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Una storia di Yanez23

L'algebra nel ripostiglio

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10 minuti

Pubblicato il 27 novembre 2019 in Avventura

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Il risveglio fu graduale, un po' come quando, durante un viaggio in aereo, si scivola fuori da una nuvola e si viene nuovamente accolti dai raggi del sole.


Pigramente, stiracchiò un piede fuori dal piumone e con le narici assaggiò l'aria nella stanza, che sapeva di chiuso e di affumicato.

I suoi sensi erano ancora appannati, gli occhi appiccicosi, la gola riarsa bruciava come fosse stata popolata da un milione di spilli eppure, nonostante questo, si sentiva bene.


Nella sua corteccia prefrontale erano ancora impresse, proiettate in successione in una pallida giostra monocorde, le istantanee di visi anonimi incontrati e di movimenti ordinari ripetuti nel corso della settimana appena trascorsa; del resto, erano parte della routine scandìta da impegni prestabiliti e ineluttabili, un po' come i compiti di algebra ogni pomeriggio ai tempi del liceo.

Di colpo, però, mentre era occupato a riemergere da quelle sabbie mobili che costantemente lo intrappolavano nel vortice della monotonìa, fra i pensieri che si affastellavano fece capolino qualcosa di nuovo e fresco.


Mettendosi a sedere sul letto, rievocò quel caleidoscopio di emozioni e colori che era stata la serata precedente; d'un tratto, catapultato in un sogno ad occhi aperti, risentì quella voce sincera e limpida, che gli aveva permesso per una volta di smettere di pensare a cosa avveniva dentro sé stesso, spegnere quel fastidioso interruttore e focalizzarsi unicamente su chi si rivolgeva a lui.


Rinvigorito da un senso di positività e consapevolezza, il giovane uomo inforcò le pantofole foderate di pelo, si gettò una coperta di lana a scacchi sulle spalle e si avviò trascinando i piedi verso la cucina.



A poco a poco il mosaico di quel movimentato venerdì sera andava ricomponendosi: tutto era iniziato con quella sensazione di caldo e prurito che partiva dalla nuca, il richiamo ancestrale e irresistibile della sfida con la sorte, per lui rappresentata da combinazioni e sequenze di amazzoni, dèi greci e creature mitologiche bidimensionali che comparivano sullo schermo luminoso di una slot machine all'interno del bar L'Incontro.

“Non c'è nulla di male, in fondo”, aveva pensato: tanti giovani uomini come lui durante le loro serate trovavano sollievo dal logorìo della vita moderna dedicandosi ad anestetizzare i riflessi aspirando composti cannabinoidi o trangugiando misture alcoliche di dubbia qualità.

Cosa c'era di tanto diverso?


E così, partita dopo partita, gettone dopo gettone, il giovane uomo aveva perso la cognizione del tempo ed era rimasto sbigottito quando, fissando l'orologio kitsch dal quadrante viola e arancio alle spalle del taciturno barista cinese “Pino” ,che presidiava un bancone nero lucidissimo, aveva realizzato che erano già giunte le dieci di sera.

A malincuore, accortosi di non avere più denaro da cambiare e convertire in altre occasioni di svolta, si era dovuto staccare dal suo “angolo fortunato”, quello dov'era saldamente incardinata la sua fredda e massiccia compagna di trasgressioni elettronica, e si era diretto verso l'uscita del bar per raggiungere il bancomat più vicino, sito ad un isolato di distanza.


Era stato proprio lì, appena uscito dal locale e circondato dal suono regolare e avvolgente della pioggia che batteva sui tetti e sulle impalcature, che aveva fatto un incontro inaspettato; al riparo dell'ampia tenda a strisce longitudinali bianche e verdi del bar si era rifugiato un ragazzone dai folti capelli biondo miele e la barba di qualche giorno, novello Kurt Cobain, che lo osservava in un moto di speranza, con occhi luminosi.


“Sai per caso dove si trova via Fratelli Cervi?” aveva quindi esordito il nuovo arrivato, con accento straniero.


Il giovane uomo, prima di rispondere, si era soffermato sul look del suo interlocutore, dedicandogli una sommaria indagine: gli abiti erano totalmente fradici, segno di una prolungata esposizione alla pioggia che quel giorno non aveva mai smesso di cadere copiosa; sulla giacca, aveva notato, campeggiava il logo bianco su sfondo arcobaleno di un famoso servizio di consegne di cibo a domicilio.

Si trattava inequivocabilmente di un rider, categoria di cui tanto spesso si sentiva parlare al telegiornale, nuovo motore trainante dell'economia che però languiva sottotraccia, nell'indifferenza dei passanti e fra i vari “grazie” frettolosamente bofonchiati da chi si affacciava all'uscio, sollevato di essersi risparmiato una serata ai fornelli.


“Sei quasi arrivato,” aveva dunque risposto “devi proseguire lungo questa strada in direzione dell'insegna luminosa della farmacia che vedi là in fondo a sinistra, dopodiché svolti al secondo incrocio sulla destra dove c'è il semaforo e la trovi.”

“Posso farti una domanda indiscreta?” aveva aggiunto

“Da dove vieni? Scusa se sono invadente, ma ho il brutto vizio di tirare a indovinare la provenienza geografica delle persone ascoltando il loro accento e, sebbene tu parli molto bene l'italiano, mi è sembrato di riconoscere alcune pronunce tipiche delle lingue balcaniche.”

“Nessun problema, non mi mette assolutamente a disagio questa domanda, comunque vengo dall'Albania.

Da Tirana, per la precisione. Devo dire che hai un ottimo istinto. Posso darti anch'io del tu, vero? Mi chiamo Endrit.”

“Ma certo!” aveva esclamato di buon grado l'altro, presentandosi a sua volta. “Comunque, se mi posso permettere, i tuoi capi sono davvero dei matti a mandarti in giro con un tempo da lupi come questo!”

“Lo so...purtroppo per avere una paga accettabile dobbiamo accettare quante più consegne possibili, con il sole o sotto la neve.

Spesso si rischiano incidenti; oggi, ad esempio, una macchina mi ha tagliato la strada e il navigatore mi è scivolato in una pozzanghera ed ha smesso di funzionare, per questo avevo difficoltà a trovare l'indirizzo del cliente”, aveva spiegato Endrit.

Il giovane uomo era sinceramente rammaricato per la sorte di Endrit; allo stesso tempo, provava una genuina simpatia e affinità nei suoi confronti, per questo le parole erano fluìte con naturalezza dalla sue labbra

“Te la butto lì: se più tardi, a consegna ultimata, ti va raggiungermi qui al bar, visto che sto guardando la partita” aveva mentito “mi farebbe piacere bere una birra in compagnia e fare quattro chiacchiere, così magari hai modo di riprenderti un po' dalle fatiche.”

“Certamente, anche a me farebbe molto piacere, per il ritorno non ho il problema di cercare un passaggio, come vedi” aveva scherzato l'altro, indicando la bicicletta.”

“Ovviamente offro io” aveva infine precisato il giovane uomo.


Così, dopo essersi dati appuntamento per le undici ed essersi salutati, aveva osservato il rider montare in sella al suo mezzo di trasporto, con il voluminoso forziere dei desidèri altrui saldamente assicurato alla schiena da due robuste cinghie ed il caschetto in testa, per avventurarsi sotto la pioggia scrosciante verso la sua prossima destinazione.


Il tempo era trascorso rapidamente e così, dopo aver fatto rifornimento al bancomat ed aver fatto ritorno al bar, aveva dovuto attendere solo pochi istanti, o perlomeno così a lui era sembrato, prima di ricongiungersi con il nuovo amico.

Di fronte a due bottiglie di Tennent's, si erano ritrovati a discutere delle difficoltà sul lavoro, dei loro punti di vista, che in molti casi coincidevano,sulle inconguenze e le ingiustizie della società, e a scambiarsi confidenze su come era stata l'adolescenza in due luoghi tra loro non tanto distanti geograficamente quanto culturalmente.

L'atmosfera era distesa e rilassata, dopo le birre sul tavolo si erano succeduti un bicchiere di Jaegermaister a testa e un giro di grappa liscia; il suo sguardo, di solito febbrile e preoccupato, fino a quel momento non era più corso alla slot machine da almeno un'ora, quando d'un tratto qualcosa di strisciante e sgradevole e si era insidiato nella conversazione, turbando la calma apparente e il clima gioviale che aveva fino ad allora pervaso la serata.

Tra una chiacchiera e l'altra, dopo aver sondato a lungo il terreno, aveva chiesto a Endrit conferma del fatto che in Albania fosse molto difficile trovare lavoro, motivazione per la quale, secondo lui, basandosi su quanto l'istinto gli suggeriva, il ragazzone biondo aveva deciso di recarsi in Italia in cerca di maggiori opportunità.


La risposta l'aveva spiazzato: Endrit un lavoro nella sua terra natìa, prima di venire in Italia, l'aveva già; dopo essersi brillantemente laureato in ingegneria informatica aveva avviato una start-up con alcuni ex compagni di università e l'attività, seppur in fase embrionale e con modesti guadagni, stava ingranando.

Tuttavia, Endrit gli aveva confessato, suo padre si era gravemente indebitato, perché, dettaglio che era riuscito a nascondere ai figli per diversi anni, aveva l'abitudine di giocare compulsivamente sui siti di poker online, e aveva ipotecato la casa in cui vivevano.

Per questo il ragazzo non aveva avuto scelta, aveva dovuto mollare il lavoro e affrontare un salto verso l'ignoto verso un nuovo paese che, a prescindere dalla tipologia di mansioni svolte, gli avrebbe garantito fondi sufficienti da inviare alla famiglia in Albania per saldare i debiti, per i quali non era minimamente responsabile.


Di fronte a quella rivelazione, il giovane uomo si era sentito esposto, allo stesso modo di chi si ritrova nudo di fronte a un centinaio di sconosciuti, e aveva provato un'intensissima fitta alla bocca dello stomaco, come se avesse subito un pugno ben assestato da Conor Mc Gregor.

Aveva preso coscienza del baratro in cui stava silenziosamente sprofondando, con l'illusione che il suo vizio fosse solo un passatempo, e dei rischi che avrebbe corso se non avesse fatto qualcosa per cambiare la situazione al più presto.

Questo l'aveva spinto a prendere il fermo proposito di intervenire e, quando era infine giunta l'ora di prendere commiato dal suo interlocutore, salutandolo si era ripromesso che nei giorni successivi avrebbe cercato di contattarlo per vedersi ancora, trascorrere del tempo insieme e contrastare così l'inesorabile tentazione che lo trascinava verso il dèmone del gioco.



A poco a poco riemerse dal flusso dei ricordi, che ormai sentiva simili a un'eco in lontananza come la sirena di un ambulanza che risuona in un luogo imprecisato, e riprese confidenza con il momento presente, hic et nunc, con le pareti color vinaccia della cucina e la luce tenue di un pigro e uggioso mattino invernale.


Meccanicamente, si alzò dalla sedia e si versò un bicchiere di latte, quindi, estratto un cucchiaio dal cassetto in legno del mobile di fianco al frigorifero, aprì la credenza e prese un barattolo di Nutella e alcune piccole confezioni monodose di frutta secca.

“Le bacche di Goji sono ricche di proprietà benefiche per la salute”, diceva la tv, perciò ne posizionò una manciata sul cucchiaio, le immerse nella Nutella e consumò piacevolmente la sua salutare colazione, sorseggiando, di tanto in tanto, il latte al quale aveva aggiunto la polvere di Nesquik.


Vestitosi frettolosamente alla bell'e meglio, con abiti un tantino consumati ma confortevoli, decise di uscire a sgranchirsi le gambe; durante la perlustrazione si sarebbe preso un caffè nel vicino bar della sera prima, sicuro che, con il desiderio di cambiamento e la risolutezza di cui sentiva pervasa ogni sua cellula, non avrebbe degnato nemmeno di uno sguardo la fredda e metallica compagna di giochi che tanto spesso l'aveva attirato a sé, nel suo magnetico abbraccio patologico e rassicurante.

Si coprì quindi con la robusta giacca di tessuto tecnico, sollevata dall'attaccapanni all'ingresso, calzò il berretto a cuffia e, avvolto il collo con la sciarpa a righe ricevuta in dono qualche anno fa da una sua ex, varcò la soglia dell'appartamento e scese per le scale dell'edificio, diretto al portone d'ingresso.


Appena ebbe messo piede fuori di casa, si accorse che l'aria non era fredda come si sarebbe aspettato...c'era anzi un vento caldo e appiccicoso, per nulla in linea con le condizioni atmosferiche usuali della stagione.

Inoltre,guardandosi attorno, notò che la via dove sorgeva la sua abitazione era semideserta, e le poche persone presenti in strada correvano tutte, ma senza che nessuna di esse indossasse abiti da jogging.

Il cielo emanava bagliori purpurei, l'aria era satura di anidride carbonica e polveri sottili che la rendevano quasi irrespirabile, pareva di inalare sabbia; i semafori presero a illuminarsi a intermittenza con luci verdi, gialle e rosse, che si alternavano nello spazio di poche frazioni di secondo, e per questo le auto, con i guidatori nel panico e senza più alcuna certezza su chi avesse la precedenza, inziarono a collidere una con l'altra ad ogni incrocio.

Sia per strada che sui balconi delle case, i cani ululavano a squarciagola disperati e consapevoli della catastrofe imminente, gli antifurti avevano iniziato a suonare simultaneamente in una sinfonìa assordante e apocalittica.


La fine del mondo era lì, era arrivata; l'invito era di quelli formali, ma lui non aveva il vestito giusto per l'occasione.

“La guarderò da casa” si disse.


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