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Una storia di MAriaCristinaBenetti

ROSE TRA LE RIGHE

Un giardino di parole

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3 minuti

“Potresti regalarle dei fiori per San Valentino!”


Ancora una volta penso che le mie parole scivoleranno via come l'acqua di un ruscello di montagna. Sto cercando di catturare l'attenzione di mio padre ma di certo penserà che io stia scherzando. Da mesi e mesi non esce di casa e il suo fisico sta cedendo al peso della malattia. Trascorre le giornate steso a letto e russa così forte da far tremare i vetri.

La stanza è trascurata, un po' come le abitazioni in cui manca l'uomo di casa. Quasi non si muove, di camminare non se ne parla e le sue gambe oramai sono come quelle di una bambola di pezza. Ha perso l'interesse delle cose, parla poco o niente e quando lo fa divaga nei ricordi e gli occhi si perdono nella memoria di quei tempi.

Mio padre ha ottant'anni ma per me è come fosse immortale, come quelle cose che dai per scontate perché sai che sono tue e niente e nessuno te le porterà via.


"Allora è deciso, saranno delle rose".


A vederlo così attento quasi non mi par vero: mi sta osservando a capire se lo farò veramente.

“Te le comprerò e le nasconderemo sotto le coperte.”

Da tempo non mostra interesse per qualcosa ma adesso nei suoi occhi scorgo la luce di chi sta per fare una sorpresa a qualcuno. Sono felice, questo sarà il mio modo di dirgli “Ti voglio bene”. Non gliel'ho mai detto, nemmeno lui a me. Facciamo parte di una generazione che non ha mai cullato o abbracciato un familiare, ed esprimere affetto diventa una sfida immane, come un principiante che si accinge a scalare una montagna.

Ma non è detto che non vogliamo scalarla quella montagna, è che non siamo abituati a farlo.


Il suo "Ti voglio bene" è arrivato d'inverno. Ero andata a trovarlo controvoglia, mi sarei fermata solo qualche minuto; mia madre riposava nella stanza accanto. L'ho salutato con un: “Brrr, oggi là fuori fa proprio freddo, ho le mani congelate.”

Sollevando la testa, occhi a fissare i miei ha risposto: “Mettile qui sotto, sentirai che calduccio.”

Con quel gesto è riuscito ad abbattere le barriere che c'erano tra noi. Quando ci ripenso lo rivedo alzare le coperte e spostarsi in là, come se in quel letto volesse che mi ci coricassi, come a riappropriarsi del ruolo di un padre che vuole coccolare la propria figlia. Portargli quelle rose sarà come restituirgli il calore di quel momento che da lì a poco diverrà il mio ricordo speciale di lui.


Quella mattina nella camera da letto c'era solo un corpo, mio padre era già andato via. Mamma era seduta al tavolo della cucina. In attesa del suo risveglio stava sfogliando un libro. Qualche istante ancora e l'avrebbe chiamata.

Proprio come quel giorno di febbraio, il loro ultimo San Valentino.

Mia madre entrò in camera, mio padre estrasse dalle coperte quel mazzolino di fiori e glielo porse come fosse la cosa più preziosa al mondo. Per alcuni attimi in quella stanza non esistette nient'altro che la donna con cui aveva condiviso una vita intera. Non era un uomo da smancerie e mia madre lo guardava come se non lo vedesse da tempo, come condividessero lo stesso spazio-tempo, lontani da tutto e da tutti, in un luogo che conoscevano soltanto loro.


"Senti che profumo, sono i fiori più belli che tu mi abbia mai regalato".

"Li ho raccolti nel nostro giardino, ho scelto le rose che profumano di te".


Tre rose rosse sono state il suo ultimo “Ti voglio bene” a una donna che gli era stata moglie ma anche madre. Quelle rose le ho riviste tra le pagine di un libro.

Non so che titolo avesse, né di cosa trattasse.

Forse parlava d'amore e di un gesto d'affetto condiviso grazie al profumo di tre rose.



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