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Una storia di

Contro le popstar della cultura

Il caso Alessandro Barbero

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Pubblicato il 02 aprile 2020 in Giornalismo

Tags: #barbero #storia #masscult #sociologia #cultura

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Di fronte al vuoto e all’orrore di un Ventennio berlusconiano, agli anni della Grande recessione che hanno cambiato inesorabilmente di nuovo l'aspetto della società italiana e del tramonto dei vecchi partiti, di fronte al dilagare di una politica sempre più becera, volgare, retriva, il popolo della sinistra è scosso, ha bisogno di vedere volti amici, di sentire parole incoraggianti. Ha bisogno di riscattarsi da una minorità politica e culturale frustrante. E se i partiti, vecchi e nuovi, non hanno gli strumenti per raccogliere il grido di dolore di quella parte del paese che vuole cambiare la realtà, il compito tocca ai nuovi intellettuali pop. Fazio e Saviano (che si apprezzano), con un blitz, invadono le frequenze e recitano il nuovo vangelo dell’Italia indignata, indecisa tra la fuga all’estero, verso lidi più democratici e moderni, e la resistenza in patria. Gli attivisti progressisti scendono in piazza per la normalizzazione di una retorica pacifica e rispettosa degli individui o alternativamente prendono d'assalto i razzisti, sessisti e fascisti, che spesso lo sono o forse no, non ha importanza.


C’è un nuovo paradigma, si dice, che sostituisce l’incultura reazionaria e pubblicitaria delle destre populiste. Eppure c’è qualcosa che non quadra. Sfilano sulla passerella internautica gli eroi dell’antiberlusconismo di ieri e quelli dell'antisalvinismo oggi, gli aedi dell’intellighenzia di sinistra. È confortante rivedere Roberto Benigni, D'Alema abbracciare l'astro musicale nazionale M¥SS KETA o Vauro affrontare in studi tv filo-salviniani dei fascisti scappati di galera.


È una galleria di casi individuali, ma attraversati da uno o più fili comuni. Cornici cognitive ed emotive condivise che ne fanno facce diverse di un’unica medaglia. Medaglia, va detto, non sempre di metallo pregiato. Ad alcuni si potrebbe applicare la celebre definizione di Dwight MacDonald sulle opere midcult. Opere, per dirla con Umberto Eco, “che paiono possedere tutti i requisiti di una cultura aggiornata e che, invece, di fatto, della cultura costituiscono una parodia, una depauperazione, una falsificazione attuata a fini commerciali“.


In definitiva, l'isola felice di SuperQuark è appunto solo un'isola (e che Dio la benedica, si dovrebbe dire!), il compromesso è al ribasso.


Il consumatore viene illuso di avere a portata di mano l’arte e la cultura “alta” che cerca di incontrare il gusto medio. O, più correttamente, il gusto medio che viene lusingato da una cultura promessa come alta e che alta non è. I nuovi eroi midcult, rappresentanti del ceto medio riflessivo, borghese e di sinistra, prodotti elitari ma su larga scala, si spartiscono la torta di un mercato perfettamente segmentato per gruppi sociali e per orientamento culturale e politico. Non si discute qui il valore degli autori, peraltro molto diverso e ovviamente opinabile È in discussione la modalità con la quale sono arrivati al successo, le ragioni che hanno contribuito a farne delle popstar, il paradigma che hanno creato o al quale si sono adattati. Elementi che contribuiscono a fornire un quadro poco rassicurante dello stato della cultura italiana e in particolare proprio di quella che si vorrebbe più avanzata, progressista, alternativa al vuoto della destra e del salvinismo. Penso ad Alessandro Barbero, stimato docente universitario e ricercatore storico che nell'epoca dei social è divenuto un vero e proprio eroe del web, una popstar della cultura. Ma dalle comparsate a convegni e a SuperQuark è diventato qualcosa di più: un idolo. Un idolo indiscutibile, che se prima giustamente metteva al loro posto revisionisti del Risorgimento, nella fattispecie nostalgici "neoborbonici" (ndr analfabeti culturali di un certo peso), è diventato un guru. Oggi la cultura in Italia non è per tutti, ma non lo era nemmeno ieri. Oggi la cultura rimane dell'élite, che per fatica, merito o raccomandazione o nascita ce l'ha fatta, ma resta un'élite. Barbero fa parte di questa élite borghese, non importa se di sinistra o di destra, che allieta le masse con le sue lezioni, le sue roboanti parole in accento piemontese e il suo entusiasmo, ma è tutto finto. Non c'è nulla di nuovo: gli italiani non avranno imparato nulla di storia comunque, è solo la dimostrazione che gli italiani sono alla perenne ricerca del guru o del maestro di turno, con servilismo. Il tutto condito con una mediatizzazione diffusa e con un narcisismo estremo nutrito di presenzialismo e populismo. Vizi che corrispondono in definitiva ai difetti degli italiani, dei quali si nutre come un saprofita l’industria culturale italiana, abile a incoraggiarli e a sfruttarli. Se è la domanda che regola l’offerta, il panorama culturale non può essere che questo; si parla di un semplicemente professore di storia come tanti, che si è guadagnato un posto nei palinsesti tv ed è diventato un'icona pop, poi resa marxista o progressista a seconda della prospettiva, che dice cose ovvie per un appassionato o studioso di storia. Ma dato che la Storia gli italiani non la conoscono (lo diceva anche Montanelli), ecco che sembra un pascià della materia, un Illuminato giunto a noi da chissà quale pianeta a dirci la Verità.

Questo non vuol essere un testo contro Barbero, che apprezzo e che stimo, ma che non seguo più da quando è divenuto una "popstar della cultura", un parossismo dello storico quindi, che dovrebbe prediligere ad esortare, secondo me, la società e lo Stato a preservare e finanziare le materie umanistiche, che tanto inutili non sono, non a lustrarne gli ultimi rappresentanti di lusso prima che queste tramontino inesorabilmente. Perché non si parla degli stipendi da fame dei ricercatori storici? Delle difficoltà a vivere di umanistica che non rende? Della burocrazia universitaria, delle barriere a fare carriera negli ambienti accademici retti da baronati? Ma no, parliamo dei Longobardi, incredibili i Longobardi, ma non dovevamo studiarli alle medie? Le spiegazioni di Barbero sono fantastiche, ma sono davvero così incredibili? Chi le trova tali aprirà mai un libro sulla storia dei Longobardi? Certamente no.


Quel che rimane dell’industria culturale scimmiotta il baudesco nazionalpopolare, utilizzando le antiche corde dell’emozione, del sentimento, dell’anima che da sempre costituiscono il nerbo della melodrammatica e furbesca indole italica. L'Italia delle grida manzoniane, che ha rinnegato le leggi “armate” di Beccaria e le ha sostituite con la retorica delle orazioni civili, dell’impegno da salotto. L’Italia intellettualmente disonesta, che fa la rivoluzione in terrazza, che festeggia a Fregene con Moravia e Schifano l’assoluzione dell’assassino di Primavalle e non sta «né con lo Stato né con le BR». L’Italia degli oratori vibranti e magniloquenti. L’Italia dell’elzeviro, del giornalismo malato, passata dalla pomposità letteraria delle terze pagine alla volgarità pecoreccia dei blog di regime. (…) L’Italia della casta, della cricca, del familismo amorale, del “teniamo famiglia”, della raccomandazione, delle affettuosità di potere, della romanità avvolgente, del pizzino, proprio mentre smantella l’Unità a colpi di leghismo, di corruzione, di revisionismo e di ignavia politica.


Si tratta della cultura middlebrow, termine della lingua inglese utilizzato nella sociologia della cultura e nella critica per indicare, spesso in contesti polemici, una categoria di prodotti culturali e artistici che si offrono al pubblico per le loro caratteristiche di facile accesso e fruizione (in termini di sforzo culturale richiesto per la loro comprensione). Per le sue caratteristiche intrinseche, tale produzione si colloca in posizione intermedia rispetto alle classiche suddivisioni in cultura alta e bassa.


Il filosofo e scrittore americano Dwight MacDonald scrisse un saggio nel 1960 intitolato "Masscult and Midcult" che argomentava in modo durissimo su questa cultura. MacDonald associava il popolo, e la moderna deriva industriale di allontanamento dalla specializzazione, nella comune responsabilità di aver creato un mercato di massa di consumatori di arti, in grado di costituire e dar forma a una platea anonima e indistinta di soggetti. La cultura Highbrow, per MacDonald, è associata, invece, alla specializzazione dei connoisseur, mentre la cultura Lowbrow comporta prodotti popolari autenticamente adatti a specifiche comunità. Invece, la cultura di massa (che egli, per motivi ontologici, decide di chiamare masscult) copia e manipola entrambe queste tradizioni con prodotti in serie privi di innovatività o si preoccupa espressamente del mercato. Lo stesso nome di "Masscult", che MacDonald preferisce attribuire alla cultura di massa, riflette la sua intenzione di disconoscerne perfino lo status di cultura, in quanto prodotto industriale, "macinato" e confezionato da una "catena di produzione" a uso e consumo di masse e moltitudini indistinte, un "prodotto uniforme il cui umile scopo non è neppure il divertimento, perché anche questo presuppone vita, e quindi sforzo, ma semplicemente la distrazione". Il prodotto Masscult "può essere stimolante o narcotico, ma dev'essere di facile assimilazione. Non chiede nulla al suo pubblico, perché è «completamente soggetto allo spettatore». E non dà nulla". Tutto ciò determina un'America (e poi un Occidente) in cui dominano omogeneità e livellamento, una situazione in cui una cultura pluralistica non può nemmeno esistere.


Nella visione di MacDonald, come spiega Umberto Eco con un'esemplificazione spicciola, "la cultura alta era rappresentata, tanto per capirci, da James Joyce, Marcel Proust, Pablo Picasso, mentre quello che veniva chiamato Masscult era dato da tutta la paccottiglia hollywoodiana, dalle copertine del Saturday Evening Post e dal rock [...]". La categoria intermedia del Midcult, al contrario, emerge con la cultura middlebrow e copia e adultera in modo spericolato la cultura alta, "spargendo ovunque il suo tiepido velo fangoso" che minaccia l'alta cultura. Per MacDonald, il Midcult "delineava un terzo livello [...], una cultura media rappresentata da prodotti d'intrattenimento che prendevano a prestito anche stilemi dell'avanguardia, ma che era fondamentalmente Kitsch. La Storia insegnata da Barbero tramite i medium tv e internet non ha civilizzato gli italiani, non li ha rieducati e un motivo c'è. Basta farsi un giro nei suoi gruppi di fan su Facebook, lande antidemocratiche e populiste, per nulla interessate allo studio storico, se non a creare una religione su misura sull'ennesimo guru intellettuale da usare come spada. Si tratta solo di pillole, di gocce in un oceano di corruzione e nulla sortiscono alla Babilonia la Grande che sono l'Italia e l'Occidente oggi, se non a vantaggio di queste popstar che tengono la massa ignorante in uno stato di assuefazione e adorazione, facendo loro credere di essere come loro, dei geni, degli intenditori, degli intellettuali, ma sono schiave, mentre esse vivono nelle loro torri d'avorio di fortuna e privilegio. È la società signorile di massa, come ha detto Luca Ricolfi, oggi più di prima.



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