva nascosto e che voleva che rimanesse così.

<<va bene, potete venire con noi ma solo fino alla prossima città>>, alzai lo sguardo al cielo vedendo che come ogni giorno il cielo si stava oscurando. <<per oggi non si va da nessuna parte, prepariamoci alla notte.>>


Arrivammo nelle vicinanze del laghetto dove mi ero fermato dopo lo scontro con la Furia, decidemmo di passare lì la notte visto che eravamo quasi tutti feriti e stanchi.

<<ragazze qua vicino c’è una fonte d’acqua dove potete lavarvi, io e Eric intanto sistemiamo qui e portiamo quello che è rimasto del vostro mezzo.>> le sorelle Satari ringraziarono e portandosi dietro le loro cose andarono a rinfrescarsi. <<guarda che parlavo anche con te appassionata dell’acqua.>> Aura mi ringhiò non gradendo il commento, poi se ne andò in un angolo sdraiandosi a guardarci con aria superiore.

<<certo che voi due andate davvero d’amore e d’accordo. Chi ha salvato chi?>>, chiese Eric.

Ci pensai su qualche istante, in fondo era una domanda che davvero non avevo mai considerato, l’avevo salvata io da quei Gèvaudan ma era vero che anche lei mi aveva salvato, in molti modi. <<bè, chi lo sa. Comunque non è tutto rose e fiori, stanne certo.>>

Mentre Eric si preoccupò del fuoco e della messa appunto del perimetro nonché dell’inventario io portai ciò che dai rottami recuperai per i ragazzi, una grossa tenda per le ragazze, qualche scorta di cibo e altro. Il campo fu sistemato appena in tempo per accogliere il ritorno delle sorelle che si erano cambiate mettendosi qualcosa di più comodo e leggero per la notte.

<<ti piace?>>, chiese Kurenai mostrandosi in quella leggera blusa crema dai piccoli ricami nel leggero spacco sul petto e nella parte inferiore sui fianchi che si aprivano sulla bianca gonna liscia; Lara che a quanto pare non piacevano troppo i vestiti troppo femminili si era solo tolta la parte dura della tuta, rimasta in pantaloni in pelle grigi e una stretta canottiera nera.

<<sì, state bene entrambe>>, dissi complimentandomi, poi mi rivolsi a Eric che dopo la faticaccia non si capiva se fosse più sporco o sudato. <<Eric vai a darti una lavata, non sei presentabile.>> lui si guardo un attimo capendo che volevo dire.

<<hai ragione. Ragazze le scorte sono nella borsa se volete iniziare a mangiare, Ray vieni con me?>> sia ad Aura che alle sorelle si drizzarono le orecchie ma finsero disinteresse alquanto evidente.

<<va bene, anch’io ho voglia di rinfrescarmi e poi… da un po’ che non parlo con qualcuno del mio sesso.>>


Eric si tuffò appena si levò i vestiti rimanendo in intimo, fece un paio di bracciate prima di ritornare vicino alla riva. <<è stupenda, è da un po’ che->>

Mi levai i pesanti capi lasciando alla debole luce del tramonto la vista delle lunghe e logore bende che ricoprivano quasi del tutto la mia pelle, le mani ei piedi nonché il collo e la testa erano le uniche parti non toccate da esse, per il resto era tutto un uniforme massa grigia color polvere sfibrata, sporca e vecchia reduce di anni ed eventi, impregnate di ricordi, di emozioni e dolore.

Entrai in acqua sentendo dolorose ma veloci fitte su tutte le parti che mascherai a fatica ma che Eric non notò. <<cavolo, sei messo un po’ male. Mi fai pentire di entrare nel esercito… quelle ferite ti devono far male…>>

A metà strada del ritorno incontrammo Aura che a quanto mi disse aveva fatto la ronda per eventuali occhi indiscreti, la verità e che voleva tutto lo spettacolo per lei. Le sorelle accolsero il nostro ritorno attorno al falò mentre si asciugavano i capelli, Eric provò a sedersi tra le due ma esse si scansarono di lato scivolando sul tronco che era diventato una sorta di divano. <<ehi, perché? Ho forse detto qualcosa di strano prima?>>

<<bè, io mi siedo qua>>, dissi mettendomi ad uno stremo un po’ più lontano dal fuoco affiancato da Aura, mi alzai appena asciugati i capelli per mettere la carne sul fuoco e come sempre la Nativa fu la prima ad avere la sua parte, le ragazze subito dopo e io e Eric, rimasti senza, mangiammo qualche frutto raccolto prima.


Mi andai a risedere vicino ad Aura ma Lara e Kurenai scivolarono fino a prendermi di sorpresa sedendosi ai miei lati. <<siete davvero cresciute tanto, siete più belle che mai>>, dissi notando che malgrado l’ambiente in cui erano cresciute avevano mantenuto l’animo puro e sincero che avevo notato anni prima.

<<ma che stai dicendo!?>>, disse imbarazzata la piccola Kurenai sentendosi a disagio come la sorella, che si distanziarono leggermente per l’imbarazzo ma una fredda e fugace folata di vento le fece stringere a me, Aura che si vide tutta la scena fece un sentito e per nulla nascosto ringhio di disappunto e fastidio che ignorai, vederla gelosa mi faceva venir ancora più voglia di stuzzicarla.

Presi le due sorelle stringendole a me abbastanza platealmente. <<stasera fa freddo, più siamo vicini meno sentiremo il freddo>>, sussurrai all’orecchio delle due avvicinandole sempre più. Aura non ce la fecce più e con un balzò mi abbatté tra le due Satari sbattendomi a terra, trascinandomi poi via come un sacco di sassi mentre i tre ragazzi mi guardarono svanire tra la vegetazione.


Qualche metro più avanti mi lasciò andare dopo avermi trascinato incurante tra le rocce, le carcasse e ogni cosa di duro e affilato che c’era nel terreno. Mi rialzai in piedi pulendomi quanto possibile mentre lei si tuffò riprendendo le sue sembianze di Persona, mi sedetti a bordo riva e voltandomi dall’altra parte osservai con gelosia che quei Nativi nascosti non posassero i loro sguardi sulla mia compagna. Appena ne sentì uno avvicinarsi troppo mi alzai e andai a dirgli due parole; fugace e veloce provò a scappare insieme ai suoi compagni ma gli fui addosso prima che scappasse anche lui, nel suo sguardo vidi la paura e quel corpo da Fauno tremare cercando di scappare via.

<<avete visto abbastanza, dillo anche ai tuoi compagni nascosti. Lei non è per voi, vai!>>, dissi lasciandolo correre via mentre allo stesso tempo decine di alberetti e cespugli si mossero alla fuga di ogni altro Nativo nelle vicinanze.

Ritornai da Aura che intanto era uscita dall’acqua e si stava accarezzando i capelli mentre le prime luci della notte filtravano da deboli nuvole facendo risplendere la sua pelle ancora bagnata di una leggera luce rugiada che l’illuminò come un angelo sceso sulla terra, simile ad una dea nella sua suprema bellezza; una fitta improvvisa mi colpì alla testa mentre per un attimo alla sua immagine venne sovrastata un’altra figura: sfumata e poco nitida come un ricordo che cercava di ritornare ma che il dolore fece subito ripiombare nell’oblio. <<che cosa c’è?>>, chiese Aura notando che l’osservavo. <<è che… anche tu certo non aiuti, sei troppo bella sotto questa luna…>>

<<adesso sono carina? prima non trovavi carine le sorelle razza di donnaiolo.>> mi avvicinai a lei e la coprì col suo cappotto che avevo preso dopo l’incontro dei Fauni. <<l’ho fatto solo per stuzzicarti. Lo sai che ti amo tigrotta, così come ho amato Pam.>> Aura appoggiò la testa bagnata sul mio petto mentre mi rivolse uno sguardo preoccupato, io con tutta la dolcezza che provavo per lei accarezzai quel viso dai tratti felini, spostai quel ciuffo di capelli di neve che gli copriva perennemente quell’occhio color rubino che portava ancora le cicatrici del giorno in cui perse il suo mondo, la sua madre.

Aura si fece accarezzare facendosi passare la mano sulle guance, sui capelli e su quelle orecchie feline che gli spuntavano come piccoli triangoli su un liscio telo bianco di capelli; la Nativa si lasciò andare di peso su di me atterrandomi come fossi il suo letto, come a voler stringersi a cercar di riscaldare quel cuore che si era chiuso dopo aver perso tanto, rimasi a coccolarla isolandoci da tutto ciò che ci circondava, come se esistessimo solo lei e io.


Quando il suo respiro si fece più lento e la sua lunga coda smise di ondeggiare sotto il cappotto capì che si era addormentata, la mia piccola era così bella, innocente e solare quando dormiva che a guardarla mi ricordava Kimiko, quando stanca per il lavoro appena poteva mi si buttava addosso facendosi coccolare mentre ci guardavamo un film sul divano, tutto finché non si addormentava.

Con delicatezza presi di peso la mia tigrotta e portandola in braccio ritornai all’accampamento; tutti dopo un paio di ore erano crollati alla stanchezza, Lara e Kurenai erano nella tenda e avevano lasciato Eric dormire con loro, anche se un po’ stretti.

Mi appoggiai al tronco vicino al fuoco usando la valigia come scomodo cuscino, Aura intanto si era svegliata per tutto quel movimento ma non sembrò volerlo rimanere per tanto, appena si svegliò si guardò un attimo attorno prima di riappoggiare la testa nel suo comodo cuscino vivente stringendosi e facendo le fusa mentre continuai ad accarezzarla totalmente preso dalla sua dolcezza, il suo stemma nascosto tra il petto ei capelli prese a risplendere irradiandola come un cielo bagnato da un Aurora boreale, continuai a coccolarla fino a che non si riaddormentò di nuovo, il dolce e debole frusciò del suo corpo avvolto dal cappotto contro il mio petto insieme al suo respiro mi ammagliarono mentre tutto sembrava insignificante al suo confronto, solo allora gli dai un leggero bacio sulla fronte lasciandomi anch’io andare. La luce del fuoco bagnò anche quei anelli che portavo alle dita che ogni giorno mi trafiggevano con lame di emozioni contrastanti che si univano in un vortice di pensieri da cui non riuscivo ad emergere ne affondare, ne ero semplicemente sopraffatto, e con tale confusione ogni giorno andavo avanti ma quella notte tali pensieri erano, anche se per poco, ben lontani.


La pianura era la stessa ma non più una prova, nessuno da salvare per ottenere il potere di parlare ai Nativi, continuai a camminare e pian piano le somiglianze con la terra dei Titani si facevano più forti, il vento implacabile che a tratti portava con se la sabbia fine e grigiastra andava e veniva d'intensità come onde sul bagnasciuga.

Arrivai al tanto ricordato strapiombo, alzai lo sguardo e ciò che rimaneva delle gabbie appese erano solo poche e arrugginite sbarre che tenevano a malapena la struttura di ciò che era un tempo. <<che ci faccio di nuovi qui?>>, chiesi a me stesso ma quella voce della coscienza si sparse come un eco nell'ambiente da parer che avessi urlato quella domanda. Da quel enorme baratro una massa informe, viscida come petrolio e fumosa come nebbia risalì da quel pozzo senza fondo componendosi davanti a me, privo di forma si issava alla mia altezza e da quel buio penetrante una voce si levò.

<<questa è una domanda a cui potrai risponderti da solo. La pena, il dolore e quella sensazione malinconica che ti trapassano il cuore quanto vedi i loro sguardi morenti sono un valido indizio per la tua risposta, non credi? Piuttosto che chiederti cosa sono… pensa a cosa sei tu, lo hai già capito che se continuerai così ritornerai a quello stato che è nato nella tua tortura, dopo tutti quei mesi… miracolosamente vi siete liberati e avete chiamato aiuto. Lo sappiamo com'è andata, cos'hai fatto e come ti sei sentito. È come ha detto Aura, quell'oscurità…Ora ti devo lasciare ma ricordati ciò che hai provato e cos'eri diventato… MOSTRO.>> l'ammasso oscuro si dissolse ritornando in quel baratro prima che un improvvisa tempesta di sabbia avvolgesse tutto, facendo scomparire ogni cosa.

Il solletico dei capelli di Aura insieme alla sua eterna ricerca della posizione migliore proprio su di me mi salvarono da quel sogno dispotico. Appena mi svegliai e provai ad alzarmi lei subito mi si aggrappò al collo bloccandomi a terra mentre lentamente aprì gli occhi, quel suo sguardo tra il sonno e la veglia non mi sembrò mai così bello, toccato a malapena da qualche raggio del sole, anch'esso in moto per svegliarsi. <<è già giorno? Voglio dormire ancora…>>

<<dai tigrotta, dobbiamo prendere la colazione prima che vada via, e tu sei la sola che mi possa aiutare.>>

<<ma voglio… dormire. Facciamo più tardi, sto così comoda su di te…>>

<<se mi fai questo piacere… sarò il tuo schiavetto per tutto il giorno, tutto quello che dirai farò, che ne pensi?>> la Nativa appena sentì smise di fingere di star addormentandosi e aprì di scatto quel suo occhio rubino fissandosi con aria seria. << dici davvero? Proprio tutto?>>

<<Sì, proprio tutto. Hai la mia parola, allora mi aiuti?>>

Prima di tutto si stiracchiò sgranchendosi la braccia, con un salto si parò in piedi coperta solo da quel suo cappotto. <<che stiamo aspettando?>>, disse sottovoce.

Saltavano come popcorn da una padella rovente mentre con gesti mirati e veloci come uno schiocco di dita Aura li colpiva tramortendoli e allo stesso tempo li lanciava a me che finivo il lavoro, non erano una vagonata ma dopo più di mezz'ora di operato una ventina di prede erano pronte per andare sul fuoco. Aura bagnatasi i vestiti uscì dall'acqua per nulla stanca ma visto che il sole stava già salendo velocemente i pesci se ne sarebbero andati, la Nativa si levò il cappotto mettendosi gli slip che gli avevo preso e una canottiera, il resto dei vestiti li ignorò completamente.

<<non sarebbe meglio che tornassi alla tua vera forma?>>, chiesi guardandola sfoggiare il suo corpo da urlo.

<< No, sto bene così. Mi piace questa forma anche se a volte è un po' troppo difficile da gestire con questo petto così grande.>> distolsi subito lo sguardo prima di passare alle azioni più che a limitarmi all'immaginazione.

<<andiamo dagli altri, penso che ora si siano svegliati.>>

<<Ok, ma prima me ne prendo uno. Ho una fame che non hai idea.>> detto ciò prese la preda più grossa che aveva catturato e l'azzanno divorandosela lentamente mentre tornavamo indietro.

Come pensavo erano già tutti in piedi, le sorelle vicino al fuoco mentre Eric a sistemare la tenda mettendola via insieme ad un ammasso informe e gigante legati insieme da della corda che rappresentavano tutti i loro bagaglio.

Riaccesi il fuoco e conficcando una decina di pesci in uno spiedo di metallo, fatto con l'antenna del loro defunto mezzo di trasporto, lasciai la colazione a cucinarsi. Dalla mia valigia invece, che mi faceva rimpiangere il mio amato sacco, tirai fuori della frutta sgargiante che era invece la mia colazione, morso dopo morso non mi sembrò poi così male anche se dai rumori viscidi che faceva ad ogni morso non ispirava appetito, alzai lo sguardo verso gli altri per scusarmi ma loro erano catturati da altro.

I loro sguardi erano totalmente schiavi della Persona al mio fianco che divorava i pesci crudi uno dopo l'altro con furia e velocità di una fiera, le carcasse si ammassavano mentre un filo di sangue gli scendeva dalla bocca verso il mento cadendo poi sulla pelle scoperta del petto. <<scusatela, Aura mangia più piano. Ti sporcherai i vestiti e non mi piace andare a comprarli visto che sono posti affollati>>, la ripresi passando un dito sul sangue sul petto salendo poi dal mento fino la bordo delle labbra per poi leccarlo via. <<cavoli, davvero buono.>>

Aura si bloccò e mi guardò con evidente imbarazzo anche se ormai pensavo si fosse abituata visto che lo facevo sempre quando era nella sua forma Nativa; gli sguardi di tutti erano su di me. <<che c'è?>>


Dopo le urla dei tre tra l'imbarazzo e la sorpresa nel vedere che era davvero Aura colei che mi stava affianco e la polemica per il suo vestire così succinto potei spiegare per bene, anche se non troppo nei dettagli come era successo ma la cosa non li tranquillizzò, soprattutto Eric che non gli staccava gli occhi di dosso, Aura dal canto suo non faceva nulla per evitarlo e in più quando notava il suo sguardo gli faceva l'occhiolino. Dopo la terza volta mi misi tra i due e appena accennò lo sguardo verso la Nativa lo fulminai con occhi di ghiaccio e un'espressione che faceva intuire tutto.

<<bene, visto che abbiamo finito tutti, è ora di muoverci.>>

Presi la mia valigia e mi parai davanti ad Aura mentre lei si levò i pochi vestiti che indossava, le ragazze ed Eric però non si poterono godere il corpo nudo della Nativa visto che coprivo interamente lo spettacolo mentre si svestiva. <<sei proprio geloso, vuoi questo corpo solo per te>>, scherzò lei avvolgendo le braccia attorno al mio collo, Eric era alle mie spalle che si rodeva dentro volendo essere al mio posto, Aura mutò la sua forma tornando Nativa e lasciandomi i suoi vestiti da mettere via; dopo ciò potemmo partire.

<<bene, muoviamoci!>>, dissi al gruppo mettendosi alla testa della squadra a fare da guida, ma appena feci un passo avanti una pesante sensazione di oppressione mi travolse come un pugno ben assestato, come un sasso caddi a terra privo di sensi mentre gli occhi assenti e sbarrati fissavano il paesaggio che lentamente si sfumava, le voci perdevano significato e il tatto smetteva di funzionare in ogni secondo che pareva un'eternità.


Quasi come la gola in cui mi imbattei in compagnia di Kara quella enorme grotta non ispirava per nulla fiducia ma emetteva un senso di impotenza che non riuscivo a scrollarmi, tanto possente quanto l'enorme edificio a pagoda di un nero carbone che padroneggiava ogni cosa, posto su un piedistallo in mezzo ad una voragine senza fine che divorava più di metà del suolo della grotta, e che lo collegata al cerchio esterno di un sottile terriccio su cui stavo da collegamento un possente ponte grigio osseo che era in tutto e per tutto la spina dorsale e le appuntite costole di in possente Nativo morto.

Avanzai su quella carcassa ammirando le alte vette di quelle ossa appuntite e dalla larghezza di due uomini, più mi avvicinavo a quel edificio e più quella sensazione di oppressione aumentava fino a che a pochi metri da esso, bagnato da una tenue luce bluastro fosforescente di un muschio che ricopriva l'intero cielo della grotta, l‘enorme portone venne aperto e lo straziante scricchiolio mi trapassò i timpani riducendomi in ginocchio.

Una luce aurea inonda la proiezione della porta e da quella luce di quel palazzo una figura uscì venendo verso di me, da essa una presenza oppressante e terribile a dimostrare quasi fisicamente che quel posto gli apparteneva. Ad ogni suo passo mi sentì quasi schiacciare a terra mentre si muovevano con passo lento ma supremo, scie di scariche bluastre lo precedevano e lo seguivano nella sua lontana avanzata che termino in un istante quando me lo trovai a un metro, a quel punto ne venni schiacciato da quell'aura che emanavano come catene che mi tiravano a terra, la sua mano fasciata di strati di tessuti vecchia di secoli si alzò avvicinandosi al mio viso mentre da oltre quella maschera scheggiata il suo sguardo dorato trasudava un non che di disperazione e follia. Con tutto me stesso cercai di alzarmi ma quella mano si avvicinava sempre più e io non riuscivo a muovere un muscolo.

Un colpo tuonante fendette l'aria colpendo in piena testa la creatura che venne sbalzata all'indietro senza però cadere a terra, altri due colpi lo fecero indietreggiare annullando anche quella presenza oppressiva. Appena mi potei rialzare lo feci ma quel mostro lanciò il suo attacco prima che potessi scappare, dalla maschera migliaia di vitrei frammenti di metallo si espandere attorno a lui e in un movimento di braccia enormi fulmini si crearono su quella nube grigiastra che risplendette di un rabbioso blu elettrico, fuse insieme partirono dritte verso il suo obbiettivo, io.

Come uno scudo, bellissime ali bianche bloccarono il suo attacco annullandolo del tutto, esse si rischiusero mostrandone la figura, la Furia a cui appartenevano. <<muovetevi voi due!>>, urlò alle mie spalle e subito si palesò un'altra Furia provvista di un magnifico e possente fucile bianco dalle finiture dorate che sparò qualche colpo verso la Furia elettrica, dall'altro mio fianco sbuco un'altra furia che mi diede qualcosa tra le mani. <<tieni queste. Era da così tanto che volevo rivederti>>, disse con voce femminile stringendomi a sé. <<ma ora devi andare. Trovaci, ti prego. Trova tutte noi e liberaci>>, terminò di dire lasciandomi. La Furia alata lanciò una potente folata verso il nemico scaraventandolo contro l'edificio mentre l'altro agì.

<<hai sentito, contiamo su di te>>, disse con voce fiduciosa il cecchino prima di tirar fuori una Pistoia e spararmi in testa.


La testa per il colpo caddi all'indietro ma subito mi ripresi e come uscito dal fondo di un lago mi ripresi respirando a grandi boccate, mi appoggiai alle braccia sprofondate nel soffice terreno della foresta, il sudore mi bagnata la fonte mentre sentivo tutta i muscoli fremere come percossi da mille scariche, lentamente la vista sfuocata ritornò alla normalità, i suoni, le voci e ogni senso riiniziarono a funzionare mentre Aura e gli altri mi scorrevano davanti urlandomi contro preoccupati. Alzai lo sguardo verso di loro e per un istante soprapposi le loro figure, le voci e le facce a quelle delle Furie che in quella visione mi avevano salvato, alzai il braccio per afferrare l'immagine ma subito il luccichio degli strani bracciali che mi ritrovai al polso presero tutta la mia attenzione, essi erano ciò che la Furia dalla voce femminile mi aveva consegnato nelle mani. Confuso ancor di più di quelli che mi guardavano attoniti e impensieriti, sentii ritornare quelle sensazioni che provai nel mettere fine alla vita delle due Furie che avevo incontrato, subito a quelle immagini le parole di quella visione mi strinsero ancor di più l'animo, io che volevo morte per vendicarmi diventando il cattivo, per loro sarei un salvatore ché mette fine al loro tormento? Non era ciò che volevo, non gratitudine, almeno era ciò che pensavo, volevo il loro odio, volevo che mi cercassero, che provassero ciò che avevo provato io anni prima. La rabbia a quel punto prese il sopravvento, una sorda, sistematica, cinica e celata rabbia che continuava a crescere da anni, da ancor prima di giungere in quel mondo.


<<Ray, riprenditi!>>, urlò Aura con un forte ruggito che mi strappò ai miei tormentati pensieri. Non solo il suo viso ma quello di tutti era segnato da una profonda preoccupazione e paura.

Allungai la mano sulla grossa testa della Nativa accarezzandogliela rassicurandola. <<sto bene, era solo un capogiro. Nulla di cui preoccuparsi, ma comunque grazie.>> mi rialzai in piedi sentendomi di nuovo me stesso e stranamente leggero. <<comunque meglio che dia una controllata a dove siamo e quanti manca alla prossima città, e poi vorrei evitare di incontrare soldati…>>

Con un balzo salì sul l'albero più alto che trovai anche se erano tutti più o meno della stessa altezza, con maestria da primate scalai con facilità le robuste diramazioni del possente tronco fino a giungere il limite oltre cui scorgere il paesaggio, una veloce occhiata bastò per capire dov'ero ma non scesi subito. Mi sedetti sul ramo appoggiandomi al tronco e analizzai quei bracciali. Stranamente, diversamente da altre cose o individui che incontrai, non mi parvero per nulla famigliari anche se scaturivano in me fitte alla testa nel provare a ricordare il perché me le avessero dati. Dopo qualche istante mi arresi alle fitte e appendendo i due oggetti alla cintura mi alzai per scendere; mi avvicinai al tronco quando all'improvviso mi ritrovai privo di forze in bilico sul punto di cadere, bastò una leggera brezza perché scivolati via come un bastoncino in piedi su un cilindro arrivando a terra come un rametto spezzato da un fulmine o un uccellino che si schianta a terra.



Mi risvegliai che ero in una tenda, una leggera lanterna illuminava l'interno di un Giallognolo spento, alzai il busto levandomi in parte la coperta sentendo poi delle fitte terribili al petto e su tutto il braccio sinistro, per fortuna era qualcosa che conoscevo e non me ne preoccupai più di tanto, con le medicine di Proteo avevo quasi dimenticato la mia maledizione, la mia malattia. Aspettai qualche istante di riprendermi un minimo, cercai tra tutti i bagagli messi attorno a me finché non trovai la fiala nera. <<eccola, ma c’è ne sono così poche…>>

<<cosa sono?>>, domandò Aura entrando in quella momento nella tenda sedendosi di fronte a me con sguardo serio, in quella sua forma Nativa era decisamente minacciosa quando diventava seria.

<<è solo una medicina di un amico che mi aiuta con un piccolo problemino di salute che ho.>>

<<Ray ti conosco da quando ero una cucciola. Quella malattia… ho visto il tuo corpo. Se combatti ancora tu… fermati, lei non verrebbe questo…>>

<<ma io sì>>, dissi trai denti quasi non volessi che lei lo sentisse, poiché era un modo, la vendetta, per cercare di alleviare il mio dolore in quella lunga strada che ho deciso di percorrere nel sangue di molti. Presi la medicina iniettandomela nel braccio trapassando il bendaggio e come la volta prima, tutti i tatuaggi della memoria si illuminarono di un bianco elettrico come fossi una lampadina. <<belli, no? Fanno la loro sporca figura. Dicono che alle ragazze piacciano i tatuaggi ma penso che con questo bendaggio sia inutile senza la medicina. È già sera, vero?>>

<<sì, ti abbiamo preso e messo in questa tenda visto che non sapevamo che altro fare, nessuno è riuscito a toglierti quelle bende o a svestirti, quelle cinte sono come vive.>>

<<già, gentile concessione dei Titani, questi vestiti tanto da avventuriero di fiabe mi sono serviti a risolvere un problema sorto nel Tartaro, o meglio a salvarmi mentre risolveva un problema visto che le armature non mi vanno a genio.>>

Mi alzai e supportato da Aura uscì fuori dalla tenda dove i ragazzini aspettavano con apprensione attorno al fuoco, appena mi videro un'espressione di sollevamento ricoprì i cupi sguardi. <<scusatemi se vi ho fatto preoccupare ma adesso sto meglio, vado a farmi una passeggiava. La tenda è di nuovo vostra; Aura rimani qui.>>


Appena fui abbastanza lontano smisi di correre e scomparì nella notte, anche Aura che non aveva seguito la mia richiesta perse le tracce e non poteva far altro che tornare al campo, io d'altro canto lì dov'ero mi sentivo più libero e meno dolorante anche se un altro straziante sonno aveva seguito quella mia crisi. Dal pesante vestire scavai a fondo ritrovando la collana che mi era stata donata da Pam e quella datami dalla mia regina, Kim, una teneva ricordi di una permanenza breve ma stupenda, l'altra la foto di me e lei nella nostra prima uscita insieme, solo io e Kim come una normale famiglia, quel ciondolo rappresentava un amore che trascende a ogni senso del dovere o di debito, lei era la mia vita sin da quando mi trovò in quel orfanotrofio e lo stargli lontano mi ferita quanto la perdita del mio amore. Strinsi a me il ciondolo mentre canticchiai la melodia che dedicai a lei e che sempre avevo saputo, la melodia che mi fece imparare a suonare il piano per dedicarla a lei.

<<certo che è strano. Ho perso la Persona che più amavo in questo suo mondo e che mi fermava dal andare…. E non posso e forse non potrò mai tornare dalla donna a cui appartengo nel mio mondo, forse non è per me amare qualcuno allungo…>>, riflettei ad alta voce lasciando liberi al aria questi pensieri. <<forse sarà davvero così ma qualcosa mi fa sperare che non sia davvero tutto così… altrimenti come mai finisco sempre circondato da quelle belle femmine>>, scherzai alleggerendo il tono delle mie riflessioni.

<<vorrei saperlo anch'io, non è normale come cosa>>, disse Aura dalla base dell'albero. <<sei davvero un donnaiolo di tutte le razze Native e la cosa non mi pare ti dispiaccia.>> scesi in fretta scivolando sulla liscia corteccia cadendogli ai piedi. <<eppure nessuna ha condiviso il tuo letto come hai fatto con me>>, disse con fermezza e amore. Io non potei non distogliere lo sguardo dal suo sentendo il peso di ciò che aveva detto poiché non era del tutto vero.

<<bè… forse non è proprio così…>>, dissi cercando di non dar troppo peso alla cosa, lei però si alterò alquanto.

<<cosa! Sei andato a letto con un'altra!!!>>, urlò arrabbiata atterrandomi e mostrandomi le fauci.

<<non proprio una… erano tre, ma non è->> lei ringhiò talmente forte che tutta la foresta si svegliò, ma non potevo dirgli il viaggio da pirata che avevo fatto e le volte che avevo dormito con Akura, e le altre ragazze sull’Andromeda, lei doveva essere lontana da tutto quello e anch'io, per loro.

Aura si mi levò di dosso e andò dagli altri alquanto in collera e nonostante gli andai dietro cercando di farmi perdonare lei si accucciò il più lontana da me, evitandomi.

Eric e le sorelle Satari non vollero niente a che fare con la nostra discussione perciò appena finito la cena se ne andarono in tenda.


<<pensate che andranno avanti per molto?>>, chiese Eric seduto ad un angolo di spalle mentre le due ragazze si cambiavano.

<<Lara spera di no, così almeno avrà una chance con Ray>>, disse schiettamente la sorella, Lara tappò la bocca alla sorella inutilmente visto che aveva già detto tutto. Lara si voltò di scatto verso Eric fulminandolo con gli occhi come ad avvertirlo che ogni sua parola che riguardasse la questione lo avrebbe messo in serio pericolo.

<<tranquilla, non ho sentito niente>>, disse con visibile paura, lei rispose con un dolce sorriso che nascondeva una fiera senza pietà. I tre rimasero tutta la sera a parlare della loro futura avventura e sui progetti una volta diventati membri scelti dell'esercito, finché non furono sopraffatti al sonno.


Il mattino seguente per Lara fu diverso, era il momento di provare ad avvicinarsi alla persona che l'ha spronata a diventar più forte, uscì dalla tenda ancora mezza svestita facendo entrare una luce accecante nella tenda svegliando di malavoglia gli altri due. <<Lara ma che fai?! Spero che tu abbia una buona ragione, ero così comoda>>, si lamentò Kurenai che aveva usato Eric e la sua stazza come cuscino vivente, Lara però non rispose e rimase lì in piedi sull'orlo della tenda, Eric si affacciò e capì subito il motivo. Appena la ragazza fece per partire all'attacco Eric la bloccò mentre lei sbraitava contro Aura, che si svegliò in quel istante.

Aura si strofinò gli occhi e si stiracchiò come fosse nella sua forma Nativa levandosi il cappotto che ci copriva entrambi mostrando il corpo nudo coperto solo nella parte del bacino dallo stesso cappotto, il suo sguardo si parò su Lara che la guardava con rabbia.

<<ma la vedi! Se ne sta così tranquilla tra le sue braccio come fosse la cosa più normale del mondo quando ieri sera non ha fatto altro che litigare con lui. Lei l'ha sempre vinta con Ray e lui la perdona sempre, dannazione!>>

Aura notando che la cosa dava fastidio alla rivale mi abbraccio più intimamente facendosi più aderente a me mentre rivolgeva a Lara uno sguardo malizioso di sfida. La ragazza, se non fosse stato per Eric che la tratteneva, l'avrebbe sicuramente assalita, Aura continuò finché non mi svegliai ricambiando quel gesto pensando fosse un suo modo di darmi il buongiorno. <<buongiorno anche a te>>, dissi accarezzandogli anche il viso prendendola alla sprovvista.

Aura si allontanò trasformandosi in un balzò, Lara prese l'occasione al balzo e mi venne incontro dandomi il buongiorno, solare e sincero come il suo sorriso, un cambiamento di stato che sorprese tanto la sorella quanto l'amico.

<<bene, ora che siamo tutti in piedi meglio partire, il viaggio è lungo e visto che staremo un po’ insieme dovrete stare al passo.>> nessuno dei tre capì veramente ciò che intendevo dire finché il viaggio non iniziò davvero.


VIII

RABBIA





Il viaggio si dilungò più del previsto, purtroppo per la massiccia mobilitazione dei quattro eserciti sulle zone più rurali e maggiormente soggette ad attacchi delle Furie e non solo, dovetti continuamente modificare il percorso in modo da evitare scontri e inseguimenti con la conseguente che triplicai la durata. Il tempo insieme però non fu sprecato, nelle poche settimane che passammo i tre aspiranti cadetti continuarono ad allenarsi e sotto minaccia di Aura li aiutai a migliorare e gli feci in molte occasioni da maestro, loro dal proprio canto non si risparmiarono dal usare ciò per farsi un nome catturando criminali o eliminando minacce nei piccoli villaggi in cui ci fermavano per riposare; i tre erano divenuti rapidamente famosi lungo la nostra segreta via come “i buoni viaggiatori”, ovviamente restai esterno ad ogni loro faccenda per non allarmare eventuali soldati camuffati, dopotutto ero un pericoloso ricercato alla stregua delle Furie o dei Titani.

Nonostante la lunga camminata però non riuscì ad ottenere informazioni e figurarsi incontrare segni delle altre Furie, pian piano sentivo la frustrazione consolidarsi come la rabbia crescente che sempre più si faceva sentire come la nostalgia di casa, decine di questi pensieri e problematiche assillavano la mia testa ogni notte travagliando il mio sonno come i ricorrenti incubi di frammenti del passato e qualcos’altro. I tre ragazzi però erano estranei a questo e continuavano ad assimilare tutto ciò che dicevo e impartito loro migliorando a vista d'occhio ma non mi fecero mai vedere uno dei loro Vox, come se volessero avere sempre un asso nella manica, cosa che un po’ mi rendeva fiero;

Aura invece notava ciò che mi stava capitando ma non disse mai nulla, anche lei in quel viaggio sembrava nascondere qualcosa, una sorta di segreto che sembrava avere sulle labbra ogni volta che parlavo delle Furie e della mia vendetta ma che mai disse, nonostante volessi sapere cosa fosse mai l'obbligai a rivelarlo contro la sua volontà, anche se vedevo quanto ne soffrisse.


Nel mentre, grazie ai Avem Nebula, che facevano da messaggeri, fui costantemente aggiornato sugli sviluppi del mio progetto di liberazione dei bordelli e dei mercati di Nativi, la Kitsune ei suoi stavano facendo molto bene il loro lavoro e la voce si era sparsa anche nelle altre regioni e stati, perfino il regno centrale mandò un emissario per incontrare i capì del progetto, da come me ne parlarono nella lettera fu un gran successo e ne fui felice. Quella missione che per me era secondaria e per loro di vitale importanza era un modo per espiare ciò che feci ai loro arcani genitori al Tartaro; non mi tenni in contatto solo con loro, avevo alcune conoscenze che mi aggiornavano sul quadro generale di quel mondo, soprattutto sui loro eserciti, in loro vedevo qualcosa di estremamente sospetto ma che non riuscivo a concretizzare, per fortuna dopo settimane passate a viaggiare in piccoli villaggi finalmente l'esercito aveva mollato la presa e potemmo giungere ad una delle grandi città della regione: Sypak, famosa metà turistica poiché piena di negozi, svaghi, ristoranti, alberghi e ogni sorta di attrazione per viaggiatori, turisti e famiglie, una specie di gigantesco villaggio turistico poco lontano dal mare.


Appena arrivati ne fummo ammaliati dalla varietà di colori, adorni e quant'altro che facevano decisamente contrasto con l'asperità e lo stile spartano incontrato fino a quel momento, sembrava davvero un posto per le vacanze. Famiglie e giovani coppie passeggiavano gaiamente tra negozi in una metropoli dai toni estivi, noi invece che parevano usciti da una guerra facevamo davvero un gran distacco dai loro abiti leggeri ed estivi, dalle loro espressioni rilassate, dal loro profumo dolce e dalla spensieratezza che trasudavano.

<<siamo arrivati dunque, Sypak. Bene qui ci separiamo ragazzi>>, annunciai senza alcun rimorso o tristezza.

Eric all'apparenze sembrò il più dispiaciuto nascondendo tutto sotto un sorriso amaro, le due sorelle invece si lamentarono apertamente e a dar loro aiutò ci si mise anche Aura. <<il patto era chiaro, e più voi non avete più bisogno di me, siete già bravi e famosi. Sono sicuro che sarà una passeggiata entrare nel esercito. Beh, ci si vede.>> Appena mi voltai per fare dietrofront Aura mi si parò davanti con sguardo deciso e minaccioso, dall'altra parte a bloccare la strada c'erano i tre ragazzi. <<credete davvero di farcela?>>, chiesi decisamente sottovalutando la loro forza.

<<allora che ne dici di comprovarlo. In questa città c’è un campo d'allenamento del esercito poco lontano dal centro della città, lì ti sfido e se vinco ci lasci venire con te fino a quando noi lo vorremmo.>> Aura che concordò solo sulla prima parte, non sembrò molto dell'idea di dover sopportarli per così tanto tempo.

<<Ok, allora facciamo voi quattro contro di me. Se vincete voi farò come avete detto, se vinco io farete tutto ciò che vi ordinerò, le vostre vite saranno mie fin quando lo vorrò, deciderò tutto su di voi e non farete nulla a meno che io non lo dica. Vi va bene?>> la mia proposta li spaventò non poco visto con quale tono l'avevo fatta, purtroppo la loro testardaggine e stupidità gli fecero accettare e anche Aura fu costretta visto che si era messa a difenderli. <<allora facciamo domani, per oggi cerchiamo un posso dove stare e darci una sistemata, dividiamoci e cerchiamo un ostello, hotel o qualcosa di simile, non diamo troppo nel occhio. Aura vieni con me, ti devo parlare.>>



Appena fummo appartati in un angolo di strada tra due vicoli la fermai bloccandola contro il muro. <<che cosa pensi di fare tigrotta?>>, le chiesi con aria terribilmente seria e infastidita. <<avevi detto solo fino alla prossima città, l'ho fatto perché me lo hai chiesto tu. E ora vorresti che venissero con noi? Già faccio fatica ad accettare il fattore di mettere te in pericolo, figurati quei ragazzini!>>

<<Ray basta! Non sono una ragazzina indifesa, una cucciola senza artigli impaurita del mondo. In questi anni non sono stata a far nulla, so difendermi e so proteggerò coloro che voglio, sta tranquillo>>, disse prendendomi il viso con una mano per rassicurarmi. <<lo so che ti preoccupi ma lo faccio per te, non so che ti sia successo ma non voglio vederti nascondere tutto dentro ed isolarti dal mondo, devi parlare, aprirti con qualcuno e se non è con me almeno con loro.>> dopo quelle parole senti il dolce calore del suo amore riscaldarmi il petto facendo correre il mio cuore, lei lo capì dal mio sguardo intenerito e, nonostante si sentisse un po’ in imbarazzo, si lasciò abbracciare e accarezzare.

<<grazie tigrotta, non sai quanto ti voglia bene e sempre te ne vorrò. Farò questa sfida lealmente, e vada come deve andare, ma promettimi che non mi farai il broncio se perdi.>>

<<lo farò se stasera quando dormiremo insieme mi farai più di qualche semplice coccola. Devi scendere a compromessi con me, lo sai.>>

<<va bene, stasera se saremo in stanza insieme farò tutto quello che vuoi e molto altro. Ora però andiamo a cercar un posto.>> presi la Nativa per il fianco avvicinandola a me quasi attaccata. <<intanto comincio a ricompensati.>> la Nativa non capì subito quel che dissi ma quando sentì la mia mano sul suo corpo e una inebriante sensazione travolgerla non fece obbiezioni, mi lasciò fare mentre silenziosa cercava di nascondere l'eccitazione sotto un'espressione mite.



Quasi un’ora dopo ci rincontrammo con Eric ma anche a lui la ricerca non aveva dato grandi risultati, secondo quello che capimmo descrivendo le zone che abbiamo visitato la città era divisa in settori, ognuno dei quali atti ad uno specifico settore e noi non avevamo trovato quello del pernottamento, ma la fortuna non ci abbandonò visto che le sorelle sembravano aver trovato qualcosa.

<<non so voi ragazzi ma noi abbiamo trovato un sacco di posti per la notte ma… Aura stai bene? Sei tutta rossa in faccia e tremi>>, chiese Kurenai.

<<sta bene, deve solo riposare>>, risposi io al posto della Nativa che non avrebbe potuto parlare normalmente nel suo stato, mi fermai anche dal mio “coccolarla” ma lei subito prese la mia mano e la rimise lì dov'era poi guardandomi in un modo che non l'avevo mai visto in lei, come a supplicarmi di continuare, e così feci, ben nascosto dai nostri lunghi e folti vestiti.

<<vai avanti Lara>>, disse Eric distogliendo lo sguardo da me e dalla Nativa, sorpreso del nostro attaccamento così tanto fisico.



Arrivati davanti al edificio non potemmo non mascherare di essere al quanto scettici, e il primo a dirlo fu Eric. <<va bene che non doveva essere scarso ma questo non vi sembra un tantino troppo per noi, insomma la facciata bianca, gli adorni eccessivamente vistosi, tutto quel dorato e luccicare secondo me non è proprio l'idea dell'anonimato.>>

<<è questo il punto, se sei braccato da qualcuno il posto migliore in cui nascondersi è in piena vista, nessuno penserebbe che un fuggitivo come Ray si nasconda in un posto simile>>, espose Lara convincendo l'amico ma non del tutto Aura.

<<Sì, sì può fare e poi penso che qui saremo più che al sicuro. Entriamo!>> la mia reazione sorprese tutti, ma una risposta la si trovò appena entrammo.

Accolti come sovrani una schiera di servitori contornò la via verso la hall dove ad accoglierci fu la direttrice del monumentale albergo di lusso, una Driade.

<<mio signore Ray, è un onore averla nel nostro umile albergo>>, disse chinando il capo vistosamente come tutti gli altri.

<<come mai tanta somma accoglienza, Ray sei per caso un duca o un principe di qualche regione sperduta>>, scherzò Eric ridendosela insieme agli altri.

<<in vero, il signor Ray è il nostro->> interruppi la Nativa prendendola sotto braccio portandola in disparte, lontano dalle orecchie degli altri.


<<per favore vi pregherei di non dire a nessuno ciò che ho fatto, trattateci come qualunque altro cliente. Io non sono poi così importante, vi ho abbandonati dopotutto.>>

<<questo non è vero, ci avete liberato, tenuti al sicuro e dato una casa. Qualunque altra cosa abbiate fatto, come abbandonarci come dite voi, a noi non interessa, noi vi dobbiamo la vita. Venite con noi ad Arcadia e prendete il vostro posto…>>


Le sorelle, Eric e Aura dopo il mio allontanamento avevano iniziato a girare il lussuoso albergo aspettando il nostro ritorno. Numerose furono le cose che li sorprese come il personale completamente Nativo, e non solo mutaforma.

<<certo che questo posto è fantastico, mi chiedo come dei Nativi siano riusciti ad averlo>>, si chiese Eric.

<<l'hanno comprato suppongo, dopo l'inizio della rivolta Nativa che Ray ha iniziato, tutti i Nativi misteriosamente da schiavi sono riusciti a comprarsi la libertà e molto altro, ad esempio questo posto, e ovviamente tutto il denaro l'ha fornito quel donnaiolo>>, rispose Aura infastidita vedendomi arrivare a braccetto con la direttrice e proprietaria del complesso.

<<signori, sarete nostri ospiti per tutto il tempo che vorrete. Visto che siete in compagnia del signor Ray anche a voi Persone sarà permesso ad un prezzo ragionevole, per i Nativi invece è offerto.>>

<<non vi preoccupate, ci penso io ai costi. Grazie Mira>>, dissi prendendo le chiavi delle stanze. <<andiamo ragazzi, prendete i bagagli.>>


Appena arrivati davanti alle due stanze, che stavano uno di fronte all'altra, come c'era d'aspettarselo, erano lussuose e bellissime, piene di ogni comfort, degne di un re.

<<Ha davvero esagerato…>>, dissi vedendo tanto sfarzo già al aprire la porta. Aura stava per fiondarsi dentro quanto Lara con un tempismo perfetto la prese per il collo del cappotto.

<<No, tu vieni con noi, dobbiamo stare tra ragazze>>, disse aprendo la porta e lanciando quasi la Nativa dentro entrandoci anche lei per evitare la sua fuga, Kurenai fu l'ultima ad entrare chiedendosi la porta dicendoci un “a dopo” molto timido.

<<voleva davvero state con noi in stanza?>>, domandò Eric dubitando fortemente della cosa, nel mio sguardo fu abbastanza palese la risposta ad una domanda che mi pareva fin troppo inutile da fare.

<<forza entriamo, dobbiamo lavarci e cambiarci altrimenti salteremo all'occhio. Stasera devo incontrare una persona e non voglio destare sospetti in giro.>>




Eric se ne stava appoggiato ad un muro di un negozio di dolci mentre aspettava già da un po’, la sera era calata da qualche minuto e tutta la città aveva assunto colori e luci che parevano una sorta di natale anticipato. Eric guardò ancora una volta l'orologio sull'edificio di fronte innervosendosi sempre più. <<ora basta, io me ne vado!>>, urlò disperato facendo per andarsene ma in quell'istante le due sorelle e la Nativa uscirono dal negozio di dolci con grosse borse che si sarebbero aggiunte a quelle che già il ragazzo doveva portare.

<<ma che ve ne fate di tutta questa roba, tra un paio di giorni dovremmo andarcene e non potremmo portare più di qualche piccola cosa.>> Le signorine non gradirono molto il commento dell'amico e bastò una semplice occhiataccia per zittirlo ed avere la sua remissiva collaborazione.

Per Eric il resto di quella giornata la passò al seguito delle donne e del loro divertimento mentre l'enorme malloppo gravava sempre più pesante su di lui, l'unica cosa che voleva a quel punto era tornarsene all'albergo e riposare, dormire finché gli fosse possibile, un sogno che sembrava ben lontano dal realizzarsi, come se il tempo non scorre se più. <<Ray ovunque tu sia, ti invidio>>, disse fra se ormai arresosi al suo destino di mulo.

L'incontro si era ritardato per colpa di alcune pattuglie sotto copertura dei quattro eserciti arrivati in città dopo una segnalazione del mio avvistamento, visto la loro presenza capì che ormai il mio mandato di ricerca aveva raggiunto tutti gli angoli di Raicos. Dopo l'incontro, che duro non più di un’ora, feci ritorno all'albergo trovandoci davanti, sotto la luce dei magnifici lampioni dalla luce violaceo, una vecchia conoscenza e la sua combriccola. <<guarda chi si vede, il ricercato numero uno. Quasi quasi ti catturo e mi prendo la tua taglia>>, scherzò Mary.

<<ci hanno provato in molti, pensi di riuscirci? Come vanno le cose rossa?>>, chiesi facendo per dargli un caloroso abbraccio che lei ricambiò.

<<sono io quella più grande, no? Dovresti tu venire tra le mie braccia e non il contrario.>>

<<vuoi sempre averla vinta tu, non sei cambiata poi tanto. Ho sentito che ve la cavate bene, siete diventate famose in giro come cacciatrici di grosse taglie. A parte la mia di taglia, come mai da queste parti?>>

<<siamo qui solo di passaggio, ce ne andiamo domani dopo una settimana di meritato riposo, sei appena arrivato e già sei nell'albergo più lussuoso della città, il denaro non ti manca come sempre.>>

<<è che conosco la proprietaria, vecchia amica. Che ne dite di cenare insieme, così mi racconti come va e speriamo stavolta di non essere pestato.>>

<<già, scusami ancora per quello. Comunque accettiamo, voglio proprio vedere com'è il ristorante di un albergo così stupendo. Qui tra un'ora?>>

<<va bene, sarò qui ad aspettarvi.>> detto ciò il gruppetto risalì sul vecchio camioncino e sfrecciò sulla via principale scomparendo tra gli edifici, qualche istante dopo arrivarono i miei compagni, alcune felici e spensierate e altri, Eric, totalmente sfatto e privato di vita sotto una montagna di scatole.


<<Ray, che bello rivederti. Non è che mi daresti una mano?>>, esortò subito Eric ormai esausto, presi un po’ di quel bagaglio e accompagnai le signore fino alla stanza dove potemmo scaricare tutta la mercanzia.

<<bene, adesso che si fa? Andiamo a farci un bagno?>>, mi domandò Eric mentre tornavano all'entrata verso la nostra stanza. <<qui ci sono delle piscine termali niente male da quel che ho sentito.>>

<<mi hai convinto ma dobbiamo fare presto, dopo ho una cena con alcune persone e non vorrei andarci solo.>>

<<Di cosa state parlando, andate forse da qualche parte stasera?>>, Chiese minacciosa Lara rivolta verso Eric che fece il misterioso.

<<chi lo sa. Ray, dai andiamo subito, non vedo l'ora di farmi un bel tuffo e mangiare qualcosa di buono.>> fui della sua stessa idea perciò lasciammo le ragazze e che ne tornammo in camera, qualche minuto dopo uscimmo muniti di costume e asciugamano diretti nella zona piscine dell'albergo.

Dal bordo socchiuso della porta, le due sorelle ci seguirono con lo sguardo sospettoso di tutta quella eccitazione del loro compagno.

<<andiamo anche noi, anch'io voglio provare quelle vasche!>>, si lamentò Kurenai mentre la sorella rimuginava sul motivo di tanta eccitazione, Aura invece si provava i vestiti alla ricerca del costume migliore per fare colpo. Appena le tre si decisero ad agire presero l'occorrente e andarono a farsi il bagno, poiché il complesso alberghiero era degno di nota, ci misero qualche minuto a trovare la direzioni giusta, arrivate alla meta rimasero colpite dal numero delle vasche e dalle forme e dimensioni, da ognuna di esse bolle e vapore si issavano in aria creando una leggera nebbia che riscaldava e rilassata il corpo insieme ad una fragranza di erbe medicinali che avvolgeva l'ambiente. <<questo è il paradiso>>, enunciò Kurenai.

<<ma non vedo ne Ray ne Eric, chissà dove saranno.>> la preoccupazione di Lara passò appena entrò in acqua, ogni fibra del suo corpo sembrò sciogliersi delicatamente in quella fonte rivitalizzante, senza dubbio dopo settimane dure di viaggio e allenamento, tra freddo e intemperie non c'era nulla che si potesse comparare a quella sensazione, la cosa fu condivisa anche dalle altre due che si lasciarono andare, se non fosse stato per la presenza di altri ospiti si sarebbero levate anche quei costumi spezzati lasciandosi abbracciare ogni parte del corpo dalla dolce sensazione e di quell'acqua paradisiaca.


Quando decisero che erano il momento di andare a cercarci nessuna di loro sembrava voler fare il primo passo, volevano solo rimanere lì per sempre ma la fame diede alle loro gambe un motivo per muoversi, uscirono dall'acqua e avvolte dagli asciugamani tornarono verso la loro camera.

<<non mi sono mai sentita così bene in tutta la mia vita, quando avremo una casa tutta nostra sorella, ci prenderemo una vasca com’è quella e faremo un bagno così tutti i giorni.>> Lara acconsentì appoggiandosi al corrimano dell'ascensore mentre lentamente saliva.

<<comunque non li abbiamo trovati quei due, pensate che siano ancora a fare il bagno?>>, chiese Aura ma appena l'ascensore si apre ebbe la sua risposta.

Eric e io stavamo davanti a loro, ben vestiti quasi da matrimonio che aspettavamo l'ascensore per andare a prendere gli ospiti con cui avremmo cenato.

<<ragazze, ci avete messo parecchio>>, disse Eric che ripulito com'era pareva un nobile rampollo di qualche grande famiglia. <<vi piace l'abito, lo ha scelto Ray. A me piace un sacco, questo colore… rosso vino lo ha chiamato, è stupendo.>> le ragazze uscirono facendoci posto nell’ascensore.

<<ma noi non siamo pronte e non pensavamo che uscissimo a cena stasera>>, si lamentò Aura.

<<ma noi andiamo a mangiare con delle vecchie conoscenze di Ray, voi fate con comodo, rilassatevi e riposatevi; al massimo ci vediamo dopo.>> evitai lo sguardo della Nativa poiché Eric aveva detto anche troppo e visto che Aura aveva più o meno un’idea delle mie “conoscenze” sapevo come reagiva, per fortuna le porte dell’ascensore si chiusero prima che lei potesse dire o fare qualcosa.


Come c’era da aspettarselo aspettammo qualche minuto davanti alle porte dell’albergo prima che le nostre ospiti arrivassero, Mary e le sue amiche indossavano abiti eleganti ma un po’ succinti, Eric fu il primo a rimanerne colpito e le ragazze ci misero del loro stuzzicandolo. <<Mary sei bellissima, blu notte… un bel colore per una bellissima donna.>>

<<tu sì che sai adulare una donna. Su ragazze lasciate andare l’amico di Ray, abbiamo tutta la serata per fare conoscenza.>> subito le compagne di Mary lasciarono stare il povero Eric prendendo un braccio per una così come fecero con me e ci dirigemmo al ristorante dell’albergo.

Il ristorante era pieno di gente alquanto facoltosa e alte cariche degli eserciti a riposo il che per me non era un bene, per mia fortuna la direzione aveva risolto il problema riservandoci un intera ala privata del ristorante solo per noi, tutti e sei prendemmo posto nell’unico tavolo ben imbandito e accompagnato da una piccola orchestra con vista sulla città e sul mare poco distante, le calde luci dalle fiamme blu davano un’atmosfera che aveva del magico.

<<tutto questo solo per noi, certo che non ti risparmi mai e nemmeno il tuo amico>>, disse Mary aggrappandosi ancora di più al mio braccio.

<<ovviamente… ma forse è stato un po’ troppo>>, dissi lanciando una veloce occhiata alla proprietaria che ci osservava dalla porta di servizio, e appena mi vide lanciò un leggero e sincero sorriso soddisfatto.

La cena comunque andò bene, la grande gentilezza della direzione ci offrì il meglio che si poteva trovare nella regione e le ragazze furono una grande e felice compagnia, Mary e le sue amiche ci raccontarono che cos’era successo dopo la nostra separazione, si erano fatte un nome e anche gli eserciti avevano usufruito del loro aiuto per la cattura di pericolosi ricercati, al sentire questo ebbi un attimo un sussulto visto che anch’io probabilmente entravo in quella lista.

<<sta tranquillo, abbiamo fatto in modo che per il momento non ti cerchino. Sei un obbiettivo solo nostro, quasi ti portiamo via ora, visto che la tua amica non sembra venire qui per unirsi alla cena.>> come detto da Mary Aura e le sorelle Satari entrarono nel ristorante e ci vennero incontro con aria minacciosa.

<<ci voleva solo questo>>, pensai tra me alzandomi andandogli incontro insieme ad Eric.

<<ragazze! C’è ne avete messo di tempo ad arrivare, ci è venuta fame così abbiamo iniziato>>, disse lui cercando di cavarsela facendole passare per quelle in torto ma la cosa peggiorò solo la situazione.

<<tu stai zitto>>, ordinò Lara vedendosi obbedire subito. <<e per queste gallinacce che ci avete mollato?>>, disse con aria di sfida trovando pane per i loro denti.

<<ragazzine state al vostro posto. Perché non andate in camera a giocare con le bambole visto che qui stanno parlando i grandi.>> Le parole dell'amica di Mary furono accolte da quella più in collera, Aura. Mary mi si avvinghiò sussurrandomi qualcosa di incomprensibile all'orecchio, ma la cosa non importò visto che il solo gesto bastò a mandare la Nativa su tutte le furie, nei suoi occhi la rabbia, mentre sfoggiava gli artigli rizzandosi quasi come una belva.

All'improvviso le tre si voltarono andandosene via senza dire una parola, forse avrebbero voluto che noi le fermassimo rassicurandole o scegliendo loro ma non ci pensammo che ore dopo, sul momento ci bastava aver evitato una scenata, e la nostra cena continuò tranquillamente, Eric che era il più preso dell'incontro si soffermò di più a parlare con Mary e risultò che anche lei era cresciuta nel suo stesso orfanotrofio.

<<dici davvero, e mi hai riconosciuta dopo tutti questi anni?>>

<<Già, tutti noi ti ammiravamo visto quanto eri forte e intelligente, eri il nostro ideale, di tutti noi piccoli. Sei stata la più giovane ragazza ad entrare in una squadra scelta dell'esercito, sei sempre stata il mio mito>>, disse il ragazzo con emozione facendo imbarazzare la donna, non sentendosi all'altezza.

<<ma guardatela, la forte e dura Mary che arrossisce per qualche complimento>>, dissero le compagne prendendola sul ridere.



Quando ci separammo accompagnammo le ragazze fino al loro albergo augurandole buona notte e buon viaggio, al ritorno trovammo le nostre compagne in un locale alquanto chiassoso a bere e cantare con tutta la gente sbronza che festeggiava allegramente tra balli e canti, non ci immischiammo e aspettammo fuori che la loro gaia festicciola finisse, ma la cosa si protrae per un altro paio di ore, solo quando il proprietario iniziò a chiudere andammo dentro a raccoglierle e a sorbirci le loro lamentele sul averle lasciate sole.

<<siete dei donnaioli senza cuore, soprattutto tu Eric>>, sbiascicarono le sorelle alternandosi pezzi della frase, troppo ubriache per concludere da sole.

<<non siete troppo giovani per bere, cioè almeno da dove vengo io, anche tu sei troppo piccola Aura.>>

<<non rompere, hai di nuovo lasciato me per quella rossa, sei davvero senza cuore. Cosa avrà di tanto speciale?>>

<<lei è forte, coraggiosa, altruista e sempre pronta a dare tutta se stessa per gli amici e le perone che ha attorno, lei è->> Eric fu subito fermato dagli sguardi duri delle sorelle ma non abbastanza sobri per intimidirlo, le due si slegarono dal suo sostegno cercando di reggersi in piedi come Aura ma nessuna delle tre ci riuscì al lungo e visto che Aura in quel momento mi odiava ed Eric era uguale con le sorelle Satari ce le scambiammo portandole fino in camera d’albergo.


Con molta insistenza cercarono di farmi restare con loro mentre le lasciavo distendere sul letto, le loro suppliche e critiche su Eric ancora mezze ubriache furono alquanto patetiche e sconnesse ma visto lo stato in cui erano era quasi dolce sentirle parlare. <<dovete riposare altrimenti domani non c’è la farete a battermi, lo dico per voi.>>

Appena fui fuori dalla stanza mi appoggiai al muro sentendo le forti fitte al petto e al braccio sinistro in particolare, la fatica a respirare e la debolezza alle gambe e braccia passarono in secondo piano quando si aggiunse anche il dolore lancinante alla testa che mi fece scivolare fino a terra; la crisi durò solo qualche minuto prima di sparire all'improvviso ridandomi il controllo del corpo.

Aspettai qualche altro minuto lì fuori ma Eric non accennava minimamente ad uscire poiché si era portata Aura in camera per dargli qualcosa che secondo lui le avrebbe fatto passare la sbronza, a quel punto entrai per controllare ma Eric era sul letto avvolto dalle lenzuola come un neonato ben stretto e completamente svenuto, Aura probabilmente non voleva lasciare la stanza e lo aveva messo K.O. ma anche lei deve aver risentito della lotta col ragazzo visto che anche lei giaceva priva di sensi avvolta alla rinfusa dalle lenzuola sopra il ragazzo; godutomi lo spettacolo feci l'unica cosa logica e andai in camera delle sorelle.

Trovai le due che se ne stavano sul letto cercando di svestirsi l'un l'altra senza grandi risultati, appena mi videro ci misero qualche istante a focalizzare ma la loro reazione fu pacifica, entrambe come due bambine rivolsero le mani verso di me con occhi e fare assonnato in cerca di aiuto. <<ci dovrebbe essere Eric a fare questo>>, dissi per nulla dispiaciuto andando a dare loro una mano. Appena le sorelle si furono cambiate ci buttammo tutti e tre sul lettone, e come fossi il loro pupazzo mi strinsero a loro addormentandosi dopo qualche istante, l'innocenza dei loro volti e quel leggero rossore sulle guance riscaldavano il cuore rasserenando in parte anche me portando tra le braccia del sonno.




Era il giorno della sfida e nell'aria uno strano aroma risvegliò i tre giovani sfidanti con una nuova carica combattiva, per la prima volta furono loro a svegliarmi, e pieni di energie si prepararono con il loro miglior equipaggiamento. Aura era quella che appena la vidi notai più preoccupata, e la presenza così simile alla sua che avevo avvertito poco prima mentre si allontanava dalla stanza in silenzio avevano qualcosa di sospetto, per rispetto non dissi nulla ne feci domande a riguardo, ma l'incontro doveva averla scossa.

Neanche la Nativa assorta nei suoi pensieri guastò l'entusiasmo dei tre e appena le campane dell'arena suonarono annunciando la propria apertura a tutta la città furono i primi ad avviarsi.

<<tutto bene Aura, sembri… preoccupata>>, chiesi appena fummo soli. Lei rispose con un silenzio che aveva del tetro, e si avviò anche lei verso l'arena senza degnarmi di una parola o di uno sguardo.


Arrivati al luogo tanto atteso fummo condotti all'interno dell'enorme Colosseo dalla struttura ottagonale, una volta entrati ci guidarono al livello dove si sarebbe tenuta la sfida, a qualche decina di metri sotto terra. Era stato deciso la tipologia di terreno e atmosfera dai tre sfidanti sotto mia richiesta per dare loro qualche vantaggio e fermatosi l'ascensore potei scoprire la sorpresa.

Era un ambiente che si poteva intuire avrebbe aiutato i tre, un enorme ammasso di metallo, fuoco, enormi colonne e strutture di cemento che parevano il complesso di una fonderia in pieno regime, e dal calore che avvolgeva tutta l'area pareva davvero così. Dall'altra parte dell'ampia zona intravidi i tre pronti a dare battaglia, da un altoparlante sentì una voce metallica iniziare il conto alla rovescia…


La pesante e ingombrante scura di Eric fu la prima a farsi sentire quando squarciò il terreno davanti a sé aprendone una voragine che si espanse come un delta a gran velocità, saltai su uno dei tralicci pendenti evitando di cadere nella trappola ma subito venni accolto da una pioggia di proiettili della piccola Kurenai, dovetti scappare ma essendo in tre fu abbastanza difficile sfuggire ai loro continui attacchi, soprattutto della furtiva Lara che appariva all'improvviso scatenandosi nel lancio di sbarre laviche appena uscite dalle fornaci o dalle colonne di fuoco dei tubi di gas disseminati qua e là. Nonostante la insistenza non riuscirono a colpirmi, ma in più di una occasione mi accerchiarono facendo salire in loro la autostima e facendo loro abbassare la guardia, cosa che qualcuno aveva notato.

Fuggito per poco da una esplosione di cemento e metallo mi rifugiai in una sorta di capannone di macchinari abbandonati dove il silenzio e il freddo di metallo spento erano le uniche cose che riempivano tutto lo spazio, lì si sarebbe concluso lo scontro. Veloci ombre si muovevano sinuose tra l’oscurità e la polvere come lupi che accerchiano la preda, non provai a fuggire ma continuai facendo finta di nulla mentre nell'aria sentì crescere la loro presenza, segno che stavano preparandosi per il colpo finale.

Davanti a me apparì Aura che per tutto lo scontro sembrava essere scomparsa, nel suo sguardo che fino a qualche minuto prima pareva preoccupato si era mutato in quello di una fiera che voleva sangue, partì all'attacco senza alcuna esitazione, gli artigli sguainati e determinazione intaccabile in quella sua forma non Nativa; i suoi movimenti erano precisi e veloci, per nulla eccessivi ne inutili, utili solo a fare il maggiore numero di danni possibili.

Schivai sempre all'ultimo come a voler vedere dove sarebbe arrivata e sempre più capì che aveva davvero deciso di farmi male, alla fine in uno dei suoi movimenti omicidi non poter non ribattere, schivai il montante deviando con le braccia e colpendola al torace col palmo dandogli una rotazione tale da spingerla via con forza, senza rendermene conto la scaraventai contro una parete di enormi tubi metallici che andarono a cadere proprio su di lei e che, con quel massiccio peso, l’avrebbe pesantemente ferita.


L'enorme pila di metallo rotolò via sulla mia schiera andandosene via fuori dal magazzino provocando tanto trambusto quanto dolore ad ogni colpo che ricevetti, Aura però si era salvata eppure, appena vide che l'avevo protetta col mio corpo parve arrabbiata e mi calciò via con forza diritto sullo stomaco facendomi rotolare carteggiando il pavimento per qualche metro.

Ripresomi dal colpo ancora rotolante conficcate la mano a terra fermandomi e alzando la testa verso di lei che mi fu già addosso pronta a squarciarmi con gli artigli, a quel punto anch'io presi la sfida come tale.

Il colpo si sentì a qualche metro di distanza alzando un polverone che spense le fiamme per qualche istante, Aura era a terra mentre gli stavo addosso per dargli il colpo di grazia con una sbarra di ferro ma appena la alzai lei fece qualcosa che non avrei mai voluto…


La Nativa colse l'occasione e forse con l'intenzione solo di farmi schivare il colpo per allontanarmi, compii il suo affondo con una sbarra di ferro arrugginita nascosta sotto un leggero strato di polvere.

Come avrei potuto schivarlo? Neppure riuscì a muovermi alla sua vista, quei capelli, quel viso, quei bellissimi occhi… la mia Pandora… eppure quel colpo si fece sentire, un conato di sangue riemerse sfregiando quella visione ancora una volta di sangue, il viso e il corpo della Nativa trasformata si bloccarono impregnandosi del mio sporco e orrido sangue, quel viso però fu l'affronto, il colpo che più male mi fece, Aura si ritrasformò nella sua solita forma vedendo il mio sguardo riempirsi di dolore e lacrime mentre il suo, per quel orribile stratagemma che aveva fatto, era pieno di pentimento mentre indietreggiava strisciando a terra quasi non credendo a quello che aveva fatto. Con la sbarra conficcata in corpo caddi in ginocchio mentre il sangue continuava a sgorgare, con la mano cercai ancora di afferrare quella visione, quella sua figura mentre lentamente e contro il mio volere iniziavo a rendermi conto di ciò che era successo. <<tu… Aura, come hai potuto far->>

Enormi blocchi di cemento mi caddero addosso come meteoriti trapassando il tetto del capannone mentre dall’esterno arrivarono le sorelle, il loro Vox fece il resto: Kurenai lanciò le pistolero come fossero coltelli che a un metro sopra la mia testa scoppiarono in una pioggia di proiettili che mi crivellarono, quei pochi che mi avevano mancato, toccato il cemento che mi immobilizzava come una gabbia, si trasformarono in lunghe e affilate lance acuminate, il mio corpo venne sollevato da terra di un paio di metri, mentre zampilli di sangue bagnarono il terreno. Aura ne rimase inorridita mentre impalato trafitto da decine di lance con la mano verso di lei invocavo il suo nome come fossi un automa tinto del suo stesso sangue. <<Pan…dora…>>

Appena giunsero gli altri furono anch'essi colpiti da quel orrore, accorsero verso Aura che impietrita rimaneva distesa a terra con occhi spalancati ansimante, nulla servirono le parole sorde dei tre mentre tutto attorno iniziava a crollare avvolto dal fuoco. <<che cosa… ho fatto…>>, disse rendendosene conto solo allora di quel gesto che era la ferita più orrida che qualcuno vicino a me mi avesse inferto.

In quella silenzio dal sottofondo di un crollo il mio urlo di levò come la voce di un dannato, ogni cosa sembrò zittirsi mentre tra quelle grida atroci di rabbia e disperazione spezzavo quelle sbarre di ferro. <<non di nuovo!>>, urlai con tale forza che tutto quello spazio sembrò tremare a quei quattro che se ne stavano immobili dalla paura e impotenza mentre mi contorcevo come un demone che si librava dalla sua gabbia infernale.




Freyja con l'aiuto delle Ali saltò da una sporgenza all'altra sulla enorme e massiccia colonna da cui si estendevano per chilometri la luce nera che era il nostro obbiettivo, aspettai qualche istante vedendola scomparire dalla visuale per qualche momento sfuocandosi in quel cielo perennemente grigio. Dalla vetta due ali dorate si spiegarono attutendo la caduta della nordica che atterrò dolcemente sul terreno morbido e nerastro. <<ecco qua la chiave, prendi>>, disse lanciandomi una sfera nera grande quanto una palla da baseball che presi al volo, la potente luce della colonna si sbiadì spegnendosi del tutto senza il suo nucleo generatore, il quale a contatto con la mano si aprì come un armadillo in una creatura dalle innumerevoli zampe simile ad in millepiedi, conficcò le zanne sulla mano tagliando il resistente guanto scavandosi una via sotto la pelle. Il dolore lancinante scomparve appena l’essere sembrò come sciogliersi in una ramificazione a forma di chiave araldica ben visibile sulla mia debolmente pallida pelle.

<<ti sta bene, pensalo come ad un tatuaggio. Ora andiamo alla porta>>, disse entusiasta sporgendosi dal lieve pendio a pochi passi da noi. <<anche gli altri sembrano aver finito, tutte le colonne sono spente.>>


A velocità moderata attraversammo una zona più ispida e ricolma di vecchi detriti, antiche rovine ed enormi spuntoni di roccia come se un terremoto avesse distrutto e mescolato una intera vallata. Freyja poiché usufruiva delle ali si divertì a superate quegli ostacoli con grazia ed eleganza mentre mi destreggiai con scivolate, salti e scalate laterali di pareti imparate da Perla e da suoi amici nel mio breve soggiorno in Francia. <<ti muovi bene, mi piace quel tuo stile…. Potresti insegnarlo anche a me?>>

<<non credo, non ho molto tempo da spendere qui, e poi a cosa ti servirebbe visto che hai le ali. Muoviamoci, voglio andarmene da qui il prima possibile!>>, dissi accelerando il passo seguito a ruota dalla guerriera.


In pochi minuti arrivammo ad una zona che nonostante la gran quantità di enormi rovine non sembrava per nulla devastata ma semplicemente abbandonata secoli prima, per Freyja eravamo quasi arrivati perciò rallentammo il passo per riprendere fiato. <<senti… posso farti una domanda, anzi qualche domanda, intanto che arriviamo?>> accennai un sì con la testa sperando che non si rivelassero troppe. <<ho capito che sei qui per trovare i Titani e poi non so che altro, per ottenere potere e cose simili ma… non pensi di essere già abbastanza forte, cioè hai sconfitto Tifone e qui ti muovi come a casa tua forse anche meglio, e… volevo sapere chi devi uccidere?>>

<<le Furie.>> la Dea sussultò un attimo, nel suo sguardo vidi di sfuggita l’espressione di chi capiva a cosa sono andato contro.

<<ho capito, altra domanda: Che rapporto hai con Bastet e Gremory, quando vi abbiamo incontrato sembravate andare d’amore e d’accordo, fino a dove vi siete spinti voi tre?>>

<<che domanda alquanto personale per una guerriera, sicura di non essere la Dea del pettegolezzo?>> Freyja non gradì la battuta e sembrò mettere il muso. <<l’ho incontrata all’inizio del viaggio qui, ha provato a uccidermi e io gli ho mostrato che voi, anche se vi chiamo vagamente “Dei” non lo siete, poi si è appiccicata a me per non so quale scusa e si è presa qualche confidenza. Gremory si è unita non molto tempo fa, quelle due sembrano avere una vecchia amicizia o qualcosa di simile, tutto qui.>>

<<allora che cosa c’è tra te e la Dea del sole. Nonostante quello che dici le tue azioni ti contraddicono inchinandoti ad uno di noi offrendo la tua vita per servila, va anche contro la tua attuale missione, no?>>

<<io… ho deciso una cosa, a qualunque costo e prezzo ho messo la mia famiglia, gli Hanzo, coloro che mi hanno dato tutto al primo posto e visto che i loro antenati hanno giurato fedeltà ad Amaterasu manterrò la promessa fintanto che ciò non vada contro la famiglia. Lei è superiore a voi, in ogni senso, è pura, solare e ama il suo popolo e nonostante sia qui pensa a loro come ai suoi figli, lei è il nostro sole.>>

<<anche noi siamo così, se solo ci conoscessi un po’ meglio lo sapresti anche tu>>, disse sottovoce tra se sentendosi un po’ invidiosa del trattamento speciale riservatogli alla sua rivale, provò a dirlo ma arrivati dietro l’orlo di un vecchio tempio ci trovammo gli altri davanti. Bastet e Gremory furono le prime a venirci incontro accogliendoci da vincitori.

<<per fortuna state bene, tu sgualdrina non hai fatto niente al mio adepto vero?>>, chiese la arciera con aria minatoria.

<<chi sarebbe l’adepto, donna-gatto? Gremory credo che abbiamo noi la chiave, a voi com’è andata, qualche ferito?>> prima che lei potesse rispondere ci raggiunse anche Amaterasu ei suoi fratelli.

<<Ray meno male stai bene, ero in pensiero>>, disse con aria sollevata poi notando la mano con la chiave. <<hai trovato la chiave, sei davvero fantastico! Andiamo allora.>>


Superammo il campo di rovine arrivando davanti ad una possente porta di qualche decina di metri parata nel nulla, affiancata da due enormi colonne dall’aria alquanto imponente, tutti riuniti a schiera davanti alla porta fecero qualche passo indietro quando mi avvicinai alla porta, mi voltai verso di loro appena ad un braccio dalla porta trovando i loro sguardi determinati e all’apparenza fiduciosi, dopo un grasso sospiro appoggiai la mano alla porta vedendo la creatura sulla mano uscirne e scavarsi un buco sulla porta espandendosi a formare, anche in essa, lo stesso simbolo araldico, fece tremare la porta e tutta la zona per qualche istante prima di fermarsi tutto in un sordo e immobile silenzio, ma una strana sensazione e terribilmente famigliare mi assalì. <<non può essere>>, dissi tra me voltandomi verso gli altri in quel silenzio che pareva del tutto innaturale… e così era.


A decine di metri da me, sopra la parete di roccia su cui dal nulla era apparsa una imponente cattedrale si ergeva il piccolo gruppo di Dei, immobili e dagli sguardi impassibili e superiori come signori di quel mondo, padroni di ogni cosa e divinità del tutto. Mi voltai verso la porta di scatto ma era già troppo tardi, al posto della porta un’orda di mostri, demoni e morti in armatura ne prese il posto mentre il fetido odore di morte e furia cieca di dissolsero nella zona, immobili come ad aspettare una mia mossa, che però tardava nell’arrivare.

<<Ray!>>, urlò Bastet scagliando una delle sue frecce, che trapassando aria e suono, raggiunse una manciata dei mostri trafiggendone qualcuno e arrivando a me colpendomi ad una spalla. L’enorme orda si accese un urlo soprannaturale di animale morente, un urlo che trapassava carne, ossa e anima scarnandola come carta vetrata convergendo nell’unica figura estranea lì presente, io.

<<Ray! Corri!>>, urlò Amaterasu con tutta se stessa mentre l’orda mi avvolgeva come uno tsunami ricoprendo quella nera terra in un ammasso di corpi urlanti che travolgeva ogni cosa.

<<Ray vattene, scappa da lì! Ray!!!>>, urlò con tutta la voce che aveva in corpo il demone sporgendosi fin troppo in quella fragile scogliera in mezzo a quel mare di morte e distruzione.

<<sembra… che non ce l’abbia fa->> le parole di Mitra furono fermate quando da quel mare come uno squalo si balzai fuori ricoperto di sangue e budella, in un orrido bagno di sangue. <<è ancora vivo!>>, urlò del tutto sorpreso.

Bastet a risposta scaglio frecce una dietro l’altra su quel percorso fino al loro piazzo di salvezza sempre sul filo di colpirmi massacrando i mostri che stavano dilaniando.

Affannato e ferito oltremodo, mi feci strada a pugni, calci, testate e bastonate in una folle corsa verso quel promontorio in cui vidi come la luce in fondo al tunnel la mano della mia Dea rivolgersi a me in salvezza, con un ultimo sforzo spazzai una decina di loro davanti a me con una mano sola spiccando un salto che mi sollevò di qualche metro sopra quel mare ad un palmo dalla sua mano, una minuscola distanza dalla salvezza che non riuscì a compensare ma che fece lei. Afferrai la sua mano venendo portato in salvezza tra le sue braccia, ansimante, debole e ferito. <<che… cosa sono quei cosi? Forse un sistema… di ultima difesa…?>>

<<è l’ultimo ostacolo a raggiugere i nostri genitori, l’ultimo passo per tornare a casa e ristabilire l’equilibrio>>, disse Tsukiyomi avvicinandosi.

<<ci serve solo una distrazione che li tenga occupati, un esca>>, disse Amaterasu rivolgendomi un dolce sguardo di sollievo che non potei ricambiare. <<NO!>>, urlò Gremory ma le sue parole e la sua figura dietro alla Dea mi sembrarono sbiadirsi all’improvviso mentre un lancinante dolore mi colpì all’altezza del ventre.

<<e dire che avevo mirato a lui, sei ingenuo a credere che volessi aiutarti a scappare, volevo solo risparmiarti questa scena>>, disse Bastet con aria spensierata così come lo erano tutti, spensierati e dai sorrisi di vittoria. Amaterasu mi lasciò andare da quella sua presa lasciandomi vedere l’enorme spada che trafiggeva il mio corpo da parte a parte senza mai cambiare quell’espressione amorevole che aveva celato alla perfezione quel suo crudele e orribile gesto. <<ti pregherei di essere il nostro sacrificio, così come lo sarà la tua famiglia quanto torneremo sulla Terra. È una richiesta della tua Dea dopotutto, no?>>, disse con aria innocente, un innocenza che capì solo allora, l’innocenza di qualcuno che crede di essere onnipotente, di chi crede che tutto è suo e tutti siano al suo servizio, al suo diletto, che ogni cosa serva solo a servirle.

Con un leggero tocco della mano mi spinse via lasciando che la mia caduta estraesse la sua lama dal mio corpo mentre scivolavo verso quel precipizio, sotto il quale, un mare di morte si aprì come le fauci di una bestia marina. Fu tutto così fluido e lento che lo sentì a rallentatore, allungai la mano verso di lei mentre cadevo in quel baratro vedendoci solo l’infermabile convinzione che tutto gli apparteneva, lei a cui la mia famiglia aveva dedicato innumerevoli vite e generazioni, sogni e speranze, se ne restava lì immobile come se tutto ciò gli fosse stato dovuto per tutto questo tempo, tutto ciò era…

<<IMPERDONABILE!>> strinsi con forza quella mano che porsi alla Dea voltandomi verso l’orda con smisurata rabbia e una incrollabile determinazione mentre essa mi risucchiava crollando su se stessa insieme al terreno in un tetro baratro, come quello narrato nella mitologia che portava dalla Terra al Tartaro, un frastuono immenso avvolse l’intero Tartaro allo scomparire dell’orda nel buio abissale e nel apparire del cammino cristallino che dal quel promontorio portava al tempio dei Titani, il quale apparve lì dove la porta era scomparsa.

<<fratelli miei, è ora di riprenderci tutto!>>, disse Amaterasu con un innocente sorriso.

IX

FUOCO





L’edificio era stato evacuato e l’intera struttura dell’arena messa sotto stretta sicura, eppure il fuoco non si era spento nonostante la pioggia irrigata a tonnellate nella finta fonderia, ci vollero tre giorni per domarne le fiamme, per fermare il crollo, per poter rimettere anche solo piede in quella landa di cenere dall’odore di fumo e distruzione. Le mura annerite, le strutture che brillavano di fiamme rosse erano diventate fredde sbarre annerite e deformi, muri e strutture crollate come abbattuti da un terremoto mentre ancora sottile scie di fumo si issavano dal manto di polvere nera che ricopriva ogni cosa.

Dopo essere fuggiti da quell’inferno portandosi la miccia che lo aveva acceso, i tre ragazzi avevano aspettato con apprensione davanti a quel edificio mentre Aura, diventa quasi un vegetale non aveva più la volontà di fare nulla, ciò che aveva fatto l’aveva distrutta, a nulla servirono le parole dei tre che non gli arrivavano come se ci fosse un muro tra loro, ma dopo tre giorni finalmente quelle porte vennero aperte, prima ancora che una squadra di tecnici entrasse i tre amici portandosi la Nativa con loro irruppero nella stanza dove avevano visto un mostro.

Come un monolito stavo seduto a gambe incrociate in una piana priva di edifici, macchine, detriti o qualsiasi cosa potesse deturpare quel suolo in mezzo alla distruzione. Delineate impronte si lasciavano addietro ad ogni passo verso quella figura immobile nel nulla, con apprensione e debole paura si avvicinavano mentre sentendo il rumore di passi alzai lo sguardo, muovendomi per la prima volta dopo due giorni, posai lo sguardo sui quattro intrusi con occhi spenti e assenti riabbassandolo subito a terra.



<<Ray…? Siamo noi, siamo venuti a prenderti… anche Aura, lei voleva…>>

Eric interruppe Lara con un gesto della mano impedendole di andare avanti, si scambiò un veloce sguardo con le due sorelle e prendendo Aura per mano mi si avvicinò con passo deciso.

<<E va bene, hai vinto. Ci hai proprio stracciato e come promesso ti lasceremo in pace ma prima… devi parlare con lei, dovete chiarirvi perché siete entrambi davvero orribili. Anche se mi infastidisce… eravate meglio quando facevate i piccioncini, anche Lara lo pensa, credo.>>

<<Già, e se non vuoi ti costringeremo noi ad uscire da qui. E se non vuoi venire ti ci porteremo noi, e questa volta non perderemo!>>, disse Kurenai col sorriso in faccia, sorriso che condivise anche Eric e Lara.

<<inoltre dall’albergo mi hanno dato questa, è per te>>, disse Eric lasciando cadere una lettera davanti ai miei occhi a un passo da dov’ero seduto, dopo qualche istante alzai lo sguardo a leggere la lettera lunga non più di qualche parola ma sufficiente a scuotermi.

Mi rialzai in piedi in un attimo scrollandomi quel manto grigio di cenere riscoprendo quei vestiti stracciati e logori. <<dovrò rammendarli>>, dissi tra me avvicinandomi al ragazzo e soprattutto ad Aura, che appena si accorse di me abbassò lo sguardo mentre Eric indietreggiò, appena a portata presi la Nativa a me stringendola forte abbracciandola e sussurrandole parole che alleggerirono il suo cuore lasciando sgorgare lacrime di sollievo. Entrambi ci voltammo verso i tre che aspettavano solo un nostro gesto. <<grazie!>>, dicemmo entrambi all’unisono rasserenando i nostri compagni.



Risolto i vari problemi sorti con il disastro dell’arena e salutando i gentili Nativi che ci avevano ospitato, lasciammo finalmente il luogo di vacanza da dove di vacanza non se ne sarà visto un giorno. Mentre ci allontanavamo verso l’esterno della citta Eric, Lara e Kurenai tristi in volto cercavano inutilmente di non pensare a ciò che poi sarebbe successo. <<credo che sia meglio separarci qui. Abbiamo perso e come da accordo… ti lasciamo in pace, è stato bello>>; disse Eric con voce amara e flebile.

<<ma cosa dici Eric?!>>, disse Aura gaia come il suo solito. <<non è mica finita qui, abbiamo perso e in maniera disumanamente evidente ma…>>

<<siete ancora troppo scarsi, e visto che sono in debito con voi Aura mi ha convinto a darvi un’altra mano. Si va a Tronya, c’è qualcuno che dovrebbe essere lì.>> i tre furono sul punto di andarmi addosso ma rifiutai indicando Aura come preda del loro affetto.

La Nativa venne travolta dal loro amore tra abbracci, ringraziamenti e coccole che la sommersero facendola andare in panne. Io mi guardai la scena con occhi esterni sentendo anche un po’ quel calore arrivare fino a me, dalla tasca presi la lettera arrivatami da Eric durante la mia riflessione, la rilessi ancora una volta fermandomi su ogni parola e infine sulla piccola foto attaccata in fondo. <<sono felice che stiate bene almeno voi>>, dissi tra me ripensando per qualche istante a loro. <<bene, ora andiamo. C’è una squadra dell’esercito che sta arrivando, Aura mostriamo quanto sappiamo essere sfuggenti>> la Nativa acconsenti scrollandosi dagli abbracci caricandosi per la corsa.

<<non ci seminerete!>>, sfidò Lara rivolgendosi soprattutto ad Aura che accettò la sfida.


La città venne scossa da potenti boati, urla e duri rumori di macchinari che cercavano di catturare il pericoloso fuggitivo, sui giganteschi schermi della città e sugli auto parlanti annunci di allerta richiamavano i cittadini a rimanere fuori dalle strade mentre il caos imperversava, le navette sfrecciavano tra palazzi, statue e monumenti come api in un campo di fiori mentre enormi mezzi corazzati, leggeri mezzi a due ruote e pattuglie su possenti Nativi davano fondo ad ogni munizione per fermare l’obbiettivo; <<obbiettivo nella zona ovest, si dirigono alla stazione, fermatelo!>>

<<sono in cielo! Gli obbiettivi sono suoi palazzi!>>

<<attenzione, la donna si è trasformata! Ripeto la donna è un Nativo!>>

<<dannazione, ci hanno colpito! Navetta due colpita, ha lanciato uno dei tabelloni sul tetto stiamo precipitan->>

<<qui la cacciatrice rossa, ragazzi se volete il nostro aiuto vi costerà alquanto ma… per voi facciamo uno sconto.>>

<<accordo non valido, assoldate qualcuno di diver-, attenzione Nativi alati in cielo, navette atten->>

<<lo stormo è enorme, navetta tredici e dodici ci ritiriamo o verremmo anche noi travolti, ripeto, ritirata!>>

Scivolai sotto un enorme tavellone poco prima che venisse abbattuto da una navetta che si schiantò sul tetto un attimo dopo che arrivammo a quello successivo. <<è troppo divertente!>>, disse Aura spalleggiandomi presa dall’eccitazione; una delle Navette sbucò dal vicolo davanti a noi bloccando la strada la Nativa l’usò come trampolino balzandoci su un altro paio di esse arrivando dall’altra parte della strada di palazzi mentre ci andai dritto contro. Caddi nel vicolo rotolando a terra ma rialzandomi subito andando dritto per strada in mezzo ai mezzi di terra, dove massicci blocchi stradali e squadre di artiglieri non aspettavano altro. Era come un muro invalicabile quando dal fondo della strada sbucarono i tre ragazzi in tutta fretta per nulla intimoriti:

<<Eric tocca a te! Andiamo!>>, disse Kurenai mettendosi come la sorella, dietro il loro massiccio amico; Eric prese l’enorme scura che portava sulla schiena lanciandola davanti a se come un’accetta ma essa non si conficcò al terreno ma continuò a roteare strappando ad ogni colpo pezzi di cemento dal terreno inglobandoli a sé. In pochi attimi quell’enorme ammasso di cemento e terra prese una forma, la forma di un enorme Nativo più simile ad un bufalo che ad un Kjroi, i tre saltarono a galoppo dell’enorme Vox scattando in una furiosa carica. Mi spostai col tempismo giusto lasciando ai tre fare piazza pulita della strada come se quei mezzi pesanti fossero vecchi carretti in legno, Eric sfrecciandomi accanto mi sorrise vedendo già la vittoria in pugno ma sopra le loro teste scese giù anche Aura che li passò davanti portandosi al primo posto. Io, fermo dietro il loro passaggio tra i rottami dei veicoli ei soldati a terra e svenuti gli osservai qualche istante, sembravano davvero divertirsi un mondo a scappare dalla legge, io mi presi un attimo riprendendo in mano la lettera che nell’inferno dell’arena mi aveva risvegliato, la rilessi ancora e poi andai tra un vicolo e l’altro poiché i posti bui erano il mio forte.


Aura schizzò oltre lo svincolo precedendo i tre ragazzi che cercavano di raggiungerla, ma lei era troppo veloce e raggiunse la stazione prima di loro, anche se di poco. Appena giunti, il Vox di Eric si sgretolò e lui riprese la sua scura sentendosi ormai sconfitto, così come le compagne. Aura nella sua forma di Persona celebrava la sua vittoria con urla di feste e sguardo compassionevole verso i ragazzi. <<mi spiace ma… sono troppo veloce, sarà per la prossima.>> i tre accettarono la sconfitta riprendendo fiato, Aura stava per dire altro ma la presi alla sprovvista abbracciandola alle spalle sussurrandogli alle orecchie.

<<ti ho presa cucciola…>> Aura si blocco sentendo un brivido salirli lungo la schiena prima di balzare via. <<mi spiace ma ho vinto io. Andiamo o ci prendono>>, finì di dire facendo strada verso l’entrata della mostruosa stazione.


Raggiungemmo in tempo il mostro di vapore poco prima che partisse e che i rinforzi dell’esercito giungessero a catturarci, a nulla servirono gli annunci o i tentativi di bloccare il gigantesco mostro che aveva già iniziato il suo moto accelerando sempre più a spazzare via ogni ostacolo nel suo lungo cammino.

Superato il confine della città eravamo ufficialmente scappati dagli inseguitori, che in nessun modo avrebbero potuto raggiungerci a quella velocità visto i pochi mezzi illesi che gli rimanevano.

<<ce l’abbiamo fatta ragazzi!>>, esultò Kurenai col fiatone ma allo stesso piena di euforia e col cuore a mille. <<è stato fantastico!>>

<<un attimo, dov’è Ray? Eric, Kurenai l’avete visto salire?>> nessuno dei due seppe dare una risposta.

<<Sì, è sul tetto. Credo che sia a controllare che qualche navetta non ci insegua o altro, state calmi. Sediamoci qui e riposiamoci un attimo>>, suggerì la Nativa seguita dai tre ragazzi.

<<allora Aura perché non ci racconti qualcosa di te, Eric è molto curioso di sapere la tua storia>>, disse l’amica mettendo allo scoperto il povero ragazzo che provò a negare inutilmente.

<<non è come pensi, e che mi chiedevo che ci fa una Nativa come te con un tipo così… sospettoso, e che cosa vi lega così tanto. Tutto qui.>>

<<dicci davvero? E io che credevo ti fossi innamorato di me>>, disse con finta delusione. <<bè, lui è stato praticamente la mia salvezza. Molti anni fa, non ricordo per quale motivo, io e mia madre stavamo scappando da altri Nativi che ci stavano dando la caccia da giorni. La mamma cercò di proteggermi ma alla fine ci circondarono e ci presero, la mamma venne ferita gravemente e quando stavano per ucciderci lui sbucò dal nulla a difenderci. Era tutto così confuso ma vedere quello estraneo combattere a mani nude quei giganteschi mostri fu qualcosa che mi cambiò, nonostante tutto mia madre non ce la fece e lui… ne pianse, pianse come se lei fosse stata la sua di madre e non la mia. Da quel giorno si prese cura di me e mi crebbe diventando tutto per me ma… una tragedia ci colpì: penso conosciate il massacro del tempio di Mono, lui è l’unico sopravvissuto…>> l’aria si fece grava e una cupa atmosfera crollo sui tre compagni di viaggio. <<abbiamo iniziato un lungo cammino verso un luogo chiamato Tartaro ma giunti alla porta non riuscì ad andare oltre, io… lo abbandonai scappando via dalla persona che mi aveva dato tutto. Da quel giorno viaggiai aiutando come potevo fino al momento in cui poco tempo fa lo rincontrai e… ora eccoci qua a cercare le Furie, tutto qui.>>

<<è una storia abbastanza intrigante, anche se hai omesso sicuramente molti dettagli. Comunque sono sicuro che voi due non vi separerete mai, c’è un grande legame tra voi>>, disse Lara sorprendendo tutti per tanta onestà nel parlare.

<<Già, hai ragione. Io vado a cercare il vagone del cibo, il viaggio sarà alquanto lungo.>>

<<ti seguo, ho una fame che potrei mangiare qualsiasi cosa>>, aggiunse Kurenai andando dietro al robusto amico lasciando le due donne da sole, entrambe con lo sguardo rivolte al paesaggio in movimento, avvolte dai propri pensieri passeggeri.



Le numerose navette che sfrecciavano sopra tutta la regione e che convergevano tutti in un unico punto oltre il tunnel davanti a noi erano la conferma che eravamo sul punto di arrivare alla meta, la città portuale sotto il diretto comando dell’esercito fiamma vermiglia, Croma. Appena usciti dal tunnel dopo l’abbagliante sole che ci travolse guardammo con occhi nuovi una città fortificata e rialzata dal terreno di decine di metri in strati di barriere di metallo e una sorta di atmosfera traslucida che impediva a velivoli sconosciuti l’ingresso alla città ben protetta da massicci cannoni disposti sui pascoli a fior di terreno tutt’attorno a dare l’impressione di essere infrangibile come un diamante.

<<è… davvero una vera roccaforte. Nessuna Furia oserebbe attaccarla>>, commentò Eric ammagliato ed estasiato da tutto ciò che vedeva.

Arrivammo alla stazione pochi minuti dopo, nonostante in tutte le regioni fossero abbastanza fuori dalla giurisdizione degli eserciti in quella città decine di soldati presidiavano il luogo facendo controlli su ogni passeggero. I tre aspiranti soldato non ebbero che lodi nell’essere riconosciuti, Aura era un anonima mentre io me la cavai in un altro modo; una volta superati i controlli ci dirigemmo al famoso porto della città, lì c’era la persona che mi avrebbe levato un bel peso dalle spalle.


Non senza qualche ritardo dovuto a fermate inutili in musei, memoriali e negozi dell’esercito arrivammo al luogo designato dove una marea di soldati era impegnata in preparativi per una grossa partenza. <<Ray ma che ci facciamo qui? Non sei braccato anche da loro. Non mi sembra una cosa saggia andargli proprio in casa…>>, fece notare Lara.

<<state tranquilli, è proprio qui che dobbiamo incontrare una certa Persona. Non vi preoccupate per me, ho un permesso perciò non mi possono toccare, almeno credo.>>

Arrivati alle porte del porto tra giganteschi macchinari trasportatori e Tritamassi ammaestrati arrivammo ad un colossale hangar dove il grosso delle truppe si stava radunando e organizzando, tra di loro riconobbi un vecchio volto. <<guarda se non è il secondo della mia Veronica. Come va?>> l’uomo si voltò verso di me riconoscendomi diventando per un attimo bianco in volto.

<<tu che cosa ci fai qui!? Non è colpa nostra se ti braccavano!>>, disse spaventato e immobile.

<<lo so, tranquillo. Sono qui per incontrare…>> le mie parole vennero interrotte dall’urlare di un massiccio uomo in abiti argentei da generale che urlò ordini a manco e destra facendo mettere tutti i soldati in due righe l’uno di fronte all’altro, tutti sull’attenti col saluto militari. <<ma chi sta arrivando?>>

<<adesso lo vedrai…>>, disse trai denti cercando di non scomporsi in quel saluto da statua.

Dal cielo un tonfo assordante precedette l’arrivo in picchiata di un’appariscente navetta militare dai colori inusuali che a qualche metro da terra fermò la corsa un getto di aria calda che ci travolse tutti alzando un polverone senza precedenti, eppure nessun soldato si mosse di un secondo, tutti quanti ne vennero ricoperti come vere e proprie statue. Gli unici che si potevano muovere, noi, ci ripulimmo per bene di tutta la polvere non proprio contenti di quella entrata in scena; nel frattempo la navetta era atterrata e dalla sua pancia si aprì lo sportello da cui uscirono i suoi occupanti, a Eric e alle sorelle brillarono gli occhi nel vedere che ne scendeva. <<ma sono loro!!>>, urlarono i tre in coro. <<il re delle bombe maestro Jacop Leroy, il genio della guida dei mezzi del mondo Galiel Saneck, la lama infinita Johan Trhast e infine…>> per l’ultimo componente l’enfasi fu maggiore. <<il genio assoluto, la leggenda che incarna il nome dell’esercito, la fiamma inestinguibile, il campione dei quattro stati, Soul Cremisi, la fenice!>> diventavano tutti degli anonimi davanti a lui, sorridente, ammagliante, capelli rossi lunghi, occhi azzurri e carnagione leggermente abbronzata, robusto muscoloso sotto un vestire casual che risaltava il corpo e coperto da una giacca nera militare fatta su misura che teneva aperta mostrando la rossa e stretta camicia costellata di medaglie, dopo essersi guardato attorno si aggiustò il cappello militare anch’esso fatto a suo stile, e scese dalla nave con i compagni più irritati e stanchi che felici, come il loro capitano.

<<salve a tutti! È bello essere qui, siamo stati chiamati per sovrintendere e fare in modo che vada tutto a posto perciò non badate a noi, continuate pure!>> i tre giovano pupilli corsero incontro ai loro eroi per parlarci di persona ignorando il fatto che fossimo degli estranei in quel posto.

Soul ei suoi vennero travolti dai complimenti dei tre che si erano fatti strada tra le decine di soldati accorsi a salutare quello che per tutti era il loro capitano.


<<davvero euforici quei ragazzini, e dire che facciamo anche noi parte della squadra>>, disse Gabriel ai compagni che però avevano il loro da fare, Johan con Lara e le sue infinite domande, Jacop con la espansiva e irrefrenabile Kurenai e Soul con Eric e le sue migliaia di lusinghe. <<ma perché a me nessuno mi considera!>>, si lamentò sedendosi abbattuto sulla cabina da pilota della navetta. <<fate come volete…>>

Soul distolse un attimo lo sguardo dal ragazzo intravvedendo alle sue spalle poco distante la chiacchierata tra me e il sottoposto di Veronica poco prima che deluso mi voltasi verso l’uscita.

<<Ray? Ray sei davvero tu!? Fratellino sono io, Soul!>>, urlò a squarcia gola zittendo tutta la folla e l’intero porto congelandoli in un uno shock senza precedenti.

<<che vuoi?>>, dissi con inconfondibile fastidio e freddezza, i tre ragazzi mi furono subito addosso tempestandomi con una sola domanda: “perché non avevo detto loro che Soul Cremisi era mio fratello.”

<<non siamo più fratelli, o mi sbaglio? Io non ho scelto di dimenticare chi mi ha cresciuto>>, risposi con tono di ripresa e la cosa colpì alquanto forte l’interessato. <<io non sono qui per te ma cercavo solo Veronica, e visto che ha cambiato esercito, e la cosa non mi meraviglia, non ho più nulla da fare qui, vi saluto>>, dissi ancora più freddamente lasciando senza parole le sorelle Satari e ancor di più Eric, visto come stavo trattando il loro eroe.

<<fermo! Dove pensi di andare!? Ti ricordo che sei un ricercato mondiale ed è grazie a me che non sei stato ancora abbattuto dai cecchini qua attorno>>, disse con aria minacciosa e dura; le sue parole mi fecero sorridere.

<<grazie a te? Credi davvero che potrebbero farlo?>>

<<ne ho la certezza e se non ci riuscissero loro… lo farei io>>, disse puntandomi la coppia di pistole. <<dopotutto io sono il più forte che c’è, sono una leggenda.>> a quelle parole segui una mia grassa e irrefrenabile risata divertita che era una sfida più che evidente.

Scusami ma sei davvero divertente, tu, che prima di arrivare qui sapevi a malapena fare a pugni vieni a dirmi che puoi battermi?>> un silenzio sontuoso segui le mie parole prima di dare forza e fondamento al mio discorso. <<io sono il cacciatore! Il demone del deserto nero! Il mostro della foresta bianca! Ho ucciso e abbattuto molti dei vostri senza fatica e ne sono uscito indenne, ho eliminato delle Furie, mostri che in secoli non siete riusciti neanche ad affrontare alla pari; sono andato nel Tartaro incontrato le vostre divinità e sono tornato, qualunque cosa o chiunque sulla mia strada o su quella della mia famiglia è stato spazzato via. Io vivo per questo e continuerò a farlo poiché è questa la mia VIA! Tu ti sei allenato anni, io è una vita che lo faccio! Diventando il “MOSTRO” che ora sono e fiero porto il nome di coloro che mi hanno dato tutto, io sono un HANZO!>> le mie parole vibrarono scuotendo i cuori e facendo tremare mura e soffitti, dure e forti come la determinazione che mi muoveva. <<ora, se pensi di farcela, tu che hai tradito la famiglia, fatti avanti… io sono qui. Il famoso ricercato mondiale vuole vedere di che pasta è fatta il più forte soldato che ha questo mondo, il loro eroe, la loro “leggenda”.>>


Una esplosione fragorosa travolse ogni cosa spazzando via tutto in una esplosione d’urto che distrusse gran parte del porto.

Decine di soldati ricoprivano il pavimento feriti più o meno gravemente, alcuni anche morti scaraventati contro container caduti, sbarre fuoriuscite e macchinati ribaltati. Solo quando l’enorme nube di detriti iniziò a depositarsi si poté iniziare a capire la gravità della situazione. L’enorme hangar dell’esercito stava per cadere su se stesso dopo che il tetto in spesso e robusto metallo venne trapassato come burro creando uno squarcio grande quanto la zona che ricopriva, in mezzo al terreno, ora illuminato dal sole filtrante dal buco, in una voragine di poco più di due metri di profondità, due Nativi osservavano immobili la distruzione che il loro atterraggio aveva provocato, erano per quel che riconobbi un cacciatore bianco e un Tritamassi guerriero, più piccolo e immensamente più forte dei suoi simili.

<<dannati bastardi!>>, urlò Soul contro di loro tirando fuori il suo paio di pistole ardente di rabbia e vendetta.

<<ma dove state guardando? Noi siamo qui!>>, disse una voce sopra le nostre teste seguita da una raffica di scaglie di fuoco che puntavano a eliminare i pochi indenni. Con maestria i pochi rimasti riuscirono a evitare il colpo aguzzando poi lo sguardo verso le due figure sul tetto. Una ragazza dai lunghi capelli biondi cui corpo emanava grandi scariche elettriche stava affianco ad una presenza avvolta da piccole e illuminanti braci di fuoco rosso; tutti riconobbero quella maschera, senza dubbio era una Furia.

<<è una Furia? E il suo corpo rilascia del fuoco?>>, disse Eric spaventato come non mai, Aura capì subito che cosa significasse e subito spostò lo sguardo dal mostro a me, vedendo per la prima volta un cambiamento radicale. Lo sguardo mite e indifferente trasformarsi nel volto di un mostro, la presenza quasi inesistente affermarsi come catrame in un mare cristallino, Aura senza dubbio ne ebbe una assoluta paura.

<<i soldati indenni vengano con me! Squadra Cremisi anche voi con me, abbattiamo->> un boato assurdo precedette il balzo che come una freccia mi portò di fronte alla Furia, il mio sguardo freddo e impassibile fu ciò che più mostruoso sentirono i pochi che ne assistettero.

Sentì quelle immagini ritornare: il fuoco, i morti, il sangue, Aura e ogni dolore ritornare fondendosi nell’animo allargando ancor di più la ferita da cui l’immane marea nera di pece sgorgava da anni. <<ti ho… TROVATO, FURIA DI FUOCO!>> Il colpo scaraventò il mostro dall’altra parte della città come fosse un proiettile distruggendo palazzi e diffondendo il panico.

<<fratello fermati! Distruggerai la città!>>, urlò Soul poi bloccando le sue parole vedendo che nulla mi avrebbe fermato dal mio intento, anche Aura ebbe la stessa impressione ma vide anche qualcosa in più, qualcosa che la spaventò a morte. Con uno scatto fulmineo segui la Furia radendo al suolo tutto ciò che trovai sulla mia strada lasciando una voragine funesta che travolse macchine e passanti accorsi sulle strade per sfuggire alla distruzione della loro città.


Soul non poté seguirmi come avrebbe voluto poiché c’erano degli ostacoli di fronte a lui, i due Nativi dall’aria minacciosa e la Persona che scese dal tetto affiancandosi a loro, tirò fuori dalle fodere sulla schiena due lunghe spade subito avvolte da potenti scariche bluastre che si espansero verso ogni oggetto metallico della base chiudendo tutti in una gabbia elettrica. <<voi non andate da nessuna parte, ci pensiamo noi a voi, la Furia ha un conto in sospeso con quel tipo.>>

Una raffica a pioggia travolse i tre intrusi con puro metallo rosso dalle due pistole del più forte, che fece cadere la barriera che intrappolava la sua gente. <<Johan porta tutti i feriti fuori, gli altri vadano in città a soccorrere i civili, qui ci penso io>>, ordinò il loro capitano più serio che mai. <<andate ora!>> i suoi compagni non obbiettarono e fecero come detto mentre Soul continuava nella sua raffica infinita di colpi non accorgendosi che la donna dai fulmini si era materializzata alle sue spalle pronta a trafiggerlo in un doppio affondo.

<<attendo dietro!>>, urlò Kurenai sparando alla donna mancandola di poco e non riuscendo a fermare il colpo mortale, a quel punto ci pensò la Nativa bianca che a mani nude a bloccare le spade elettrificate colpendo la donna con un calcio allo stomaco, scaraventandola contro una pila di detriti trapassandola finendo in mezzo alla pista di atterraggio.

<<grazie tesoro, te ne devo una>>, disse lui ringraziando anche la giovane aspirante soldato che rispose con un sorriso.

<<alla ragazza bionda ci penso io, voi prendete i due Nativi>>, suggerì Aura con autorità uscendo dal hangar in uno scatto fulmineo.

<<bene ragazzi, è ora di far vedere cosa sappiamo fare.>> i due Nativi si rialzarono dalla montagna di detriti indenni e impassibili, uno di loro prese una delle travi portanti ancora in piedi dell’hangar e la maneggiò come mazza puntandola contro i quattro nemici, e così fecero i loro avversari: Lara con enormi lame che gli spuntarono dagli avambracci, Kurenai con le pistole avvolte da scie di fuoco che si diramavano su braccia e gambe, Eric con l’enorme scura affianco al possente Vox di cemento e Soul con le pistole avvolto da fiamme rosse che si diramarono in due possenti ali sulla sua schiena. <<fuoco!>>



Mezza città andava a fuoco e l’altra metà stava crollando su se stessa ma nonostante le urla, i feriti, la disperazione della gente in strada e bloccata nei palazzi distrutti, nulla mi fermò dalla scia di distruzione che producevo ad ogni scontro con la sfuggente Furia.

Un’enorme palla di fuoco mi passò a pochi centimetri dal viso bruciandomi leggermente una ciocca di capelli di nero carbone, arrivai viso a viso colpendolo con un calcio all’altezza del collo scaraventandolo nel parco rurale ai confini della città. La caduta del mostro travolse la vegetazione in una esplosione a onde di fuoco che bruciò ogni singolo ciuffo di vegetazione lasciando una leggera coltre grigiastra sul nudo terreno.


Atterrai poco lontano creando un cratere di terra che rivoltò leggermente il terreno morto, subito non persi tempo e andai incontro la mostro. Tra la coltre di fumo veloci lame di fuoco come frecce penetrarono l’aria prendendomi nelle gambe e su una spalla poi esplodendo e scaraventandomi a terra dolorante. <<dannazione! Che dolore!>>, urlai dimenandomi a terra per qualche istante.

La Furia mi fu addosso in un attimo e prendendomi per il collo mi tirò su di peso osservandomi come ad analizzarmi mentre cercavo di dimenarmi dalla sua presa stringendo con forza la sua presa. <<sei… davvero tu?>>, chiese con tale tono che il mio cuore si scosse.

Sfruttai il momento colpendo il mostro ad un fianco con un calcio dimenandomi dalla presa e balzando di qualche metro indietro riprendendo fiato. <<tu… hai cancellato tutto! Il tuo fuoco, sei stato tu a dare inizio a tutto quel dolore, io ti ucciderò! Questa è una promessa dannato mostro!>>

Presi in mano il manico della spada e la sfoderai completamente dalla sua custodia, a toccare in tutta la sua lunghezza il dolce tocco dell’aria nel suo surreale stridio di risveglio, puntai l’arma contro la Furia; libero e leggero, ferreo e bagnato da un intaccabile determinazione scattando tanto veloce da trafiggere il muro di fuoco che l’avvolgeva arrivai alle sue spalle e con tutta freddezza, mentre la Furia si voltava lanciai un unico e vibrante fendente.










Mentre la gola rocciosa si stringeva attorno a lei cercava di sfuggire tra il terreno dissestato e le pareti crollanti tra enormi massi e rovine in decadimento, ormai erano tre ore che era in quella condizione mentre saette dall’enorme forza scoccavano con precisione mancando il demone solo per la sua prontezza di riflessi, purtroppo la stanchezza ebbe la meglio e inciampò rotolando a terra per diversi metro procurandosi diversi tagli e una potente botta alla testa.

<<devo muovermi>>, disse tra se Gremory sporca e ferita trascinandosi a terra mentre si avvicinava velocemente la sua inseguitrice, la nordica Dea valchiria Freyja, fremente di eccitazione per la caccia.

<<ti ho presa piccola mia, adesso muori!>>, urlò creando un enorme lancia simile ad una folgore svettando con le sue gloriose ali a qualche decina di metri dalla vittima.

Un urlo stridulo e sfregiante traviò l’aria e le orecchie degli ascoltatori mentre gli occhi si riempiva ti terrore nel viso della vittima della caccia, il suo volto si sporcò di sangue mentre i suoi occhi vedevano tutto con paura. La mano della valchiria chiamava il demone a terra davanti a se, sporca di sangue poiché il corpo di lei era inchiodato a terra da una mostruosa lancia nera pece che la trapassava all’altezza della schiena, conficcandosi infine a terra a profondità di mezzo metro.

La Dea urlò con tutta se stessa dal dolore dimenandosi atrocemente mentre, atterrato sulla sua schiena dopo averla trafitta in volo, presi le sue ali e con cinismo tirai con tanta forza da strappargliele tra pelle, sangue e piume che esplosero in uno strappo orrido bagnando il demone. <<bastardo! Le mie ali! Le mie bellissime ali, io ti uccido! Chiunque tu sia ti uccido!>>

Mi abbassai fino ad arrivargli all’orecchio per darle una risposta. <<non ho iniziato io ma lo finirò, ve lo avevo detto io…>> davanti ai suoi occhi esterrefatti e colmi di paura presi le sue ali e le legai con filo spinato dissacrandole e scarnandole attorno alla lancia mentre la valchiria piangeva urlando e inveendo.

Impugnai la lancia per lanciarla ma aspettai fermo come una statua, Freyja per un attimo ci sperò mentre Gremory guardava immobile senza sapere che fare o pensare; scoccai il colpo con forza creando un sonoro boato seguito subito dalla sparizione della lancia nel cielo.

Presi la dea per i capelli trascinandola a terra mentre urlava di dolore cercando di alzarsi per camminare e sentire meno il dolore ma la ferita da cui un fiume di sangue sgorgava era un terribile impedimento. <<allora vieni?>>, chiesi rivolgendomi al demone che sembrò come risvegliarsi e rialzandosi sanguinante mi affiancò silenziosa mentre tutt’attorno crollava in una coltre di spessa e oscura polvere.


Susano osservava il paesaggio desolato dalla cima del loro nuovo palazzo insieme alla sorella e a Bastet aspettando il ritorno di Freyja mentre videro arrivare un nuovo alleato, Horus dalle belle ali; pronti ad accoglierlo con tutti gli onori quando una schioccante lancia nera trafisse la divinità conficcandosi nulla sua testa schiantandolo contro le mura poco sopra i padroni di casa, che si videro la scena impietriti, il corpo dell’egizio scivolò sul muro fino a terra mentre il sangue e le cervella bagnavano il bianco muro da quella lancia.

<<ma quelle sono…>>, disse inorridito Tsukiyomi trattenendo a stento il vomito.

<<…le ali di Freyja. Che cosa orribile>>, finì la sorella altrettanto inorridita stringendosi tra i due fratelli temendo che quello fosse solo l’inizio di una onda di orrore.




Il suono più potente che si potesse mai sentire, il silenzio, calò sul combattimento della bianca Nativa e su ogni altro campo di combattimento in quella città.

Con riflessi divini colpì con un calcio la donna scaraventandola a qualche metro da lei un attimo prima dell’arrivo del colpo. Aura scattò all’indietro buttandosi con tempestività perfetta quando lo spostamento d’aria del fendente vibrante giunse fino a loro tagliando ciò che rimaneva del hangar, il pavimento della pista d’atterraggio e ogni cosa in due, creando un profondo e largo solco giungendo perfino in acqua sfiorando una nave ammiraglia a qualche miglia dal porto smuovendo e mettendo in allarme tutto l’equipaggio.

<<ma che diavolo…>> Aura si voltò verso la città vedendo una schiera fitta di palazzi aprirsi in due oltre le macerie e gli incendi della base di uno dei grandi eserciti di tutta Raicos, purtroppo non ebbe il tempo per inorridirsi che una scarica bruciante la colpì al viso seguita da una lunga serie di schioccanti fruste d’elettricità che schioccavano dalle mani della seguace della Furia avvolta da esse nonché da un’aura di pura energia.

Aura non prese molto bene la cosa, pulitasi il viso si voltò verso la donna con fare di sfida, la donna sfoderò di nuovo le spade da cui due scie bluastre tremanti avvolsero il dorso delle armi creando vistose scie ad ogni movimento acrobatico della donna. Aura rimase immobile alla dimostrazione di abilità della donna, appena si mosse per attaccare venne travolta da un onda d’urto di estrema violenza che fermò il suo intento, appena alzò lo sguardo si vide la Nativa venirgli incontro avvolta da enormi e bianche scariche che come fulmini colpivano con rabbia il terreno e l’aria attorno ad Aura cui presenza diventava sempre più oppressante per la sfidante, Aura ritornò nella sua vera forma incutendo ancora più paura nell’avversaria, appena accennò un ringhiò si poté vedere le scariche fuoriuscirgli dalle fauci in piccoli picchi simili a scintille di cavi.

La donna con rapidità incrociò le spade a difendersi dalla scarica che gli arrivò addosso travolgendola come un treno ma deviandola al cielo in un fulmine a ciel sereno; tutta l’aria attorno puzzava di bruciato come il terreno, dalla Nativa alla donna in un profondo solco sul duro cemento. Senza paura la donna scattò con le armi alla mano avvolta da un manto di elettricità più forte e dal netto colore zaffiro trasformandosi in una vera saetta che si scaglio senza pausa sull’avversaria che attaccò con tutta rabbia rizzandosi trasformando il pelo in spuntoni di fulmini.

Lo scontro era come sentire un temporale, un’esplosione di boati e accecanti lampi di luce seguiti da potenti folate di vento dal odore di bruciato e sangue che echeggiavano sia a terra che in cielo.


L’edificio era totalmente crollato, nonostante avesse tenuto al duro scontro di forza, era bastato quel fendente sbucato dal nulla a farlo aprire in due come una noce quasi seppellendo il gruppo di eroi che si stava battendo per i cittadini. Soul aiutò i tre ragazzi a rimettersi su e orientarsi dopo il duro colpo spaesati, stanchi e terribilmente feriti: il sangue bagnava le loro fronti, le braccia e gambe mostravano evidenti ematomi e lividi che nel caso di Eric risultavano ossa rotte guadagnate a difesa dei compagni, ma la cosa aveva dato i suoi frutti visto che i due nemici benché capaci come nessun nemico affrontato fino ad allora dai quattro, erano anch’essi feriti eppure pronti a ricominciare.

<<siete stati grandi ragazzi, soprattutto te piccola: ci sai fare con quelle pistole. Ora, vi chiederei di… lasciare fare a me>>, disse facendo sedere i tre in un piccolo spiazzo tra le macerie. <<tocca all’eroe far vedere chi è che comanda.>> Lara fermò l’uomo prima che andasse prendendolo per un braccio.

<<i fianchi… sono deboli sui fianchi. Con quelle armature faticano a girarsi velocemente, colpisca lì>>, disse lei con voce stanca, Soul ringraziò e levatosi il cappello lo mise alla ragazza.

I due mostri fecero qualche passo avanti come il loro sfidante convergendo verso una leggera collinetta di macerie, il Tritamassi all’improvviso si levò la parte superiore dell’armatura liberando la possente corporatura che si espanse in tutta la sua massa ad esaltare la marmorea e spessa pelle della sua razza, l’altro mostro invece poggiando una mano sulla spalla del compagno si infiammò di un rosso rame trasformandosi in una spessa coltre di sabbia lucida che ricoprì il corpo del Nativo a formare ad ogni suo passo una più minacciosa armatura vivente simile ad una tuta. Soul per nulla intimorito tirò fuori le pistole lasciandole cadere a terra così come l’enorme fucile che aveva sulla schiena e le cinture di coltelli e esplosivi di piccolo taglio che portava alla cinta, arrivò sulla cima della collinetta privo di armi levandosi per ultimo la giacca che scivolando sulla leggera brezza andò a posarsi sul fucile conficcato a terra, nulla sembrò cambiare, nulla pareva nuovo, nessuna arma che potesse finire tutto dopo ore di combattimento, eppure nel suo sguardo si capiva, si poteva leggere che avrebbe concluso tutto con un paio di pugni, ed era così.


Nulla sembrava aver cambiato sennò fosse per il paio di guanti appariscenti su cui dorsi uno strano e brillante stemma araldico che era sbucato dal nulla, sembravano lì per fare scena ma la presenza che emanavano sembrava così solida da pensare ci fosse qualcosa di vivo in loro, tenuti legati a quelle mani da catene di puro fuoco che li si legavano fino al gomito poco prima del risvolto della manica della camicia, era come un supereroe che stava per fare la sua mossa speciale, tutta la sua figura era avvolta da una luce che pareva un sole. Il mostro, arrivatogli davanti, sollevò le mani sopra di lui chiudendole ad impugnare una mostruosa spada di rame di un paio di metri che scagliò contro l’uomo fendendo l’aria di macerie come a voler, inutilmente, eguagliare quel fendente che aveva tagliato a metà la città.

Soul chiuse gli occhi…

Prese un grasso respiro…

Sposto il peso dalla gamba di supporto a quella d’appoggio…

Iniziò a contare mentre il fendente scendeva sulla sua testa…

Le scintille esplosero come fuochi d’artificio all’impatto, una scena che si svolse in un battito di cuore: con un veloce movimento si spostò di fianco colpendo il mostro con un gancio alla mascella che parve un proiettile da quanto fu veloce e potente, l’onda d’urto fu come uno sbuffo in faccia, come uno schiocco secco di dita, veloce e pungente. Il mostro cadde di sasso come una statua frantumandosi in migliaia di pezzi mentre l’avversario rimase fermo, immobile in quel colpo da maestro come se lo stesse ancora dando. Lo sbalordimento dei tre spettatori lasciò posto al loro urlo di vittoria nell’andare incontro al loro eroe che si sblocco abbassando le braccia mentre osservava, con un ghigno sul volto, la fine dell’avversario. <<patetico>>

Prese la giacca e se l’appoggiò sulle spalle mentre andò incontro ai tre ragazzi accogliendo con gioia le loro lusinghe, pochi istanti dopo li raggiunse anche Aura che portava con se un regalo, la sua avversaria mal ridotta e svenuta. <<vedo che abbiamo vinto entrambi ma…>>

<<bisogna vedere se il pesce grosso è ancora vivo>>, disse Aura temendo alla vista delle enormi nubi di fumo che avvolgevano l’intera città.


La maschera gli saltò di dosso come un grillo in pericolo pur non evitando il colpo, questa si spezzò di netto in due parti; solo questo era riuscito a prendersi quel fendente, i riflessi del mostro erano stati degni della sua fama. Roteai svelto la spada colpendo con forza col manico sullo sterno spezzandone la leggera corazza e scaraventandola contro una statua del fondatore dell’esercito, frantumandola in mille pezzi terminando la corsa in braccio a enormi alberi che crollarono su di lui.

La Furia non diede segni, rimanendo sepolta dopo quel maledetto colpo. Senza abbassare la guardia appoggiando la spada sulla spalla e mi chinai a raccogliere i due pezzi della maschera: esse fatte di uno strano materiale sembravano adattarsi al viso dell’ospite, appena avvicinai le due parti esse si rifusero insieme ritornando all’aspetto iniziare eppure cambiando il colore, da una liscia maschera con una sontuosa V, che ne si estendeva per tutta la lunghezza, di un rosso dai leggeri bordi dorati su un viola oscuro si mutò in un pallido bianco traviato da ramificazioni nerastre come crepe o radici partendo dal punto in cui la toccavo, fu come se avesse reagito a me, al mio tocco, al mio sangue.

Alzai lo sguardo verso la Furia che intanto si stava avvicinando radendo e bruciando ogni cosa sul raggio di un metro, presi in mano la maschera puntando con l’altra mano la spada contro quel mostro cui viso era finalmente scoperto: capelli lunghi, lisci e di un violaceo sul nero pece così come lo erano i suoi occhi, su entrambe le mani spade di fuoco e lava si issarono dal terreno armandola mentre avanzava a passo deciso; feci come lei e iniziai ad avvicinarmi, portai la maschera al viso sentendola aderirmi al viso e plasmarsi, modificare il suo aspetto prendendo forma a metà del viso e gli occhi mostrandomi come vedeva una Furia.

Scattammo entrambi trovandoci a metà strada tra vampate e fiammate di spada, i fendenti si respingevano mentre i contraccolpi provocavano enormi danni alla zona, le vibrazioni travolsero anche se debolmente i pochi edifici e palazzi ancora in piedi mentre le grandi fiammate travolsero la vegetazioni circostante provocando enormi incendi e una fuga di proporzioni mai viste dei Nativi.


La Furia unì entrambe le spade in una enorme fiammata di dimensioni doppie non dividendo la velocità e la potenza che anzi, raddoppiarono facendo sembrare i suoi fendenti scie di luce e fuoco puro; senza essere da meno dai tutto me stesso, sentivo la rabbia salire sempre più ad ogni istante, dopo anni quelle immagini erano ancora vivide nella mia mente come quel fuoco che aveva inghiottito ogni cosa a cui volessi bene al mondo, che aveva portato con sè la mia amata. Scivolai sotto il fendente colpendo a mia volta tagliando di netto la sua lama alla base provocando una furiosa esplosione ce travolse entrambi scaraventandoci via come scintille di un tornado di fuoco che si dissolse in cielo trasformando l’aria in un vero inferno. Mi rialzai di scatto cercando la spada ma non la trovai, saltai all’indietro schivando la lama della mia stessa arma che si conficcò a terra non rimanendoci per molto visto che la Furia aveva intenzione di finirla lì. Mi rialzai in piedi distanziandomi di qualche metro da lei mettendomi in guardia e puntando a terra i piedi; una palla di fuoco precedette l’attacco del mostro ma col palmo della mano in un leggero movimento ne spostai la traiettoria passandomi poco sopra la spalla sfiorandomi i capelli, senza distogliere lo sguardo rimasi fisso su di lei.

Un colpo orizzontale che schivai abbassandomi, spostai la lama dal dorso sbilanciandola mentre con l’altra mano colpi con forza lì dove la sua armatura era stata distrutta provocando seri danni senza farla muovere di un passo, un conato di sangue ne segui e ricevendolo in pieno viso la colpì con tutta la furia e il dolore che provavo sentendo le ossa del viso frantumarsi sulle mie dita, ma subito venni sbattuto a terra conficcandomi nel terreno sotto la potenza del suo pugno che mi privò dell’aria disconnettendomi dal corpo per un attimo, uno schiocco di dita sufficiente a farmi ripercorrere la tragedia e il travaglio, il tumulto di disperazione che iniziò da quel momento a fluire.

<<IO… io ti ucciderò! Ti farò pagare per tutto quello che mi hai fatto, per ciò che ti sei portata via. Il mio odio non svanirà, io…>> lentamente con uno sforzo sovrumano affondando le mani e le gambe al terreno lentamente mi sollevai sotto il suo titanico colpo frangendo la stabilità dell’intera zona che iniziò a creparsi come scosso dalle viscere da un terremoto franando su se stessa. <<… mi prenderò la tua dannata vita… e quella dei tuoi simili, mi avete portato via Pam e io vi porterò via tutto! Vi porterò all’inferno dovessi portarvici io stesso o portarlo qui!>> con una gamba colpì il piede d’appoggio della Furia facendola cadere arrivandogli subito addosso mentre d’improvviso il terreno collassò facendoci cadere in una profonda voragine.

Senza badare al fatto, la Furia mi si avvinghiò in una presa al bacino e come una meteora mi schiantai di una decina di metri ad un durissimo terreno che a malapena si incrinò lasciandomi immobile e quasi privo di sensi, fu una furente scarica di pugni a farmi riprendere in una violenta scarica di dolore e sangue mentre quel mostro senza pietà colpiva sempre più forte con quei maledetti pugni avvolti dalle fiamme dell’inferno, non le mie urla strazianti, non il sangue e nemmeno il rumore di ossa frantumate la fermò dall’azione sempre più violenta, eppure sul suo viso quello che vidi, anche se sfuocato, era lacrime, pure e sincere su un viso traviato dal dolore e dal sangue.



Un paio di navette volarono sopra le teste degli eroi vincitori che si apprestavano a raggiungere l’ormai vicino campo di battaglia della Furia, da esse, appena sopra la voragine, una mezza dozzina di soldati ciascuno scesero su corde ben armati all’interno di essa.

<<che diavolo fanno quelli?>>, chiese Aura preoccupata più per la loro vita che per me.

<<E’ l’esercito, i capi hanno dato l’ordine di uccidere entrambi visto i danni alla città. Dannazione, dovevo essere più veloce.>>

<<Ray!? Uccideranno anche lui, non è possibile.>>

<<è normale, guarda com’è ridotta questa città, è anche colpa sua. Per la sua vendetta raderebbe al suolo anche il mondo>>, disse secco Eric che si trovò tutti gli sguardi addosso, eppure nessuno disse nulla, nemmeno Aura poiché sapeva che era vero e visto come avevo reagito alla vista di quella Furia ne era la più consapevole.

<<voi credete davvero che ce la faranno?>>, disse sarcastica la ragazza legata, battuta da Aura. <<io non credo, sapete.>>

<<E cosa diavolo te lo fa pensare? Saranno feriti e non ci vorrà molto che il resto della flotta arrivi. Spero che questa sia la fine…>>, disse Soul d’un tratto cupo, la ragazza a risposta rise di gran gusto infastidendo tutti e trovandosi un calcio da parte di Kurenai.

<<lei non morirà… non prima di aver parlato con il suo “fratellone”.>>

<<che cosa vuoi dire?!>>, domandò Aura a nome di tutti, quelle parole sembrarono alle loro orecchie avere un certo peso.

<<Sì, avete sentito bene. Avete visto che cosa è successo alla città, pensate che sia normale che una persona sia a quel livello, quello lì è un mostro come le Furie, e tra simili… sarà meglio che vi sbrighiate, non vorrete perdervi lo spettacolo.>> da quel momento la donna non disse altro e non ne ebbe il tempo visto che tutti loro si fiondarono di corsa al luogo; raggiungendolo in un lampo, giusto in tempo per vedere un’enorme schiera di soldati circondare l’enorme voragine pronti a sparare nonché pezzi di corpi distesi ai bordi del oscuro buco.

<<non può essere>>, disse Kurenai inorridita e sconvolta come in parte anche gli altri.


I suoi colpi si fermarono mentre le lacrime non smettevano di sgorgare, si lasciò andare sul mio corpo dolorante, stringendomi il collo nel tentativo di strangolarmi. <<perché? Perché deve andare così? Per quale dannato motivo deve essere questo l’unico modo!?>>, urlò con tutta la voce nel suo corpo. <<perché a me è dovuta capitare proprio questa parte, perché perdere tutto? È crudele! Troppo crudele! Ma è così… dobbiamo soffrire entrambi, tutti noi dobbiamo e tu… tu più di tutti noi, mio caro fratello... Ti prego, fallo ora! Non voglio più soffrire! Ne ho abbastanza di nascondermi, di passare sotto questa luce, di nascondere il mio viso… solo per colpa loro, loro che ci hanno portato via tutto, ti prego…>>, disse in lacrime con voce stridula avvicinando il viso al mio in un ultimo gesto disperato, le sue lacrime mi bagnarono il viso mentre il morbido tocco del suo viso sul mio seguito da quel gesto d’amore fece, per un attimo, un millesimo di secondo riaffiorare un’immagine chiara come il cielo… e allora capì, iniziai a vedere, proprio davanti a me la vidi, limpida, immobile e tangibile più di una statua, sotto quella maschera, col corpo maciullato, il respiro spezzato, la vista annebbiata ed i sensi altrettanto, compresi e vidi la mia vera Via…

X

LA VIA




Le alte splendide mura di quel palazzo divino, eretto sulle macerie del castello dei Titani, erano lo sfondo del giorno della “rivoluzione degli Dei”, il giorno in cui avrebbero risvegliato i loro genitori per annientarli e liberarsi finalmente dal loro giogo.

<<oggi fratelli e sorelle…>>, iniziò Tsukiyomi con enfasi dalla cima della rocca davanti ai suoi simili, riuniti da tutto il Tartaro per assistere all’evento memorabile. <<… questo è il giorno in cui quei sovrani che ci hanno dato la vita e poi tolto ogni cosa patiranno la sofferenza che per secoli abbiamo sopportato in questa fogna! Ci riprenderemo questo mondo, ritorneremo ad essere ciò che siamo: DEI! E quando questo mondo avrà visto la nostra luce, la nostra VIA… Noi, tutti noi, ritorneremo sulla Terra e stenderemo anche a loro la nostra luce, saremmo gli unici e veri signori dei due mondi e forse…>>, aggiunse più come battuta finale che come fine del discorso. <<… ci faremo un viaggetto nello Yomi a riprenderci i nostri fratelli caduti per mano loro e magari qualche dolce souvenir dal bel visino.>> seguirono enfatici applausi e urla di vittoria di coloro che credevano ciecamente in quel pugno di Dei capeggiati dal trio dello Shinto.

<<che assurdità, e tutta questa massa di nullità ci crede davvero>>, disse con tono surreale la demone del deserto, ben coperta come una nomane affiancata dal suo immortale destriero.


<<è bello rivedere un viso famigliare in questa moltitudine di sciocchi>>, disse una voce alle sue spalle; voltandosi la riconobbi in tutta la sua nobiltà e nel suo bianco abito migliore, l’originale direttamente dall’antica Grecia.

<<ma chi si rivede, sei bella e intelligente come sempre mia amica mitologica preferita>>, salutò Gremory abbracciando l’amica Era, seguita dal suo manipolo di divinità minori.

<<sono felice anch’io di incontrarti sedicente demone della “vera mitologia”, anche tu qui per il grande evento che ci libererà tutti? Sinceramente non credo sia una bella cosa, non che mi dispiaccia stare qui ma… sappiamo cosa abbiamo fatto di là e di qua e non è stato un bel lavoro, sono alquanto indecisa.>>

<<a chi lo dici, vi ho combattuto per portarvi qui e quasi ci rimettevo la pelle e quella del mio destriero e alla fine nonostante tutto… eccomi qui, ma comunque se fossi in te sceglierei subito da che parte stare, lo dico perché ti voglio bene.>>

<<E tu da che parte stai? Non mi dirai che c’è un esercito qui in grado di tenere testa a tutti gli Dei? i cacciatori sono morti se non sbaglio, chi altro c’è?>>

Gremory alzò le spalle allontanandosi tra la folla scomparendo prima che le sue parole potessero raggiungere le orecchie della Dea.

Il gruppo di Dei armati delle loro leggendarie armi, forti del supporto di tutto il loro popolo che come un mare ricopriva la zona, iniziò ad avviarsi nella breve gola, cui pareti contornate di antiche rovine ricoperte di vegetazione morta facevano da scenario.

Amaterasu, con un morbido movimento del braccio verso l’alto, creo una serie di minuscole sfere di luce azzurre che illuminarono come ad un festival i cento metri che li separavano da quel mostruoso muro di cristallo. Appena arrivati dinnanzi a quel muro, alto decine di metri, vennero scossi da qualcosa che si mosse oltre, qualcosa di vivo, come un mostruoso serpente che si strusciava a stretto contatto con uno spazio fin troppo piccolo per le sue dimensioni; tutti ebbero un attimo di sussulto, ciò che c’era oltre era forse troppo per affrontarlo anche se erano in vantaggio dal fatto che la razza umana non era al fianco dei loro avversari.

<<non dobbiamo retrocedere, ora siamo più forti che mai. È finalmente giunto la nostra rivalsa.>> le parole di Susano ebbero l’effetto sperato e tutti ripresero la loro determinazione e coraggio per finire quello che avevano iniziato molto tempo addietro con l’eliminazione dei demoni da Raicos, Amaterasu prese la sua arma, la più forte e la diede al fratello guerriero che ringraziò l’amata sorella mettendosi in posizione per distruggere quel muro.

<<fratelli e sorelle preparatevi, è giunto il momento di uccidere i nostri genitori!>>, urlò con forza il Dio della luna e attraverso l’illusione dei suoi poteri la sua intera figura venne proiettata sulle alte mura del palazzo; tutti gli dei impugnarono le armi e capeggiati da Bastet, la più agguerrita di tutti, si preparavano all’accesa battaglia caricando verso la tomba dei loro genitori. Tra la folla Era ed i suoi sentendo qualcosa di strano nell’aria fecero come consigliato dall’amica e decisero di andare via dal focolaio arrivando, in un paio di minuti, in una piccola altura protetta.

<<ce ne avete messo di tempo a decidervi, pensavo vi sareste uniti allo scontro.>>

<<ci aspettavi dunque, sei proprio subdola amica mia>>, rispose Era rincontrando l’amica e abbracciandola calorosamente.

<<dì ai tuoi uomini di sedersi e vedersi lo spettacolo, non durerà molto. Saranno tanti ma è pur sempre contro i Titani che andranno.>>

<<Gremory… volevo sapere che cosa ti è successo dopo che hanno…>>

<<Sì, sono sparita per un po’ ma sta tranquilla, sto bene. Ora vediamo.>>

Susano con un potente colpo vibrante conficco la lama nel cristallo facendo tremare tutto il posto, con un tocco secco sulla base dell’impugnatura fece incrinare il muro di cristallo, ciò che ne seguì era capibile.


Il gruppo dei generali indietreggiò contemplando la caduta di massicci blocchi di quel materiale dall’aspetto indistruggibile alzando un normale e massiccio polverone.

Il terreno tremò ad ogni passo, l’aria vibrò ad ogni respiro mentre i loro cuori sussultavano e il loro sangue si gelò dinnanzi alla magnificenza delle figure dei loro genitori, i cinque continentali: Ometeotl, Trimurti, Num, IO e Nyx, essi erano gli ancestrali, i più potenti ancora in vita dei creatori di Raicos.

<<e così siete giunti fin qui per… riprendervi ciò che vi abbiamo portato via?>>, chiese con voce infinitamente suprema Num, guardando dall’alto in basso i loro figli nella sua Nativa forma; i suoi fratelli l’affiancarono mentre Nyx rimase dietro di loro, nell’oscurità.

<<il vostro tempo è finito, è ora che lasciate il posto a noi. Abbiamo ucciso gli altri di voi e senza gli umani siete deboli, noi vi uccideremo e sulle vostre carcasse creeremo il nostro regno, noi->> un assordante rumore in lontananza fermò il discorso mentre si faceva sempre più forte e quasi assordante.

Tutti si voltarono e nell’orizzonte di sfumature di un vento sabbioso, figure indefinite in avvicinamento fecero echeggiare il loro suono, il sordo e tuonante eco dei mostruosi tamburi, il divino suono delle trombe, lo scontro delle spade e lance sui robusti scudi mentre l’esercito dagli elmi lucidi, dalle creste rosse e dai mantelli di rubino avanzava preceduto da un'unica figura, estranea ma che padroneggiava su tutto mentre si portava una lunga asta come fosse una bandiera da sventolare con fierezza sul campo di battaglia.

<<no no NO! Tu sei morto!>>, urlò con tutta la voce che aveva in corpo Susano lasciando perdere i Titani avvicinandosi verso l’uscita della gola non credendo comunque ai propri occhi.


La schiera di guerrieri si fermò a qualche metro dall’inizio della marea di divinità mettendosi in formazione a muro, da cui fenditure sbucavano le armi bianche, mi voltai verso di loro facendo segno di non muoversi per nessuna ragione al mondo. Con una mano li indicai, lì oltre la marea di sedicenti Dei, al bordo della gola, coloro che mi avevano tradito, soprattutto colei che aveva tradito la mia famiglia. <<oggi morirete tutti voi, nessuno rimarrà poiché diverrete monito come la vostra sorella.>>

Conficcai l’asta che portavo appoggiata alla spalla a terra mostrando a quell’orda la nordica Freyja impalata come un cane, sanguinante e in decomposizione avvolta da insetti e da una puzza che si espanse come la paura. <<tu, Amaterasu sarai l’ultima. Vedrai morire tutti loro e sarà tutto… per colpa tua.>>

<<UCCIDETELO!>>, urlò la dea del sole scatenando l’orda di divinità che si mosse come un’unica cosa.

Presi l’arma della mia famiglia, la loro eredità che mi era stata donata e che era stata sigillata all’arrivo in quel mondo, e così com’era rinchiusa nella sua fodera l’usai per mostrare la loro vulnerabilità.

Trapassai lo sterno del primo della schiera conficcandola poi a terra in un bagno di sangue, estrassi l’arma fendendo l’aria ripulendola del sangue e bagnando il viso di quelli appena dietro il morto. Puntai l’arma dinnanzi a me posizionando i piedi perpendicolari, all’altezza della spalla parallela al corpo portai l’arma aspettando la prima ondata.


Dalla cima della gola i leader osservavano la scena, una folata tagliente travolse una trentina di Dei facendo cadere i loro corpi sugli altri, alcuni travolti dalla paura provarono a scappare ma inutilmente. Le raffiche di frecce ricoprirono il cielo ma bastò un leggero fendente per spazzarle via come foglie al vento. Il massacro andò avanti senza fermarsi così come la pila di cadaveri. <<li sta uccidendo tutti… ed è da solo dannazione!>>, urlò terrorizzato e furioso Tsukiyomi non sapendo più che fare.

<<sembra che abbiate un problema cari figlioli>>, disse con tono divertito Nyx dall’oscurità della loro prigione.

<<pensate che sia divertente bastardi, è tutto colpa vostra! Eravamo così vicini e ora questo!>>

<<colpa nostra? Ne siete sicuri, quello sembra avercela con voi e non per colpa nostra, forse… le avete fatto qualcosa? Chi è lui?>>

<<è un umano, uno degli Hanzo. Riconosco quel mon che porta sul fodero della spada>>, disse Num poi lasciandosi sfuggire una leggera risata mentre Trimurti se la rise di gusto beffeggiando la figlia.

<<quindi lo hai tradito… qui, quanto potete essere stupidi figli miei. È vostra la colpa dei vostri peccati, non incolpateci dei vostri errori.>>

<<non sono stati loro a trafiggerlo dopo averle sottratto la chiave buttandolo nell’orda, sei stata tu>>, esordì Gremory dall’ombra formandosi dall’aria nerastra che avvolgeva i bordi della gola, Susano stava per attaccarla quando un urlo poco distante lo fermò facendogli rivolgere lo sguardo verso l’uscita.


Facendomi strada fradicio di sangue tra la massa di cadaveri mentre l’enorme palazzo, che fino a qualche minuto fa splendeva del suo bianco immacolato, era divenuto come il suolo: una lurida massa di morte che cadeva a pezzi massacrata da una inutile resistenza.

Avevo il respiro pesante mentre facevo ogni gradino di una scalinata di rocce che portava dritta alla gola. Tutta la resistenza era distesa a terra a ricoprire la strada, il loro sangue come un leggero ruscello scivolava sui gradini scendendo lentamente a tingerli di rubino fino a raggiungere le pareti ancora integre del palazzo bordandole di sangue; la vista di quello spettacolo non mi turbò per nulla così come l’intero panorama di morti che copriva la terra tra armi spezzate e volontà distrutte, quella stessa vista più ampia fu l’orrido spettacolo che Era ed i suoi fratelli dovettero assistere inermi, i loro cuori erano spezzati così come la loro volontà. Il fine era stato raggiunto e il risultato era un dipinto tratto da uno spicchio dell’inferno. <<noi… siamo… deboli>>, sussurrò Era caduta sulle gambe non reggendosi più in piedi mentre le lacrime bagnavano le sue guance mentre i suoi compagni più travolti restavano privi di iniziativa, immobili e silenti sparpagliati con sguardo assente.

Mitra arrivò con un balzo affondando la lancia in un attacco a sorpresa, spostai la traiettoria del colpo prendendo la lancia strattonandolo a me, la cosa lo sbilanciò verso di me, lo colpì col manico della sua stessa arma trafiggendogli la gola lasciandolo cadere come un sacco a terra, rotolando per la scalinata prima che la lancia si incastrasse tra due graditi spezzandogli il collo e facendo rotolare la sua testa fino ai piedi della carcassa tagliata a metà di Ares, il quale cercava di trascinarsi lontano con gli ultimi respiri sapendo in cuor suo che era la fine.


Arrivai alla cima della scalinata grondante di sangue, sporco di ogni uccisione eppure lucido e senza nessun senso di colpa, ad ogni passo riguardai quei volti trucidati da quelle espressioni doloranti seguiti da quel gesto di tradimento che lavò via tutto ridandomi di nuovo quella determinazione ad uccidere ogni Dio che aveva vacillato per qualche istante. Davanti a me c’erano solo loro: Gremory, Susano, Amaterasu, i Titani e Bastet davanti a tutti.

<<Ray…>>, disse con voce tremante venendomi incontro con cautela. <<non è come credi… ho dovuto, loro mi hanno obbligata, tu sai chi sono, solo a te ho svelato il mio vero nome, questo perché io…>> nella sua voce sentivo e quasi ne annusavo la paura mentre si avvicinava a braccia alzate.

<<lo so… Artemide, non è te che sono venuto a prendere.>>

<<grazie Ray!>>, la dea riprese vita correndomi incontro travolgendomi con un caloroso abbraccio. L’avvolsi amorevolmente sussurrandoli parole all’orecchio, la dea all’improvviso iniziò a dimenarsi mentre stretti la presa in una morsa che aveva il suono delle sue ossa che si spezzava mentre cercava si dire qualcosa, il suo viso divenne sempre più pallido mentre il sangue gli usciva dal naso, sul volto un misto di rabbia e paura seguito dalle lacrime sul suo sguardo che non ebbe nessun effetto. Una volta che ebbe finito di soffrire, dolcemente, presi il suo corpo e lo appoggiai a terra richiudendogli gli occhi incrociandogli le braccia al livello del petto.

<<Bas…tet, sorella mia…>> Amaterasu cadde a terra travolta dal dolore per quella perdita così fredda e così surreale. <<SEI UN MOSTRO!>>, urlò con tutta la voce che aveva in corpo lasciandosi andare al dolore.

Mi avvicinai agli ultimi Dei presenti quando alle mie spalle comparve il gruppo di sopravvissuti capeggiati da Era, al solo sentire la loro presenza non capì il motivo della loro comparsa, ma la ragione del fatto che fossero ancora in vita mi fu davanti agli occhi. Rivolsi lo sguardo alla mia sinistra sul demone che aveva parlato troppo, Gremory.

<<lei non ha fatto niente contro di te, non puoi ucciderla>>, cercò lei di giustificarsi.

Era mi si parò davanti insieme ai suoi a fare da muro tra me ed i traditori, nel suo sguardo nemmeno una briciola di paura, di dubbio, niente. <<lo so che abbiamo portato tanto male al tuo mondo e a questo, ma credi davvero che questo sia giusto?>> i Titani, che fino ad allora non si erano mossi ne avevano detto niente, si avvicinarono incuriositi dalla saggezza della loro figlia nonché dal coraggio che in nessun’altro avevano visto quel giorno. <<la tua famiglia per secoli e millenni ha dato la vita in onore di lei mentre lei… non lo meritava, ma questo ha permesso agli Hanzo di andare avanti, di avere uno scopo, di seguite una “via” che li ha portati dove sono. Anche se è tutto una bugia…>> la donna si mise in ginocchio come i suoi compagni Dei chinando il capo.

<<… se credi davvero che questo sia davvero il modo di punirci per tutto, allora uccidi anche noi, uccidi me prima e poi ottieni la tua vendetta. Devi andare fino in fondo, la scelta che farai ti porterà ad una strada in cui potrai provare a perdonare ed una in cui non potrai farlo.>> lei chinò il capo mostrandosi in tutta la sua vulnerabilità, la sua nobiltà d’animo era qualcosa che la faceva brillare più del sole.

Alzai lo sguardo verso il demone, il cui sguardo pregava di non farlo, rivolsi lo sguardo ai Titani, che dopo aver sentito e visto le parole della figlia, ritrovarono l’amore perduto verso ognuno di loro, infine lo rivolsi ai tre Dei del paese che mi aveva cresciuto, alla Dea della mia famiglia, nei suoi occhi il peso dei suoi peccati rivelati dalla luce della paura, fu in quei suoi occhi che trovai la mia benevola risposta.

Urla nate da cuori frantumati si issarono all’unisono, Dei, Titani e demone; tutti traviati nel medesimo istante mentre le catene che la sigillavano si spezzavano in un attimo che pareva muoversi a rallentatore, un istante in cui la spada millenaria spezzava i suoi vincoli liberando la sua lama dal fodero bagnandosi del sangue degli Dei lì inginocchiati, falciando le loro vite come le loro teste con un unico e vibrante fendente tanto veloce e potente che l’aria che l’avvolse si piegò al suo volere diventando essa stessa metallo senza forma giungendo a fendere la dura spessa parete di quella gola; un singolo fendente dal moto circolare, partito come il quadrante di un orologio dall’alto e come esso scoccando la sua fine al medesimo punto, ferma e immobile lasciando una sottile riga di sangue scivolare sulla sua lucida lama mentre i corpi e le teste giunsero a terra privi di vita. <<questa è la mia risposta… Era.>>


I Titani si bloccarono mentre i tre Dei furono travolti dalla disperazione, Susano armato con la spada della sorella la buttò a terra e cercò di scappare sfruttando la sua divina velocità, nulla di più stupido. Lo presi al volo con un calcio colpendolo dritto al petto scaraventandolo a terra e spingendo con tanta forza da incrinarlo e affondarlo in esso bloccandolo completamente, da sotto il cappotto tirai fuori una delle frecce dalla punta di rubino di Bastet e lentamente gliela conficcai fritta sul cuore mentre cercava con tutte le forze di respingerla con le braccia. Man mano che la freccia penetrava nella carne il suo corpo divenne varicoso e pallido finendo per sembrare un cadavere che bruciava dall’interno, le sue urla soffocate dal sangue alla gola arrivarono comunque ma furono inutili poiché nessuno lo salvò mentre il suo corpo bruciò divenendo cenere all’istante, lasciando soltanto il buco e una oscura macchia dalla sagoma umana.

Tsukiyomi aveva sfruttato il momento ed era fuggito, nella sua corsa disperata aveva raggiunto la soglia dell’inizio del deicidio e si sentiva ormai al sicuro voltandosi verso la gola ormai lontana, ma una dura superficie lo fermo sbattendolo a terra nello scontrarsi, appena aprì gli occhi si trovò l’armata dei cacciatori immobili di fronte a lui, sotto quegli elmi sentì gli sguardi di quei pochi sopravvissuti alla loro caccia, ne sentì il risentimento e soprattutto la sete di sangue.

<<aspettate, parliamone, io… non volevo ma gli altri dei…>> il Dio della luna si trascinò sul suolo indietreggiando mentre farfugliava frasi simili preso dalla paura fino a che un bastone non fermò la sua ritirata, voltandosi fece un balzo di paura vedendo da vicino il corpo impalato di Freyja totalmente spolpato dagli avvoltoi di quel luogo, ritrovandosi tra le braccia dei cacciatori che diedero sfogo alla loro vendetta smembrando e mangiando vivo il Dio urlante, di cui non rimase nulla dopo soli pochi minuti.


<<Amaterasu…>> la mia voce fu come carta vetrata per le sue orecchie, sola e impaurita prese la sua arma puntandomela contro ma inutilmente, mentalmente non reggeva la situazione.

<<levati di mezzo>>, dissi al demone che si era messo a difesa della Dea del sole impugnando la una sciabola, era arrabbiata e voleva sangue.

<<l’hai uccisa, perché!? Lei lo sapeva, ne era cosciente e voleva rimediare… e tu l’hai uccisa senza esitare. Io non ti lascerò uccidere l’ultima speranza che hanno gli Dei per redimersi, almeno loro devono riuscire dove noi, demoni, abbiamo fallito privi di possibilità. Farò in modo che lei viva e che faccia il bene che Era sapeva loro potessero essere capaci, io->> la lama puntata alla sua gola la fermò subito mentre un braccio le bloccava ogni tentativo di difendersi.

<<lasciami andare o la uccido!>>, fu la minaccia di Amaterasu che prese il demone come ostaggio. <<butta giù l’arma e lasciami andare o la sgozzo come una vacca e sta sicuro che lo faccio bastardo!>> finalmente si era rivelata per ciò che era, il puro istinto di sopravvivenza aveva avuto la meglio.

Amare lacrime solcarono il viso del demone posandosi sulla lama e poi sulle braccia della carnefice, lacrime non destinate alla sua fine ma alla Dea. <<perché!? Perché lo hai fatto? io ti ho difeso. Ti ho dato una speranza e tu la butti via così. Era è morta per nulla!>> lasciai la spada a terra calciandola verso Amaterasu che insieme all’ostaggio si avvicinò a raccoglierla.

<<lasciala andare ora, lei non c’entra nulla. Ha addirittura cercato di salvarti.>>

<<è stato questo il suo più grande errore.>> la Dea fece scorrere la lama sul collo del demone facendo zampillarne il sangue prima di staccargli la testa di netto, essa rotolò verso di me seguito dal corpo buttato dalla divinità, che intanto raccolse la mia arma ormai vittoriosa.

Scivolai a terra prendendo al volo il corpo di Gremory e la testa su cui uno sguardo triste si era trasformato in un volto deluso solcato da lacrime di sangue. <<decapitata da colei… che volevo salvare, che buffo…>>, disse mentre velocemente perdeva colorito.

<<adesso ti ammazzo bastardo, sarò io la Dea di tutti i mondi, con queste armi renderò giustizia ai miei fratelli e sorelle>>, urlò gongolandosi nella sua illusione.

<<un demone che ha fede in qualcosa non è normale non credi>>, sussurrai come a fare dell’ironismo. <<mi dispiace per Era ma dovevo farlo, era necessario ma la tua morte… NO.>> mi strappai il bendaggio dal braccio avvolgendoglielo ad entrambe le parti del collo ricongiungendole.

<<non credo che… funzioni, non… non sono mica una bambola rotta…>>

<<ma questo Sì, mordi la mia lingua e bevi>>, gli dissi prima di baciarla zittendo le sue parole da sarcasmo funebre.

<<un bacio d’addio, è adeguato per il momento ma un privilegio che non vi posso concedere allungo!>>, sbraitò la Dea scattando in un affondo di spada, che si trovò a fendere una massa fumosa di nebbia nera che avvolse l’area. Il tossire rauco e irregolare del demone fece voltare la Dea che la vide intera, piegarsi ad ammortizzare il tossire mentre le mani attenuavano gli spruzzi di sangue.

<<come hai…>>un leggero formicolio alle gambe precedette la sua caduta a terra, qualcosa non quadrava e non seppe cosa, provò ad alzarsi ma senza successo. <<che cosa succede alle mie…>> la vista delle sue gambe a mezzo metro da lei la travolse come un treno in corsa. <<… GAMBE!! LE MIE GAMBE, TI SEI PORTATO VIA LE MIE GAMBE!>>, urlò dimenandosi istericamente ormai allo sbando.

Lasciai il demone a riposare appoggiandola a terra, dai un veloce sguardo alla Dea ormai fuori di senno finendo per rivolgermi agli immobili Titani. <<salve, voi dovete essere i Titani. Scusate il disastro ma… avrei una richiesta se non vi do troppo fastidio.>>

<<hai ucciso i nostri figli di fronte a noi, ci hai fatti assistere a tutto questo e ora ci chiedi un favore?>>, pronunciò con aria minacciosa Num.

<<e perché altro sarei qui? Non certo per vedere le voci erano vere. Devo ammazzare qualcosa oltre questa landa desolata e mi hanno detto che voi siete coloro che potrebbero mostrarmi come fare, è una questione di estrema importanza per me.>>

<<sei qui per vendicarti di qualche omicida macchiandoti di deicidio? Chi o che cosa devi uccidere umano!?>>, urlò Ometeotl.

<<Furie, voglio uccidere le Furie. E visto quel che è successo qui, se non volete aiutarmi passerò sulle vostre carcasse e mi prenderò ciò che custodite in fondo a questa grotta.>> Trimurti si trasformò venendoci incontro con aria alquanto fredda e dissoluta, si fermò a qualche passò da me una volta che gli rivolsi la spada contro.

<<non voglio vendicarmi, dopotutto li hai liberati dal tormento che noi, loro genitori, li abbiamo dato con la nostra negligenza. Anzi, vorrei scusarmi personalmente per i miei figli e per ciò che “lei” ti ha fatto e ha fatto alla tua famiglia.>> la Titanide ci invitò a seguirla verso l’oscurità della profonda grotta, gli altri Titani fecero come lei raggiungendola nella guida.

<<tieniti forte e riposa ancora un po’>>, dissi al demone prendendola in braccio ancora debole, tenendola ben stretta mentre seguì i cinque Titani.






Dalla fumosa voragine, con decine di fucili puntati alla testa, uscì con passo fermo, lento e pesante come le morti che bagnavano quella giornata. Appena un’ombra sulla nebbia di polvere si issò nella sua nera figura, tutte quelle armi si mossero all’unisono puntando le loro scie di luce smeraldo su ciò che ne era avvolto, Soul ed i ragazzi avanzarono lentamente e cauti non sapendo chi dei due era che ne stava uscendo, ma in fin dei conti, vista la distruzione causata la cosa cambiata poco e chiunque ne fosse uscito non se la sarebbe cavata.

Una maschera trapassò la coltre mostrandone la temibile forma mentre il corpo insanguinato dai vestiti logori e bruciati la seguivano, i presenti ebbero un sussulto, un attimo in cui sentirono la paura di trovarsi dinanzi ad una Furia li soffocò quasi a piegarli in due.

Mentre avanzavo portando tra le mani il suo corpo privo di vita, sentivo il sangue che bagnava la spada esserne risucchiata in quel suo sibilo soppresso, come sabbia la maschera che gli rubai così come il suo corpo di dissolse mentre il vento, che si alzò solo per quello, se li portò con se lasciandomi con niente tra le mani. Alzai lo sguardo al cielo sentendo tutta la stanchezza, tutta la lotta gravarmi dello sforzo in un solo istante, bastò un sospiro, leggero e appena accennato per portarsi via tutto, tutto quel insano silenzio facendomi ritrovare accerchiato da cento fucili pronti a fare fuoco ad un cenno.

Kurenai fece per corrermi contro ma la sorella la fermò prima che lo facesse, tutti loro lo avevano visto, erano stati testimoni oculari della distruzione che era stata consumata e di chi era stata la colpa, per non contare quella uscita da mostro mascherato, che anche se durò un attimo, bastò a cambiare ciò che pensavano di me, fu sufficiente ad insinuare la paura e l’ipotesi che ne fossi una, un mostro di distruzione insensibile e inarrestabile, una Furia.

Il mio sguardo non si fermò su di loro ma su quel viso su cui il dolore regnava sovrano, su cui lacrime amare solcavano la sua faccia, dove la consapevolezza che gli era stata portato via tutto era una certezza, colei che legata e sconfitta vide il suo mentore sbriciolarsi al vento come fosse stato solo un illusione.

Mi lasciai cadere a terra, esausto e distrutto, lasciandomi spontaneamente prendere da tutto ciò in quella lotta mi avrebbe fatto uccidere, mi lasciai al dolore che portò via la mia mente lasciando il corpo alla mercé di coloro che erano “la cavalleria”.


Provai a portarmi la mano alla testa, che mi parve friggere mentre dei chiodi si conficcavano, ma qualcosa mi bloccò la mano, una catena fredda e metallica di un colore argentato scintillante. Mi tirai su riuscendo a sedermi sul letto, simile a quello degli ospedali, riuscendo a portarmi l’altra mano efficacemente alla testa sentendo il suo freddo e piacevole tocco, un toccasana per quella malattia che mi accompagnava silente ovunque. Non feci in tempo a guardarmi intorno che l’unica porta di quella stanza d’interrogatorio venne brutalmente aperta, e un altro ospite ne venne buttato dentro come se fosse la fossa dei gladiatori; lei caduta a terra si rialzò subito scagliandosi contro il soldato che l’aveva lanciata dentro, ritrovandosi però la porta sbattuta in faccia.

<<bastardi! Lasciatemi uscire da qui!>>, sbraitò con forza, poi lentamente attenuando la sua furia in lievi parole di supplica. <<voglio… uscire…>> la ragazza si buttò in un angolo a deprimersi in silenzio, senza mai notare che in quella stanza c’era qualcun altro, come se non mi vedesse.

<<forse non sono la prima persona che vorresti che te lo chieda ma… tutto ok?>> la ragazza alzò lo sguardo penetrando i capelli che gli coprivano il viso ritrovando in me un nemico mortale, un mostro che gli ha portato via tutto; uno sguardo che in molti avevo visto ma che nel suo, in quei occhi che per un istante si illuminarono di un giallo dorato trovai tutto il peso di ciò che feci schiacciarmi con forza.

Le urla e il trambusto che scoppiarono all’improvviso in quella stanza catturarono l’attenzione di tutto l’esercito radunati in quella sede temporanea, primi tra tutti furono Soul ed Aura che fermarono la loro privata conversazione per accorrere a vedere. Appena Soul entrò nella stanza accorse a staccarmi la ragazza di dosso non prima che il mio sangue bagnassi le sue mani e il suo viso in quella sua furia cieca.

<<sta calma! Lascialo andare>>, disse Soul bloccandole le braccia portandola ad un angolo della stanza mentre Aura mi venne a soccorrere, eppure appena si avvicinò qualcosa la bloccò e la fece ritrarre. Anche se avevo il viso coperto da pochi ciuffi di capelli e la vista sporca del mio stesso sangue vidi lo stesso la sua reazione e come un trapano nel cuore la cosa mi fece male, un male così profondo che pensavo non avrei più potuto provare dopo quello che successe al tempio, un male che nascosi rimanendo immobile mentre lei indietreggiava ad aiutare Soul.

<<ora sta tranquilla, qui. Voi due dovete rimanere qui per il momento, noi abbiamo da fare.>> Soul finì di legare la ragazza al tavolo degli interrogatori posto dall’altra parte della stanza, poi si diresse alla porta e con sua sorpresa Aura era dietro di lui a seguirlo fuori. <<non ti preoccupare, ora andiamo. I ragazzi ti aspettano.>> Aura uscì a sguardo basso senza mai rivolgersi nuovamente a me, e in cuor mio ciò mi fece più male di ciò che stavo perseguendo con la mia assurda vendetta che mi stava corrodendo l’anima.


<<l’hai ucciso, un altro mostro tolto dalla tua lista.>> alzai lo sguardo verso l’altra parte della stanza dove la ragazza era seduta ammanettata al tavolo trovandoci, accanto a lei, le tre Furie della mia visione.

Quello col fucile prese una sedia lì vicina avvicinandolo al tavolo e sedendosi sopra poggiando i piedi sul tavolo a pochi centimetri dalla testa della ragazza frustrata. <<devi aver sofferto molto, non è così?>>, chiese quella con la voce robotica dal tono femminile avvicinandosi a me mettendosi in ginocchio ai miei piedi.

<<eppure per quando difficile, lo hai fatto lo stesso. Questa tua vendetta continuerà fino alla fine, vero? Non so se sia pazzia la tua o un irrazionale senso del dovere a mantenere le tue promesse, sinceramente fai paura>>, concluse l’ultimo di loro rimanendo appoggiato di schiena alla porta. <<comunque, ecco la prova tangibile di ciò che hai fatto>>, disse puntando il dito su di me. Un bruciore ardente mi travolse il collo scacciandomi le urla dalla bocca mentre dal nulla una rovente catenella si materializzò bruciando non solo i vestiti ma le bende e leggermente la pelle sottostante, il tutto per qualche secondo lasciando al posto del dolore una collana a cui appesa c’era l’anello della Furia che avevo appena ucciso.

<<perché non ti fermi adesso, hai ucciso la Furia che cercavi, noi saremmo solo un surplus, una caccia inutile e visto come sei messo…>>

<<vi devo incontrare, tutti voi. Io devo sapere il perché di tutto questo, perché eravate lì immobili mentre loro uccidevano tutti, devo sapere perché non avete ucciso anche me, voglio sapere che cosa vi ha spinto a fare tutto questo e perché tutti voi sembrate vedere in me qualcuno che non sono!>>, urlai di rigetto finendo per piegare la sbarra della barella a cui ero ammanettato. <<sono stato fin da che ho ricordo un figlio della sfortuna, mai voluto, sempre nel posto sbagliato, sempre preso di mira e ogni volta che qualcosa sembra andare bene… finisce per svanire, per farmi male. Prima i miei ricordi, svaniti nel nulla; una malattia che mi sta uccidendo; poi il padre di Soul, l’unico che mi ha teso una mano; poi la mia famiglia, mio fratello rapito per portarlo in questo mondo e infine la Persona a cui avrei dato il mio cuore… sono stanco di perdere tutto, di soffrire. Vorrei solo sapere dove mi porterà questa strada di sventure e se dovessi arrivare a morire per scoprirlo lo farei, ma ora l’unica strada che vedo è la vendetta, questo sentimento che mi sta consumando da una vita chiede sangue, il vostro, nonostante un profondo senso di vuoto e disperazione ne prende il posto e anche voi… sembrate essere sotto la stessa maledetta stella...>> le tre Furie rimasero in silenzio, immobili come statue, nascoste da quelle maschere che nulla facevano carpire. <<e dire che sono stato portato qui da uno di voi, e mi ha fatto anche da guida in questa assurda spedizione, fino al mio arrivo al Tartaro.>> le Furie alzarono lo sguardo come se una luce abbagliante avesse mostrato loro ciò che da tempo aspettavano. <<chissà dove sarai, Ju?>>

I tre si alzarono di colpo venendomi incontro accerchiandomi, quella dalla voce robotica mi prese le mani nelle sue prima di proferir parole che mi avrebbero portato su una strada ben lontana dalla luce. <<vieni a Mesir, vieni ad incontrarci. C’è un motivo se il quinto si è scontrato con te oggi, ci devi aiutare ad uccidere uno di noi, il più forte di noi, colui che hai visto nella tua visone: egli è il più umano tra gli inumani, se lo farai ti cederemo la nostra vita e forse troverai la risposta alla tua domanda, ma devi venire da solo, solo tu>>, disse enfatica poi spostandosi per lasciare spazio al fuciliere che ancora una volta fece terminare l’illusione con una pallottola.


Riaprì gli occhi rifacendo gli stessi gesti che feci la volta precedente, ritrovandomi ancora in manette, questa volta senza dover affrontare l’ira della ragazza seduta al tavolo, prima di tutto cercai la mia medicina ma visto che mi era stato levato il cappotto non la trovai. Con lo sguardo cercai in tutta la stanza trovandolo sul tavolo del nemico che mi guardava con occhi di curiosità o qualcosa di simile. <<mi passeresti il cappotto, c’è la mia medicina dentro una delle tasche interne, per favore.>> oltre ogni mia aspettativa la ragazza prese il cappotto e dopo aver rovistato dentro mi lanciò la fiala con il liquido nero, la ringraziai stranito del suo comportamento prima di usarla.

Il liquido entrò in circolazione provocando una vistosa reazione luminosa su tutto il corpo che, per la maggior parte coperto da sottile bendaggio, si fece ben notare dall’unica spettatrice.

<<è tutto vero? quello che hai detto prima?>>, chiese senza rivolgermi mai lo sguardo, probabilmente sentendosi in colpa per la sua reazione eccessiva.

<<allora non l’ho detto tra me, lo hai sentito pure tu… mi crederai pazzo a parlare da solo.>>

<<No, anche Quinto parlava con loro, con i suoi fratelli. Io non li vedevo ma sembravano molto affiatati tranne quando parlavano con un altro, con lui erano freddi e molto formali come se fosse il loro capo…>>

<<perché me lo racconti, perché a me. Ho ucciso colui che era tutto per te, no? A meno che tu…>>

<<Sì, ho sentito tutto ciò che hai detto. Loro hanno preso qualcosa di molto importante per te, ma io sono sicura che non è colpa di Quinto. Se c’è qualcuno che ha architettato tutto deve essere la Furia della grotta.>>

<<grazie dell’informazione, ora devo andare.>> con gran facilità piegai la sbarra della barella fino a renderla abbastanza malleabile per spezzarla e liberarmi, presi il cappotto e mettendomelo sulle spalle sfondai la porta uscendo, la ragazza non perse tempo e si levò le manette da cui si era liberata da qualche minuto seguendomi.

Appena fuori una manciata di soldati, che sorvegliavano ben armati l’intero complesso della stazione delle bestie di fumo, puntò le loro armi verso di me intimandomi a non muovermi. Tutti i presenti riversarono la loro attenzione sul mostro che aveva aiutato a radere al suolo la città lanciando sguardi spaventati, furiosi o disgustati; ignorai tutto ciò e come se non esistessero avanzai verso l’uscita della stazione adoperata a base momentanea dell’esercito.

Soul fu la figura che si mise in mezzo a riportarmi alla realtà puntandomi la sua scintillante pistola alla nuca. <<fermati fratellino, dopo ciò che hai fatto non posso lasciarti andare via così. È ora che ti fermi e ti renda conto di ciò che stai facendo a queste persone, a questa città e a questo mondo. La tua vendetta sta portando disordine e disperazione distruggendo ciò che i quattro stati hanno tanto faticato a costruire.>>

<<ha ragione Ray, lo so cosa provi ma… guarda cosa stai diventando, io non ti riconosco quasi più>>, disse struggendosi Aura, cercando di convincermi con tutta se stessa.

<<puoi sempre unirti a noi, venire con me nell’esercito e aiutarci a uccidere le Furie insieme, vi farei io entrare senza problemi, i tuoi crimini verrebbero annullati e tu, Lara, Kurenai, Eric e Aura potrete essere una squadra indipendente, tutto in modo che nessun’altro patisca ciò che è successo in questa città. Loro hanno già accettato, manchi solo tu, perciò ti chiedo per favore di fare la scelta giusta, Ray.>>

<<volete fermarmi? Solo perché questo conviene a voi, solo perché sto facendo ciò che voglio e che a voi dà fastidio? Perché una delle vostre belle e in mostra città è stata abbattuta? Dov’eravate quando hanno distrutto metà dei villaggi e piccole cittadelle?! Dove eravate quando distrussero il tempio!? Voi ed i vostri bei ideali non hanno salvato nessuno.>> rivolsi lo sguardo verso i ragazzi, che incrociando il mio lo abbassarono, poi guardai Aura dritto negli occhi. <<avete già deciso, eh. Ancora una volta mi abbandoni scegliendo la strada che meno ti ferirà, vero?>>, gli chiesi senza aver però risposta, di nuovo. <<allora andate, seguite Soul e divenite il futuro faro di luce di questo mondo, io non vi fermerò ma neanche vi seguirò, se vi troverò sulla mia strada… meglio che vi spostiate.>> prima che il colpo di Soul partisse gli presi l’arma puntandolo a sua volta alla sua testa mentre lui allo stesso tempo mi puntò l’altra pistola.

<<lo sai che sono il più forte di tutto il pianeta vero?>>, disse con suprema convinzione facendo segno ai soldati di indietreggiare. <<se vuoi andartene, prima dovrai vedertela con me, e ti assicuro che non sarà una scaramuccia come alle medie, sappi che in tutti questi anni che non ti sei fatto vivo mi sono allenato senza sosta, fatti sotto “cacciatore”>>, disse con uno strano ghigno sul viso mentre i soldati lo elogiavano aumentando la sua autostima.


La cosa che lo travolse di più fu il fatto che essendo per anni considerato l’eroe assoluto di quel mondo, il semplice fatto che nello sfoggiare ogni mossa di combattimento, esse si dimostrassero vane e facilmente respingibili tanto da sembrare un combattimento di un bambino contro un soldato, ogni pugno venne deviato, ogni calcio respinto con facilità, fin troppa: provò a sparare ma con l’arma sottratta senza sparare un colpo l’usai per deviare la canna dell’arma facendogli mancare ogni colpo, con la stessa respinsi i pugni colpendolo ai nervi delle braccia rendendole inermi, ad ogni calcio ribattei con gli stessi facendolo cadere in ginocchio intorpidito finendolo con un montante al viso, che con estrema facilità, lo stesse come un pugile in k.o.

<<tu ti sei allenato per qualche anno per diventare un eroe, io lo faccio da una vita… per proteggere la mia famiglia. Dovrai fare di meglio per sperare anche di starmi davanti la prossima volta. Ragazzi, se è questa la vostra strada sono felice per voi, Aura sarà una buona guida.>> sulla mia strada si aprì una voragine di soldati che non osarono neppure di rivolgermi lo sguardo, in loro la presenza della paura era addirittura annusabile, il loro campione era caduto, era come vedere gli Dei quando avevo mostrato loro che erano vulnerabili, davvero patetici.

Aura aiutò Soul a rialzarsi ma ciò che gli era successo lo aveva sconvolto, nemmeno i suoi compagni riuscirono a scuoterlo. <<dobbiamo andare, il treno partirà tra qualche minuto. Se avete deciso allora salite, anche tu Nativa. Il tuo aiuto ci sarà molto prezioso, soprattutto quando ci scontreremo di nuovo con lui, se lo vuoi salvare questa è l’unica strada>>, disse Johan in tutta confidenza.


<<dove ho messo la mappa?>>, mi chiesi controllando ovunque nelle tasche ma senza risultato, neppure nella valigia la trovai e dopo il trambusto che era successo ero quasi sicuro d’averla persa.

<<cerchi questa?>> mi voltai trovandoci la bionda con in mano il rotolo che mi avrebbe aiutato nella mia ricerca, nonché fonte di preziose informazioni raccolte in lunghi mesi di viaggio, lei si avvicinò sfoggiando il nuovo vestiario: lunghi stivali bianchi dalle cinte nere come la calzamaglia che si spezzava sotto la gonna a frange rosso vivo, una canotta che li lasciava scoperto parte del ventre ed a finire tutto una giacchetta nera. <<allora? Almeno dimmi come sto? Altrimenti questa te la puoi scordare>>

<<stai bene, che cosa vuoi, Vendicarti? O che altro, fai in fretta che non ho tempo da perdere.>>

<<quanto sei scorbutico, se fai così non avrai molto successo con le donne. Se la vuoi dovrai chiedermela con gentilezza e usare il mio nome, sono sicura che lo sai, vero?>> le lanciai uno sguardo infastidito e minaccioso che però non la toccò minimamente. <<allora, sto aspettando.>>

<<bellissima Mia, potresti per cortesia ridarmi la mia mappa così che me ne possa finalmente andare via da questo posto.>>

<<certamente carissimo Ray, la tua mappa è qui, tieni>>, disse porgendomela senza nessuna esitazione, la presi e la ringraziai iniziando ad avviarmi ma mi fermai subito.

<<perché l’hai fatto? Perché mi hai ridato la mappa? Dopo tutto ciò che ti ho fatto perché mi hai seguito e cerchi di fare l’amichetta?>>

<<ho solo sentito ciò che hai detto e… la cosa mi ha fatto riflettere. Io fin da piccola sono sempre stata una ragazza ribelle al contrario di ciò che volevano i miei e mia sorella, mi piaceva fare a botte e cose così, alla fine mi trovai in un brutto guaio tanto che fui allontanata da tutti, da quel momento ho vagato entrando in bande, clan, squadre di mercenari, l’uno più forte dell’altro, volevo essere abbastanza forte da farcela da sola, dimostrare che non avevo bisogno di nessuno fino a che incontrai qualcuno di decisamente troppo forte, Quinto. Sai, un po’ me lo ricordi e voglio scoprire il perché, non cercherò vendetta come ho capito che stai facendo tu, voglio solo conoscerti, tutto qui.>>

<<va bene, allora puoi venire con me fino ad un certo punto. Sempre che la mia mappa che tieni nascosta tra il petto sia integra, me ne accorgo se ho un falso tra le mani.>> lei sorrise tirandola fuori e mostrandomela in tutta la sua interezza prima di rimetterla dove l’aveva nascosta.

<<hai visto, essere gentili ripaga.>>

<<Già ma dobbiamo muoverci, la strada è lunga.>>

<<a questo ci penso io, diciamo come è il mio modo di ringraziarti per il fatto che condivideremo il viaggio.>> la ragazza fece un rumorosissimo fischiò che mi trapassò i timpani ricambiato dopo qualche secondo da uno strano gracchiare.

In un baleno qualcosa di enorme e nero cadde dal cielo appena dietro la ragazza, rialzandosi subito sulle zampe. Mia si voltò e con gioia immane accarezzò la testa al rapace nero del tutto simile ad un mastodontico corvo. <<lui è Roy, ci siamo incontrati anni fa e siamo diventati subito molto affiatati, sarà lui a portarci dovunque tu vorrai.>>

<<che fortuna, penso che stai iniziando a piacermi.>>

<<è l’inizio di una lunga e buona relazione, salta su, si parte!>>





Arrivati sul fondo della gola entrammo in un ampia e sferica grotta dalla levigata superficie traslucida, in cui il luminoso terreno vitreo ma di una durezza estrema faceva risplendere tutto il suo interno di una immacolata luce celestiale. In mezzo a tutto quello splendore, sulla parete frontale, ciò che pareva un gigantesco schermo specchio mostrava l’immagine di due enormi creature che si stringevano amorevolmente bloccati su una parete di ghiaccio alta decine di metri; rimasi bloccato ad ammirarli cercando di vedere il loro volto, di capire la loro specie ma la rifrazione su quel ghiaccio rendeva tutto inutile. L’immagine poi svanì nel biancore di quello specchio mostrando poi la distesa di cadaveri che c’era a poche decine di metri fuori da quel silenzioso e tranquillo luogo.

<<erano nostri compagni, nostri fratelli fino a quando non ci tradirono aiutando le Persone a rinchiuderci nel Tartaro, quella è la loro giusta punizione>>, disse Ometeotl facendosi strada arrivando davanti a tutti.

Sotto i suoi piedi partì un fascio luminoso che finì in una piccola sfera sul pavimento a un metro dal gigantesco specchio, mentre lui si avvicinava una scalinata cristallina si materializzò sotto i suoi piedi finendo in una piattaforma a cinque troni in cui ogni Titano prese posto mentre il demone e io restammo ai piedi di tanta immacolata brillantezza.

<<tali genitori tali figli, vi piace davvero sedervi sui troni a fare i re del mondo>>, dissi senza peli sulla lingua mentre sostenevo Gremory ancora troppo debole per reggersi in piedi.

<<noi siamo i Titani, ti abbiamo visto su Raicos e qui, al Tartaro. Tutto quello che hai fatto, che hai vissuto e hai provato noi lo abbiamo visto ma…>>

<<dicci: per quale motivo sei venuto a cercare noi, perché non sei andato a darti giustizia, a compiere la tua personale vendetta piuttosto che venire alla fine del mondo, massacrare gli Dei, provare la disperazione di scoprire l’inganno fatto alla tua famiglia da centinaia, migliaia di anni e tutto… perché?>>

Non ci riflettei, non dubitai e risposi con sincerità e subito. <<Beh, è semplice. Quando credei di aver perso qualcuno di a me molto speciale un amico si presentò davanti a me, nel buio della stanza dov’ero. Mi disse che sapeva dove fosse quella persona, lo conoscevo da molto anche se ci incontravamo di rado ma sapevo che potevo fidarmi e così feci, lui mi portò in questo mondo in cui rividi quella persona. Quando persi colei che amavo lui mi apparve e mi disse che questa era la strada che dovevo percorrere, avrei voluto andare e farmi subito vendetta ma… non lo feci, seguì la sua via senza dubitare, perché nonostante il suo aspetto celato mi ricordi coloro che me l’hanno portata via io in lui ho la mia totale fiducia, tutto qui.>> mentre dissi quelle parole, quelle ultime parole mi ricordai ciò che mi disse Ju: che forse sarei riuscito a riaverla con me, e quello mi bastò per non dubitare di quella strada.

Num scese dal suo trono venendoci incontro, fu la più coinvolta dal mio racconto nonché l’unica che mostrò uno sguardo di comprensione nei miei confronti, la Titanide prese il demone in braccio portandola verso un ala della grotta, da cui si aprì un varco che dava ad un’altra stanza. <<sta tranquillo… la curerà, per quanto riguarda il tuo discorso… la tua richiesta è approvata, ti daremo un aiuto ma ci sarà un prezzo>>, disse IO.

<<non è bastato salvarvi dai vostri figli, eh? Va bene, quindi come mi aiuterete?>>

<<sarà semplice, ti renderemo degno della tua forza, faremo sì che il tuo corpo riesca a reggere ogni dolore possibile e a superarlo, tutto in modo naturale.>>

<<capisco. Ho già affrontato qualcosa di simile tempo fa...>> Sotto i miei piedi si aprì una voragine in cui precipitai ma questa volta cosciente della cosa.


<<inizio io se non vi spiace>>, disse Trimurti invocando le sei braccia, prima di saltar con un balzo dentro la voragine facendo risuonare nello schianto a terra tutta la sua massa.

Gigantesco e minaccioso con passi pesanti che come sulla sabbia lasciavano l’impronta nuda, mentre si avvicinava avvolto da una rossa aura che come un alone l’avvolgeva, sul suo volto l’espressione di eccitazione era evidente. <<si parte!>>





<<scendiamo lì al fiume, siamo in viaggio da ore e tra poco potrebbe tramontare, inoltre… devo lavarmi.>> Mia fu d’accordo con me e fece sì che Roy scendesse in una grossa diramazione del delta di acque che toccavano più o meno tutta la regione.

Una volta arrivato a terra ci preparammo subito a passare lì la notte, appena scesi andammo a cercare legna per il fuoco e la cosa non durò, per fortuna, molto, e dopo qualche decina di minuti un bel fuoco dalla lucente luce bluastra iniziò ad illuminare una zona che lentamente stava dando il benvenuto alla notte.

<<bene, ora però dobbiamo pensare alla cena, ho qualcosa nella…>>, controllai mentre lo dissi sicuro di avere ciò che cercavo ma non trovai niente, probabilmente qualcuno se l’era mangiato di nascosto. <<no, lascia stare. Sai pescare?>>, domandai alla ragazza che si stava avvicinando al acqua seguita da Roy.

<<certo! Per chi mi hai preso>>, rispose gonfiando il petto come un pavone farebbe con la coda; detto ciò si buttò in acqua con gran agilità e sicurezza ma a malapena riuscì a stare in piedi per la corrente, figurarsi riuscire a prendere i veloci Nativi che, nonostante il luminoso stemma sulla loro schiena, gli sfuggivano tra le braccia e gambe con gran agilità quasi a prendere in giro la sua inettitudine.

Io e il suo Nativo ci avvicinammo rimanendo però sulla riva, sedendoci a guardare la figuraccia che stava facendo nel vano e disperato tentativo di farsi vedere capace. <<non ha mai pescato in vita sua, vero?>>, chiesi a Roy che rispose con un gracchiare secco e positivo.

Mia intanto aveva lasciato stare la tecnica a mani nude prendendo un bastone affilato sul momento conficcandolo in acqua nella remota possibilità di beccarne uno, inutile dire che la cosa non funzionò; a quel punto stava per fulminare tutto il fiume presa dalla frustrazione, per fortuna mi buttai in tempo in acqua fermandola dal suo intento. <<se non sapevi pescare dovevi dirmelo, la cosa non ti sminuisce.>>

<<E’ che non volevo fare brutta figura…>>, disse in tono di scusa uscendosene dall’acqua tutta depressa, sedendosi accanto a Roy che provò a tirarla su.

<<ti faccio vedere un trucco che ho imparato>>, dissi prima di levarmi il cappotto, le scarpe ei pantaloni entrando in acqua. <<per prima cosa levarsi gli indumenti ingombranti, al contrario di come hai fatto tu. Ora guarda attentamente.>>

Con i palmi delle mani toccai leggermente la superficie creando piccole onde a malapena percettibili eppure abbastanza perché i curiosi nativi acquatici si avvicinassero incuriositi o affamati, non agì appena li vidi ma aspettai e lo dovetti fare per quasi cinque minuti dall’apparizione del primo di essi; solo quando sembrarono del tutto a loro agio feci la mia mossa, senza prenderli li colpì lateralmente lanciandoli verso la riva dove Roy, pronto a ricevere, li colse al volo dandogli il colpo di grazia. Mia rimase felicemente sbalordita dall’efficienza di quella semplice sequenza di azioni che diedero più risultati di tutto quello sforzo inutile che aveva fatto per qualche minuto prima.

Finito in acqua ne uscì affiancando i due che sulla riva stavano a contare tutto quel ben di dio. <<non è difficile e con il tuo potere sarebbe stato anche più semplice, devi solo riuscire a controllarlo. Sono sicuro che ce la farai.>>


Il profumo del pesce al fuoco era delizioso ma non avevo tempo per godermelo visto che dovevo io pulirlo e preparalo non solo per la cena ma anche come scorta per il viaggio, dall’altra parte gli altri due avevano solo occhi per quei pochi spiedini che si cucinavano per bene avvolti da una pellicola di erbe aromatiche ed enormi foglie che non sembravano per niente patire il fuoco.

<<sono pronti, potete prenderli>>, dissi dando una veloce occhiata al fuoco e al colorito delle foglie, i due si fiondarono litigandosi subito il più grosso che c’era ma il volatile ebbe la meglio e Mia dovette arrangiarsi, per così dire, con uno degli altri più piccoli.

Appena finì con preparare le corte mangiai anch’io un paio di quei Nativi che erano sfuggiti alle grinfie dei tue sedendomi accanto alla ragazza, notando una cosa ovvia visto ciò che aveva provato a fare prima. <<è meglio che ti levi quei vestiti fradici o ti prenderai un malanno>>, suggerì tra un morso e l’altro, lei mi guardò con circospezione stringendosi a sé.

<<Sì, hai ragione ma la cosa è che…>>

<<non hai niente di ricambio vero? E sicuramente non sono la prima persona con cui ti fideresti a rimanere in intimo. Aspetta qui>>

Dalla valigia, che si stava dimostrando molto utile nel mio viaggio, presi un cambio che era destinato ad Aura e lo portai a Mia che ringraziò del gesto.

<<è una canotta e dei pantaloncini, non copriranno molto o terranno tanto al caldo ma meglio di niente.>> Mia li prese e usando Roy come tendina si tolse i pesanti vestiti zuppi e si mise il cambio, che gli stava poco stretto; i vestiti bagnati li mise vicino al fuoco sedendosi di nuovo al mio fianco.

<<sei una persona davvero premurosa, soprattutto con qualcuno che fino a qualche giorno fa cercava di ucciderti>>, disse poi prendendo un grasso respiro di liberazione. <<Quanto mi manca Quinto, era così…>>

Mi alzai e me ne andai dirigendomi verso la riva senza dire niente, nella penombra creata dalla luce del fuoco.

Roy guardò la scena poi si avvicinò a Mia sbattendoli un’ala in faccia come a riprenderla. <<che cosa fai?!>>, chiese alterata ma subito capì il motivo. <<sono stata una stupida a parlarne, vero?>>, chiese all’amico che confermò animatamente. <<dannazione, sono proprio… dovevo tenere la bocca chiusa, anche per lui deve essere stata dura, tutto ciò che ha passato e poi… l’avermi portata con lui. Ora c’è l’avrà con me.>>


La ragazza si alzò e fece l’unica cosa che li venne in mente e mi venne incontro prendendo posto accanto a me, ma rimase in silenzio aspettando il coraggio per parlare eppure il momento non arrivava mai.

<<scusami, se mi sono alzato così e sono andato via ma…>>

<<non devi scusarti, è stata colpa mia. Sono stata un po’ indelicata visto tutto quello che hai passato, e ti ringrazio per avermi permesso di venire con te.>>

<<figurati, entrambi abbiamo perso molto, no? Stare insieme penso che sia una punizione sufficiente per entrambi>>, dissi con tono leggero e amichevole.

<<Già, perciò… compagni di sventura?>>, chiese appoggiandosi alla mia spalla con fare gentile.

<<compagni di viaggio>>, risposi io accogliendola in un abbraccio amichevole stringendola a me, in aggiunta arrivò Roy che ci avvolse tra le sue ali volendo essere anche lui incluso.



Distolsi lo sguardo da quel fuoco di cui ormai non rimanevano che le braci e un debole colorito violaceo, con lo sguardo vagai sul cielo stellato, sulle nuvole passeggere, sulla luna crescente poi scendendo lento sulle alte cime degli alberi, scesi ancora arrivando alla vista di Roy su cui era sdraiata Mia avvolta dalle coperte, infine giunsi a guardare il mio bagaglio e l’arma che mi portavo dietro. Piuttosto che rimanere lì ancora insonne a osservare in silenzio ogni cosa ed a ruminare sulle mie colpe, mi alzai e presi quello strumento di morte ritornando alla riva, dove il tranquillo e avvolgente suono dell’acqua mi sembrava un magnifico toccasana mentre guardavo quell’arma, lasciandomi andare al ricordo di coloro che me l’hanno dato, un dono in cambio di un prezzo, un’arma in cambio di un’altra, l’ultima cosa che avevo della mia famiglia in quel mondo.


Ritornai al accampamento più o meno un’ora dopo trovandoci Mia sveglia accanto al mio sacco per dormire, sembrava cercarmi con lo sguardo e appena mi vide sembrò rasserenarsi. <<sei un tipo notturno tu, eh.>>

<<Sì, più o meno>>, risposi poi conficcando l’arma accanto alla valigia, sedendomi sul mio sacco a pelo appoggiando la schiena sull’arma come fosse una sorta di poltrona.

Mia si alzò trascinandosi goffamente con il suo cappotto caldo e asciutto sulle spalle finendo per sedersi di nuovo accanto a me sul mio sacco.

<<non riesco a dormire, ti dispiace se…>> non feci nessuna obbiezione e la lasciai fare, lei si stiracchiò per poi lasciarsi andare appoggiando la testa sulle mie gambe mettendosi comoda e addormentandosi quasi subito.

<<non pensavo così vicina>>, dissi tra di me lasciandomi andare ad un improvviso sonno liberatorio.



Il battito di ali di Roy mi svegliò, era già giorno ma Mia dormiva ancora.

<<vedo che sei un tipo mattiniero>>, dissi rivolto al Nativo. <<dici che dobbiamo aspettare che si svegli? Forse si arrabbierà, ma chi lo sa.>>

Roy però non sembrava della stessa idea, sembrava molto contrario al fatto di svegliarla perciò ci sedemmo e aspettammo ma, dopo due ore lei era ancora bella addormentata e non accennava minimamente a svegliarsi, anche Roy a quel punto non ce la faceva più e stava per sacrificarsi per tutti e due ma lo fermai. <<tranquillo lo faccio io, sta a guardare.>>

Mi avvicinai alla ragazza tanto da riuscire a sentire il suo respiro dormiente, sussurrai parole nascoste mentre un debole alone nero come il respiro caldo durante una giornata fredda avvolse le mie labbra, mi avvicinai ancora di più finendo per toccargli le labbra con le mie a bloccargli per un attimo la respirazione, a dargli quasi una scossa, a bloccargli il ritmo. Lei subito si svegliò di soprassalto tossendo fortemente spingendomi via con un braccio, confusa e allarmata mi guardò mentre si portò alle labbra la mano.

<<che cosa fai?!>>, chiese paonazza in viso tutta sulla difensiva. <<che cos’era quello?>>

<<a te cosa è sembrato? Era un… aspetta, non mi viene la parola…>>, dissi supportato anche da Roy che fece come se la cosa non fosse così tanto clamorosa come la ragazza la faceva.

<<era un bacio! non farlo mai più senza il mio permesso!>>, disse alterata guardandoci con fare minaccioso.

<<quindi ti è piaciuto?>>, dissi riferendo quello che Roy voleva dire. <<è quello che Roy vuole sapere.>> lei arrossì ancor di più facendo l’offesa.

<<non è questo il punto…>> Roy fu quello più divertito di tutto e si stava letteralmente rotolando dal divertimento, Mia lo fulminò con lo sguardo.

<<io vado al fiume>>, dissi lasciando i due sbrigarsela da soli ridacchiando tra me e me.


Mia e Roy dopo aver finito di addentare le ultime scorte della notte si rimisero a posto per la partenza ma vedendo che non tornavo iniziarono a preoccuparsi.

Mia seguita da Roy andò al fiume per controllare ma ci trovò solo alcuni dei miei vestiti vicino all’acqua. <<Ray dove sei? Guarda che dobbiamo andare>>, disse cercandomi attorno senza però alcun successo.

Uscì dall’acqua sentendo la ragazza chiamarmi trovandola sulla riva alquanto perplessa, appena realizzò si voltò imbarazzata porgendomi i vestiti. <<che cosa stai facendo!?>>

<<non sembra ovvio, volevo vedere se mi uscivano le branchie>>, dissi scherzando. <<No, stavo solo facendo il bagno. Dovreste farlo anche voi, soprattutto il tuo Nativo, l’acqua è stupenda e non è che profumiate di rose.>> <<rose? Che cosa sarebbero?>>, chiese Mia stranita da quella parola.

<<lascia stare, comunque dovreste prendere sul serio la mia proposta.>> e fu così che senza troppa fatica riuscì a convincerli.


Mentre Roy faceva da tendina da bagno nel fiume, Mia si levò i vestiti facendosi il bagno ben coperta dalle ali del Nativo, che allo stesso tempo si fece pulire dalla ragazza in cambio della sua collaborazione.

<<secondo te perché l’ha fatto? Ci sono molti modi per svegliare qualcuno, mi chiedevo perché proprio un bacio>>, disse tutta seria e preoccupata all’amico che la guardò strano. <<pensi che mi stia facendo troppi problemi, vero?>> il Nativo confermò. <<non lo sento più, che sta facendo?>>, gli chiese senza trovare la risposta.

Mia si sporse dalle ali cercando di non far vedere troppa “nudità” ma non sembrava essercene bisogno, la mia attenzione era tutto su altro. <<sta… scrivendo delle lettere?>>, si chiese sporgendosi sempre più in su strofinando il petto sul bordo della sua “nera tenda”. <<ora li faccio io uno scherzo, adesso mi vendicherò di questa mattina>>, disse ritornando giù.


Il rumore delle ali del Nativo contro e dentro l’acqua si fece più intenso dopo che ebbe avvistato una grossa preda muoversi in acqua, la cosa servì anche alla ragazza, che con fare furtivo e passo veloce, si avvicinò senza fare alcun rumore arrivandomi alle spalle senza che me ne accorgessi. Io, immerso nelle ultime righe dell’ultima lettera non feci caso a ciò che stava succedendo finché, in un attimo di riposo visivo, alzai lo sguardo di fronte a me vedendo in quel preciso istante una goccia di acqua passarmi a un centimetro dal viso cadere sulla lettera, bagnando dolcemente ultima parola: “grazie”.

Mia scattò nel suo attacco, il suo intento era quello di inzupparmi in un abbraccio a sorpresa e la posizione era perfetta, eppure un gran agilità scivolai in una mezza rotazione dalla sua presa poco prima che si chiudesse aggirandola e avvolgendola nel mio capotto.

Senza che riuscisse a capacitarsene si trovò con le mani vuote, vestita e soprattutto sconfitta. <<dovevi essere più veloce tesoro>>, gli dissi poi allontanandomi rileggendo le lettere come se nulla fosse, mandandola su tutte le furie.

<<non doveva andare così!>>, disse alquanto arrabbiata e frustrata stringendosi nel abito seguendomi a debita distanza mentre borbottava come una bambina a cui gli era stato fatto un torto, neppure Roy si trattenne dal ridere del fallimento dell’amica finendo per cadere in acqua rivoltandosi dal divertimento, di nuovo.

<<Già, molto divertente. Sembra che voi due andiate davvero d’accordo, ne sono felice, soprattutto per te, Roy>>, disse con fare minaccioso zittendo subito il Nativo.

<<non te la prendere, per farmi perdonare puoi chiedermi quello che vuoi, ma solo una cosa.>>

<<va bene, vi perdono. Allora voglio vederla>>, disse, avvicinandosi ancora semi nuda avvolta dal capotto, alla valigia dove vicino c’era ciò che li interessava, appena a portata dell’arma me la lanciò. Al volo presi l’arma sfoderandola in un leggero fendente che conficcò la custodia a terra mostrando l’arma in tutta la sua bellezza mortale e soprattutto… demoniaca.




Appena si sentì meglio riaprì gli occhi e con fatica si tirò su da quel letto bianco immacolato, dove gli pareva di esserci stata per un’eternità. Subito il demone si portò le mani al collo sentendo la setosa sensazione del bendaggio che gli copriva la mortale ferita infertagli dalla Dea del sole, insieme a quell’immagine arrivò quella della esecuzione della cara amica insieme ad una fitta al cuore. Avvolta dalle coperte bianche si alzò dal letto percorrendo quella stanza illuminata e avvolta dal più totale bianco celestiale che si potesse mai trovare, e per lei era anche più fastidioso della ferita al collo e della strana sensazione di vulnerabilità che provata, a piedi nudi uscì dalla stanza bianca ritrovandosi nel atmosfera più cupa di un lungo cunicolo cavernoso illuminato da deboli piante fluorescenti che sbucavano dalle pareti in una vaga luce verdognola.

Gremory sentendosi più a suo agio in quel buio accelerò il passo giungendo infine ad una maestosa stanza piena di teche in cui decine di cimeli, armature, armi, strumenti, sculture e quant’altro la facevano da padroni; la donna fece un giro tra i vari oggetti incuriosita da alcuni che un po’ gli ricordavano casa, passando da uno all’altro alla fine giunse in fondo alla stanza dove una piccola scaletta portava ad un architrave sotto il quale illuminata da una più forte luce sostavano le armi dei Titani incastonate in una sorta di cristallo.

<<belle vero? Eppure quasi mai usate>>, disse una voce alle spalle del demone poi rivelandosi essere IO. Il Titano si avvicinò a lei controllandone la ferita e comprovando con soddisfazione che il trattamento aveva funzionato.

<<ma queste non sono nulla a confronto dell’arma che quel ragazzo si è portato con se: che fattura, che materiali e quali procedimenti perfetti sono stati eseguiti per produrre un opera tanto meravigliosa. Gli esseri umani sono tanto stupendi… quando possono essere terribili, non trovi?>> Gremory si limitò ad alzare le spalle con fare incurante. <<purtroppo non può usare quell’arma ancora, il nostro mondo non lo permette o per meglio dire… l’oscurità non lo fa. È per questo che gli doneremo un arma degna di ciò che si porta dentro e tu lo sai che cos’è, vero?>>

<<prima di rispondere… voi volete che io gli crei un arma… demoniaca?>>, chiese lei con voce ancora debole, il Titano confermò con un cenno della testa.

<<voi chiedete troppo e date poco, che menefreghisti. Va bene, gli devo in fondo la vita ma, poiché sono un demone il prezzo che pagherà per usarla sarà il sangue, il suo. Quest’arma porterà morte e distruzione poiché è ciò che egli porta nel suo cuore dopo aver perso tutto, ella sarà lo spadone demoniaco nato dagli angeli caduti di due mondi, ella è IRA, figlia dell’eremita dei deserti dell’inferno.>>



L’ombra di Roy sovrastava sulla vegetazione sottostante facendo scappare qualche Nativo spaventato da quell’enorme volatile che sfrecciava leggero e sereno sopra le loro teste, mentre seduta sulla sua schiena Mia stava ancora armeggiando con l’Ira, io parlavo con lui su tutti i posti in cui era stato e su ogni razza di Nativo che aveva incontrato senza e con Mia. A mia gran sorpresa ce n’erano molto più di quelli che pensavo o avevo incontrato; lui sembrò alquanto stranito da tutto quel mio entusiasmo poiché nessuna Persona che aveva incontrato se ne era mai interessato.

<<bè, è ovvio che gli interessi>>, disse Mia sentendo la nostra conversazione capendo al volo lo scetticismo del Nativo. <<dopotutto sei tu che hai scritto quel libro sui Nativi, no? O almeno è quello che si dice in giro tra i vicoli e trai cacciatori.>>

<<certo che in questo mondo è difficile cercare di passare inosservati o celare la propria identità, forse dovrei smetterla…>>

<<Roy guarda lì c’è un villaggio in quella valle. Fermiamoci così riposi e ci prendiamo qualcosa da mangiare, sono giorni che non ci fermiamo.>>


Roy fece come detto e scese sulla valle poco prima dell’entrata al villaggio.

Mentre prendevo le mie cose dalla schiena del Nativo, Mia ci precedette andando dritta la centro del villaggio da dove provenivano voci e musica. <<sembra una bambina al suo primo festival.>>

Seguito da Roy ci diressi al centro del villaggio, che era esattamente il tipico stereotipo di villaggio contadino medievale dell’Europa centrale: grandi e piccole case di legno, l’una accanto all’altra tra bancarelle all’aperto, fabbri e locande per viaggiatori, il tutto convergeva verso la piazza principale da dove rumori di festeggiamenti sembravano nascere. <<sembra ci sia qualche festività, tutte queste decorazioni floreali in giro sono… stupende. Saranno tutti al centro e forse anche Mia.>>


Come pensato, appena raggiungemmo la prossimità del centro di fronte a quello che sembrava un negozio di antiquariato, ci vedemmo Mia ammagliata da qualcosa esposta nella piccola vetrina, appena ci avvicinammo accorgendosi di noi si disincantò venendoci incontro. <<ce ne avete messo di tempo, dai muoviamo o ci perderemo la festa.>> Detto ciò corse via ancora una volta scomparendo nel dedalo di casette e bancarelle che già iniziavano ad essere affollate di bambini, anziani e donne di tutte le età.

<<aspettaci! certo che deve essere stata dura per te con una così da accudire.>> stavamo per andargli dietro quando in una fugace occhiata qualcosa catturò la mia attenzione, probabilmente ciò che Mia aveva visto. <<Roy tu raggiungila, io… ho visto una cosa.>> entrai dentro al negozio mentre Roy fece come gli chiesi.


<<quando ci avete messo! Aspetta, dov’è Ray?>>, domandò la ragazza vedendo arrivare Roy da solo. <<peggio per lui, hai visto che esplosione di colori, è stupendo!>>

Come detto, tutta la piazza a cui c’entro spiccava una bellissima fontana di bianco marmo adornata da sculture di Nativi protettori della zona, si ergevano mosaici e tende di bellissimi fiori di ogni colore possibile in una aurora di profumi e colori che catturavano l’occhio e il cuore. Le case, i negozi, le bancarelle e gli abitanti lì tutti riuniti ne erano avvolti e coperti, tutti in festa tra musica e balli in piena felicità. Una bambina non riconoscendo la ragazza poiché lì tutti si conoscevano, li andò in contro regalandogli una ghirlanda di fiori celesti.

<<felice festa dei fiori anche a te viaggiatrice>>; disse tenera la piccola mettendogli la decorazione facendo inginocchiare la ragazza, e anche a Roy che accarezzò dolcemente con la testa la piccolina che ritornò subito dalla madre a prenderne altre per altre viaggiatrici venute lì apposta.

<<è tutto così bello e festoso! Abbiamo davvero fatto bene a venire, ma chissà che cosa festeggiano?>>

<<è la festa dei fiori, non si capisce?>>, disse una voce fastidiosa e famigliare alla ragazza, la quale subito si voltò con aria scocciata.

<<Arèa, che cosa ci fa una come te in un posto felice come questo? Non eri in giro a svaligiare qualche ricco nobile o a contrabbandare armi per i fanatici delle Furie.>>

<<quanto sei fredda, da un po’ che non ci vediamo, sorellina>>, disse l’alta e matura donna dai tratti e capelli simili alla sorellina ma più accennati in tutto il suo corpo da un vestire in pantaloni e giacca in pelle molto da nobile in affari di stato. <<non è colpa mia se te ne sei andata e ho dovuto continuare io gli affari di famiglia. Ma non sono qui per litigare, sono qui per far visita ad un’importante cliente e visto che è la festa dei fiori in tutta la regione, ho approfittato per lasciarmi un po’ andare; tu piuttosto che ci fai qui e ancora con quel uccellaccio?>>

Roy non gradì molto il commento protestando animatamente, Mia però lo calmò subito, l’ultima cosa che voleva era combattere, perciò ingoiò il rospo e lasciò passare la cosa.

<<sono qui per una sosta da un viaggio, avevo visto questo villaggio e volevo vedere cosa succedeva ma ora penso che posso andarmene.>>

<<aspetta, ma non eri con qualcuno. A papà e a mamma avevi scritto che stavi con un tipo ma qui non vedo nessuno, non è che ti ha abbandonato come tutti gli altri con cui sei stata, oppure l’hanno ammazzato per proteggere una debole come te>>, disse ridendosela di gusto scatenando la rabbia della ragazza al ripensare a Quinto, Mia le stava per mollare un pugno mentre lei aveva la guardia abbassata ma il colpo venne parato da un’altra donna, più giovane e snella che era sbucata dal nulla. <<sorellina, volevi colpirmi?>>, chiese con aria di finta sorpresa. <<non vi ho ancora presentate se non sbaglio, lei è Mirot. La mia vice, è venuta con me come guardia del corpo e non è sola, perciò attenta a ciò che fai>>, scandì lentamente con aria minacciosa.

Mirot lasciò la mano di Mia che a quel punto voleva solo andarsene ma visto che non era venuta sola lasciò stare l’idea.

<<puoi dire quel che ti pare, non mi interessa, sono qui con qualcuno e sinceramente ho di meglio da fare che ascoltarti.>>

<<non fare così sorellina, perché non ritorni a casa? Sono sicura che troveremo un posto dove metterti, magari ti facciamo sposare qualche nobile così almeno sarai di qualche utilità alla famiglia.>> Mia stava per estrare l’Ira, che aveva preso da Roy appena scesi a terra, ma per fortuna una mano amica la fermò.

<<ecco dov’eri, ti stavo cercando. Chi è la tua amica?>>, domandai con far gentile, Mia sembrò sollevarsi nel vedermi.

<<lei è mia sorella Arèa e la sua tirapiedi Mirot. Sorella lui è…la Persona con cui sto, Ray.>>

<<non ci posso credere, la mia sorellina va in giro con un così bel ragazzo ma che sorpresa, ora capisco perché non torni a casa.>> il suo fare gentile e affettuoso non riuscirono a mascherare ciò che davvero provava, la collare e l’odio verso di lei.

<<è un piacere conoscervi, ma non dovreste nascondere ciò che provare o ne risentirà il vostro bel aspetto, Mia muoviamo. La corsa sta per iniziare>>, feci un cenno di congedo con la testa e presi Mia per un mano trascinandola con me.

<<a dopo sorellina>>; disse con un sorriso falso ce nascondeva un odio sempre maggiore, appena ci allontanammo si tramutò in uno sguardo di fastidio e disgusto. <<Mirot chiama le altre, voglio sapere entro un’ora chi è quello lì e come facciamo a distruggerlo, voglio che quella sgualdrina soffra ancora di più, la voglio vedere supplicarmi, voglio che diventi una bambola nelle mie mani, vai!>>



<<grazie… per prima, io e mia sorella non->>

<<sta tranquilla, l’ho notato. Adesso capisco un po’ meglio perché una ragazza nata col cucchiaio d’argento abbia deciso di andarsene di casa in un mondo pericoloso come questo.>>

<<” cucchiaio…?” aspetta, mi sta dando della figlia di papa?! E anche della ingenua?!>>, urlò arrabbiata e paonazza in viso eppure davvero buffa. <<comunque hai parlato di una corsa, di cosa si tratta?>>

<<è una corsa che si tiene in tutta la regione e che parte da questo villaggio che è anche il traguardo, da quel che ho capito si prende un grosso cesto in cui vengono messi dei fiori e si parte facendo il percorso tra i boschi, il primo che arriva vince.>>

<<dei fiori? Non mi sembra una gran cosa, sembra troppo semplice. Ma se quel che dici è vero perché vedo solo donne sulla linea di partenza, dove sono gli uomini in questo posto.>>

<<bè, da quel che mi hanno risposto sono stati tutti per la maggior parte reclutati nell’esercito, la situazione sembra critica poiché le Furie ne stanno decimando i ranghi da tutte le parti>>, disse con voce monotona Mirot apparsa alle nostre spalle, su entrambi una espressione truce rispecchiò i nostri pensieri. <<anche per questo motivo è stata organizzata la festa, per distogliere anche per un attimo il pensiero su coloro che sono stati costretti a lasciare le famiglie forse per non tornare mai più.>>

<<A TUTTI COLORO CHE VOGLIONO PARTECIPARE SALITE SUL PALCO, LA GARA INIZIA A BREVE!>>, annunciò una donna in vesti appariscenti di festa che doveva essere la presentatrice nonché qualcuno di importante in città.

<<tocca a me, ci vuole qualcuno che spezzi questa supremazia femminile alla gara>>, dissi scherzando, lasciando Mia salendo sul palco.

<<cosa abbiamo qui signori, ma che bel ragazzo che si è unito oggi, ma non pensare che sarà facile. Per i maschiacci c’è una piccola penalità in gara, dopotutto siamo così fragili noi donne>>, disse apposta ironica caricando la folla femminile che era soverchiante.

Mentre le altre donne si mettevano il grosso cesto dove vennero caricati i fiori: massicce sculture di rocce dai colori sgargianti che rappresentavano fedelmente i fiori a cui facevano riferimento, a me venne dato un cesto, che era quello utilizzato dai Nativi da lavoro per i grandi carichi che pesava almeno venti volte il peso medio di un cesto poiché era fatto in spesso e pesante metallo, in esso vennero poi posti i fiori.

<<ragazzo, ce la fai o è troppo pesante?>>, chiese la presentatrice fuori microfono notando che forse la cosa era esagerata. <<non sei obbligato a portarla, è solo una assurda tradizione.>>

<<non si preoccupi, ce la faccio, e poi non voglio infrangere una tradizione.>>

<<lo avete sentito, sembra che abbiamo un vero temerario ed è anche un bel bocconcino>>, disse provocando l’imbarazzo di Mia che a vedere quella scena non ci stava.

<<aspettate un attimo>>, esordì una voce dall’altra parte della piazza, essa proveniva da una grossa donna bionda, che seduta su una sfarzosa carovana aperta trainata da Nativi simili ad enormi tassi, fece la sua entrata ammagliando tutte le spettatrici.

<<signore e signori, la nobile Arianna Rimmes! La protettrice e contessa della regione nonché organizzatrice dell’evento!>>, annunciò la presentatrice.

Mia notò a bordo della carovana anche la sorella e capì che era lei la cliente di cui parlava, e non solo quello, sentiva che qualunque cosa stesse per succedere ci doveva essere la sua mano dietro.

<<pensate che quel piccolo fardello possa bastare per un intruso come lui, andiamo signore. Rendiamo la cosa più interessante, fateli portare la matrice.>>

Dall’espressione della presentatrice capì che doveva essere qualcosa di brutto e quando lo portarono capì di cosa si trattava: era da “matrice” da cui i fiori di pietra erano state create, un possente masso prismatico grande quasi quanto una Persona e dal peso decisamente superiore. Sul già pesante sostegno per Nativi venne ancorato il macigno tanto pesante che il debole palco in legno rialzato si piego sotto tutto quel peso. <<spero non si spezzi>>, dissi scherzoso cercando di non far preoccupare l’unica che ne aveva un minimo d’interesse, Mia.


Eravamo tutti sulla linea di partenza mentre la folla riunitasi attorno al percorso che precedeva la foresta ci incitava, Mia sbucò da essa grazie anche a Roy; sul suo sguardo c’era un’espressione che chiedeva scusa e anche se c’era alquanto baccano le sue parole mi arrivarono lo stesso. <<non è colpa tua, ci vediamo alla fine della corsa>>, gli urlai sorridente. La presentatrice diede una veloce occhiata a tutte le partecipanti più uno e a malincuore diede il via alla gara: tutti noi partimmo all’unisono dando via alla celebre corsa.






<<vedo che ne sei proprio infatuata sorellina, ma la cosa non durerà come tutte le altre volte. È una cosa che non riesci a non evitare, alla fine o ti abbandonano o li abbandoni tu temendo ciò, non sai fare altro>>, gli sussurrò la sorella al orecchio colpendo nel segno, scuotendo l’animo di Mia, risvegliando ricordi e esperienze che voleva dimenticare e reprimere.

Nel suo cuore l’oscurità iniziò ad espandersi e le emozioni a sgorgare mentre la sorella si godeva lo spettacolo del tracollo della ragazza; lei che fin da bambine era sempre stata invidiosa della sorellina, la preferita, la più bella, la più capace, aveva tutto quel per cui lei aveva dovuto faticare per ottenere, e tutta quella sua innocenza non fecero che aumentare il suo odio, un odio che coltivato per anni aveva portato alla formazione di una donna fredda e distaccata, il cui unico scopo era essere migliore della sorella ad ogni costo e distruggerla, farla soffrire in qualunque modo gli fosse possibile, e quella era un’occasione d’oro.

<<signora, Mirot sta seguendo l’uomo come ci aveva detto, al momento giusto agirà ma per quando aveva chiesto…>>, il viso della sottoposta era decisamente preoccupata, Arèa lasciò la sorella tormentarsi e andò a controllare quando la duchessa arrivò di corsa con il suo seguito malmesso; Alcuni di loro con ferite profonde.

<<mi hai mentito dannata! non sono domati e ora sono nella foresta! Si sbraneranno chiunque sulla loro strada!>>, accusò la donna di fronte a tutta la folla che si zittì mentre Arèa non aveva parole.

<<signora che facciamo? Di questo passo anche Mirot…>> Arèa al pensare alla sorte della sua unica e più profonda amica per la prima volta provò paura, una paura incontrollata a cui non seppe dare contegno, Mia gli andò incontro prendendola per il collo dei vestiti, rabbiosa come mai l’aveva vista.

<<spero che non sia quello che penso, spero che tu non abbia portato quelle dannate bestie, lo sai che non potevamo venderle, sono dannatamente aggressive! Se le trovano le uccideranno! Che diavolo ti è passato per la testa!?>>, mia totalmente furibonda non seppe che fare se non andare a cercare di salvare quante più possibili vittime ma la mano della sorella la bloccò.

<<non farlo, morirai>>, disse con voce rauca e per la prima volta sembrò davvero preoccupata per lei.

XI

ALTRE STRADE







L’arma era pronta già da qualche giorno ma lei, la sua creatrice non l’aveva ancora mostrata a nessuno, si limitava a osservarla appoggiata su quella stoffa rossa su cui spiccava in tutta la sua oscura lucentezza: una possente lama da spadone a doppio filo, ma che aveva la conformazione delle katane: a filo singolo, l’altro filo era una schiena a denti alterni che nascondevano piccole lame ricurve che al tocco del sangue si sarebbero messe in moto a spezzare ogni cosa nelle loro fauci. Quel lavoro che gli aveva costato giornate di lavoro e notti insonni sembrava possedere vita propria, come ogni arma di quella specie, ma lei sapendo cosa avrebbe portato quasi volle distruggerla, nasconderla o qualsiasi altra cosa purché non fosse arrivata nelle mani a cui erano destinate.

Dalla sala accanto sentì il suono tondo di possenti campane che da quando era arrivata lì, precedeva la fine della sessione giornaliera. Quella volta rispetto alle altre appena la sentì accorse nell’unica stanza che non aveva ancora ispezionato nel lungo soggiorno nella dimora dei Titani. Raggiunse il suo obbiettivo poco prima che due dei Titani uscissero alquanto malconci in quelle loro forme a somigliare alle Persone. <<questa volta siete rimasti quasi tre settimane lì sotto, lui…>>

<<ti conviene andare a trovarlo, la prossima volta lo faremo tutti e non ci vorrà solo qualche settimana>>, disse Trimurti allontanandosi insieme a Ometeotl.


Gremory entrò nella stanza avvicinandosi di corsa al unico letto ma, fermandosi a qualche passo, osservò in silenzio la infermiera di porcellana che applicava il bendaggio e le punture su un corpo martoriato oltre ogni limite.

Appena finì, la creatura nata dalle mani stesse dei Titani fece un leggero inchino di congedo lasciando la stanza permettendomi di rimettermi gli abiti.

<<come stai? Ti sei ripresa?>>, gli chiesi ma assorta dai suoi pensieri sembrò non capire la mia domanda. <<il collo, è guarito?>>, dissi indicando la parte interessata su di me.

<<Sì, certo. Sto bene ed è grazie a te. Piuttosto sei tu… che non mi sembri molto in forma, nonostante le bende e le medicine lo vedo nel tuo sguardo che tutte quelle fratture e rotture di stanno dilaniando l’anima, devi star soffrendo tanto, io… lo sento>>, disse attaccandosi a me appoggiando la testa al mio petto ad ascoltare il lamento del cuore. <<è un rumore così… inebriante>>, sussurrò dolcemente.

<<ora sì che sembri un vero demone, solo voi avreste detto qualcosa di simile>>, risposi divertito ma soffocando subito le dolorose risate, lei mi guardò leggermente preoccupata. <<ci vorrà qualche giorno e poi dovrò tornare dentro, ormai sono passati… cavolo, ormai ho perso il senso del tempo ma questa volta… sarà l’ultima perciò->> lei mi appoggiò un dito sulle labbra a fermare le mie parole.

<<facciamo un patto, un patto demoniaco. Se non tornassi allora “tu” mi apparterrai e diverrai il comandante della mia armata, sarai mio per sempre, ma se ritorni con la “testa” dei cinque…>> la sua voce sembrò così dolce al pronunciare quelle parole all’orecchio eppure erano tenebrose come la sua natura. <<… non accetterò che torni solo vivo lo sai, in quel caso dovrai affrontarmi per vendicare la morte della mia amica.>> presi il demone con una mano per un fianco stringendola a me mentre con l’altra presi dolcemente il suo piccolo mento. <<accetto il patto, serve del sangue per sigillare l’accordo?>>, lei avvicinò la bocca al mio collo leccando una leggera striscia di sangue che fuoriusciva dal bendaggio prosciugandola del tutto.

<<adesso non serve più, sei vincolato piccolo umano.>>


Occhi nascosti videro la scena lasciandosi alle spalle la stanza mentre si chiusero a pensare, quegli occhi di cenere che appartenevano alla Titana Num, che si riunì ad i suoi nella loro sala dei troni, dove vide lo stato dei due che erano appena tornati. <<è sempre più resistente, vero?>>

<<Sì, si adatta sempre più velocemente e il suo corpo ormai ha tempi di reazione minimi, pensare che sono passati solo pochi anni, ormai il prossimo sarà l’ultimo. Dopo di ciò lui non avrà più bisogno di noi ma non è questo che ti preoccupa vero sorella?>>

<<ti preoccupa quel demone che ha portato con sé, questa sua benevolenza verso creature tanto maligne è bizzarra, ne è come attratto e lei né è un esempio lampante.>>

<<voi due avete ragione e anche Num a preoccuparsi, lei, dobbiamo ricordargli ciò che è la sua razza, che cosa ha fatto, e fa al suo mondo anche adesso. Noi siamo caduti per loro e siamo stati combattuti piuttosto che accolti, loro non possono essere salvati, lui deve stare dalla nostra, se loro si accorgessero che un umano qui a Raicos è dalla loro… Nyx cosa ne pensi? È il tuo dominio a separare questi mondi.>> nascosta nell’oscurità che emanava non disse alcuna parola sul loro serio discorso.

<<sei solo gelosa che gli piaccia quel demone piuttosto che un angelo divenuta Titano, così com’eri gelosa del fatto che Sion abbia scelto “lei” e non te o come il ragazzino di neve che scelse la loro figlia seppur di natura Nativa.>>

<<non è vero>>, disse furiosa facendo tremare il suolo. <<basta così, me ne vado. Avvisatemi quando dovremmo iniziare>>; sentenziò lasciando la stanza.

<<sai sempre azzeccare il suo punto debole, sei fantastica. Se provassi amore come “loro” due mi sarei già dichiarato a te>>, disse Ometeotl divertito seduto al suo trono.

<<già, Sion e Nala… mi mancano quei due…>>

<<a tutti noi in fondo mancano, siamo stati ingenui a credere alle Persone. Anche il loro unico erede ha pagato questa nostra tragica decisione, tutto è andato storto da allora, da quella decisione di più di duecento anni fa…>>





Appoggiato ad una piccola caverna appena accennata nelle profondità della foresta mi sedetti a terra facendo sprofondare il fardello nella morbida terra umida e coperta da uno strato muschioso dal forte odore marino. Oltre alla fatica di una corsa in mezzo ad una foresta, la furiosa caccia di mostri usciti dal nulla aveva gravato sulla durata della corsa e la notte era già scesa facilitando la caccia, con fatica e dolore mi strappai qualche artiglio dalla carne mentre con sensi vigili osservavo la situazione attorno a me. Dalle tracce trovate qualche ora dopo la corsa capì che erano partiti dal villaggio ma senza essere venuti a contatto con gli abitanti poiché non c’erano tracce di sangue, la prima ipotesi sembrò la più plausibile: qualcuno li ha liberati o si sono liberati per andare a caccia.

Come un coniglio in fuga dal suo predatore una delle concorrenti sfrecciò tra gli arbusti, le rocce e il terreno dissestato finendo tragicamente per cadere a terra, non fece in tempo ad alzarsi che zanne affilate si chiusero attorno alla sua caviglia trascinandola via lentamente tra atroci sofferenze nei bui recessi della foresta, mentre nascoste le altre cercavano di trattenere le urla e la paura. Come un ariete caricai il mostro colpendolo come un camion rompendogli il torace contro una parete rocciosa, il contraccolpo fu duro e ne sentì subito gli effetti su tutto il corpo cadendo in ginocchio dolorante.

<<stai bene? Riesci ad alzarti?>>, chiesi ansimando controllandogli la ferita; non servì una risposta, bastò vedere in che condizioni versava l’arto: l’osso esposto insieme a parte della muscolatura fuoriuscita da un sottile taglio verticale lungo tutto il tallone. <<non ti muovere, ti porto in un posto sicuro.>> presi di peso la donna portandola in braccio fino alla piccola grotta dove gli feci una medicazione d’emergenza fasciandogli la ferita.

<<sta qui, io vado a cercare le altre. Appena ci siamo tutti…>>, mi fermai poiché per la fatica o il dolore lei si addormentò. <<stai tranquilla, ritorno subito.>> col fardello sulle spalle come se fossi una testuggine uscì dal piccolo angolo riparato addentrandomi nel territorio dei mostruosi Incubi di pece.




<<sono passate più di dodici ore, spero per te che stiano tutti bene>>, minacciò Mia con sguardo di ferro la sorella che per la prima volta ne ebbe paura.

<<dove sono i mercenari, dovevano essere già di ritorno!?>>, urlò lei alterata verso una delle sue assistenti che dovette dare la brutta notizia.

<<sono stati sbranati mentre venivano al villaggio, alcuni degli Incubi che giravano attorno al villaggio li avevano sorpresi mentre smontavano… mi dispiace.>> la sorella non seppe più che fare, era totalmente priva di idee e la cosa la travolse così duramente da abbatterla.

<<sei davvero ridicola>>, commentò Mia con sguardo deluso ritornando al piano di ricerca che insieme ad alcuni degli ospiti stavano creando per andare a soccorrere i partecipanti, ma proprio in quel momento dal cielo il suo caro Roy ritornò dal suo giro di perlustrazione, sulla sua schiena anche se con la poca luce dei lumi delle torce videro qualcuno.

Appena atterrato fece dolcemente scendere due delle partecipanti alla gara, avevano qualche ferita profonda ma erano vive, una di loro aveva una brutta ferita al piede ma grazie al personale medico avrebbero subito dato tutto il soccorso necessario, l’altra ancora cosciente poco prima di essere portata via diede in mano un piccolo pezzo di carta a Mia.

Arèa si avvicinò alla sorella avendo visto la scena e ancora di più l’espressione di preoccupazione svanire dal suo viso lasciando posto ad un sorrisetto scherzoso.

<<fermi tutti! Aspettiamo l’alba. Insieme al sole ci saranno anche loro>>, disse a gran voce sedendosi a terra e prendendo un gran respiro di sollievo mentre la sorella gli si avvicinò ancor di più. <<ci sarà anche lei, vedrai.>>



Come promesso man mano che il giorno prendeva piede sopra la tenebrosa notte, dalle fauci della foresta o sulle ali del Nativo una dopo l’latra coloro che avevano concorso ritornarono al loro villaggio, accolte con gioia e amore da tutti coloro che si erano riuniti lì, tra loro, l’ultima arrivata proprio nel momento in cui il sole toccò i volti di coloro che non avevano chiuso occhio di fronte alle porte della natura; arrivò Mirot, sporca di sangue e scossa sulla schiena di Roy che la fece scivolare sull’ala cadendo tra le braccia di Arèa.

<<Mirot! Stai bene? Mirot rispondimi!?>> la donna si destò tramortita e confusa tra le braccia della sua signora che aveva le lacrime di gioia che bordavano i suoi occhi. <<sei salva>>, disse abbracciandola stretta.

Mia però rimase lì ferma come fece tutta la notte, con sguardo sereno e fiero mentre guardava tutte coloro che erano tornate sane e salve. <<quando torni non ti mollo>, si disse tra se mentre tutti la guardavano ferma immobile bagnata dal sole nascente oltre le punte degli alberi, una debole brezza accarezzò i suoi capelli portando un odore a lei familiare mentre con esso una voce sempre più crescente.

<<certo che ora è proprio pesante quest’affare, appena vedo quella duchessa giuro che…>>, alzai lo sguardo arrivato al limite della foresta, dilaniato, stanco e sporco; così messo male accelerai il passo verso l’unica Persona che era lì ad aspettarmi col sorriso in faccia.

<<ce ne hai messo di tempo>>

<<Sì, scusa ma ho dovuto fermarmi ad aiutare un paio di belle ragazze. Come stanno? Ma prima… finiamo questa gara così mi levo questo affare dalla schiena, sai è stato utile contro i continui attacchi ma il gioco non vale la candela.>> con tutti gli sguardi puntati addosso superai l’arcata di fiori cristallini poggiando a terra il pesante fardello che sprofondò di qualche centimetro nel terreno alzando appena un piccolo cerchio di polvere in cui caddi, stramazzando a terra sentendomi più leggero dell’aria e sereno del cielo; <<Sì, ho mantenuto la mia parola…>>

Mia mi porse una mano aiutandomi ad alzarmi e a raggiungere il centro del villaggio dove si erano riuniti tutti, spettatori e atleti, dottori e pazienti, contesse e servitori.

Il palco di premiazione fu lo stesso in cui salimmo come partecipanti e visto che non c’erano secondi o terzi posti salimmo tutti insieme per la premiazione che ricevemmo tutti tra l’applauso e la celebrazione di tutti coloro che si erano riuniti lì, il tutto seguiti da una piena giornata di festeggiamenti in grande stile.




Il tramonto arrivò subito in quell’aria di festa e con essa arrivò anche la nostra agognata partenza, Roy era già pronto a spiccare il volo mentre caricavo le ultime cose, Mia ci raggiunse poco dopo alle porte del piccolo angolo di serenità. <<hai risolto con tua sorella?>>

<<Sì, grazie a te che hai salvato la sua amica ora ho qualcosa con cui “farmi ascoltare”, anche quella duchessa avrà il suo bel da fare quando tornerà al suo palazzo a spiegare alle autorità questo piccolo incidente che casualmente è arrivato alle loro orecchie. Ma mi chiedo per quale motivo tu abbia deciso di partecipare? Non c’era alcun monte premio alla premiazione, sei davvero strano tu. Vabbè, su andiamo!>>

Dopo veloci saluti lasciammo finalmente quel piccolo villaggio sorvolando ritrovando la vera pace in mezzo ai cieli.




<<cavolo, sono proprio stanca, ho passato tutta la notte in piedi ad aspettarti>>, disse facendo finta di esserne infastidita.

<<spero che questo possa ripagarti di tutte le tue preoccupazioni.>> mi avvicinai a lei dalle spalle appoggiandogli le mani sul collo lasciandogli un piccolo regalo. <<era questa la collana che volevi, quella nella vetrina del negozio del villaggio. Era il premio per la gara e visto che->> l’abbraccio improvviso della ragazza mi abbatté facendo traballare per fino Roy che ci riprese animatamente.

<<grazie, grazie mille. Ti adoro Ray!>>, disse stringendomi sempre più forte e amorevolmente.

<<non è niente, volevo solo un modo per… ripartire da capo, un->>

<<scusami ma… sono così… stanca…>> il sonno alla fine la prese nella sua morsa facendola svenire dalla stanchezza prima che mi uccidesse a furia di abbracci, la presi tra le braccia mentre svenne coprendola col cappotto.

<<Su Roy, facciamo in fretta prima che si svegli e ci faccia cadere.>> il Nativo fu d’accordo e accelerò dolcemente il passo tra le correnti d’aria del luminoso tramonto di un’altra giornata in un mondo pieno di stranezze.



Un luogo famigliare, caloroso anche se le aspre lande di ghiaccio facevano da gran avversari, lì in mezzo alle montagne innevate e a continue tempeste sotto strati di tonnellate di rocce scavate con mani roventi vi era la loro casa, una caverna modellata e arredata come qualsiasi baita. Mia sentì un dolce calore riscaldargli il cuore mentre percorreva quelle stanze in cui preziosi ricordi gli si mostravano agli occhi, poi giunse nella grande sala dove un magnifico camino in pietra lavica teneva nel suo ventre un fuoco dai colori dell’aurora, toccati e guidati dalla mano del suo amore.

<<alla fine ci sei riuscita, sei arrivata al crepuscolo, non sai quanto ne sono felice. Sai, avevo paura che fosse tutta una farsa e che alla fine avresti cercato di tagliarmi la testa nel sonno ma ora che ci penso ti chiedo scusa per aver dubitato del tuo amore.>>

<<sei sempre nel mio cuore, non dubitare mai del mio amore. Sei tutto per me, Quinto.>> Mia corse in braccio alla furia che l’avvolse con tutto quel l’amore ardente che aveva creando un’aura che l’avvolse entrambi come un alone impenetrabile, la Furia prese il viso dell’amata mentre lei glielo svelò levandogli la maschera e lasciandola cadere a terra.

Dopo un lungo e appassionato bacio entrambi si sedettero dinnanzi al camino godendosi quel momento di pace, finché poi l’amata Furia dovette prepararsi. <<per questa volta il nostro tempo è scaduto amore mio ma sappi che non lascerai mai i miei pensieri o il mio cuore, ti basterà credere e ci rivedremo.>>

<<ho così tanto da dirti e così voglia di stare per sempre qui con te ma… so che non è possibile. Ti chiedo scusa!>>, disse in ginocchio chinando vistosamente il capo. <<ti chiedo scusa poiché l’ho perdonato, poiché ho deciso di dimenticare che ti ha strappato a me, che ha ucciso il tuoi fratelli, io non merito->> la Furia prese il viso dell’amata e dolcemente la fece rialzare.

<<non devi scusarti, sono io che ti ho trascinata in tutto ciò, lui non mi ha fatto niente di orribile a me, abbiamo scelto tutti questa strada, noi abbiamo potuto scegliere… e poi noi dobbiamo spiare ciò che abbiamo fatto e questo è il modo, mi dispiace che tu abbia sofferto per la mia morte. Ma so che voi due state diventando molto uniti, lo so perché so che persona è, e ne sono felice, più di quanto tu possa immaginare. Continua in questa strada e segui il tuo cuore come hai sempre fatto, io ci sarò sempre. Ci vedremo ancora...>> Quinto prese la maschera coprendosi il viso mentre si allontanò uscendo dall’enorme porta d’ingresso in un buio che l’inghiottì profondamente, in quel l’istante la luce di quel fuoco si intensificò come un’alba sulla natura, abbagliando la ragazza risvegliandola dal piacevole incontro.


Ad attenderla fu la vista sottostante, sporgendosi dal Nativo, dell’imminente arrivo alla meta, alla tanto agognata città. Il suo sguardo tornò a bordo dove assorto nelle carte controllavo ansioso che tutte le informazioni arrivate fossero giuste, poiché un solo errore e mi sarei trovato l’esercito addosso appena avessi messo un piede dentro.

<<oh, ti sei svegliata. Alla buon ora, siamo quasi arrivati. Che cos’hai? Sembri decisamente felice, un bel sogno forse?>>

<<meglio. Ho avuto un incontro del crepuscolo, era il mio primo ed è stato magnifico.>>

<<che cosa sarebbe? Non ne ho mai sentito parlare.>>

<<davvero non lo sai? È una cosa che sanno tutti, fin da bambini!>>, disse sorpresa mettendomi in imbarazzo per la mia ignoranza dell’argomento. <<scusa scusa, allora se non lo sai te lo dico: quando ami qualcuno al punto che daresti tutto per lei le vostre anime si legano indissolubilmente, e quando una delle due muore se il vostro amore persiste incondizionatamente le anime dei due innamorati trascendono persino la morte creando delle sorte di sogni in cui i due si incontrano. Non sono ricordi o cose che avrebbero detto ma veri e propri incontri tra anime, solitamente in un luogo a loro molto caro, e io ho avuto il mio primo oggi.>> la cosa evidente nel mio viso fu lo shock per qualcosa che non avrei mai creduto possibile, Mia quasi ne ebbe paura.

<<mi stai dicendo che le anime si incontrano? Perciò colui che ne sta a guardia in questo mondo permette ciò, devi dirmi di più, voglio saperne di più!>> Bombardai la ragazza di tutte le domande che mi vennero in mente mentre due pensieri mi si formarono indissolubilmente: perché Nyx, che veglia sullo Yomi non mi avesse detto ciò e per quale motivo nonostante l’amore verso Pam ancora non avevo avuto un incontro del genere; su quell’ultima domanda decine di altre domande gli si accostavano facendomi iniziare a dubitare di ciò che realmente credevo, che avevo visto, provato e soprattutto di tutti coloro che avevo trovato sulla mia strada.

Finito di martoriare Mia di domante, mi avvolsi in un manto di pensieri e riflessioni iniziando un lungo processo di “prospettiva e ripristino” come lo avevano definito i miei zii, e che forse avrebbe fatto luce nella oscura e tortuosa strada che stavo percorrendo.


Continuai ad essere immerso nei pensieri anche quando entrammo in città, non la folla, le voci, il traffico, i pochi posti di controllo, nulla mi riportò alla realtà nemmeno quando presi di striscio una guardia che si voltò notando una somiglianza. Mia prontamente si avvicinò scusandosi al posto mio e correndomi subito dietro.

<<Ray, che ti succede? È da prima che ti vedo assente>>, mi riprese lei visibilmente arrabbiata. <<dobbiamo trovare un posto sicuro e al riparo, tra poco inizierà a piovere.>>

Mi ripresi ritornando lucido e vigile, dalla tasca presi uno strano biglietto col nome in evidenza di un posto e lo diedi a Mia.

<<vai qui e aspettami lì, dì a Roy che può stare nel giardino sul retro. Io arriverò tra qualche ora e… grazie.>> presi la mia valigia in spalla e stringendomi negli abiti sparì nella folla metropolitana di una città tra il tradizionale e il futuristico.





Arrivai nella zona più antica della città, dove tutto era rimasto secoli addietro nella tranquillità e nel semplice vivere, lì in cima alla maestosa scalinata sedeva un antico tempio dall’aspetto shintoista, dove alcuni sacerdoti stavano pulendo mentre qualche abitante della zona più moderna passeggiava tra le statue ed i mosaici di quel luogo. Da lì in poi la natura era sovrana tra le montagne ricche di vita che si issavano al cielo tagliando le grigie nuvole che già, nella loro discesa verso la città, portavano rinfrescante pioggia. Entrai nel tempio, che risultò totalmente deserto in quell’atmosfera religiosa illuminata da rosse candele, mi sedetti a gambe incrociate davanti all’altare in cui era posizionato il divino strumento di uno dei Titani, un dono tramandato da secoli in quel santuario lasciato lì nella visita di due di quei esseri supremi, di coloro che erano stati targati come traditori.

<<è strano vedere un ragazzo della tua età interessarsi delle storie del passato>>, esordì un monaco decisamente avanzato nell’età. <<oh, scusami se ti ho disturbato. Serve qualcosa?>>

<<No, sto solo… pensando, se non vi dispiace vorrei rimanere qui ancora un po’.>>

<<certo fai pure, ma non dovresti tardare molto altrimenti dovrai tornare a casa sotto la pioggia. Allora ti lascio, spero che questo tempo ti possa aiutare a far luce nei tuoi pensieri.>>





Dalle enormi vetrate della lussuosa e moderna stanza d’albergo, seduta sul comodo divano avvolta in accappatoio e basta, Mia guardava la pioggia torrenziale con aria leggermente preoccupata. Roy però non era nei pensieri della ragazza poiché era in uno delle “cucce” ben fornite dietro il lussuoso e enorme grattacielo albergo dei nuovo conglomerato dei Nativi dei cinque regni.

<<dove sarà? Ormai sono passate delle ore>>, si disse tra se affacciandosi alle vetrate dove strade poco meno che deserte venivano coperte dal leggero telo d’acqua, sfumando la vista dalle vetrate con il leggero suono di tranquillità.

Nel frattempo che aspettava prese dal frigo tutto ciò che si potesse mangiare subito bandendo il piccolo tavolo in sala di fronte all’enorme schermo a parete, si sedette e iniziò a divorare tutto mentre guardava le ultime notizie del mondo, poiché era da tempo che aveva abbandonato ogni interesse per esso.


Alla sua porta poco dopo sentì bussare e con fare scocciato andò ad aprire incurante del suo aspetto poco coperto. <<chi è? Avevo detto di non disturbare. Sono una carissima amica del boss perciò non sprecate il mio tempo.>>

<<carissima amica del boss? Davvero? Non avevo detto di dire il minimo indispensabile, sono tutti Nativi qui e tu una Persona, dovresti tenere un profilo basso e invece te ne stai nella stanza più lussuosa ad ingozzarti e a farti bagni rilassanti dicendo di essere un pezzo grosso?>>

<<Sì, hai ragione ma la tentazione era troppa. Non vorrai dire che non l’avresti fatto anche tu?>>, disse per giustificarsi ottenendo la mia comprensione.

<<come vuoi ma… almeno mettiti qualcosa di meglio addosso.>> lei fece una lenta piroetta scoprendo leggermente i suoi punti di forza.

<<lo so che non ti dispiace. Dai, vieni dentro che ti scaldi un po’ e ti levi quei vestiti zuppi.>> feci come disse senza fare storie e mi feci guidare da lei fino al bagno, nel quale ci rimasi per un po’.

Mia ritornò sul divano a finire di ingozzarsi quando, sul mostruoso schermo, una notizia arrestò la sua fame: <<siamo in diretta ancora una volta sul luogo dove settimane fa si è consumato uno dei disastri peggiori degli ultimi anni, Sypack: Edifici distrutti, e un silenzio immane è ciò che resta dal duro scontro tenutosi in uno dei più grandi avamposti dell’esercito della fiamma rossa, e tutto ciò a quanto riferito dall’esercito è stato dovuto ad un duro scontro con due pericolosissimi individui.>> sullo schermo apparvero le immagini sfuocate e frammentate di un drone che da metri di distanza aveva filmato un attimo dello scontro, un attimo in cui con un colpo la Furia mi scaraventò contro un palazzo abbattendolo dalla base avvolgendo la zona in un’esplosione di detriti e polvere, dopo quelle immagini apparirono due foto segnaletiche che Mia già aveva visto in tutte le città che aveva visitato. <<questi due sono conosciuti l’uno come il pluriomicida, pirata e anarchico “cacciatore di Nerò Zafeiri” e l’altro individuo è uno dei componenti dei nemici dei cinque stati e criminale di livello planetario, Le Furie. Questi due individui, ha riferito il mediatore dell’esercito della fiamma rossa, hanno stretto una sorta di accordo per rovesciare i vari stati militari ma fortunatamente insieme all’eroe Soul cremisi e alla sua squadra d’élite i due sono stati fermati con la conseguente morte di una delle Furie e purtroppo la fuga del secondo ricercato. Chiediamo ad ogni cittadino che riconoscessi l’individuo di segnalarlo alle autorità e di mettersi in salvo, questi individui sono estremamente pericolo, entrare in conta->> Mia cambiò canale stanca di sentire ciò che il mondo credeva fosse la verità.

<<E la gente crede a queste idiozie, branco di imbecilli adulatori di quei maledetti eroi gonfiati>>, disse trai denti visibilmente arrabbiata, tanto da farle smettere di mangiare e farla alzare dal nervoso.

Nell’istante in cui si alzò e si diresse in cucina, Mia mi vide alla porta del bagno da dove avevo sentito gran parte del servizio, anche se cercai di mascherarlo lei riuscì a vedere oltre la maschera di indifferenza.

<<loro non sanno quello che dicono, non…>> le sue parole per quanto sincere non riuscirono ad alleviare il peso del mio fardello sempre più grande, lei vedendo ciò, mi venne incontro appoggiandosi a me. <<loro hanno fatto del male a molti, anche lui ma… io lo so che è perché hanno portato via qualcosa che avevano di prezioso, qualcosa di insostituibile come lo è stato per te. Questo mondo è orribile se riesci a vederne sotto la superficie, tu e loro… voi non avete visto solo sotto quella superficie voi siete sprofondati vedendone gli abissi più reconditi e ciò che avete appreso vi ha cambiato così tanto; queste parole che mi disse Quinto quella volta ora mi sono chiare.>> le sue parole mi chiarirono una questione che avevo ignorato fino a quel momento.

<<è la strada che abbiamo scelto e purtroppo… non pensiamoci adesso.>>

<<che ne dici di andare in centro, c’è una sorta di festival anche qui.>>

<<mi sembra un’ottima idea.>> colto dal suo entusiasmo mi dovetti mettere “a posto”, per non essere riconoscibile e dopo che fummo pronti lasciammo l’albergo in un attimo di pausa dalla battente pioggia, come disse c’era davvero una sorta di festa e il centro era allibito di luci, decorazione e quant’altro, quasi come fosse natale. Nonostante una cupa cappa copriva i miei pensieri la luce sincera dell’innocenza di Mia nel provare a tirarmi su bastò ad allontanarli per tutta la serata, nella quale per la prima volta dopo anni mi divertì davvero senza pensare a ciò che mi aspettava il giorno dopo.


Quando tornammo all’albergo eravamo decisamente stanchi ma anche troppo svegli, passammo tutta la notte a parlare seduti a terra avvolti dal disordine, dal cibo e dai vestiti zuppi, poiché tornando ci aveva colto un acquazzone, sulla cosa ci scherzammo su e da lì iniziammo a raccontarci storie divertenti o imbarazzanti che ci erano successe e per entrambi ce n’erano molte, tanto che ci prolungammo fino a notte tarda, Mia a quel punto mi prese da parte per una sua richiesta, che mi sembrò alquanto bizzarra.

<<senti, ci ho pensato per un po’ e volevo chiederti… vorresti diventare mio… fratello?>>, chiese con evidente imbarazzo.

<<che… cosa intendi?>




Il giorno dopo ci alzammo alquanto tardi e dopo aver sistemato tutto, nel grande giardino dell'edificio ci dovemmo purtroppo separare come avevamo pattuito.

<<mi mancherai… sorellina.>> Mia mi abbracciò calorosamente prima di lasciarmi andare, io di risposta gli diedi un bacio sulla fronte, a seguire salutai anche Roy.

<<allora sei sicuro che mi accetteranno?>>, chiese sventolando la lettera che gli diedi. <<se questo è vero, noi due ci dovremmo… non so, tipo scontrarci o simile, di nuovo.>>

<<so che saprai come fare ma per il momento vai e fatti valere, io andrò in fondo a questa cosa. Ci vedremo tra molto a questo punto, stammi bene e…>>, gli diedi un altro abbraccio e iniziai ad andare, Mia salì su Roy e con il sorriso stampato in faccia partirono a tutto gas levando un polverone enorme mentre lasciavano la città come un missile.




Non passarono neanche cinque minuti che lì immerso in tutto quel verde dalle profondità di tutta quella silenziosa natura i tre si mostrarono alla luce del giorno. Ci venimmo incontro scrutandoci oltre le maschere, una delle Furie si fece avanti davanti a tutte le altre. <<Ray il “cacciatore di Furie”, ci incontriamo finalmente. Allora vuoi venire con noi?>>, disse porgendomi la mano.

<<voi l’avete uccisa ed è perciò che ho iniziato questa odissea e ora mi volete porgere una mano. E io la prendo, vengo con voi, c’è qualcosa che devo sapere, ciò che davvero è successo in quel tempio.>>



XII

L’ESERCITO







A più di diecimila miglia da dove si era svolto “il disastro del decennio”, sulla gigantesca fortezza galleggiante dell’esercito della fiamma rossa denominata l’Isonade, decine di piccole navi approdavano sui porti di quel complesso grande quanto una piccola metropoli e ugualmente all’avanguardia. Tra le numerose imbarcazioni giunsero, sulla ammiraglia, anche il gruppo capeggiato dal campione del mondo e la sua squadra.

<<questo posto è… fantastico!>>, urlò Eric a squarciagola totalmente ammagliato non solo dalla città futuristica ma soprattutto dall’enorme torre a trenta piani che occupava il centro dell’isola artificiale semovente, il quartier generale di addestramento delle truppe d’élite del loro esercito, il santo Graal per ogni aspirante eroe militare nonché sede dove la più forte Persona al mondo si era allenata, Soul Cremisi. <<quindi è qui che tutti voi siete diventati così, è davvero un sogno!>>

<<hai ragione, è stupendo>>, disse il campione con aria nostalgica. <<tutti gli eroi sono nati in questa piccola isola, tutti hanno dato il massimo per poter servire la propria gente, e anche noi.>>

Aura che non si fece incantare dai bei discorsi fu più oggettiva limitandosi a osservare, e tra le cose che vide ci fu l’enorme afflusso di giovani, tutti diretti alla grande torre centrale. <<qui verrete testati, potenziati, istruiti, tutto per amplificare le vostre abilità e conoscenze fino a sfruttare tutto il vostro potenziale al massimo e rendervi degli eroi.>>

<<quindi anche a noi succederà così?>>, domandò Kurenai sentendosi un po’ in soggezione da tutta quella sontuosità.


Giunti al complesso hi-tech guidati da Johan giunsero in una modesta sala d’aspetto dove Soul li aspettava.

<<eccovi qua, siete pronti per il test?>>

<<cosa!? Di già, pensavamo di avere un po’ più di tempo>>, si lamentò Lara iniziando a sentirsi in ansia come la sorella.

<<state tranquilli, non è niente di che. C’è una breve presentazione in cui indosserete il vostro equipaggiamento, in modo fa far capire ai nostri esperti da dove partire e che tipo di immagine vorrete avere, poi a seguire c’è la prova pratica standard in cui dimostrerete ciò che sapete fare e in base a quello otterrete un punteggio basilare da 1 a 10, che è il vostro livello attuale. Alla fine di tutto solo i migliori venti verranno presi per formare le squadre e da queste solo una manciata diventerà attiva perciò dateci centro, tifo per voi.>>

<<fatevi valere, soprattutto voi ragazze, quest’anno sono arrivati in 135 e la maggior parte, come ogni anno, sono giovani accademiche di nobili natali che pensano solo a salire di rango coll’esercito. Fateli vedere di che pasta siamo fatte noi di campagna>>, esortò Johan infondendogli fiducia. <<anche tu Nativa dovrai fare la prova. Su, ora vi porto nella stanza di cambio così vi preparate.>>


I quattro nuovi arrivati vennero condotti nella stanza di equipaggiamento dove avrebbero indossato quello che poi, con qualche modifica, sarebbe stata la loro divisa nonché segno contraddistinguibile. La prima a cambiarsi fu Lara seguita poco dopo dalla sorellina, a ruota andò Eric e infine Aura, che sembrava più nervosa di quanto ci si potrebbe aspettare da qualcuno come lei.

I tre ragazzi riunitisi fuori dalla stanza aspettarono l’ultima di loro mentre confrontavano i loro equipaggiamenti; le sorelle non avevano minimamente alterato il loro vestiario ma solo le armi, più moderne e versatili delle versioni che avevano sempre portato, Eric invece aveva dato mano al suo sotto consiglio di Gabriel, aveva levato le parti delle braccia, alleggerito le protezioni delle gambe dal metallo al cuoio mentre sul corpo aveva scelto una base di tuta isolante sotto la pesante armatura barbarica, le armi però erano rimaste le stesse, pesanti e appariscenti.

<<hai fatto il contrario di noi, sicuro che non vuoi cambiarle?>, domandò la piccola Kurenai.

<<No, va bene così. Mi sono state regalate da una persona speciale tempo fa e voglio tenerle, anche per ricordarmi che cosa voglio diventare.>>

<<se lo dici tu.>> fu il commento di Lara che non era molto sentimentale sulle cose come quelle.

<<cambiando argomento: a quanto pare l’equipaggiamento di Aura è arrivato ieri con una corriera, l’ho visto venir portato da Jacob poco fa, a quanto pare è stato Ray a mandarglielo.>>

<<come faceva a sapere che era qui la base?>>, si chiese Eric ad alta voce cercando anche di allontanare l’ultimo ricordo della nostra separazione. <<è inutile pensarci, comunque sarà sicuramente qualcosa di stupendo, dopotutto lui sì che sa vestirsi.>> le due sorelle scoppiarono in una grassa risata mettendo in soggezione il compagno che non capì il loro comportamento. <<Ma che vi prende? Perché vi siete messe a ridere così? Ho detto qualcosa di strano?>>

<<No, è che… pensi davvero che un uomo sappia scegliere qualcosa di… adatto per una ragazza, e non una qualsiasi, una muta forma Nativa come Aura, ridicolo>>, disse Lara scoppiando in una nuova risata.

A frenare drasticamente le sue risate fu l’apparizione divina della loro compagna Nativa: i lunghi capelli d’argento bianco lasciati liberi carezzati da un fermaglio a fiore viola poco sopra l’orecchio destro, adornati con stupendi e piccoli orecchini di fuoco che insieme ai suoi occhi di rubino, risaltati dal mascara oscuro li facevano risaltare come non mai, sul collo la bellissima collana regalatagli, scivola sul petto accentato dallo spacco centrale della leggera blusa nera, in cui un sottile cordino bianco a zig zag teneva ben stretto il tutto; all’altezza del bacino quasi al linguine un grosso cinturone bianco e nero, cui incisi alcuni tribali dal colore del suo stemma, precedeva i lunghi pantaloni bianchi stretti nelle curve perfette della Nativa scontrandosi con gli stivali dai neri lacci che seguivano tutto il polpaccio, infine un leggero e brillante cappotto di platino senza maniche ne copriva le spalle come un mantello da cui cappuccio con pelo artificiale sporgevano due piccole protuberanze per coprire le orecchie. I tre non poterono che ammirarne la bellezza così risaltata in quella perfetta armonizzazione con sfumature di due colori opposti come il bianco e il nero, che in lei gli davano un aria quasi divina e intoccabile accentuata tra l’altro dallo strano comportamento timido che la Nativa aveva dimostrato dal loro arrivo all’isola.

<<che cosa ve ne pare? Forse un po’ esagerato?>>, chiese l’interessata non notando la sorpresa degli amici.

<<sei… fantastica, niente da ridire>>, disse Eric avvicinandoglisi passando accanto alle sorelle. <<che cosa dicevate di noi ragazzi>>, sussurrò alle loro orecchie con fare vittorioso provocando la loro rabbia celata, il ragazzo si mise ad esaminare con ammirazione il lavoro del sarto e le caratteristiche dei materiali senza badare all’imbarazzo di Aura.


Il piccolo gruppetto andò di nuovo nella sala d’aspetto da cui un’enorme baldoria aveva iniziato ad elevarsi già da qualche minuto, nel tragitto si imbatterono nel gruppo di Soul, anche loro diretti alla sala. <<Oh, ragazzi. Vedo che siete già pronti>>, disse il campione esaminando velocemente il vestiario variegato dei tre aspiranti.

<<ma dov’è la vostra amica Nativa? Ero sicuro che fosse con voi>>, chiese Johan non vedendola, Eric che era quello dietro alle sue sorelle, si spostò di lato scoprendo la Nativa che si stava nascondendo dietro di lui per tutta la strada. Tutti ne furono ammagliati dalla bellezza e in particolar modo Soul, che già aveva mostrato un certo interesse vedendola nella sua pseudo forma di Persona.

<<sei davvero stupenda! meravigliosa>>, furono alcune delle lusinghe che la squadra fece ad Aura che ringraziò timidamente, Soul rimase in silenzio ad ammirarla cercando di nascondere la cosa tenendosi il cappello con la mano con fare distaccato, i due gruppi allora si diressero insieme alla sala fino alle porte da cui poi i quattro avrebbero continuato da soli.

<<buona fortuna ragazzi, ci vediamo dopo>>, dissero prima di separarsi da loro lasciandoli entrare nell’affollata sala d’aspetto ricolma di giovani e mature nuove reclute dell’esercito della fiamma rossa, prima di entrare Aura si chiuse nel cappotto a mantello seguendo i tre compagni nella sala. I quattro non furono granché notati visto che tutti lì avevano un vestire particolare, non senza qualche spintone riuscirono a trovarsi un posto un po’ isolato dove sederti ad aspettare, una lunga e logorante attesa.


<<sono così in ansia, non ce la faccio più>>, disse la piccola Kurenai visibilmente turbata e agitata, L’amico gli prese le mani rassicurandole con parole incoraggianti.

<<non devi essere agitata, sei brava, forte e intelligente. Nessuno di noi deve sentirsi a disagio, ci siamo allenati duramente per questo. È la nostra occasione di far vedere ciò che sappiamo fare e in ciò in cui crediamo, perciò sta calma e divertiti come hai sempre fatto.>> il discorso del ragazzo ebbe l’effetto sperato rasserenando i cuori dei dubbiosi infondendo forza e coraggio. Nelle ore seguenti uno da uno vennero chiamati, da un soldato di alto rango, coloro che erano arrivati per sostenere il test, fu un via vai continuo che procedette monotono finché l’enorme folla si alzò tra applausi e acclamazioni catturando l’attenzione dei ragazzi. <<deve essere arrivato qualcuno di importante e famoso se si sono alzati tutti, secondo voi chi è?>>

La domanda di Eric venne risposta dall’apparizione in mezzo alla folla di Soul e la sua squadra nelle loro scintillanti divise cerimoniali. <<calma ragazzi, non siamo qui per firmare autografi>>, disse Gabriel tempestato da richieste. <<Soul serve una mano qui, Ehi dove vai?>> l’interessato, anche lui accerchiato dalle fan, si guardò attorno alla ricerca dell’obbiettivo che trovò in compagnia della sfuggente Johan. Il resto della squadra si fece strada raggiungendo la compagna ed i ragazzi che furono oggetto degli sguardi di tutti i presenti.

<<bene ragazzi, è arrivata la vostra ora, fate vedere ciò che sapete fare. Aura tu sei la prima>>, disse il rosso porgendogli la mano che lei prese.

<<ma prima apriamo questo, facci vedere questo corpo da urlo>>, disse Johan aprendogli la zip che cappotto mostrandogli l’abbigliamento che aveva ammagliato gli uomini della squadra d’élite, e come c’era d’aspettarselo tutti posarono gli sguardi bramosi su di lei che si strinse al suo accompagnatore ben più che felice della cosa.

<<è proprio uno schianto, bene ragazzi aspettate qui che torni e… buona fortuna>>, augurarono i tre lasciandoli di nuovo da soli.


<<che cosa hanno tutti da guardare, non è poi questa gran cosa, è una Nativa come tutte eppure le sbavano tutti dietro>>; disse Lara gelosa della grande attenzione dimostrata per la loro mentore.

<<questo sarà anche vero, molte Native muta forma vivono nelle città ma come ben sai sono schiave, lei è libera e non solo, conosce Soul cremisi, è forte e acuta ma soprattutto in quei abiti che fanno risaltare quei suoi tratti Nativi perfettamente bilanciati all’aspetto di Persona sono gli ingredienti perfetti per dar vita ad un idolo per ogni uomo>>, rispose Eric con fin troppa passione per le due amiche.

Qualche minuto dopo Aura fece ritorno nella sala dove fu prontamente accerchiata da una folla di pretendenti che non fecero altro che aumentare quel disagio e quella timidezza che già era stata ben presente dal loro arrivo, con sguardo frenetico cerco nella folla volti vicini cercando allo stesso modo di farsi strada schivando le loro pressanti richieste, appena intravide il ragazzo robusto si fiondo tra le sue braccia quasi abbattendolo, stringendolo forte come un cucciolo impaurito che va dalla madre, Eric si sentì allo stesso modo notando quanto si sentiva fuori luogo e a disagio la Nativa, che fino a quel momento aveva cercato di mascherare il più possibile il tutto.

<<tranquilla, sono qui. È tutto a posto, or andiamo a sederci con le ragazze>>, gli disse dolcemente accarezzandogli la testa come gli dissi facevo quando era piccolina. Appena il cadetto alzò lo sguardo si trovò fulminato da decine di sguardi per nulla amichevoli. <<meglio muoverci.>> facendo per tornare al loro tavolo si trovò parate davanti le due sorelle alquanto infastidite dal comportamento eccessivamente protettivo di quel ragazzo che non aveva mai mostrato quel suo lato a loro.

<<come mai la stringi così forte, vuoi tenertela tutta per te?>>, chiese Lara sentendosi tradita.

<<basta gente! Tutti a sedere, non siamo qui per fare conoscenza>>, esortò Jacob entrando in sala. <<bene, Eric Hatcher sei il prossimo. Lascia stare la tua ragazza e vieni qui>>, disse infine alquanto irritato da quel ingrato compito.

<<non è la sua ragazza!>>, risposero le sorelle all’unisono quasi a rompere i timpani del soldato.

<<quello che è, muoviti!>> Eric per evitare che l’uomo si infastidisse ancora si precipitò da lui totalmente preso dall’euforia del momento mentre le compagne preoccupate gli davano il “buona fortuna”.

<<tranquille, se la caverà>>, disse Soul sbucato alle spalle delle tre, alle quali venne quasi un colpo.

<<come? Che…? Da quanto sei arrivato?>>, chiese Kurenai stringendosi alla sorella, tutti e due sulla difensiva.

<<qualche momento fa>>, rispose subito dando attenzione alla Nativa che stava ancora a fissare la porta dove Eric era appena uscito. <<Aura, mi hanno detto che sei stata bravissima.>> la Nativa si volto verso il soldato ringraziando con un sorriso dell’informazione conficcando più in profondità la freccia nel suo cuore.

<<Soul, avrei una domanda da farti, anche se forse è un po’ invadente.>>

<<puoi farmi tutte le domande che vuoi.>>

<<l’ho sentito qualche volta da Ray ma non mi ha mai spiegato veramente com’è che voi due… siate fratelli.>> Soul prese un grasso respiro prima di rispondere, l’idea che fossi ancora nei suoi pensieri lo infastidì molto.

<<Beh, in verità non siamo fratelli di sangue, come avrete notato. Mio padre… è stato lui a portarlo a casa, una sera d’inverno. Non ci disse, a me e a mia madre dove l’avesse trovato, ma da quel giorno abbiamo iniziato a vivere insieme. Io ovviamente essendo più grande volevo fare il bravo e coraggioso fratellone ma con lui… era un po’ difficile, era come se fosse più maturo di quanto non sembrasse e alla fine più che prendermi cura di lui fu il contrario, poi è successo ciò che sai e noi due ci siamo separati per anni, quando ci rincontrammo… beh, era cambiato.>>

<<cambiando argomento, qual è stato il tuo punteggio qui alla prova? Nove, dieci?>>

<<niente del genere Kurenai, è stato tre e mezzo. Non ero molto bravo nei combattimenti e ne in nessun altro campo.>>

<<era così basso, e come mai sei entrato nella squadra.>>

<<è una cosa buffa: appena saputo che non sarei entrato per il basso punteggio per la rabbia ho quasi fuso dieci piani dell’edificio, tutto qui.>>

In sincronia con la fine della risposta di Soul Eric rientrò nella sala andando subito dalle compagne e dal suo eroe. <<è andata, spero che sia andata bene.>> Aura gli si attaccò di nuovo infastidendo non solo le sorelle ma anche Soul che fece per andarsene, avrebbe avuto altre occasioni.

<<bene, io vado. Ho delle faccende da sistemare, buona fortuna.>> qualche minuto dopo le parole di incoraggiamento toccò alla sorella più grande seguita a ruota dalla più piccola così che l’intera squadra finì di svolgere il test in giornata a differenza di molti altri ancora ad aspettare, fu loro comunicato che i risultati dei loro test sarebbero arrivati l’indomani e che potevano alloggiare nelle stanze.

Gabriel andò a prendere i ragazzi, ovviamente alquanto infastidito e annoiato della cosa, e li guidò nell’ala dei piani del dormitorio. Arrivati di fronte agli alloggi il soldato fece una veloce suddivisione. <<bene, le ragazze dormono a destra e tu che stai solo nella stanza di fronte, starai davvero comodo. A domani, ‘notte.>> le sorelle fecero per entrare nella loro stanza così come Eric seguito come un’ombra da Aura, Lara la prese per il capotto buttandola dentro la loro stanza senza che Eric si accorgesse di nulla.


La stanza era decisamente immensa per una sola persona, un grande bagno con doccia e basca, una cucina ampia che dava sulla spaziosa sala da pranzo, un balcone che quasi pareva un terrazzo e per ultima la stanza da letto, semplice ed enorme, con un grandioso e morbido letto matrimoniale. <<per una volta essere il solo uomo del gruppo paga>>, si disse contemplando il tutto.

Prima di ogni cosa si sedette sul tavolo dove già preparata e imbandita stava una ricchissima cena bella fumante, e con un appetito bloccato da tutto il giorno per l’ansia della prova non ci mise che qualche decina di minuti a razziare ciò che sarebbe bastato per tre persone. Nella stanza di fronte dove le tre donne erano appena uscite da una rinfrescante doccia, ancora in accappatoio, si cimentarono anch’esse nella loro cena mentre chiacchieravano sull’assortimento maschile che avevano incontrato quel giorno, Aura però rimaneva stranita da tutto quel interesse e da quell’enfasi che dimostravano le sorelle, e la cosa diede a lor un po’ fastidio ma non quanto la schiera di “compagni di dormitorio” che bussavano alla loro porta subito dopo essere arrivate e tutti per la Nativa sempre più timida e restia verso le Persone; ogni volta che aprivano quella porta nella speranza che qualcuno di quei ragazzi venisse per loro la rabbia cresceva ad ogni delusione che dopo quasi due ore si tramutò in collera silente ben visibile nei loro occhi ogni volta che aprivano la porta ai visitatori, che prontamente giravano i tacchi spaventati.

Solo in piena notte l’instancabile schiera si fermò permettendo alle ragazze un sonno ristoratore mentre, nella stanza di fronte, Eric usciva da un lungo e rilassante bagno che fece evaporare via ogni disturbo e stanchezza lasciandolo pronto per una lunga notte di riposo, purtroppo venne interrotto dal bussare alla sua porta. Con solo i calzoncini addosso e l’asciugamani attorno al collo per asciugare i capelli andò ad aprire supponendo posse Johan, che doveva portarle dei documenti. A sua sorpresa non ci trovò il mentore ma la compagna Aura impigiamata e silenziosa. <<che ci fai qui? Dovresti essere a letto, no?>>, chiese a bassa voce per non svegliare nessuno e per non farsi notare dalle guardie di ronda nei corridoi.

<<scusami il disturbo ma… posso entrare un attimo?>> il ragazzo si guardò un attimo in torno prima di dare la sua risposta più che normale.

<<va bene, entra prima che ci vedano.>> la Nativa sgusciò dentro mentre il ragazzo si chiuse la porta alle spalle. <<aspettami in sala, davo un attimo in bagno a finire di asciugarmi i capelli.

Appena uscito dal bagno andò da Aura ma non la trovò perciò controllò tutta la stanza senza però avere successo, trovo solo la porta d’ingresso semi aperta lasciandogli capire che se ne era tornata in stanza o più probabilmente Lara era venuta a prenderla.

La dolce sensazione di sprofondare nella profumata morbidezza di quell’enorme letto bastò a fargli venire il sorriso dopo una giornata così intensa come quella lasciando spazio a una dolce brezza di sonno che lo stava iniziando a cullare. Un rumore secco e ben deciso fece ritornare il ragazzo di nuovo lucido e con prontezza rotolò sul letto fino al bordo da dove sentì il rumore cadendo addosso alla probabile causa. <<che diavolo ci fai qui?!>>, chiese alla nativa alzandoglisi subito di dosso indietreggiando di qualche passo. <<perché eri lì? Ti eri nascosta sotto il letto!?>> lei però non rispose rimanendo seduta con sguardo basso. <<va bene, lasciamo stare. Meglio che torni nella tua stanza oppure dormi per terra, io sono stanco>>, disse con indifferenza ributtandosi sul letto occupando tutto lo spazio possibile mentre lei rimase lì accanto al letto a fissarlo mentre cercava di riprendere sonno.

Anche se aveva gli occhi chiusi era come se sentisse il suo sguardo penetrarlo e la cosa era alquanto inquietante e fastidiosa, con una mano gli fece segno di salire visto che sicuramente se avesse continuato fissarlo non avrebbe preso più sonno. <<Sali avanti.>> con un leggero balzo da seduta la nativa cadde sul letto affianco al ragazzo aggrappandoglisi ad un braccio stringendo al suo petto e tra le gambe come fosse un cuscino. Nonostante l’imbarazzo per la cosa nel guardarla così beata prendere subito sonno dopo una giornata in cui l’aveva vista così vulnerabile e stressata sentì il cuore riscaldarglisi, e nella sua mente svelarsi una verità. <<quella volta mi hai fatto dormire con lei non solo per la mia ansia con le donne ma forse anche perché sapevi che un giorno vi sareste separati? L’hai fatto così che avesse qualcuno oltre a te su cui contare? Così che avesse una scelta?>>, si chiese tra il sonno e la veglia fissandosi sul viso addormentato di Aura. <<spero sia così>>, si convinse accarezzandogli le due orecchie feline che gli sbucavano dai capelli provocando quello che sembrò una fusa di un cucciolo.


Il giorno seguente, sopra ogni probabilità furono le due ragazze a svegliarsi per prima e non vedendo la loro compagna ne furono furiose. <<c’è solo un posto in cui potrebbe essere quella stupida>>, disse Lara andando alla porta ancora in intimo ben decisa a dirgliene quattro seguita dalla sorella impaurita da lei.

Gli occhi di Eric si aprirono sul viso tenero, dormiente e bellissimo della Nativa cui testa era appoggiata al suo petto mentre tutto il resto faceva da coperta per il ragazzo che non poté che sentire l’eccitazione del momento, prima che potesse agire in qualunque modo Aura si svegliò fermando ogni suo istinto da quel visino tra la veglia e il sonno. <<buongiorno Eric. Scusa per questa sera, sono sicura che avevi dei piani migliori che farmi entrare nella tua stanza e farmi da… letto.>>

<<non c’è di che, sono sempre a tua disposizione. Dopotutto siamo compagni, no?>> lei confermò con la testa seguito da un lungo stiracchiamento prima di alzarsi dirigendosi verso la porta seguita da Eric. La Nativa si fermò all’orlo poiché di fronte alla sua stanza una schiera di uomini dormienti copriva tutta quella parte del corridoio, ognuno con qualche sorta di regalo sicuramente per l’idolo del test d’ingresso. <<forse è meglio che aspetti ancora un po’, il mio bagno è libero se ti vuoi rinfrescare.>>

<<sei un angelo, grazie>>, disse dandogli un bacio nella guancia e dirigendosi in bagno, Eric chiuse la porta e si diresse in cucina per cercare qualcosa da mangiare e intanto mettersi la sua uniforme. Alla porta però dopo qualche minuto qualcuno bussò alla porta e il ragazzo dovette interrompere la preparazione per andare ad aprire.

Con sua gioia furono le due sorelle che, svegliando tutti i presenti in corridoio, erano piombate per cercare la loro compagna, Aura, la quale usci dal bagno in quel istante ancora fradicia avvolta dagli asciugamani. <<ho finito Eric e grazie ancora per avermi lasciato dormire con… salve ragazze>>, disse vedendole sull’orlo della porta.

Lara e Kurenai erano rosse dalla rabbia, Eric fece segno ad Aura di andare e lei obbedì andando in punta di piedi alla sua stanza passando davanti alla marea di pretendenti chiudendosi poi in bagno. <<è quindi avere dormito insieme>>, sussurrarono tra di loro alcuni dei ragazzi in corridoio aizzando le due ragazze già abbastanza infastidite dal successo di Aura e dal suo rapporto sempre più morboso col loro amico. La cosa fu evidente nel loro scoppio d’ira verso il ragazzo che si sentì dare del meschino donnaiolo insensibile in ogni forma e modo possibile, proprio davanti a tutti attirando l’attenzione di tutto il piano mentre, lui, l’accusato rimase in silenzio mentre le due gli sbottavano contro colpendolo con strattoni e spintoni. La loro reazione per quanto capibile risultò a tutti un po’ esagerato anche per ciò che tutti pensavano fosse successo la notte prima, una volta finito la loro esplosione di rabbia si prepararono a contrattaccare le parole del ragazzo.

Eric però non rispose, prese le sue armi infoderate e avanzò oltre l’orlo della porta facendo indietreggiare le due che a quel punto ebbero paura di una sua reazione fisica che però non arrivò. <<avete finito?>>, chiese mettendole in soggezione. <<allora vado.>> Eric si diresse verso la grande sala aprendo il mare di uomini che parvero diversi nel guardare il ragazzo andar via, e dopo la sua uscita di scena, anche loro tornarono nelle loro stanze anche se a mani vuote.

<<Non l’ho mai visto così… serio>>, affermò Kurenai sentendo di aver fatto qualcosa di sbagliato ma ignara di cosa, ed allo stesso modo si sentiva la sorella, entrambe tornarono nella stanza decisamente insoddisfatte di come si era evoluta la situazione.

<<Che cosa gli è preso, sembrava come arrabbiato ma era diverso. Dannazione, tu ci capisci qualcosa sorellina.>> Ma neanche lei sapeva come rispondere a quella domanda, a cui fu la Nativa a fare luce.

<<Davvero non lo capite, eppure siete state così tanto tempo insieme a lui. Certo che siete davvero meschine: anche se non ho visto la sua reazione non ci vuole un genio per capire che averle dato del donnaiolo da qualcuno che vi considera più che amiche e che si suppone lo conoscano meglio di chiunque altro gli deve aver fatto un male inaudito, non è diffuso da capire. Come fate ad essere così ottuse!>>, Sbraitò lei subito contro ribattuta da Lara.

<<Guarda chi parla: tu, al uomo che ti hai salvato lo hai abbandonato, sfruttato quando comodo, lasciato ancora alleandoti con il suo nemico e ora ci vieni a fare la predica? Sei l'ultima che potrebbe parlare!>> Aura di riflesso fece per colpire la ragazza con uno schiaffo ma si fermò a mezz'aria subendo l'effetto devastante di quelle parole dure ma veritiere.

<<Io…. È vero, non ho il diritto di dire nulla. Scusatemi ma… Almeno non commettete il mio stesso errore, abbiate fiducia in lui, fategli vicino perché lui vi vuole davvero bene>>, disse la Nativa col cuore in mano. Le due ragazze sentendo parole tanto impregnate di sentimento smisero di fare le bambine arrabbiate è perdonando l'amica andarono al grande salone precedendola.

<<È vero, Ray… sono la peggiore.>>, Si disse sentendo il peso della sua colpa stringergli l'anima. <<Eppure non sono l'unica che hai amato ad esserlo…>>


Nella grande sala, allibita da ricevimento per le più famose e forti squadre d’élite dei quattro stati, erano già in molti a essere presenti. Soul e la sua squadra furono gli ultimi soldati ad arrivare tra l’ammirazione di alcuni e il fastidio di altri suoi colleghi; quando giorno tutti pronti i vari capitani salirono sul l palco insieme ad una donna con in mano i tanto agognato risultati, e non tardò a dargli quando i diretti interessati ci furono più o meno tutti.

<<sono Carolina Heiss, duchessa del glorioso regno centrale nonché comandante della 3* flotta aerea, oggi sono qui per darvi i risultati come mediatore neutrale. Tra i più di 135 iscritti a questa prima selezione annuale ecco a voi i venti nomi che si aggiungeranno alle fila dei quattro eserciti mondiali.>> la donna indicò un gigantesco schermo sopra le loro teste su cui apparirono in un bianco acceso su uno sfondo di pece i nomi di coloro che ce l’avevano fatta. Per il Nord abbiamo 5 partecipanti su cinquanta tra i cadetti: Ghoran, Hassim e Trofis. Per l’ovest ben sette su 35, il miglior risultato di sempre per la regione, complimenti, essi sono: Marcov, Wess, Quinn, Knives, Zagatos, Lijus e Tonnes. Per il sud 5 cadetti tra cui un Nativo con un punteggio sbalorditivo, 10 su un totale di 49 questi sono: Valerie che al momento non è presente, Albard, Dei Bianchi, le sorelle Satari e Hatcher, molte donne per questo stato, brave>>, disse complimentandosi con le presenti che ringraziarono tra l’entusiasmo pe aver raggiunto un sogno. <<e infine per l’est su 1 iscritto un superamento: Regnar. Bene, questo è quanto e complimenti a coloro che sono stati scelti e un in bocca al lupo a coloro che non si arrenderanno, io vi saluto.>>

Appena finiti i convenevoli, un urlo di vittoria riempì la sala da coloro che erano passati mentre il resto della gente iniziava ad avviarsi a lasciare l’isola, a congratularsi con il gruppo di Aura arrivò Soul tutto euforico abbracciando le ragazze che lo accolsero con piacere. <<davvero brave, complimenti a tutti! Ci siete riusciti tutti.>> Eric si unì alle donne per essere lodato dal campione dopo essersi congratulato con l’altro ragazzo che era passato con loro. <<Eric ho saputo che anche il tuo punteggio era sbalorditivo, e ora festeggia->> le parole di Soul vennero interrotti dalla richiesta all’altoparlante della presenza di lui e della sua squadra.

<<pensi che sia quella cosa?>>, domandò Gabriel al capo che dallo sguardo serio che assunse sembrava decisamente turbato. <<già lo credo anch’io, andiamo.>> la sua squadra si diresse subito ai piani alti lasciando i ragazzi il resto del giorno libero fino a nuove comunicazione.

<<Bene, e ora cosa facciamo? Colazione?>>, Domandò Kurenai più raggiante che mai. << Sono così euforica! Dobbiamo assolutamente festeggiare!>>

<<Hai davvero ragione, andiamo in mensa. Eric vieni…>> il ragazzo, finito di parlare con Carolina, indifferente alle parole della ragazza uscì senza dire una parola dirigendosi proprio in mensa.

<<È ancora molto arrabbiato, non credete?>>

<<Non credevo che tenesse così tanto a cuore ciò che pensiamo di lui.>>

<<Tranquille, sono sicura che gli passerà ma voi dovete anche metterci del vostro. Perciò andiamo e iniziamo subito il lavoro, ho il presentimento che non avremo poi molto tempo.


In mensa si stava decisamente meglio con la decimazione Delle reclute e visto il gran numero di tavoli liberi non si faceva fatica se non a scegliere, e per loro la scelta fu ovvia, quello dove Eric si era seduto a mangiare in disparte. <<Guardate, è lì. Andiamo a sederci>>, disse Aura fiduciosa che il suo piano funzionasse. <<Possiamo?>>, Chiese al ragazzo che non proferì parola lasciandole sedere ignorandole del tutto.

Nonostante avesse dato loro la spinta purtroppo non riuscirono a dir nulla rimanendo in un imbarazzante silenzio. Eric lanciò qualche occhiata ad Aura, che non seppe cosa rispondere visto che appena accennava a guardare le due sorelle, loro evitavano anche di incrociare i suoi occhi.

<<Come volevasi dimostrare, assurdo>>, disse prima di alzarsi dopo aver finito di mangiare dirigendosi nella sua stanza.

<<Ma che vi è preso? Dovevate dire qualcosa. Aspettate forse che si scusa lui per quanto siete state insensibili?>>

<<È che… forse è meglio così, no? Forse era solo questione di tempo, in fondo non ci conosciamo da molto e lui è bravo, lo hanno detto tutti. Forse è ora che si unisca con qualcuno bravo come lui è che non lo faccia uscire di matto tutti i giorni.>>

<<Lara ma che stai dicendo!? Ma voi davvero non capite o non volete capire? Va bene. Per la gente ottusa come voi conosco un modo per farvi apparire gli occhi, forza seguitemi.>>

Per il resto della giornata tra incontri con personaggi di spicco dei quattro eserciti e veloci duelli amichevoli con gli altri accettato la giornata del ragazzo giunse al termine quando la notte diede la miglior è più profonda immagine di se. Era tutto silenzio e nessuno a percorrere i corridoi del complesso tranne lui che giunse al giardino botanico al piano terra seguendo le indicazioni che gli sono giunte tramite lettera qualche ora prima sotto la porta della sua stanza. Il ragazzo aspettò sulla passerella di legno sul laghetto artificiale vicino al maestoso albero di neve dove ammirava i Nativi d'acqua danzare.

<<Allora eri tu che mi hai scritto, pensavo di aver fatto colpo su qualche bella soldatessa.>>

<<cominci a parlare come Ray, Mi dispiace per la delusione ma volevo parlarti in privato, sulle sorelle.>>

<<Già, lo immaginavo. Nonostante i tuoi numerosi tentativi alla fine non hanno detto o fatto nulla per scusarsi, non che me lo aspettassi da loro, non dopo le decine di volte che sono successe cose del genere.>>

<<Perché non le lasci e ti unisci ad un'altea squadra o esercito, oggi ne gran ricevute di proposte e sicuramente saprebbero come apprezzarti.>>

<<Hai ragione, su entrambe le cose come sempre…>>, disse come a liberarsi di un grande fardello sedendosi quasi a toccare acqua con i piedi. <<Sono casiniste, quasi come Delle bambine, capricciose e ogni altro difetto che io non ho avuto il lusso di permettermi all’orfanotrofio ma… io le amo, dal primo momento che le ho viste spaesate ma coraggiose in quella folla di sconosciuti in arruolamento, e ogni giorno passato con loro qu sto sentimento è andato a crescere sempre più. È nonostante mi facciano quasi ogni giorno uscire di me non potrei mai lasciarle, già. È per la precisione non dirgli ciò che ti ho detto, voglio che credano ancora un po' che c’è l'ho con loro, così almeno inizieranno a pensare un po' a come mi sento io.>>

<<Credo che non c’è ne sarà bisogno.>> Da dietro il mostruoso albero le due sorelle sbucarono fuori con occhi lucidi strette l'una all'altra.

<<Me l'hai fatta>>, disse Eric non troppo dispiaciuto. Le sorelle lo travolsero abbracciando con tutte le forze mentre tra lacrime e singhiozzi gli chiedevano mille volte scusa. << E io che volevo godermi ancora un po' questa pace.>>

Aura finito il suo compito lasciò un po’ di intimità al trio di amici e andò in camera dove una piccola sorpresa l'aspettava.

Davanti alla sua camera, in vesti senz'altro appariscenti, una sua vecchia conoscenza l'aspettava. <<Milena, che cosa ci fai qui? Come hai fatto a… lascia stare, rispondi alla mia prima domanda: cosa ci fa un emissario del tuo calibro qui?>>

La Nativa, anch'essa muta forma come tutta la sua razza fece un pronunciato inchino prima di porgere una lettera in busta piumata alla Nativa in questione.

<<Mia principessa porto una lettera da vostro padre, e sono anche venuta per esprimere quanto manchiate a tutti noi, al vostro popolo, ecco a lei.>> Aura prese la busta e ringraziò l'amica.

<<Sono sicura che ce la farete senza di me ma… tornerò appena avrò la possibilità, non abbandonerò il mio popolo, non con ciò che sta succedendo con gli Alati. Ora sarà meglio che tu vada o ti troveranno e chissà come ne uscirai, a proposito, come sei arrivata sull'isola?>>

<<Grazie alla federazione dei Nuovi Nativi o come si chiama, la loro influenza si è stesa molto negli ultimi mesi e passando per ambasciatrice del nostro regno sono riuscita a venire qui, ora se mi scusa io andrei mia signora, spero di rivedervi presto.>>

<<Anch’io, a presto Milena. Saluta mio padre per me.>> La Nativa fece un altro inchino e andò via furtiva come era arrivata, Aura aprì subito la busta mentre entrò nella stanza( in essa anche se non viene detto subito c’è scritto che sua zia, Kat, è sparita forse rapita e questo fa preoccupare la principessa per tutto il tempo finché dopo la piccola pausa al regno centrale dopo aver visto la famiglia regale tanto unità decide di tornare a casa lasciando per sempre Ray e dicendogli la verità su ciò che Pam veramente provava per lui liberandosi del fardello.

<Che faccia seria, fai quasi paura>>, disse Soul quasi facendo prendere un colpo alla Nativa che, assorta nella gravosa lettera, non aveva sentito la sua presenza.

<<Scusami ma è una cosa importante, come mai sei nella nostra stanza. Sei uno di quei maniaci?>>

<<Chi lo sa, ma sono qui per parlare con te, in privato.>> La sua voce si fece seria e la cosa fece non poca apprensione. <<C'è una cosa che non vi abbiamo detto durante la traversata in mare, e riguarda quelle “vasche” di dormienza dove avete trascorso le notti in barca. Beh, non erano strani letti per ricconi e la traversata non è durata solo qualche giorno, la verità è che…>>

<<Sei settimane! State forse scherzando>>, si sentì dal corridoio con accentuata importanza.

La porta della stanza venne spalancata da Lara, completamente in collera, che si diresse verso Soul con fare minaccioso.

<<Calma ragazzi, non è così grave>>, disse cercando di giustificarsi in qualche modo ma scatenando solo ancor di più la collera della giovane donna.

<<Non fare lo spiritoso, ci avete rapito dannazione! Ci siamo fidati e ci avete usato come cavie.>> La faccia di Soul si fece seria e colpevole confermando l'ipotesi che si era formata.

<<Non provi neanche a smentire la cosa, ci avete drogati e dopati come cavie per i vostri sperimenti di frazione di super soldati.>>, Disse Eric con durezza. <<Quasi tutti non se ne sono accorti ma quei pochi che l'hanno fatto non hanno taciuto ed è bastato qualche domanda alla Persona giusta. Perché?>>

<<Beh, visto che sapete tutto, tanto vale dirvelo: Ray si è mosso, e non solo lui. Tutte le Furie vive l'hanno fatto, si sono dichiarate al mondo e stanno per fare una guerra senza precedenti, e a parte questo ci sono una notizia cattiva e una buona.>>

<<E sarebbero? Non abbiamo voglia dei tuoi giochetti>>, disse Aura davvero in collera.

<<La buona è che si faranno guerra tra loro, una sorta di faida per determinare il più forte o roba simile, comunque vada sarà comunque a favore di noi, meno sono e meglio è, no?>>

<<Era quello che Ray stava facendo… e noi gli abbiamo voltato le spalle…>>, puntualizzò Kurenai facendo calare un pesante velo di colpevolezza su tutti loro.

<<A proposito di Ray, la cattiva è che ci è entrato anche lui in questa guerra e si è alleato ad una Delle due fazioni, i grandi eserciti lo hanno riconosciuto ufficialmente come Furia e il livello di ricerca è il massimo mai dato a qualcuno, c’è l'ordine di abbatterlo a vista, anche a costo di vittime civili. Mi… spiace, soprattutto per te… Aura…>> lei però non mostro alcuna apprensione e nemmeno nessun altro sentimento come se si fosse svuotata. <<comunque ciò che vi abbiamo fatto serve a questo, a fare in modo di fermare la fazione che sopravvivrà al loro scontro, catturarli e mettere finalmente la parola fine a questa guerra che da anni dilania questo mondo, e per farlo abbiamo bisogno di voi, tutti voi>>, disse guardando soprattutto la Nativa. <<voi pensate di conoscere Ray e anch’io lo pensavo ma tu Aura, più di tutti noi sai la sua storia, lo conosci, e lui conosce te e ci tiene perciò ti chiedo e chiedo a tutti voi non di perdonarci per avervi sfruttati per rendervi più “forti” ma di aiutarci a salvare milioni di vite innocenti che potrebbero sparire da questo mondo.>> le sue parole vere quanto sentite però non arrivarono subito ai loro cuori sbarrati dal tradimento. <<lascio voi la scelta, se riuscite a mettere da parte ciò che è successo io vi aspetterò domattina all’alba agli hangar, spero facciate la scelta migliore.>> detto ciò uscì dalla stanza lasciando i quattro soli a riflettere.

<<che faccia tosta, dopo tutto ci chiede anche di aiutarlo!>>

<<sembra che non siano meglio degli opportunisti la fuori, sono tutti uguali e noi accecati da quel sogno abbiano volutamente chiuso gli occhi di fronte alla verità, che stupidi.>>

<<e l’unica Persona che ci voleva far aprire gli occhi ora è l’obbiettivo da abbattere, non mi piace la cosa>>, disse Kurenai stringendosi le gambe al petto.

<<io torno nella mia stanza, devo pensare ma… sappiate che io andrò, ormai siamo dentro e visto che è questa la scelta che abbiamo fatto di fronte a lui mi sento in dovere di andare avanti. Se il mondo va così o lo segui o…>>

<<lo cambi, come mi disse lui una volta>>, disse Aura ritrovando la parola.

<<Già, se volete io sono di là. Fatemi sapere cosa farete.>>

Rimaste sole e pensanti alle sue parole le due ragazze, anche se non troppo entusiaste, presero una decisione mentre Aura, avvolta da un inespressivo silenzio si allontanò da loro andando sulla modesta balconata dove il paesaggio metropolitano di scontrava con la immane distesa di acqua.

<<quanto è complicato questo mondo, mi mancano i tempi in cui eravamo solo io, te e Pam…>>

Eric stava aspettando, seduto sul divano con la testa china sotto il peso dei pensieri quando le amate Satari entrarono nella stanza; bastò uno sguardo per fargli intendere la dura decisione che avevano preso. <<Avete deciso vedo.>>

<<Si, che la cosa ci piaccia o no siamo ormai in ballo perciò…>> Eric le andò incontro abbracciandole con affetto così come fecero loro.


Il vento freddo del mare al mattino faceva breccia tra le alte mura in metallo dei mastodontici hangar che davano sulle piste ancora semi deserte, Soul incurante del freddo stava ad aspettare appoggiato alla navicella a ripensare a tutto ciò che lo aveva portato a quel punto. Un lungo sospiro fumoso venne trascinato verso il mare dalla brezza che muoveva la sua fiera giacca come fosse una bandiera appoggiata alle sue spalle. Dall’alto palazzo della torre di controllo con sguardo aquilino vide arrivare in tutta la sua interezza il gruppo che avrebbe messo fine a quella che sarebbe poi stata chiamata l’Era della morte. <<vedo che siete rimasti tutti, vi ringrazio di cuore.>>

<<siamo ormai dei soldati, non possiamo tirarci indietro proprio adesso>>, rispose Eric a nome del gruppo.

<<va bene, so che sarà difficile fidarvi di nuovo di noi ma…>>

<<lascia stare i discorsi commoventi per gli stupidi>>, disse rude Aura. <<quel che è fatto e fatto e ormai possiamo solo seguire questa strada, ora che si fa?>> Soul rattristato della reazione di Aura al tradimento che di fatto aveva subito. <<sappiate però che non ucciderò Ray e se cercherete di eliminarlo senza prima sapere come stanno le cose io non avrò pietà.>>

<<tutto chiaro>>, rispose il campione con un sorriso amaro. <<è ora di partire, dobbiamo recarci nella città dove incontrerete l’ultimo componente della squadra, Mesir. Noi ci rincontreremo nella regione successiva, da quel che abbiamo capito il nascondiglio della Furia è lì. Vi porterà lì il vostro pilota, è uno di quelli che hanno superato l’esame.>> il ragazzo scese dall’abitacolo del veicolo presentandosi ai suoi commilitoni, anche se col casco e la divisa da pilota non era molto riconoscibile da tutti gli altri piloti.

<<buongiorno amici, sono Kevin Albard, è un piacere conoscervi e farvi da pilota. Se volete accomodarvi dentro possiamo subito partire.>>

<<bene, io vado. Buona fortuna e ci vediamo fra qualche giorno.>>

I ragazzi salirono sulla navicella dopo il saluto formale che lasciò il loro mentore con l’amaro in bocca, Kevin non perse tempo e in una folata di aria calda del motore si issò in volo partendo spedito verso l’orizzonte dove la luce bianca del sole stava emergendo velocemente.



Più piena e movimentata che mai era quella città come tante altre divenuta all'improvviso la più fiorente delle metropoli, ma a differenza delle altre in cui lentamente l'esercito aveva dato vita a centri di controllo della regione, quella era sotto il controllo benevolo della “nuova società dei Nativi” e in quella città Persone e Nativi erano al pari dei soldati o di chiunque altro. Enormi erano i palazzi tra il tradizionale e il futuristico di proprietà del conglomerato che non aveva riserve nel mostrarsi nei suoi membri più illustri: nekomata, Anguane, Djinn, Kitsuni e Gèvaudan, tutti semi o totalmente muta forma. La cosa che più fu sorprendente era che tutti li elogiavano e acclamavano al loro passaggio come benefattori della città poiché la paura era svanita quando assicurarono al loro arrivo che nessuna Furia avrebbe mai raggiunto nessuno di loro ed erano state di parole. Tutti gli eserciti erano in allerta e in particolare interesse per quel posto poiché si stavano velocemente prendendo forma come un vero e proprio paese.

In quella città totalmente esterna alle faccende sempre più gravi di un mondo nella morsa della paura, la piccola navicella dell’’esercito atterrò nel nuovo aeroporto da dove decine di altre navi in arrivo portavano turisti e persone alla ricerca di una nuova vita.



Eric, che era stato il più sbrigativo era arrivato da qualche minuto in centro e si godeva lo spettacolo di Native che passeggiavano nelle moderne e affollate strade della città e benché di diversa specie il ragazzo, muscoloso e dal bel aspetto suscitava sguardi alquanto divoratori dalle passanti mentre lui, seduto ad un tavolo nella veranda di un bar a bere qualcosa, ricambiava con un modesto e ammagliatore sorriso d’avorio. <<forse non mi sono abbastanza distaccato dall’abbigliamento solito?>>, si chiese tra se guardando la leggera camicia rossa e i lunghi e attillati pantaloni oscuri da cui pendevano due catenelle dorate a cui erano attaccati due piccoli fibbie con lo stemma dell’esercito, erano quasi delle bretelle alquanto scomode. Il ragazzo prese un sorso della bevanda alzando lo sguardo verso gli alti grattacieli adornati da enormi schermi su cui ogni sorta di annuncio, trasmissione ed altro riempiva la già colorita atmosfera di altre sfumature. <<è proprio diverso dal villaggio dove sono cresciuto.>>

<<lo credo bene, ci siamo dati da fare perché questo sia il fiore all’occhiello in terra straniera>>, esordì quella che per il ragazzo fu la più bella donna, Nativa o no, che avesse mai visto; Eric ne rimase abbagliato poi subito rendendosi conto della cosa distolse lo sguardo da lei. <<posso sedermi se non ti dispiace, gli altri tavoli sono occupati.>>

<<certo fai pure>>, rispose con gran rapidità e in modo impacciato cercando di non fissare troppo il suo corpo poiché il suo vestire era alquanto provocante e succinto per il pudore di qualunque Persona, ovviamente non per i Nativi.

<<non mi sono ancora presentata, io sono Gloria Zakku, sono un apprendista fabbro.>>

<<Erick Hatcher, soldato. Fabbro, eh? Come mai una bella donna come te fa…>>

<<è il mestiere di famiglia, mio padre è abbastanza famoso nel campo e fin da piccola mi ha avvicinato alla sua professione e ora sono qui, girovaga in cerca di nuove sfide e nuove conoscenze per raggiungere l’apice e… anche per ripagare una persona a cui devo molto.>>

<<sembra una brava persona da come ne parli, sono sicuro che ce la farai.>>

<<e tu soldato che ci fai da queste parti, non c’è qualche guerra per voi Persone da combattere o cose del genere?>>

<<in effetti… però al momento diciamo che siamo in congedo, dovevamo incontrarci con un nuovo compagno ma l’appuntamento è stato spostato altrove e cerco di godermi il poco tempo che mi rimane.>> uno strano rumore elettronico catturò l’attenzione dei due per poi rivelarsi il comunicatore della donna, che sembrò aver finito il tempo libero.

<<mi spiace bel soldato ma io devo partire, si torna a casa. È stato un piacere conoscerti e chissà, magari ci rincontreremo.>>

<<lo spero davvero Gloria, buon viaggio.>>

<<anche a te ragazzo>>, disse dandogli un bacio d’addio alla guancia che trafisse il cuore del duro ragazzo ancor di più, rimase lì a guardarla andar via tra la folla scomparendo come nella lasciando solo il dolce profumo e quel tocco caldo delle sue labbra a rimanere impressi nel soldato.

<<Erick, certo che potevi aspettarci>>, si lamentò Lara arrivata proprio in quel istante insieme a Aura e Kurenai, alle sue spalle. <<ma mi ascolti!?>>, disse più alterata ma lui era ancora ad ascoltare la voce, perdersi nei suoi occhi, esplorare la pelle di quella donna così misteriosa e affascinante. <<Erick!>>

<<si, dimmi>>, rispose ritrovando di nuovo la lucidità trovandosi però l’amica infastidita. <<perdonami ma ero assorto nei miei pensieri, andiamo?>>

<<si, muoviamo. Domani dobbiamo già ripartire>>, rispose Lara prendendo per un braccio il ragazzo portandoselo accanto notando il suo strano comportamento, lui alzò lo sguardo sulla città ancora una volta felice di quel fortuito incontro posandolo poi su uno dei enormi schermi.

<<dovremmo andarci un giorno>>, disse ad alta voce indicando lo schermo catturando l’attenzione della sua compagnia femminile.

<<Si, certo. Quando tutto questo sarà finito ci facciamo una bella vacanza ma ora basta perdere tempo e seguici, abbiamo tante cose da comprare>>, esortarono le sorelle trascinandolo per le braccia verso uno dei grandi negozi, Aura rimase qualche istante ad osservare il tavellone prima di essere richiamata dalle due sorelle.

<<Arcadia, chissà che posto è?>> in quelle poche immagini quasi come un paradiso era quell’arcipelago di isole rigogliose in una perfetta sinfonia tra Natura e tecnologia, vecchio e nuovo, esotico e usuale, una nazione nata dal nulla.


Solo quando sentì che finalmente il mezzo si era fermato dopo tutte quelle ore si levò le grandi cuffie riemergendo anche dalla lunga e intensa scrittura di manufatti, materiali e oggetti che aveva trovato o che avrebbe creato una volta nella sua officina.

<<signorina Gloria, siamo arrivate. Come da disposizione le merci verranno subito scaricate e portate nell’officina e mi è giunta una comunicazione da palazzo: le hanno chiesto udienza appena fosse arrivata.>>

<<grazie, mi recherò appena arrivata a casa>>, rispose nascondendo per quanto possibile il fatto che non voleva andarci.

Scesa dal jet però i suoi piani cambiarono perché una lussuosa automobile aspettava solo lei, l’autista gli aprì la porta invitandola a salire a bordo, lei controvoglia dovette andare dentro rimmergendosi di nuovo nei suoi appunti.


Strade verdeggianti tra la natura della zona residenziale dove Nativi di ogni specie popolavano il luogo scorrevano dai finestrini mentre lei ignorava tutto domandandosi quale fosse il motivo della sua convoca senza però trovare alcuna risposta. Solo quando giunse nel bianco solare palazzo dalle immense dimensioni nella divina sala del trono trovò una risposta.


Disposti lateralmente al trono c’erano le figure di più spicco di tutta Arcadia nonché il volto dell’alleanza dei Nativi liberi, lei prese posto insieme alle altre aspettando che dalla porta dorata entrassero i reali e non tardarono nel farlo.

La famiglia reale entrò nella sala subito dopo di lei accogliendo gli inchini dei presenti prima di presenziare al trono dove colei che da tutti era considerata la vera regina, malgrado non fosse d’accordo, prese posto affiancata dalle due amiche nonché principesse e guardie reali: Susi e Lori.

<<mia regina Akura, è un onore presenziare finalmente davanti a voi e alla vostra gente. Per noi Nativi liberi il vostro regno è la nostra fonte di ispirazione nel portar avanti il progetti di liberare tutti i Nativi. Essere qui è già un enorme successo>>, disse lesta la Kitsune saggia quanto numerose le sue code.

<<non c’è bisogno di essere così formali, qui siete a casa non in qualche stato militare del continente>>, disse Lori prendendo la parola. <<sappiamo che alcuni di voi possono giudicarmi per non esserci mossi prima nell’aiutare i Nativi e anche se le scuse servono a poco, la ragione purtroppo è la battaglia di tre anni fa che ci ha segnato profondamente tanto da non voler più aver contatti con ogni terra sotto i loro stendardi e neppure con le famiglie Native a loro schieratisi.>>

<<Ma ci siamo sbagliati a giudicarvi tutti per qualcosa che è colpa di pochi e vogliamo farci perdonare, vorremmo ammettere ufficialmente voi nel nostro regno come ambasciatori e diretti interlocutori del nostro regno, avrete tutto il supporto di cui avrete bisogno e tutto il regno a vostra disposizione… questo se accetterete.>> le parole di Susi, il cui spirito e ardore erano più visibili diedero il risultato sperato, convincendoli anche ancor prima che finisse avrebbero accettato.

<<ne saremmo lieti mie signore e con il vostro permesso…>>, la donna andò incontro alle principesse che fecero lo stesso accogliendola con un abbraccio da famigliare. <<sono così felice di essere qui, finalmente… sono così felice.>>

<<da oggi inizia una nuova era per il nostro mondo, è ora di ritornare a vivere nelle nostre terre come i nostri genitori avrebbero voluto continuassimo a fare>>, disse finalmente la regina alzandosi dal trono accogliendo a baci i nuovi alleati, più che ben felici di riceverli.

<<Gloria, tu che sei stata più di tutti nel continente ci potresti dire com’è la situazione in generale, e in particolare sui Nativi?>> la donna si fece avanti e come era solita non fece nessun inchino o simili rivolgendosi alla regina con superficialità e controvoglia.

<<non è che mi sia fermata in ogni posto o avvia chiesto a tutto il mondo ma da quel che ho capito i Nativi stanno velocemente riprendendo forza nelle regioni, assumendo ruoli fondamentali per la popolazione di Persone e addirittura come supporto agli eserciti per tenere diciamo “la situazione tranquilla”, ce la stiamo cavando più che bene.>>

Tutti fecero ovazioni e commenti positivi al sentire quelle parole che però non erano finite: <<d’altro canto è tutto critico: le Furie stanno per attaccare e sono tutti all’erta soprattutto per il cacciatore, ora è stato portato a ricercato mondiale e diffamato come terrorista affiliato alle Furie stesse, nessun Nativo gli si è più avvicinato da…>>

<<è inutile sperare che faccia ritorno, lo ha detto lui stesso. Ci ha usato per i suoi scopi, così come ha fatto con la federazione dei Nativi, non si è fatto sentire per anni, non si è degnato di informarsi e non c’era nemmeno quando più ne abbiamo avuto bisogno tre anni fa, smettetela di sperare, soprattutto voi principesse e mia regina!>>, sentenziò la dura consigliera regale che si trovò a risposta sguardi adirati e pieni di collera che non la scossero.

<<voi pensatela come volete ma io conosco quel ragazzo e anche voi dovreste>>, disse Gloria puntando il dito sulle regali. <<avete navigato, mangiato, dormito e vissuto con lui. Nelle vene di vostra figlia scorre il suo sangue, non è questa la prova più lampante? Sono sicura che un motivo c’è se lui…>>

<<e quale? Non sai quanto vorrei saperlo, quanto vorrei averlo qui al mio fianco, con tutte noi lo vorremmo, ma i dubbi sono sempre più tangibili, lui davvero ci tiene a noi?>>

<<allora dissipate questi dubbi mia regina>>, esordì il comandante supremo della flotta Isabella che irruppe nella stanza insieme ad un manipolo del suo equipaggio sventolando una lettera in mano. <<se è risposte che volete ve le do io. A vostra insaputa ho continuato a scrivere lettere indirizzate a tutti i luoghi possibili utilizzando i Nativi di ricerca più affini e dopo anni finalmente ebbi una risposta, lui era nella terra dei nostri genitori, per anni ci ha vagato imprigionato, lui sapeva che dopo anni era inevitabile che ciò che ci legava a lui avrebbe solo aggravato alla nostra invisibilità al mondo, nella sua ricerca di vendetta quel caos che seminava ci aiutava nel nostro scopo e la federazione dei Nativi, la sua nascita non è che l’ultimo lascito, un’espiazione per l’abbandono.>> la pirata consegnò la lettera che aveva sventolato nell’entrata invitando le regnanti a leggerla. <<…non ci ha dimenticate.>>

<< “Forse non leggerai questa lettera ma se lo fai sappi che non vi ho dimenticate, a dire il vero mi mancano i giorni in cui navigavo con la mia piccola ciurma, in cui vi incontrai; mi manca Akura scorbutica, Susi e Lori così solari e la piccola Lili. Sono ancora determinato nella mia vendetta, il motivo per cui vi ho incontrate tra l’altro e non me ne pento, probabilmente avete passato chissà quante difficoltà e mi dispiace non esserci stato. Ma ora ho sentito che siete forti, un vero regno e ne sono felice, cercherò di vegliare quanto posso sul vostro scopo di aiutare i Nativi, combinando qualche guaio qua e là così allenteranno la presa su di voi. Isabella, ti ringrazio per ciò che fai per loro e ti chiedo di guidarli ancora un po’ come farebbe un bravo capitano, forse alla fine di tutto ci rincontreremo in mare o chissà, vi faccio una visitina io, chi può saperlo. Ora devo andare, sono costantemente braccato e non posso fermarmi allungo, alla prossima lettera. Ray.>>


<<possiamo tenerla>>, chiese a voce fiocca la regina mascherando quanto più possibile l’emozione mentre le altre due erano già in lacrime.

<<certo mia regina, se volete scusarci…>> Isabella prese Gloria e con la sua compagnia uscì dalla stanza seguita poi da tutti coloro che ne erano all’interno.


Solo quando furono fuori dal castello ben lontani dagli sguardi nella enorme officina dell’artigiana poterono parlare a quattr’occhi.

<<lo hai trovato?>>

<<si, gestisce un bar con i figli in una città. Ho provato a dirgli di tornare ma qualcosa lo trattiene o meglio qualcuno, forse sa qualcosa ma non ce lo dirà e non lo farà nemmeno a sua moglie, quando vorrà tornerà. È un modo per cercare di espiare il fatto di non aver “visto” la tragedia che si sarebbe abbattuta su di noi.>>

<<sarà così, qui come stanno le cose. È da un po’ che non faccio ritorno.>>

<<anch’io ho viaggiato parecchio ma qui tutto bene, come hai visto se la cavano bene come regnanti e sono molto apprezzate come ogni cosa del nostro regno. E per tua curiosità anche lei se la cava più che bene, il suo sangue sta crescendo e tra poco potremmo vedere la sua vera forma.>>

<<per quanto riguarda le richieste di sposare la regina, quanti ne sono arrivati?>>

<<forse trenta o giù di lì solo negli ultimi quattro mesi, baroni, conti e altri tutti per la più bella e glaciale delle regine, ma lei sai cosa pensa della cosa.>>

<<hai ragione ma sarebbe meglio che si trovasse qualcuno, forse dovremmo andare nei clan a cercarle un marito, un vero Nativo.>>

<<ci ho pensato ma adesso ho altro da fare, la piccola mi ha chiesto di preparargli l’equipaggiamento.>>

<<certo che sta prendendo una brutta piega, e dire che è cosi pura e carina a scuola e anche quando usciamo in giro.>>

<<che ci vuoi fare, da quando ha visto quei filmati sul cacciatore non ha avuto che occhi per lui, è il suo eroe anche se tutto il mondo lo considera un mostro come noi.>>

<<lo sai che abbiamo dovuto tacere sulla cosa, nessuno deve sapere che lui ha fondato questo posto all’infuori del regno, e se lei scoprisse che quello è suo padre…>>

<<già, andrebbe subito da lui. Ribelle com’è lo farebbe di sicuro.>>

<<andiamo a berci qualcosa prima che parta?>>

<<se offri tu va bene?>>

<<ci sto, andiamo!>>


Il rumore non bastò a svegliarlo ma la botta che ne seguì lo fu, Eric si svegliò di soprassalto rendendosi conto di star quasi cadendo dallo scheletrico e pesante mezzo a sei ruote che, guidata da Lara, li stava portando attraverso foreste, lande rocciose e pianure verso il luogo dove si sarebbero incontrati con il loro ultimo compagno di squadra.

<<quanto… ho dormito? Mi sembra un’eternità…>>

<<più o meno>>, rispose Kurenai con aria irritata nascosta dagli occhiali da sole. <<hai russato da morire da quando siamo partite, quasi quattro ore fa.>>

<<scusatemi ma ero davvero stanco, mi farò perdonare. Ve lo prometto.>>

<<quanto manca ad arrivare, ne ho abbastanza di essere sballottolata da tutte le parti, voglio stendermi>>, si lamentò Aura cercando di sgranchirsi il più possibile alzandosi in piedi appoggiandosi alle barre del tetto del fuoristrada.

<<ci siamo quasi, superiamo la curva e dopo questa parete dovremmo essere nel punto giusto, giusto in tempo >>, rispose Kurenai finalmente mettendo via quella odiosa mappa così astrusa e poco chiara alzando lo sguardo su uno spettacolo ben più soddisfacente per tutti i gusti.

<<è questo il posto? A me sembra…>>

<<Sì, Aura. Anche a me sembra una spiaggia>>, puntualizzò Lara levandosi gli occhiali per vedere meglio i corpi semi nudi e allenati dei ragazzi e uomini che se la spassavano insieme ad un numero ben più maggiore di bellezze femminili avvolte da sottili e accattivanti costumi per tutti i gusti.

<<già mi piace questo tipo, se li sa scegliere i posti per i ritrovi>>; disse Eric scendendo per primo dal furgone levandosi la calda e sudata tuta lasciando al tocco del venti lo sviluppato e muscoloso corpo che catturò ben più di qualche sguardo.

<<che tipo…>>, si lamentò Lara vedendo con quanto entusiasmo si precipitava alla spiaggia facendo da subito qualche conoscenza. <<andiamo, spero che questo tipo non sia uno fissato con le donne.>>

<<dite quello che volete ma io sto morendo di caldo>>, riferì Aura iniziando a levarsi i vestiti davanti a tutti, e su quella collinetta che dava alla spiaggia sicuramente sarebbe stata vista da tutti, le sorelle intervennero portandola dall’altra parte del furgone a cambiarsi con loro.

Eric non sapeva dove guardare da quante “bellezze” occupavano il piccolo lembo di sabbia, e nemmeno una rifiutò il sorriso di saluto del belloccio di campagna. Uno dei tipi lì vicino gli diede il benvenuto informandolo del fatto che la spiaggia era un noto ritrovo per i soldati dei quattro regni poco prima di qualche evento in cui avrebbero partecipato tutti, un modo per scaricare la tensione prima della missione; al ragazzo vennero presentate alcune donne di alto rango che fecero colpo sul giovane soldato alquanto impacciato di fronte a loro, ma non abbastanza da non ricambiare l’accoglienza.


<<non perdi tempo>>, esordì Lara prendendo l’attenzione del gruppetto, non solo per essere un viso nuovo ma anche per il bianco costume che di pezzo unico aveva ben poco visto quanta pelle lascia intravedere, ben maggiore di quello abbinato della sorella minore.

<<voi dovete essere le sorelle Satari, siete bellissime>>, si complimentò l’uomo che aveva approcciato Eric presentandosi come comandante di una delle flotte del Dauda Ofan, dietro di loro invece apparve una Dea Nativa che catturò gli occhi di uomini e donne ammagliandoli al solo vederla.

Aura nel suo rosso costume a due pezzi coperto dal bacino in giù da un leggero pareo dava ancora una volta prova della sua bellezza in quella sua forma che tanto gli stava diventando abituale, persino Eric abituato alla sua compagnia ne rimase ancora una volta impressionato.

<<se Soul fosse qui sicuramente si sarebbe innamorato ancor di più di lei.>>


<<perché fargli perdere lo spettacolo?>>, disse una voce alle sue spalle seguito dal flash di un dispositivo di comunicazione olografico da polso. I quattro ragazzi rivolsero gli sguardi alla ragazza incappucciata che aveva scattato la foto, Eric la squadrò dai piedi alla testa: quel corpo cosi bilanciato, le gambe snelle, il costume appena accennato di quel nero sotto una felpa bianca bagnata, capelli d’oro che sbucavano dal cappuccio, il prosperoso petto stretto nel costume che faceva capolino tra la v della zip e quegli occhi vividi e ammaglianti. La ragazza con gran confidenza prese la foto olografica scattata ad Aura e la mandò al contatto nominato rosso. <<adesso anche lui sa quello che si sta perdendo, voi chi siete?>>


Poiché Eric aveva perso l’uso della parola fu Lara a rispondere al suo posto presentando la squadra nei suoi componenti, che erano già famosi nelle varie regioni per gli ovvi motivi che li hanno portati anche, con gran facilità, all’isola d’addestramento come cadetti.

<<quindi siete voi i pupilli di Soul, quindi siete la mia squadra…>> dal cielo scese un enorme uccello nero che si affiancò alla ragazza, poi accarezzandogli la faccia con il becco.

<<io sono l’ex affiliata delle Furie ora soldato e discepola di Veronica Galliani, sono Mia Valerie la vostra nuova e ultima compagna, è un piacere conoscervi… soprattutto te, Aura. Sei tu quella che ha abbandonato Ray, no?>> la sorpresa dei ragazzi passò in secondo piano rispetto all’occhiataccia che le due si diedero, Aura si era scontrata con lei il giorno in cui decise di non seguire la mia strada e l’aveva vista andar via con me, sicuramente un bel benvenuto non era la prima cosa a cui pensò.


XIII

RIUNIONE

FAMIGLIARE







<<tu maledetta serpe, certo che ne hai fatta di strada da quando te le ho date quella volta>>, disse con arroganza e soddisfazione la Nativa.

<<Già, e gran parte di essa con l’uomo che hai abbandonato, quante volte? Non me lo ricordo ma sono sicura che siano abbastanza per capire che razza di “amica” tu sia>>, rispose a tono sicura di se.

<<come osi sgualdrina!>> prima che le due se le dessero, intervenne Eric a infrapporsi cercando, con successo, di calmare i bollenti animi.

<<andate già d’accordo, è un bene. Vi lasciamo socializzare.>> detto ciò il gruppetto di alte personalità si congedò dai loro uomini e donne a godersi il resto della giornata.


Eric l’unico intenzionato seriamente a far funzionare le cose prese da una parte le ragazze per parlarle, soprattutto con Aura.

<<va bene, non scorre buon sangue fra voi ma se è stata accettata e scelta come noi, da niente di meno che da Veronica Galliani in persona di certo è una brava persona e anche capace, no?>>

<<lo dici solo perché è carina, lo abbiamo visto come te la sei mangiata con gli occhi>>, commentò Lara.

<<Sì, l’ho fatto ma anche voi lo siete e questo non è il motivo. Soul ha deciso che lei doveva far parte della squadra e lei lo farà, io l’accetterò come mia compagna e se voi volete fare le bambine, soprattutto te Aura, sono fatti vostri; ma sappiate che ciò che ha detto è vero Aura: lo hai abbandonato ben più volte di quanto chiunque potrebbe sopportare da una persona cara e anche noi, non abbiamo il diritto di giudicare, lo abbiamo usato e una volta ottenuto ciò che volevamo lo abbiamo rinnegato come un mostro. Fate quel che vi sentite, io vado da lei.>> con parole dure e veritiere lasciò le compagne andando a sedersi accanto alla ragazza che stava sotto l’ombrellone a rilassarsi.


<<posso sedermi?>>, domandò con un sorriso sincero e impossibile da rifiutare, lei indicò che era libero lasciandolo sederglisi accanto.

<<certo che non gli vado a genio ma è capibile, dopotutto ho aiutato a radere al suolo una città e ancor prima ho fatto un sacco di altre brutte cose.>>

<<lascia stare, se sei qui vuol dire che in qualche modo potrai cercare di espiare ciò che hai fatto e per me è un piacere avere un nuovo compagno.>>

<<non oso immaginare quanto, circondato da solo donne dalla mattina alla sera. Molti sarebbero gelosi della tua situazione mio bel Eric.>>

Eric rispose con un sorriso imbarazzato borbottando del fatto che ci è capitato. <<ma potrebbero sorgere delle voci. E… che ne dici di precederli>>, disse avvicinandoglisi addosso quasi a sederglisi sopra mentre lui retrocedeva timidamente e impacciato dall’atteggiamento aggressivo della ragazza. <<sto scherzando>>, rise la ragazza divertita dalla sua reazione così timida. <<mi dispiace ma volevo vedere come reagivi, l’ho fatto con Ray ma ogni volta…>>

<<ti si s ritorceva la cosa contro, vero? L’ho visto in azione e ci sa fare a rigirare le situazioni spinose.>>

<<hai ragione, è quasi come se avesse vissuto tutto il mondo e sapesse cavarsela da ogni cosa… oh, ci sono le nostre colleghe, chissà che vorranno?>>

<<vorremmo parlarti, tutte e tre, in privato. Ti aspettiamo al furgone>>, si limitò a dire Lara ritornando da Aura e dalla sorella.

<<sembrava seria, augurami buona fortuna collega.>> la ragazza si alzò e con entusiasmo andò dietro a Lara fino al furgone dove c’erano le altre due alquanto serie.


<<cosa sono quelle facce lunghe, non siete felici di avere un’altra ragazza nel team, ci divertiremo un sacco: faremo shopping, mangeremo torte, faremo feste e sceglieremo i vestiti l’una delle altre per le feste, sarà uno spasso!>>

<<non fare l’amicona, sappiamo che ci odi perciò leva la maschera>>, disse dura e innaturalmente seria la piccola Kurenai.

<<io non vi odio>>, disse più seria e sincera. <<vi detesto perché avete tradito colui che vi ha salvato, aiutato e guidato, pugnalato alle spalle appena le cose si sono fatte più serie, non avete esitato quando venne trattato come un criminale e lo avete lasciato a se. Forse non l’avete notato ma nei suoi occhi ho visto una luce spegnersi nel vedervi, soprattutto te>>, disse indicando Aura con sguardo penetrante. <<e non capisco ancora per quale motivo ti voglia ancora bene dopotutto ciò, ma se a lui sta bene seppelliamo l’ascia di guerra e ricominciamo da capo, che ne dite?>>

<<nulla da ridire, io accetto>>, rispose Aura stringendogli la mano, seguita poi dalle altre due.

<<andiamo a farci due tuffi!>>, disse caricandosi a tradimento sulla spalla la Nativa che si dimenò sorpresa e imbarazzata urlandogli di lasciarla giù, inutilmente.

<<voglio farlo anch’io, sembra divertente!>>, urlò il loro compagno prima di rincorrere le sue sorelle catturandole e riservando loro lo stesso trattamento della compagna Nativa.



Il sole calava lungo l’orizzonte alla loro destra mentre percorrevano gli ultimi chilometri che li separavano dalla loro destinazione finale, guidava ancora Lara e stava per dare il cambio a Kurenai mentre dietro sdraiata su tutti i sedili ci stava Aura nella sua forma Nativa bella addormentata; sopra le loro teste leggero come una foglia Roy portava la sua amica e il nuovo compagno Eric facendogli vedere com’era il mondo dall’alto delle sue ali.

<<allora, saltiamo la parte in cui dici che è una vista stupenda e mi dici che cosa troveremo una volta arrivati alle caverne del mondo?>>

<<vai dritta al sodo tu. Soul ci ha mandato un rapporto poco prima che ci incontrassimo, a quanto pare è lì che troveremo il capo delle Furie, quello dell’annuncio. Secondo quello che hanno scoperto domani le porte della caverna verranno aperte per lo scontro tra le due fazioni di Furie ed è quello il momento in cui interverremo, gli altri eserciti ci assisteranno ma saremo noi in prima linea, più gloria per noi disse.>>

<<vogliono essere gli eroi della storia, l’esercito che eliminò la grande minaccia delle Furie, sempre egoisti. Spero solo che vi siate allenati come si deve.>>

<<questo lo dovrei chiedere io, noi siamo forti e ci siamo fatti un nome in giro.>>

<<beh, potete farvi un nome ma se non c’è fondamento per me è solo fumo agli occhi, vedremo quanto siete forti.>>

<<così mi ferisci, perché non mi mostri qualcosa?>>, disse lui si alzandosi in piedi <<sono serio, anche una piccola cosa va bene.>>

<<già facci vedere perché te la tiri tanto ragazzina>>, si fece sentir Aura mentre tutti gli sguardi erano su di lei.

<<va bene ma sarà una cosa veloce, state attenti.>>

La ragazza prese una profonda boccata d’aria gonfiando il petto, poi mettendosi una mano davanti alla bocca rilasciò tutta l’aria facendone fuoriuscire una sorta di nebbia dorata che coprì una vasta aria sopra di loro facendola risplendere come fossero migliaia di stelle in un aurora di preziosi.

<<bellissima… ma non mi sembra molto utile>>, commentò Kurenai con la sua dolce e veritiera innocenza.

L’enorme nebbia d’oro percossa da un insolito vento convergete attorno alla ragazza ricoprendola d’oro prima che lei alzasse una mano al cielo puntandoci un dito in alto, in un frangente di secondo una scarica dalle dimensioni di una montagna partì dalla punta del suo dito diramandosi nel cielo illuminandolo a giorno, per un secondo, accecando tutti mentre il boato fragoroso piegò la vegetazione come l’onda d’urto di una bomba facendo piombare l’intera foresta nel silenzio, prima che tutto svanisse nel giro di qualche altro secondo.


<<va bene, penso che sia abbastanza. Sei davvero capace, forse la più capace tra di noi, ci affidiamo alla tua forza compagna.>>

Mia rispose con un sorriso di soddisfazione iniziando a scendere di quota avvistato il campo in orizzonte.



<<Veronica, ci sei anche tu. Che bella sorpresa!>> la donna venne travolta dall’abbraccio della bionda pupilla che si ricompose subito notando gli sguardi degli altri rigidi soldati.

<<certo che per essere allieva e maestra siete alquanto “intime” voi due, e io che pensavo di essere il tuo preferito cugina>>, commentò Soul giungendo dalla tenda madre.

<<non lo sei da molto tempo, e poi siamo in eserciti diversi, smettila con questa confidenza soldato>>, rispose fredda e distaccata ancora stretta nell’abbraccio dell’allieva. <<Mia ora lasciami, tra poche ore dobbiamo iniziare l’attacco.>>

<<scusami ma sei così bella che è difficile rinunciare al contatto fisico>>, disse facendogli l’occhiolino mettendo in evidente imbarazzo la donna.

<< Eric, Lara, Kurenai, Aura! Ce l’avete fatta anche voi, ne sono felice. Ora ci siamo tutti, andiamo che il tempo scarseggia.>>

Riunitisi con il resto dei soldati arrivati per quell’imponente operazione il personaggio a capo dell’operazione, Veronica, dopo aver spiegato in particolare il ruolo di supporto degli altri eserciti passò a spiegare le squadre direttamente coinvolte nella caccia.

<<… per quanto riguarda coloro che entreranno: Soul Cremisi e la sua squadra entreranno come veri esecutori della caccia supportati dai nuovi acquisti del loro esercito, gli abbiamo scelti non solo per le abilità ma per il rapporto con uno dei ricercati, il Cacciatore, le loro conoscenze del soggetto potrebbero rivelarsi di vitale importanza per catturarlo o ucciderlo. La tattica è basilare: aperta la porta circonderemo l’intero complesso esterno delle grotte mentre le due squadre all’interno distruggeranno ogni cosa e chiunque sul loro cammino intrappolando le Furie ed eliminandole, nel caso non ci riuscissero o scappassero raderemo al suolo la montagna con tutto l’arsenale militare e Vox riuniti qui, questa storia finirà oggi. Potete andare e… riposatevi, abbiamo qualche ora prima dell’alba.


Non fecero in tempo a chiudere gli occhi che già l’alba sorgeva, tutti erano nelle loro postazioni pronti dall’apertura delle porte dell’inferno. E la cosa non tardò, un suono sordo e monumentale precedette l’esplosione di polvere e detriti dissipandosi mostrando le fauci del mostro di pietra che era la montagna.


<<andiamo, è ora di ridare a questo mondo la pace che merita.>> Soul sfoderò le due pistole rimodellate e potenziate facendo da caposquadra ai suoi uomini, Mia lo seguì facendo da leader alla sua squadra entrando per seconda nella grotta, il resto dei soldati iniziò a muoversi alla ricerca di altre entrare da bloccare o distruggere.

<<muoversi signori, non è un’esercitazione. Questa è storia!>>, esortò Veronica mentre sotto i suoi piedi una piattaforma di luce la sollevò in alto da dove poté dirigere le operazioni più efficacemente, mentre piccoli droni monitoravano tutta l’operazione trasmettendo ai vertici massimi degli eserciti e nel resto del mondo.


Con passo spedito si muovevano tra i cunicoli senza trovare la minima sorta di resistenza, solo umide gallerie illuminate da vegetazione fluorescente.

<<siamo sicuri che questa sia la strada giusta? Non è che siamo girando in tondo?>>, chiese Eric sentendo la stanchezza farsi sentire.

<<sono sicura che sia questa la strada, sento la loro presenza. E poi se mi sbagliassi Johan, Gabriel e Jacob hanno seguito l’latra strada, ci avviseranno se trovano il loro covo.>>

Pochi istanti dopo furono brutalmente fermati dalla frenata secca di Soul che si trovò addosso i tre ragazzi, dopo le dovute scuse poterono ammirare il motivo della frenata: una voragine senza fine, vuota e liscia era scavata nel cuore dalla montagna dalle dimensioni di un villaggio, da esso un sottile lembo di roccia faceva da ponte verso un castello immenso e massiccio da cui una vibrante e lucente luce bianca illuminava l’area attraverso sottili e lunghe finestre dall’unica cilindrica torre a pagoda del edificio.

<<è quella, senza dubbio le Furie sono lì, lui è lì>>, confermò Mia mettendo già mano alle impugnature delle armi.

<<andiamo, è tempo di caccia>>, pronunciò Soul ripartendo nella corsa verso la dimora del mostro.


Giunsero in pochi attimi al ponte vedendo a qualche metro davanti a loro i compagni di squadra di Soul che li avevano preceduti, ma appena loro si voltarono ad accogliere i compagni arrivati, alle loro spalle tramutandosi dalla roccia si compose una delle Furie. Dalle mani del mostro lunghi spuntoni affilati si issarono a frangere i corpi dei tre cogliendogli in una brutale sorpresa.

Una raffica infinita di colpi, che parevano meteore rosse, travolse il mostro sfiorando i volti dei compagni distruggendo il corpo terroso dell’avversario.

<<state giù, dietro di voi!>>, urlò con forza mettendo i suoi in allerta. <<andate via, ORA!>>, urlò con più forza ma il terreno sotto i loro piedi cedette all’improvviso a inghiottirli nella voragine.

Con una propulsione dalle braccia, degna di un jet, si fiondò suoi compagni prendendoli prima che potessero cadere nell’ignoto schiantandosi contro l’enorme portone di metallo della dimora del mostro sfondandolo completamente.

Si trovarono tutti distesi a terra tra i detriti sul lucido pavimento marmoreo, Soul che si era preso il cancello in pieno aveva subito una frattura alla spalla ma non era sicuramente l’unico a essersi ferito, Johan aveva una brutta ferita alle testa, Gabriel e Jacob per coprire la collega avevano subito numerosi tagli in tutto il corpo e in più avevano perso i sensi e non si riusciva a svegliarli.


<<Soul, stai bene?>>, chiese Eric venendogli incontro aiutandolo a mettersi seduto. <<il tuo braccio… stai bene?>>

<<è solo la spalla, loro come stanno? Johan sta perdendo sangue, sta bene?>>

<<è una ferita superficiale ma se continua a perdere sangue potrebbe essere seria la cosa, così come per Gabriel e Jacob, così su due piedi è difficile fare una stima, dobbiamo portarli fuori>>, disse con serietà Aura. <<che si fa?>>

<<non c’è da pensarci su. Ragazzi sarà per un’altra volta, portate i miei fuori da qui, avvisate la squadra medica e poi cercate di tornare, noi andiamo avanti, vi prego>>, disse quasi a pregarli.

Eric prese in braccio Johan e fece cenno alle sorelle Satari di fare lo stesso con gli altri. <<torneremo subito, resistete.>>

I tre a passo spedito superarono la voragine con un enorme balzo atterrando sul ponte, poi correndo verso l’uscita della galleria delle grotte mentre le due donne rimaste col campione lo medicarono alla meglio per farlo combattere senza troppo dolore.

<<guardiamo il lato positivo, siamo già dentro e sappiano che una delle Furie ci stava aspettando o meglio…>>

<<ci sta osservando>>, disse Mia indicando l’unica porta nella stanza priva di ogni mobile, ma dove enormi statue mobili a forma di enormi Gèvaudan si stavano avvicinando, e tra di loro avanzava la Furia che quasi aveva ucciso i componenti della miglior squadra dell’esercito della Fiamma Rossa come fossero stati dei normali civili privi di esperienza militare.

Aura si trasformò scattando all’attacco mentre Mia sfoderò le due spade affiancò la collega dandogli un più che efficiente supporto.

Soul mentre si riprendeva le guardava con occhi da bambino ammagliato da quella danza combattiva che stavano svolgendo le due fiere: Aura schivava nella sua forma umana con giravolte e balzi acrobatici per poi trasformarsi in un istante, lanciando fendenti di artigli e morsi mirati distruggendo i cardini dei mostri mentre come la sua arma Mia copriva e annientava ogni ostacolo che si intraponeva con la collega senza esserne messa in ombra, i suoi fendenti erano precisi e carichi della giusta forza, equilibrati e calibrati in modo da non lasciarla scoperta. I mostri per quanto possenti e veloci non durarono che qualche minuto prima di diventare un cumulo di detriti.


La Furia riapparve di nuovo di fronte a loro: logori stracci gli coprivano dalla vita in giù mentre il petto e le braccia erano scoperte toccate da una leggera pelle di terriccio e una maschera dal macabro sorriso demoniaco.

Con la mano indicò dietro le due fiere in posizione di difesa, ciò che voleva era la Persona alle loro spalle, il campione di Raicos, la luce del mondo nonché il salvatore, Soul Cremisi.

Come a rispondere alla richiesta l’uomo si alzò dal suo giaciglio andando verso il mostro mentre sguardi preoccupati si posarono sulla sua figura. L’ardore della sua anima brillò come un sole forgiando ali di fuoco tra sprazzi e scintille incandescenti come il suo sguardo determinato, non una delle ferite gli doleva poiché la voce della sua Vox come morfina ne calmava ognuno di essi, nelle mani pistole d’argento si caricavano della sua energia impegnando ogni proiettile della sua volontà, quella sua presenza così ardente vide risorgere in tutta la sua magnificenza la sua compagna Lariel, signora dei cieli del sud, il più forte Vox del più forte soldato.

Con uno scatto che parve un’esplosione si portò dietro il mostro sparando con entrambe le armi sulla testa mascherata scatenando un raggio di fuoco che trafisse anche la roccia del cielo della grotta, arrivando anche a toccare l’aria esterna, ma non fu sufficiente: una mano gli prese il collo schiantandolo a terra togliendogli l’ossigeno e affievolendo le sue fiamme, Lariel piombò come un falco sul padrone facendo indietreggiare il mostro dopo un duro scontro che lo scaraventò contro la parete frontale della stanza.

Soul si rialzò determinato come prima ripartendo con un altro impulso arrivandogli frontalmente, schivò per un pelo la mano divenuta lancia sferrando un pugno in pieno petto al mostro lanciandolo contro il soffitto che non toccò poiché l’uccello di fuoco lo trafisse con gli artigli fiondandosi come una meteora sul terreno in un’esplosione di fuoco e detriti che travolse i presenti lanciandoli verso le pareti non senza qualche danno.

Il campione sapeva che non era finita e poiché il dolore era lontano dall’essere placato dovette dare tutto se stesso per terminare lo scontro, e non era il solo a volerlo; alle sue spalle le due fiere gli si affiancarono concedendogli il vero potere.

Scaraventando il Vox, reduce del potere terreno della Furia, il mostro si caricò di un armatura di nera e dura roccia, mani di lame dorate e alle spalle enormi Amomongo sulfurei apparvero per annientare l’avversario tanto implacabilmente quanto silenzioso era stato tale mostro.


<<che il vostro potere sia la mia forza poiché mi affido a voi>>, pronunciò l’eroe come fosse un incantesimo e come esso il suo corpo assorbì il potere delle due donne: scariche dorate e d’argento l’avvolsero come vampate di fuoco mentre ali d’angelo cremisi si scuotevano creando calde correnti infernali mentre tutto il suo corpo ardeva di volontà e pura determinazione caricata di totale potere.

Come un proiettile schioccò dalle due donne scaraventandole all’indietro nell’onda d’urto del suo scatto, parve come una lancia di energia alata che disintegrò tutto sul suo cammino, portando con se fulmini di morte nella mortale figura dell’araba fenice distruggendo la veloce corsa nel corpo del mostro traviandolo con tutta l’energia accumulata.

Una sferica palla di fuoco attorniata da cenere blu elettrica precedette l’esplosione che divoro, in una colonna di luce, metà del palazzo assordando e tramortendo tutti e tutto.


Ciò che segui la ripresa dei sensi e la debole sensazione di assordamento fu lo spettacolo della dimora distrutta e del mostro in briciole ai piedi dell’eroe rimasto in piedi nella voragine: stanco, tremante dal dolore, ricoperto di ferite e dalle vesti in stracci; un sospiro lungo e pieno di soddisfazione precedette la sua caduta a terra che però venne fermata dalle colleghe stanche anch’esse ma non abbastanza da non congratularsi per il titanico atto.

<<congratulazioni, hai sconfitto una Furia>>, disse Aura regalandogli il tanto agognato bacio della Nativa.

<<non voglio essere la guastafeste ma… abbiamo compagnia>>, riferì Mia mettendosi a difesa dei due mentre due Furie si avvicinavano, e una era quella appena sconfitta.

<<com’è possibile?>>, chiese disperata la Nativa sentendo, come gli altri, le energie e speranze svanire.

La Furia di terra sollevò di colpo la mano al cielo e in un secondo il pavimento ancora integro si sollevò al cielo come un ascensore portandoli alla cima del castello, a qualche metro dalla porta che portava alla torre centrale dove la luce vista all’entrata sembrava diventare sempre più intensa.

<<che facciamo, ora sono in due>>, chiese Mia sfoderando le spade pronta a dare battaglia;

Non sentendo alcuna risposta si voltò trovandoci lo sguardo sconfortato e svuotato dei due. <<allora dovrò pensarci io!>> le spade si traviarono di lampi dorati così come il suo corpo mentre a sua insaputa un’oscura aura d’oscurità l’avvolgeva come un mantello che si contrapponeva alla luce del suo potere, una forza mostruosa che si nutriva delle sue emozioni, del suo sangue. <<vi proteggo io>>, disse con voce vibrante quasi come quella di un mostro, con occhi brillanti e sguardo quasi euforico dinanzi al pericolo, pareva tutt’altro che una Persona che stava per trovare la morte in un’assurda battaglia contro mostri che avevano nel tempo decimato degli eserciti.


Un proiettile colpì alla testa il mostro rompendo la maschera e tutto l’essere che si dimenò in urla atroci prima di dissolversi al vento; gli sguardi dei tre rimasero immobilizzati da quella scena, subito però, rubata dall’entrata in campo di quattro nuovi attori, tre dei quali diedero assistenza a protezione dei tre eroi ormai sfiniti dallo scontro precedente.


Sfondai nella stanza dall’altra parte del castello cogliendo da dietro la Furia dal cristallino aspetto e, sfoderando l’arma, tagliai di netto l’intera figura facendogli fare la stessa fine dell’altra Furia, prima di cadere a terra rotolando per attenuare la caduta.

Mi guardai intorno non vedendo altri che noi e la porta che ci avrebbe portato alla nona Furia. <<stanno tutti bene?>>

La Furia alata controllò velocemente i tre prima di farmi un cenno di conferma, le altre due mi vennero incontro con passo decisamente tranquillo e perciò subito superate da Mia che mi si abbracciò come se non ci fossimo visti per anni.

<<fratellone, stai bene… sono così felice!>>, mi disse soffocando la voce contro i miei abiti, io ricambiai l’abbraccio con eguale amore e forza.

<<loro cosa ci fanno qui!?>>, digrignai tra i denti suscitando in lei un certo distacco poiché non seppe come rispondere.


<<Li hanno uccisi… con un solo colpo… io ci ho messo così tanto eppure…>> Aura provò ciò che anche Soul provava ma il suo senso di inutilità venne secondaria al vedermi venire verso di loro non con aria amichevole. <<adesso ci uccide, melo sento…>>, disse Soul con il poco fiato che aveva;

Aura si mise davanti a Soul come a proteggerlo ma non ce ne fu bisogno poiché era inutile, la presi tra le braccia stringendola con forza a me sentendo vivido il suo dolce profumo e il tocco leggero dei suoi capelli di neve, lei mi guardò negli occhi colmi di sentimento e per la prima volta da quando ci incontrammo entrambi sentimmo la necessità di encomiare l’incontro con qualcosa di più di un abbraccio, lei mi prese il viso avvicinandolo al suo senza trovare resistenza, eppure si fermò al tocco della mia mano sulla sua testa ad accarezzargliela, per un istante per lei fu come tornare alla cucciola che era, ai momenti insieme al tempio, alle giornate spensierate sotto il portico, a lasciarci trasportare dalla leggera brezza di pace mentre l’accarezzavo seduta tra le mie gambe accucciata sentendosi protetta e amata dall’unica persona che aveva al suo fianco.

Posai gli occhi sull’altro individuo guardandolo dall’alto in basso: <<che cosa ci fai tu e quelli dell’esercito qua? E perché hai portato loro e Aura nel luogo più pericoloso di questo maledetto mondo!? Te li avevo affidati dannazione! voi state qui, noi dobbiamo far finire tutto questo.>>

<<come hai fatto? COME DIAVOLO HAI FATTO A UCCIDERE UNA FURIA COSI FACILMENTE!?>>, urlò a squarcia gola preso dalla disperazione.

Io mi inginocchiai al suo fianco ma le parole che gli dissi le scandì lentamente e in modo chiaro cosi che tutti le sentirono.

<<quelle erano ombre, pupazzi a forma di Furie, deboli marionette con la forza che una Furia ha in una sola gamba. Se hai fatto fatica con loro… pensi davvero di poter ucciderne una vera?>> mi rialzai in piedi e con le altre Furie mi diressi verso la porta della torre raccomandandomi a Mia di badare ai suoi due colleghi lì presenti.



La luce abbagliante nel centro della stanza era al culmine, sala piena di manoscritti, strumenti e vari oggetti di vecchia data coperti da strati di polvere, insieme a strumenti e macchinari complementari all’enorme torre di luce sul punto di collasso, il tutto a occupare gran parte dell’ampia stanza. Le tre Furie che mi avevano accompagnato mi precedettero nell’avvicinarglisi e da come sogghignavano sembravano felici di essere lì.

<<come mai tanto gai, forse sapete qualcosa che io non so?>>

<<No, ma lo siamo tutti, felici intendo. Perché finalmente sei arrivato>>, disse una voce da oltre la colonna di luce, e in un’istante lo vidi, l’ultimo di loro, il più forte, la nona Furia, Lumină.

Le tre Furie gli voltarono le spalle lasciandosi affiancare da lui che, nella sua lunga veste blu notte regale, era tutt’altro che minaccioso.

<<che cosa succede, voi…>>

<<Già, hai capito subito, bravo il nostro Ray>>, disse il terzo iniziando a dissolversi in polvere di fronte ai miei occhi cosi come gli altri due, senza un motivo, col sorriso sui volti privi di maschera, facendomi ritrovare i loro tre anelli insieme agli altri tra le dita mentre cercavo di capire che stava davvero succedendo, mentre provavo a metabolizzare il tutto.

<<hanno ceduto le loro vite… a me, perché? Che cosa… sta succedendo?>>

<<capisco che tutto ti sia confuso poiché lo è la tua mente>>; disse la Furia avvicinandosi a me a mani alzate. <<ora la tua mente inizierà ciò che questo viaggio ha fatto partire. Sono così felice, non sai quanto…>>, disse avvicinandosi ancor di più prendendomi il viso tra le mani. <<vuoi…?>> Distolsi la mano dalla spada alzandole fino al suo viso a levargli la maschera.


I lunghi capelli argentati si sciolsero al vento e quei occhi dall’immane incanto mi ghiacciarono il cuore, il suo sorriso e quella espressione innocente che molte volte avevo visto erano di nuovo dinanzi a me. <<chi sei?>>, chiesi sentendo una profonda sensazione di malinconia al vedere quel viso così familiare eppure estraneo.

<<allora è peggio di ciò che pensavano, ma io sento che sta iniziando… e quando finirà… soffrirai in maniera atroce, perciò scegli: scegli la strada da percorrere… e se vuoi la verità soffrì più di chiunque altro, ricorda ciò che di più prezioso hai perso… e allora sarai libero, o qualcosa di simile.>>

<<non hai risposto alla domanda perciò…>>

<<su dimmi? se è perché ho questo corpo è semplice: era il più adatto, un miracolo nato dalla disperazione per un amore perso… o meglio: una vita salvata col sangue e la storia di un amore che ora esso ne custodisce, nient’altro che questo, per il resto chiedi pure.>>

<<uccidervi… tutta questa storia, voi… siete LI’ non è vero?>>

<<sei più sveglio di quanto ricordasse, e di quanto ancora non hai ricordato… oppure i grandi cinque ti hanno parlato. In qualunque caso noi non siamo qui, siamo ad aspettare il suo ritorno e tu lo hai portato di nuovo in questo mondo, ora deve solo venire a prenderci, deve anche lui ricordarsi del suo compito, della sua promessa>>, disse con un sorriso e una leggera risata.

<<l’altra domanda: devo… farlo?>>

La Furia si inginocchio di fronte a me, che mi ero seduto a terra ormai non sapendo più che pensare. <<devi, hai sempre dovuto farlo, e noi abbiamo sempre dovuto opporci, loro hanno deciso così e visto che sono loro il grembo di questo mondo… e per rispondere a quella domanda che non vuoi fare… ti abbiamo fatto credere ciò ma non siamo stati noi, questa strada che abbiamo fatto scegliere a te è la peggiore, noi siamo stati così bastardi ma è l’unica che conosciamo, che ci hanno insegnato fosse la più veloce. Ora ciò farai dipende da te, con me finisce la tua vendetta, dopo potrai cercare di tornare a casa oppure… ma entrambi sappiamo come andrà, lo sa questo corpo come lo so io, sappiamo che non ci deluderai perché mai l’hai fatto>>

La calda e dolce sensazione di quella mano accarezzò per l’ultima volta il mio vivo viso su quel mondo ridandomi anche se per un attimo un dolce e sperduto ricordo di quel amore ardente che ancora albergava in me.

Presi una bella boccata d’aria e mi buttai a terra pensando che tutto ciò che avevo fatto per arrivare lì, per poi cosa?

<<sono ancora in debito, di nuovo, assurdo. Lo farò… Lumi, finalmente consumerò la mia vendetta, Pam finalmente ti vendicherò trafiggendo coloro che hanno ucciso e così la mia promessa si compie...>>

<<… liberandoti da quel vincolo che per anni ti ha incatenato. È tutto iniziato con la morte di questo corpo e così finirà, com’è ironico il destino.>>

<<mi era stato detto che forse l’avrei rincontrata alla fine di questo viaggio, e io gli ho creduto sperando di incontrarla ma questo… va oltre l’essere subdoli, certo che lui…>> un lampo illuminò la mia mente rivolgendo lo sguardo alla Furia che mi sorrise, un sorriso sincero, luminoso e pieno di felicità, anche a me venne da sorridere.

<<quanto siamo stati ottusi io e lui, eh?>>

<<lo sapevamo, è anche per questa vostra parte che vi amiamo.>>




Mia, Soul e Aura arrivarono nella stanza qualche minuto dopo di me trovandomi ricoperto di sangue, ferito tra le macerie e detriti, avvolto da una pozza rossastra, il respiro affannato e la spada in mano conficcata nel corpo che Aura riconobbe in macabre condizioni, il corpo di Pandora. Tirai fuori la spada rinfoderandola con velocità e decisione mentre l’ultimo corpo si trasformò in scintillante polvere luminosa formando ben due anelli donandomi anche quelli delle due Furie cadute per mano sua in cui ombre ci eravamo imbattuti nella scalata.

<<Ray, tu…>>

<<ANDATE VIA!>>, urlai con rabbia quasi a far tremare il palazzo già travolto da scosse dovute alla colonna di luce ormai al punto critico. <<uscite ora o morirete Sta per collassare>> Mia capì al volo e insieme ad Aura presero Soul iniziando la discesa verso l’uscita.


Rimasto solo dovetti solo farla finita, una fine senza senso per una storia senza senso, una storia che non avevo mai capito e che era finita così come iniziata, senza che potessi capirci niente, senza che potessi fare davvero la differenza.

Lasciai cadere la spada a terra e, premendo l’unica leva attorno alla gabbia della colonna, ne aprì un varco da cui apparve una scaletta che portava al suo centro.

<<ormai non mi rimane molto tempo, anche se riuscissi ad uscirne vivo da tutta questa storia… ma se devo morire almeno deve essere una morte degna…>> senza pensarci due volte salì sulla scaletta entrando verso la morte bianca mentre tutto attorno si sgretolava ormai privo di significato e di padrone, l’ultima Furia era morta, il mondo era di nuovo libero, la vendetta era consumata, il vuoto nell’anima stava iniziando ad allargarsi al realizzare la nullità dello sforzo poiché questa la vendetta non mi aveva portato soddisfazione, ma non lo avrei capito se non fossi arrivato fin lì, e dopotutto lo sforzo anche quel misero risultato agli occhi estranei per i sacrifici fatti per me fu un più che degno compenso.



Eric, Lara e Kurenai videro i tre eroi uscire dal castello, ormai sul punto di collassare, e attraversare il ponte cadente; subito Corsero a dar loro supporto. Stanchi e disorientati vennero caricati sui Vox dei tre soldati e scortati a tutta velocità verso la salvezza.

Le varie gallerie stavano crollando travolte da scosse che, come spasmi, scuotevano con violenza tutta la rete di caverne facendole cedere su se stesse, tra queste gallerie i tre ragazzi a colpi di arma da fuoco e contundenti sfondarono ogni ostacolo proteggendo i loro mentori e compagni finché, avvolti da nubi di polvere nera, videro la luce e sentirono le voci dei compagni chiamarli a loro. Come eroi che squarciano la pancia del mostro uscendone vittoriosi dai suoi recessi, i sei soldati furono sputati in un’esplosione di detriti e polvere che coinvolse l’intera montagna, tutti alzarono gli sguardi verso lo spettacolo che si palesò dinanzi a loro:

Una colonna di luce bianca venne corrotta dal nero pece levandosi in cielo, che parve un faro per i mondi, un faro di nera oscurità che parve scontrarsi con una fredda e dura parete all’occhio non visibile, una parete che ne venne delineata e sfondata da tanta potenza, un barco verso un’oscurità ancor più profonda, dai toni di sangue e morte, da cui urla atroci e grida di mostri abitanti di incubi si fecero sentire, eppure nulla in confronto al possente e terrificante ruggito che ne zittì tutti insediando la vera paura nei cuori di coloro che, in tutta la regione, ne sentirono la potenza; una celeste figura si affacciò per un istante in quel varco verso il mondo dei Titani posando il suo sguardo sulle sue creature, occhi penetranti e limpidi tanto da assoggettare chiunque scrutarono migliaia di figure fermando il proprio sguardo lì dov’era tutto distrutto, fu per un istante, per poi scomparire nella candida veste paradisiaca che ne ricopriva le spoglie. Ciò che parve agli occhi di tutti fu una ferita che si rimarginava sul cielo, una ferita che si chiudeva a nascondere quell’orrore di mondo che teneva separato quel orrore da tutto, una ferita che avrebbe lasciata una cicatrice, non sul cielo limpido ma suoi cuori e le menti di coloro che avevano scorto quell’orrore e su coloro che cercavano di raggiungere tale scopo.


La montagna implose su se stessa inghiottendosi in una voragine di decine di metri nel ventre del mondo, trasformando una delle vette della regione in una levigata pianura collinare, il tutto in una frazione di minuto, non lasciando altro che una debole scia di polvere e sangue bruciato.


Aura si alzò dal suo giaciglio cadendo in ginocchio davanti a dove fino a qualche istante prima sorgeva una alta gola verso il centro, verso il castello dove capì la sua indiscutibile debolezza. La disperazione, l’impotenza, la stanchezza, la speranza, un miscuglio di emozioni attanagliava la Nativa che in tutta quella confusione voleva solo una cosa: la sua ancora, anche se per poco, anche se per l’ultima volta, voleva di nuovo sentirsi di nuovo stringere da quel calore, da quel amore.

<<Aura, che succede? abbiamo vinto, perché piangi?>>, chiese l’eroe mettendosi barcollante in piedi con l’aiuto di Eric.

Aura non rispose, totalmente assoggettata dalla disperazione che l’aveva colta capendo di aver perso più di quanto volesse ammettere. <<io… devo chiarire tutto, devo… scegliere ma vi prego… RIDATEMELO! Farò ciò che ho dovuto fare da tempo, seguirò il mio destino ma… RIDATEMI RAY!>>, urlò con tutta l’anima scuotendo perfino il vento leggero che soffiava tra gli alberi, un urlò che sembrò ciò che zittì i mostri della faglia.

Un urlo, una preghiera fatta a coloro che quel mondo l’avevano formato, governato e poi dovuto lasciare, una richiesta che sentirono più chiaro della vasta desolazione in cui erano confinati da centinaia di anni, un richiamo di aiuto a cui non risposero, come fu per molti altri prima del suo e come molti altri dopo sarebbero stati struggentemente ignorati dalla loro impotenza.

<<anche se lo volessimo non possiamo far nulla… siamo qui dopotutto>>, disse a malincuore Trimurti.

<<E se anche potessimo un anima che non è di questo mondo lo resta per sempre, neppure l’oscurità può far qualcosa, mi spiace Aura>>, sentì alle sue orecchie come un sussurrò che la fece sprofondare nello sconforto e in atroci urla di dolore che traviarono le orecchie e l’animo di chi ne ascoltò i lamenti, nessuno dei presenti conobbe urla più dolorose di quelle fino a quel momento eppure ancora di più atroci e profonde si sarebbero levate in tutto il mondo, in ogni mondo.


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