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Una storia di MirianaKuntz

Nero fumo

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5 minuti

Pubblicato il 16 luglio 2019 in Storie d’amore

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Quando se ne andò via la casa puzzava di fumo. Probabilmente quell’odore aveva già appestato le tende quando c’era, ma non me ne ero accorta. Come se il suo addome sotto la mia faccia potesse essere una fragranza che abbatte gli altri profumi, come se fosse lo scudo tra il fuori delle mura e il dentro dei nostri corpi intrecciati a scala. Certe cose non le avevo mai notate prima della sua assenza, come il rubinetto che si lascia cadere dalla bocca ferrosa troppe gocce ogni notte, o le tende che si riempiono di vento e assomigliano a fantasmi minacciosi accanto al letto. Niente. Neppure quello. Le gocce fastidiose del bagno erano il fondo inesistente di una musica che facevamo solo insieme: mani e nocche che si toccano, e braccia che scoprono gli infiniti punti di contatto, e labbra che perdono la secchezza del sole, e umide si infrangono le une sulle altre, i miei – smettila- che non volevano mai essere un divieto o una sospensione veritiera, i suoi – dai- che accendevano i miei sensi come fiammiferi in pieno inverno. Niente di quello che c’era intorno poteva risultare importante in quei momenti, persino quei fantasmi di seta e cotone, erano solo la scusa stupida per restare nudi e abbracciati alla finestra in penombra: come se la gente ci vedesse, e capisse quanto amore eravamo insieme. Come se gli occhi degli altri potessero legittimare un sentimento forte e folle come quello che ti trascina sul pavimento e ti costringe al gioco di chi -si stanca per primo- quando poi nessuno dei due ha mai voglia di stancarsi del tutto.

Quando guardo il salotto in cucina, quello piccolo, adagiato alla parete, mi ritorna in mente quanto -sesso innamorato- abbiamo fatto lì sopra. Di quell’amore che ti fa sentire soddisfatto ma non appagato come quando mordi e fuggi nella vita di qualcuno che non conosci: la nostra era una storia fatta di ricami di pelle imparati a memoria, di righe imprecise ad inchiostro, di morali imperfette a cantilena. Lasciavamo i vestiti lì a terra, come una mappa che porta al tesoro, non curanti del pericolo, del silenzio infranto, delle parole di troppo, dei segnali che a volte andrebbero coperti e non lasciati al sole. Gli uni sugli altri, come a voler sentire tutto, ogni centimetro di pelle inesplorato, ogni sussurro all’orecchio, ogni piccolo brivido provocato da un capello caduto dalla massa. Adesso è vuoto, e non ha nemmeno più i segni. La pelle è sgualcita in alcuni punti, ma resta intatta, cucita insieme dalla noia e dal vuoto. Lo detesto. Vorrei potergli dare fuoco.

Nel mio armadio ancora tutti i suoi vestiti, quelli che non si sa mai, quelli del post caffè e del prima sonnellino. Tutti quei cappelli che alla fine non metteva mai per paura di rovinare i capelli riccioluti. Tutte cose lavate, che profumano di lavanda e talco, tranne che per una camicia, lasciata lì per sbaglio: un errore che mi permette ancora di dormire. Quando la porto al naso mi sembra ancora di essere al sicuro, di essere – a casa- nella mia casa. In un guscio protettivo che mi tiene a distanza debita dal mondo. A volte qualche lacrima finisce sul colletto, col mascara sono sempre maldestra, e mi biasimo di non essere stata attenta abbastanza. Spero sempre che lui venga a prenderla, e con la camicia dal colletto nero fumo, macchiata qua e là, ormai sgualcita e ammaccata, lui porti via anche me.

Quando mangiava nel suo disordine, il suo rumore assordante mi faceva impazzire. Adesso cosa darei per sentire quei biscotti maciullati, quella nutella messa alla rinfusa un po’ dappertutto, quel continuo mangiare, fare ammenda con il gusto, divertirsi coi colori delle cose, avere il piatto giusto sotto la carne al sangue. Ed io che lo guardavo senza farmi vedere, perché lo amavo col pudore di chi ha paura di svestirsi troppo, mostrare la porta d’uscita e vederlo andare via. Quel pudore che non mi permetteva sempre di dire dei grandi ti amo, di avere paura di tutto, di non dare il giusto spazio ai suoi interessi, alle sue domande. Quel pudore che mi metteva a sedere ogni volta che avevo voglia di correre. Ma quando lo guardavo in tutte le sue colazioni, nei pranzi, e nelle cene alle sei, sentivo un grande tonfo allo stomaco, di farfalle che si scontrano di testa, con le ali impolverate e il gas tossico nell’aria. Tutte vive però. Abituate al peggio delle mie stagioni, vaccinate contro il brutto. Le mie farfalle resistevano ad ogni urto e schiaffo, e quando lui sembrava allontanarsi troppo, esse si ammucchiavano tutte sulla bocca della mia pancia, e mi rendevano pesante, irremovibile, rabbiosa. A volte mi sembrava di non respirare, poi lui correva a baciarmi e l’aria iniziava di nuovo a fluire. Le farfalle una ad una tornavano al loro posto, lungo le pareti, la schiena, lungo la gola.

A volte di notte mi sembra di impazzire, perché immagino cose che non esistono. Come la sua mano nella mia, il suo profumo sul cuscino, la sua voce prima di dormire. Non riesco nemmeno a sognare, forse perché le cose che non vivi nelle ore di luce, non vengono a trovarti nemmeno nelle ore di buio. A volte mi chiedo se per lui sia facile addormentarsi senza di me, senza nemmeno l’idea di me in uno spazio fisico, che gli dico piano all’orecchio – mi manchi- poi mi viene in mente che alla fine alla porta non c’era un calcio automatico e che le mie sofferenze potevano essere evitate. Mi torna in mente che chi va via è perché vuole farlo, e perché sa già a cosa va in contro, in fondo.

Mi chiedo se nella sua -storia- ci sia il rubinetto che perde, la tenda fantasma, il salotto sgualcito, e il cibo insapore. Mi chiedo se sia facile dormire senza di me, o se sia sempre così doloroso farlo senza di noi. Mi chiedo che normalità è un giorno normale che non ci assomiglia.

A volte lascio entrare tutto il male, e quel tanfo di fumo sembra strapparmi di dosso la vita. Conto ogni volta fino a dieci e mi metto a dormire. Mi dico sempre che è fumo che passa, che l’aria tornerà a fluire in tutte le stanze, e che non sarò brava a dimenticare, ma a costruire nuovi scenari, dove tutto va bene, e dove lui è sopra di me per tutta la notte.

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