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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

In cerca di Zev

(..sopra i tetti e i vicoli di Roma)

349 visualizzazioni

7 minuti

Pubblicato il 11 gennaio 2019 in Arte

Tags: #Pittura #Artista #Roma #Scultura

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Opera di Zev - painting e bronzo.
Opera di Zev - painting e bronzo.

In cerca di Zev, (..sopra i tetti e i vicoli di Roma).


Chi non conosce ZEV non può immaginare l’esistenza di un mondo posto al limite della fantasia e tuttavia immerso nella realtà urbana della millenaria Roma. I suoi luoghi sono i tetti e le terrazze, i profili dei monumenti al tramonto che si stagliano nel cielo terso. È questa l’ora in cui lo si può vedere in groppa a uno splendido Liocorno di bronzo passeggiare sugli orifizi dei campanili, soffermarsi su questa o quella cupola, per poi spiccare un salto sulla balaustra più elevata di Piazza di Spagna; scendere leggiadramente la scalinata e inoltrarsi nelle vie del centro storico fino a Largo Argentina e oltre, nel labirinto di Trastevere.

Qui si perdono le sue tracce, il suo olezzo si sparge d’intorno, si mescola a quello dei fiori dei numerosi banchi del mercato, a quello del bucato appeso alle finestre. Nessuno ha mai scovato dove egli trovi rifugio, se in una cantina, un atrio, o forse una nicchia, non saprei dicono gli interpellati. I più pensano che il suo Liocorno trovi posto in un Museo, ma quale sia nessuno lo sa. Forse in un giardino interno a qualche edificio patrizio fra zampilli d’acqua e piante tropicali – azzarda qualcuno. Tal altro lo crede vivificato da una miniatura medievale d’origine esoterica, reso invulnerabile in virtù di una cabala di cui nessuno conosce l’esorcismo.

In verità solo ZEV ne conserva le spoglie nottetempo per poi tornare a cavalcarlo quando il giorno si tinge di rosso al crepuscolo. Non certo in giorni prestabiliti, come qualcuno potrebbe pensare, per quanto egli preferisca le notti calde d’estate e la Luna nella fase che dall’ultimo giunge al primo quarto passando per la completezza della sfera. La Luna di ZEV è fusa nell’oro, sulla tela che fa da fondale alla città, dove la favola vive il suo momento più bello dentro un cielo color ametista pronto ad accoglierla per una nuova rappresentazione della notte.

La dimensione pittorica di ZEV infatti, si spinge fuori del quadro perché non c’è cornice che possa contenerlo. La sua tela è la città vissuta dentro e fuori del teatro che la rappresenta; per la strada come al chiuso del suo studio segreto dov’egli incide i metalli e lavora a splendidi oggetti di oreficeria come bronzi dalle dimensioni colossali restituiti alla miniaturizzazione dell’idea che li ha prodotti, oggetti d’arredamento, mosaici e altre creazioni della sua fantasia.

Ma è la ‘musica’ infine, la migliore ‘chiave di lettura’ per comprendere la sua realtà d’artista, quella musica arcana il cui suono ha la capacità di risvegliare la cosidetta ‘Primavera di ZEV’, la stagione in cui con il rinverdire floreale rifiorisce la sua fantasia di fanciullo, allorché l’uomo nella sua maturità s’appronta a scrivere la favola della sua vita. È una indecifrabile melodia quella che lo conduce per le vie sotterranee che si diramano nella città fantastica trasteverina, che da Piazza Sonnino porta a Sant’Angelo e di là fino a Porta Portese.

Quella Roma nella quale avvengono i suoi più fecondi incontri, vuoi con lo scienziato e l’attore famoso, l’americano di passaggio e la sora Cecilia, Rosetta e Rugantino, i poeti Belli e Trilussa e quel ‘fine dicitore’ ch’è stato Petrolini; nonché certi popolani che un tempo avevano nome Giggi er bullo, er Nando, er Nasone, er Ciriola e i tantissimi altri dei quali i nomi si perdono e si ritrovano nel teatro di strada, quali Ghetanaccio e nei detti attribuiti alla statua di Pasquino.

È qui che ho incontrato ZEV la prima volta, casualmente, dietro un sorriso buono, seduto fuori di un’Hostaria, intento a raccontare ai passanti una storia moderna dal sapore antico “Fazzoletto”, che detto così non vuole dire niente di più che un quadrato di stoffa che serve ad asciugarsi il naso, nient’altro. Nel quale, invece, egli racconta una ‘favola bella’ chiusa in un quadrato di strade, un ‘fazzoletto’ di città appunto, dov’essa si svolge e si completa. Il nome del posto mi pare fosse: ‘Da Carlo’ all’angoletto, in quel di Piazza San Giovanni della Malva.

Dapprima la sua voce mi giunse attraverso i tavoli e ne fui subito attratto, allorché, come per incanto la sua narrazione prese a svolgersi nella realtà, illustrata sulle pareti interne che occupavano l’ambiente per intero, nella ricreata atmosfera di un sguardo. ZEV era lì, al centro di una tavola imbandita, nel mezzo di giardini da sogno e architetture fantastiche, in cui animali e piante, commensali e servitori, avevano tutti una storia propria da raccontare, personaggi reali dentro la favola che ZEV andava narrando e che narra ancora attraverso la misteriosa e straordinaria arte sua.

Non rimaneva che inseguirne i passi, i giochi, gli spettacoli e le maschere della sua magica avventura, allorché all’improvviso sparì dalla mia vista lasciandomi in attesa d’un incontro che sperai ci sarebbe stato. Gli era bastato un attimo, per involarsi leggiadro verso altre sfere ben più lontane, e proprio quando, con le bozze ancora in mano della sua ‘favola bella’, già vagavo estasiato per le strade e le piazze d’una Roma mitica e trasognata, se ne era andato, per sempre.

Così l’ho reinventato all’uopo, ne ho fatto un personaggio a sostegno d’un possibile copione, relegandolo, al pari d’uno Zanni della Commedia dell’Arte, nel grande ‘teatro del mondo’. Di quel teatro che ZEV aveva rivestito le scene, creato i costumi, rese espressive le maschere e tutte le altre cose inanimate che senza il tocco del Maestro mai avrebbero trovato autentica espressione. Quel teatro di cui solo oggi è possibile ritrovare il senso smesso delle cose che senso, invero, sembrano non avere. In cui io che scrivo arranco, stupito più che mai, in cerca di quel piacere e quella magia che di trovar non sarei capace coi soli occhi della mia fantasia.

Ed ora che la sua ‘favola bella’ figura in questo mio racconto che invita a ricercar di questa Roma la maschera più vera, ogni cosa s’aggiunge al sogno, all’illusione appresa dalla bocca della gente, dal cuore d’una umanità che, seppure irriverente, reclama una sorta d’immortalità al prezzo della vita. Nulla credo d’aver lasciato al caso: i personaggi, i fatti, i destini, le fortune, la faccia sorridente di qella Luna che ZEV ha fatto sua. C’è chi il tempo lascia correre al presente, chi spera nel domani e chi “nun se la pija pe’ gnente”, lasciando che ogni giorno passi in allegria.


Adesso che al fin della favola siam giunti, è bene che anche noi si rida, e per una volta ancora insieme un brindisi si indica alla buona amicizia che il bel tempo rimena: “Così è la vita!”.



Nota d’autore.

Dan Harris, in arte ZEV (tre lettere desunte dalla Cabala), pittore, scultore, decoratore, illustratore, studia a New York City, dove negli anni ‘40 si laurea e insegna Storia dell’Arte alla University’s College of Architecture and Fine Arts. Negli anni ‘50 le sue opere figurano già in numerosi musei delle principali città americane: Washington, Los Angeles, Berkeley, San francisco ed ovviamente New York. Nel ‘55 è a Parigi dove rimase per quattro lunghi anni. Periodo in cui si dedica alla scultura, in particolare alla pietra ed al ferro che predilige forgiare personalmente. L'opera scultorea del Maestro è esibita con successo alla Galerie Furstenberg, insieme a numerosi disegni ricavati dalle sue impressioni parigine.

Il catalogo, preziosissimo, ha un padrino illustre ed eccellente: Henry Miller. Negli anni ‘60 è a Spoleto per il Festival dei Due Mondi e poi a Roma, dove si stabilisce per un certo tempo ed inizia a lavorare il bronzo, sviluppando una sua tecnica personale. Mirabili sono i due prototipi per una grande statua di Liocorno. Negli anni successivi al 1970 è ancora a Roma ed espone alle gallerie Scorpio e L’Appunto. Il suo studio è la sua casa che s’affaccia sulle terrazze di Roma, elaborata in un chiuso giardino-teatro-libro-tela pensile e trasformata in modo da introdurre l’ospite prescelto nel fantastico mondo di Zev. Negli anni ‘80 dipinge numerosi “fresco” sulle pareti dei luoghi da lui più frequentati, all’interno di giardini e ristoranti tipici nel rione di Trastevere.

Nel 1990, scompare improvvisamente dalla scena e tutta la sua produzione artistica: sculture, ceramiche, oggettistica, pittorica risulta dispersa insieme alla sua straordinaria casa-museo che affacciava sulle terrazze di quella Roma che oggi non esiste più. Sue opere sono presenti nel Museum of Art Ein-Harod in Israele, al Museum of Modern Art a Parigi ed in numerose collezioni private.

“Fazzoletto”, è l’unica opera letteraria di Dan Harris in arte ZEV il cui manoscritto ‘inedito’ ancora in fase di traduzione egli ha lasciato all’autore del presente racconto.



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