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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Le interviste impossibili: Clarice Orsini

Una moglie per Lorenzo

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7 minuti

Pubblicato il 09 settembre 2019 in Altro

Tags: #ClariceOrsini #MagnificoLorenzo

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Nella foto: Domenico Ghirlandaio, presunto ritratto di Clarice Orsini, National Gallery of Ireland Dublino (1494 ca).

«Oggi intervistiamo la donna che fu la moglie di uno dei più importanti uomini politici del XV secolo, Lorenzo il Magnifico, e la madre di un Papa, Leone X, ma che i libri di storia ricordano solo con poche righe»

«Clarice, come spiega questa scarsa visibilità?»

«Ho vissuto la mia vita all’insegna del “non apparire” perché questa è stata la mia volontà, che né Lorenzo, né Lucrezia, mia suocera, sono riusciti a scalfire, nonostante il loro desiderio di una “First Lady” che donasse nobiltà e visibilità alla casata dei Medici»

«Ci spieghi meglio questa dinamica, che è fuori dagli schemi e difficile da comprendere per noi uomini del presente»

«Figlia del Signore di Monterotondo, discendente di una antica e aristocratica famiglia, ho avuto, come si conveniva ad una nobile fanciulla romana, un’educazione prevalentemente religiosa. Il mio desiderio era quello di trascorrere l’intera mia vita nella pace di un convento, tra preghiera e meditazione»

«Invece vi siete sposata a soli quindici anni. Ne’ risulta, da parte vostra, nessuna opposizione alle nozze che vi sono state imposte»

«Devi calarti nel mio secolo per capire. Il matrimonio, tra giovani di famiglie nobili ed agiate, altro non era che un contratto come l’acquisto di immobili o terreni, stipulato tra i rispettivi parenti al fine di acquistare prestigio e fornire una discendenza sana e numerosa, né era previsto che i futuri sposi potessero intromettersi nelle discussioni sul progetto matrimoniale»

«Ci spieghi, dunque, quali furono le leve che portarono al compimento del vostro legame coniugale»

«Lucrezia e Cosimo, i genitori di Lorenzo, nella cerca di una sposa per il loro primogenito ed erede, desideravano una moglie che desse lustro alla casata dei Medici e consolidasse il loro potere politico nella Repubblica di Firenze. C’erano anche in gioco grossi interessi economici legati alla possibilità di ottenere per il loro Banco una corsia preferenziale con la curia romana. Per questo presero la decisione, inusuale per Firenze, di cercargli una moglie che non fosse fiorentina, ma offrisse alla loro casata un respiro più ampio, oltre i ristretti confini in riva all’Arno »

«Ma sembra proprio questa la motivazione che ha creato la leggenda che non foste molto amata dai vostri nuovi concittadini, che continuavano a definirvi “la straniera”»

«La Firenze dell’epoca era come un palcoscenico sul quale gli attori si muovevano con lo scopo di farsi ammirare, sfoggiando parentele, cultura e offrendo spettacolo.»

«Essere la moglie del Magnifico Lorenzo avrebbe perciò dovuto spronarvi ad assumere un ruolo di coprotagonista…»

«Ma non era questo il mio desiderio. Come ti ho già detto, amavo una vita dimessa e contemplativa, non mi sono mai piaciute le feste che mi distraevano dai miei ruoli principali di moglie e madre»

«A nulla, dunque, sono valsi i propositi di vostra suocera Lucrezia, che, quando si recò a Roma per conoscervi e contrattare l’unione con Lorenzo, scriveva al marito Cosimo: «…non va col capo ardita come le nostre…ma è di gran modestia e da ridulla presto ai nostri costumi…»

«Vado, infatti, assai orgogliosa di esser riuscita a mantenere la mia personalità e a restare fedele ai principi della mia educazione, nonostante le pressioni»

«Ma questo ha creato negli storici l’idea di un matrimonio poco felice, vissuto nel più completo disinteresse di Lorenzo nei vostri confronti»

«Il tempo, che si deposita sui fatti, ricorda spesso situazioni non veritiere. In realtà la nostra unione è stata molto serena, improntata all’affetto e al rispetto reciproco. Abbiamo avuto molti figli, che lui ha profondamente amato, preoccupandosi sempre della loro salute e della loro educazione. Contrariamente a molti uomini del suo tempo, non ha avuto amanti, né figli illegittimi, durante il periodo in cui siamo stati sposati»

«Tuttavia, nessuna delle sue liriche amorose è dedicata a voi. La sua musa ispiratrice fu certamente la sua concittadina Lucrezia Donati, per la quale aveva combattuto in un famoso torneo, dedicandole poi la vittoria»

«Ancora una volta devo dirti di calarti nel mio tempo per capire. Le liriche che ha scritto erano di ispirazione petrarchesca e seguivano le regole dell’amor cortese, che può essere solo adulterino ed esclude il rapporto coniugale. Sarebbe quindi stato di dubbio gusto, offensivo del ruolo di legittima consorte, che scrivesse poesie per la propria moglie»

«Si dice che ben poco è stato il tempo da Lorenzo vissuto in vostra compagnia, vivendo lui nella magnificenza della casa di via Larga a Firenze, circondato da amici che, come lui, amavano le feste, l’arte e la cultura, mentre voi soggiornavate più spesso nella villa di Cafaggiolo con i bambini»

«Dopo la Congiura dei Pazzi, in cui morì il suo amato fratello Giuliano, lui, rimasto ferito e salvatosi soltanto grazie all’aiuto di alcuni amici, giudicò pericolosa per me ed i nostri figli la permanenza in città, data l’instabilità politica che caratterizzava Firenze in quei tragici giorni. Negli anni successivi la peste, che ancora imperversava, le mie numerose gravidanze e la mia salute malferma, mi imposero una vita più sana, in campagna, lontano dai miasmi cittadini e dall’aria malsana che si respirava in città»

«Ma Lorenzo continuò a soggiornare in città…»

«Stai parlando di uno dei più importanti uomini politici del XV secolo! Di colui che è stato definito “l’ago della bilancia della politica italiana”, che è stato capace di mantenere un clima di pacificazione tra gli innumerevoli staterelli della penisola, che godeva fama di grande statista anche a livello internazionale. I suoi numerosi impegni non gli lasciavano molta libertà, né tempo libero e la sua presenza si rendeva necessaria nel cuore degli eventi e non certo nella villa in campagna!»

«E veniamo, infine, al vostro noto contrasto sull’educazione dei figli. È rimasto nella storia il rifiuto, che avete opposto, di avere come precettore il Poliziano, il quale in una lettera a Lorenzo scrive: “In quanto a Giovanni, sua madre l’occupa a leggere il Salterio. Cosa che non posso in nessuna maniera lodare”»

«E Lorenzo ha capito, ha richiamato a Firenze, presso la residenza di via Larga, il Poliziano ed io l’ho sostituito con un vero pedagogo, creando le premesse per gli studi teologici che sarebbero seguiti e la splendida carriera ecclesiastica di questo nostro figlio che sarà Cardinale a soli sedici anni e che diverrà Papa con il nome di Leone X»

«Purtroppo non avete avuto la fortuna di vederlo salire al soglio pontificio, essendo stata breve la vostra vita. In quel momento Lorenzo si trovava alle terme, per curarsi il male di famiglia, la gotta, e non partecipò al vostro funerale, alimentando ulteriormente la diceria che lo voleva disinteressato nei vostri confronti»

«La malattia, che lo condurrà entro pochi anni alla morte, anche lui ancora giovane, lo affliggeva già da tempo, procurandogli forti dolori e l’incapacità di spostarsi velocemente. Non avrebbe mai potuto tornare in tempo, perciò fece l’unica cosa che poteva: tolse il divieto di compiere cerimonie pubbliche, che era in vigore dalla Congiura de’ Pazzi, al fine di permettere un mio solenne funerale nella chiesa di famiglia, la Basilica di San Lorenzo».


Clarice Orsini, nacque a Monterotondo (Roma) il 23 novembre 1453 e morì a Firenze il 30 luglio 1488, a soli trentaquattro anni, di tubercolosi. In una lettera inviata da Lorenzo il Magnifico, al Papa Innocenzo VIII, leggiamo tutto il suo dolore per la morte della moglie e la sua difficoltà ad accettarne la perdita.

“…Ma la morte della Clarice mia carissima, e dolcissima consorte nuovamente successa me è stata, ed è di tanto danno, pregiudicio, e dolore …E questo, per essere privato di tanto dolce consuetudine, e compagnìa, certamente ha passati i termini, e mi ha fatto, e fa risentire tanto cordialmente, che non truovo luogo. Pure, come non resto pregare nostro Signor Dio, che mi dia pace, così ho ferma speranza nella sua bontà infinita, che porrà fine al dolore…E quanto io posso umilmente, di cuore supplico a V. B., che si degni di fargliene simili preci, le quali so quanto siano per farmi giovamento…”.

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