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Una storia di GioMa46

U-BU's

TEATRO DEGLI OPPOSTI : COMMEDIA DEGLI ERRORI

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46 minuti

Pubblicato il 17 dicembre 2019 in Humor

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Il bus scassato di Pae Ubu
Il bus scassato di Pae Ubu

TDO - U-BU's : Commedia degli errori.

(due atti / quattro scene)


Periferia di Parigi, due “clochard” (barboni), che hanno scelto di chiamarsi come i personaggi di Jarry: Mae Ubu e Pae Ubu, si aggrappano per sopravvivere ai fantasmi di un passato ch’è soltanto nella loro mente (e nella storia del teatro), e che gli permette di essere parte della realtà. Quella medesima realtà da cui essi stanno fuggendo: una sorta di conflitto tra materialismo e spiritualità che li trasforma in due eroi dell’individualismo. Che, pur nella follia del loro smisurato egoismo, vogliono dare alcune risposte alle problematiche che la società impone loro. Nelle situazioni per così dire “folli” che si susseguono, come pure nei momenti di tenerezza e di scambio di sentimenti tra i due, v’è sempre un certo slancio verso la vita, il voler vivere la vita in maniera diversa, e a tutti i costi. E perché no, magari nelle vesti di un re e di una regina al di sopra della “miserabile miseria”, dei condizionamenti sociali.

Personaggi: Mae Ubu e Pae Ubu

Secondi ruoli: un suonatore di musette / due Gendarmi / un’attrice (Madame de Pompadour)

Comparse: alcuni passanti - due operai - un infermiere – alcuni pazienti


Attrezzatura scenica:

un vecchio e malandato Bus con le ruote a terra, adattato ai diversi usi (descritti nel testo)

suppellettili appese un po ovunque

un piccolo tavolo estraibile direttamente dal bus

due sedie pieghevoli

un vassoio di legno

alcune piante

un piccolo quadro

una musette francese

una grande borsa di paglia

una vecchia radio

un mazzo di carte francesi

una vecchia caffettiera

due tazzine da caffè

pagina di libro

una doppia pagina di giornale


Sonoro:

“Sous le ciel de Paris” eseguita per musette

“La cumparsita” vecchia registrazione strumentale trasmessa per radio

“Carnevale di Venezia” elaborato da Bottesini

“Il Ballo delle Ingrate” musica a-ballo.

Attori italiani cui è dedicato. Li riconoscete? ("La dea fortuna" di F. Ozpetek)
Attori italiani cui è dedicato. Li riconoscete? ("La dea fortuna" di F. Ozpetek)

Atto I


Scena I



Siamo a Parigi, in una piazza tranquilla sullo sfondo di un parco, distante si vede il pinnacolo della Tour Eiffel.


Un suonatore ambulante con una musette suona un motivo popolare: “Sous le ciel de Paris”. Mae Ubu passeggia col suo borsone in spalla e accenna qualche passo di danza. Va incontro ad alcuni passanti vestiti elegantemente che parlano tra loro, lei stende la mano timida per chiedere l’elemosina, ma essi la ignorano ed escono di scena. Il suonatore di musette attacca un altro pezzo: “Mademoiselle de Paris” che dedica a Mae Ubu che volteggiando s’allontana. Poi, visto che non passa nessuno, esce di scena e la musica si allontana con lui fino a scemare.


Sale la quinta di fondo e troviamo un vecchio e cadente Bus, colorato e con scritte di vernice spray. Pae Ubu scende dalla porta laterale in canottiera e con le bretelle scese. Con fare stanco tira fuori dal portabagagli un piccolo tavolo e due sedie pieghevoli che apre e sistema a ridosso del veicolo. Dunque accende una “cicca” e muove alcuni passi lentamente e rivolge intorno uno sguardo svogliato. Mae Ubu si avvicina col suo borsone rigonfio e si siede, mentre Pae Ubu che gironzolava ormai dietro il Bus torna in scena sbuffando mentre si abbottona i pantaloni in vita e assesta le bretelle.


Mae: Pae Ubu siete tornato, dopotutto.

Pae: Uffa!

Mae: Questo Bus non se la sente proprio di passare in orario e quando arriva

sbuffa come una vecchia locomotiva che non ce la fa più.


Pae: Chissà mai perché?


Mae: Ve lo sarete chiesto anche Voi? Almeno una volta, spero. Oppure no, non ve

lo siete ancora chiesto? (rivolta al pubblico)

E già! perché altrimenti sareste stati qui per tempo. E invece . . .


Pae: Uffa! (gira attorno al bus con le mani in tasca)


Mae: Pae Ubu levatemi una curiosità: ce l’avete un orologio che sia un orologio,

un orario che sia un orario, un . . . come si chiama?, un tempo di percorso

che possa dirsi: fermo.

. . .

Bah! In quanto a fermo non v’è che dire. Non vi muovete mai, Voi.


Pae: Certo che no!


Mae: E io che mi ostino a parlarvi del tempo che passo ad aspettare il Vostro amato Bus, a lamentarmi dell’orario della corsa, dei pensieri che

ogni volta mi riempiono la testa, di questa borsa che pesa un accidente.

. . .

Pae Ubu, pesa! (fa il gesto di tirarla su con forza)

E non ce la faccio più di portarla avanti e indietro ogni giorno per sfamare i

Vostri dieci figli.


Pae: Dieci?


Mae: Dieci come le dita delle mie mani.

E meno male che venite a letto con i calzini, che altrimenti, se mai vi

fosse venuto in mente di contare anche le dita dei piedi, staremmo ancora

qui a fare figli.

. . .

E come li avremmo chiamati Pae Ubu, come li avremmo chiamati è, come?

Pae: Che forse non sono abbastanza dieci?


Mae: Dieci figli Pae Ubu, tutti figli Vostri, che nemmeno ne rammentate il nome. Oh si, forse del primo, facendo uno sforzo.


Pae: (sbuffa)


Mae: Oh, ma non vi sforzate Pae Ubu, neanche in questo. Ve lo tengo io il conto.

Ve li tengo a mente io, tutti, ognuno tiene la Vostra età, Pae Ubu. Hanno tutti la stessa aria di contumacia che tenete Voi. Lo stesso Vostro sdegno, quella stessa crudeltà che avete sempre ostentato nei confronti di tutti.

. . .

Sarebbe stato meglio per me se foste partito col Vostro dannato Bus e foste rimasto lontano, per sempre!

Pae: Oh, sarebbe stato meglio, molto meglio.


Mae: E invece ve ne state qua a incendiare il mio irretito desiderio di volervi bene

a tutti i costi . . .

A rimarcare la mia disperazione di vedervi ogni giorno.

Di aspettarvi ogni giorno, senza mai avere la certezza di trovarvi. Mai che

vi decidiate, prima o poi, di entrare in una casa, Pae Ubu? Voi, che non

avete mai avuta una fissa dimora, pure avete una casa. Lo sapevate Pae

Ubu? È, lo sapevate?

Pae: Certo che no!

Mae: Ma non è la Vostra, è dei Vostri figli, dei figli di Pae Ubu.

Veri figli di vero padre, proprietari di una vera casa che nessuno a mai dato

loro, e che abitano al pari di una reggia, neanche fossero figli di Re.

E pretendono, e comandano, proprio come Voi Pae Ubu, come Voi.

Non mi meraviglierei se un giorno o l’altro vi instaurassero un patibolo,

oppure una ghigliottina.


Pae: Chissà se rispetterebbero la propria madre?

Mae: E Voi Pae Ubu, Voi, non avete paura? Dieci figli sono pur una masnada.

Un affronto a Voi che io per prima non tollererei.

Che quando vi ho sposato e mi avete fatto Regina, vi ho giurato eterna

fedeltà, nella buona come nella cattiva sorte. Hanno di che ben dire, Loro.

Eppure mai gli ho permesso di mancarvi di rispetto. Non in mia presenza.

E dire che vogliono uccidervi Pae Ubu. E sono certa che lo farebbero se un

giorno dovessero trovarvi dentro la casa senza di me.

Ma fino a che punto è Loro la colpa? La colpa, se di ciò vogliamo parlare,

non è né Loro né Vostra Pae Ubu.


Pae: Di chi è, allora?


Mae: Mia, soltanto mia. È mia la colpa.

D’averli messi al mondo, d’aver voluto per loro un padre che fosse un vero padre, un Re di padre, sprezzante e collerico. E per giunta despota fuor di misura.

Capace di abnegarsi.. anzi, capace di negare a se stesso il piacere di una vita agiata, di procurarsi il pane facilmente. E invece no, tutto và riscattato al diniego, all’alienazione con cui avete costruito la Vostra esistenza.

Pae: (che nel frattempo si è addormentato russa e sbuffa)


Mae: Che solido maniero Pae Ubu, che roccaforte! Finanche il semplice tozzo di

pane per sfamare i Vostri dieci figli ho dovuto guadagnare sul campo.

Il Vostro grido di guerra, ve lo ricordate?:

“Combattere si deve contro ogni convenzionalità”, ve lo ricordate?, è Pae

Ubu, è? Pae Ubu, che fate, dormite?

E dire che c’era sempre qualcuno pronto a denunciarvi di abusivismo, di connessione con le estremità anarchiche del paese. Ma che paese era quello, è Pae Ubu?

Il paese della finta cuccagna. Voi, la Vostra cuccagna, ve l’eravate già

accordata, col negare ogni diritto ad alcuno. Per questo i Vostri figli ce

l’hanno su con Voi. Forse perché non avete risparmiato neanche loro.

E perché mai avreste dovuto farlo, Pae Ubu?

Per sentirvi poi dire ch’eravate come tutti gli altri? Giammai! Non lo avrei

permesso io ad alcuno, neppure a loro, neppure ai vostri figli, Pae Ubu, per

nessunissima ragione.


Pae: Mae Ubu, Mae Ubu! Quante volte ve lo devo dire di smetterla, di fare certi

discorsi, quante volte, eh? È ora di dimenticare le velleità di gioventù.

È passato tanto di quel tempo da che riparammo a Parigi come perseguitati

politici.


Mae: (canta) “Parigi, oh cara!” Ah, ah, aha ah! Però l’abbiamo scampata bella, è

Pae Ubu?


Pae: Merd! Non c’é che dire! Avrei fatto meglio a restare al mio posto. Del resto

cosa mai avrebbero potuto farmi ch’io non avessi già fatto loro?

Già, la rivoluzione!

Non li avevo forse detestati già tutti, prima di fare la rivoluzione? E non li avevo spogliati d’ogni cosa?

Ne avrei fatti uccidere chissà quanti ancora.


Mae: Solo altri dieci, o forse venti. Mila intendo. Però, già che ci avevate messe le mani? È così che la pensate Voi, no!


Pae: Così pochi? Uhm, pensavo molti, molti di più. Merd! non mi tornano i conti.


Mae: Ma qui a Parigi, già se ne contano molti di più: di più, di più, di più, di quanti

ne possiate immaginare, e quanti a Marsiglia, a Lyon.

Senza contare quelli che potreste far sparire a Genova, a Milano, e a Roma

poi, e a Venezia.


Pae: A Roma Mae Ubu? A Genova, Milano, Venezia?


Mae: Si a Roma Pae Ubu, dove Vostro figlio Pietr Ubu, dirige la Congrega dei

tedeschi. Eh, se ne combinano Pae Ubu, che Voi al confronto siete un santo.

Sapete, Pae Ubu, di quelli con l’aureola sulla testa.


Pae: Merd che fine ho fatto! Un’aureola al posto della corona. Sarà, ma la mia

testa è piena di cattivi pensieri, e di demoni, da quando …

Ma che dite … io con indosso la tiara papale?


Mae: Ancora no Pae Ubu, ma ci siete molto vicino. Chissà, magari con una

qualche interferenza!? Di quelle che sapete combinare solo Voi, Pae Ubu.

E chissà che al prossimo Conclave non arriverete dritto, dritto al soglio

pontificio.

E comunque, ricordatevi sempre che l’inferno ribolle sotto di voi, e che vi

aspetta, pronto a inghiottirvi con tutti i vostri panni.


Pae: E a Genova? Che ci sto a fare io a Genova?


Mae: No, non Voi Pae Ubu, ma Vostro figlio Adam Ubu, come presidente del prossimo G8, sembra che molto probabilmente vi saranno degli stravolgimenti. Non vorrete mancare nel momento più bello, proprio quando si regalerà un altro raccapricciante fatto alla storia della seconda Repubblica.


Pae: Repubblica? Merd! (sputa in terra) Ma che ne so io di Repubblica? E poi non

ho intenzione di regalare niente a nessuno, io. Anzi semmai, il contrario.


Mae: Va che lo so, Pae Ubu, vi conosco bene io. Se non altro perché mi avete

sempre negato tutto. A me come ai Vostri figli. Ah, se lo so, io.


Pae: Mae Ubu, smettetela una buona volta. Sempre li a rimproverarmi

qualcosa. In fondo è stata una vostra scelta seguirmi qui a Milano.


Mae: A Parigi, Pae Ubu, siamo a Parigi.


Pae: Merd, avevate detto Milano? Mi era sembrato di capire che si fosse a Milano.


Mae: Siete stanco Pae Ubu. Venite a sedervi un poco vicino a me. Vi ho portato

qualcosa da mangiare.

(i due si siedono e Mae tira fuori dalla borsa dei tozzi di pane e del formaggio)


Pae: (dopo qualche boccone) E il caffè?

(apre un portello del Bus e tira fuori un trono di latta di due gradini, più in alto dalla sedia dove sta seduta Mae, alza il primo gradino e vi piscia dentro, poi si siede e mangia qualcosa in silenzio)


Mae: Ah, il caffè, si, si, si , si! C’è anche il caffè. (gli porge, con fare servizievole,

un vassoio con sopra una tazzina da caffè e un mazzo di carte francesi).

Pae: (mescola ben bene le carte ed inizia un solitario) Ma si, già che ci siamo oggi

ammazziamo anche il Tempo. Quanto ce ne rimane Mae Ubu?


Mae: Tantissimo, tanto, tanto, tanto, tanto. Fino alla fine dell’umanità Pae Ubu.

L’umanità non sarà mai stanca del Vostro dispotismo. Della Vostra

cattiveria. Del Vostro egoismo.

(Tira fuori un giornale sgualcito dalla sua capiente borsa).

Ecco, se volete, vi leggo le ultime notizie della cronaca. Volete Pae Ubu?


Pae: Leggete, leggete pure. E dire ch’io non ho mai imparato a leggere il milanese.


Mae: Il francese Pae Ubu, il francese. (Inizia a leggere a bassa voce). Sapete quanti

morti ci sono fino ad oggi nella guerra in Iraq? Dite una cifra?


Pae: Non meno di dieci, voglio sperare.


Mae: Di più, di più, Pae Ubu.


Pae: Cinquanta! (meravigliato con esaltazione)


Mae: (con fare isterico) Di più, di più, di più, di più. Molti di più.


Pae: Ma non fareste prima a dirmelo voi?


Mae: Ho ben altro da fare con dieci figli da sfamare che andare a contare i morti

nella guerra in Afghanistan, io.


Pae: M’era sembrato di sentire in Israele?


Mae: No, semmai in Palestina. Ce ne sono molti di più.


Pae: Merd! Pensate a me allora, che ogni giorno devo portare questa carretta avanti

e indietro da Milano a Lyon, a Marsiglia e viceversa, carico di turisti spiantati

e di uomini d’affari affaccendati; di donne senza ritegno e senza titolo che

partono per le vacanze ogni fine settimana. Che strazio! sentire quelle loro

chiacchiere senza senso. Gliele farei sentire io, gli darei certe pacche su per le

natiche …


Mae: Quando siete stato a Milano, Pae Ubu?


Pae: A Milano? Avete detto Milano? Io mai.


Mae: No, Voi avete detto di essere stato a Milano.

Vi ha forse chiamato Nicolas Ubu, quel Vostro figlio che è alla Corte di

Milano? Quel manigoldo. Sapete da quando non manda più sue notizie?

E soldi? Dite Pae Ubu, dite.


Pae: Ma non lo so, non lo so. Merd!, Mae Ubu. Non perdete occasione per

Parlare di denaro.


Mae: Sarebbe tempo che lo andassimo a cercare invece, non vorrei si fosse perso dietro alla Lega.


Pae: A Milano?


Mae: Sì, a Milano! Del resto vi siete stato anche recentemente, a quanto ho

appreso. Anzi, a quanto pare, adesso vi andate tutti i giorni. Per affari col Biscione, immagino.


Pae: Io, a Milano, col Biscione?

E vi pare che con questa carretta io possa andare tutti i giorni a Milano?

Portare i turisti a Lyon e Marsiglia ed essere poi di ritorno, alle sei, puntuale

all’appuntamento con voi? Bah!


Mae: Oh, Padre dei venti! Voi puntuale? Alle sei? Quando mai? Non mi ricordo,

Pae Ubu. Piuttosto devo essermi smarrita fra le lancette dell’orologio, fra i

banchi del mercato delle erbe, nei giardini di Notre Dame, aspettando il

Bateau Mouche sulla riva della Senna, o lungo i marciapiedi degli Champs

Elisée. Eppure, se non mi sbaglio, quella laggiù (indica) è ancora Place de la

Concorde, quelli sono i Magazzini Lafayette, oppure no?

Pae: Non so di che parlate. Forse ho preso la strada sbagliata.


Mae: Non sono forse io che vi aspetto da sempre, Pae Ubu? Eppure solo adesso me ne rendo conto. Voi no, non lo fate apposta. Voi siete Pae Ubu, e non potete sbagliarvi. Voi non c’è strada, o piazza, o luogo che possa contenervi. Voi appartenete al tutto e al nulla.

Voi Pae Ubu, siete uno spirito libero, incontenibile, inviolabile,

immarcescibile. La forza corruttrice d’ogni verità, della stessa realtà, è insita

nel Vostro essere. Che stupida sono io, a parlare a Voi del mio tempo speso ad aspettarvi. Voi siete il Re in esilio, che in esilio attende da un momento

all’altro di essere di nuovo insediato, o di capitolare.

Voi Pae Ubu . . .

Pae Ubu, ma che fate? (lo soccorre in tempo per evitargli una brutta caduta dal trono in preda al sonno).

Pae: ..è che c’è, che succede?

Mae: Male! Pae Ubu, molto male, dovreste riposarvi ogni tanto. Un giorno o l’altro

Capitolerete, sì anche Voi. Ci penseranno i Vostri figli a costringervi a farlo.

I figli dei Vostri figli, quelli che non avete voluto vedere mai, quei nipoti che

non conoscete neppure. E che sono tanti, sparsi dovunque, nelle grandi e

nelle piccole metropoli di tutta Europa. E magari a quest’ora hanno varcato

gli Oceani e hanno raggiunto le Americhe, l’Australia.

No, Pae Ubu, questa carretta non vi porterà mai da nessuna parte, né a

Marsiglia, né a Milano. Voi siete destinato a restare qui, come la Tour Eiffel,

con il Vostro bus fino a quando vi abbatteranno.. ah, ah, ah!

Fino al giorno del Giudizio, Pae Ubu. E sapete perché?


Pae: Io? No!


Mae: Ma perché l’umanità tutta ha bisogno di Voi, io ho bisogno di Voi Pae Ubu

(gli fa una carezza), i Vostri figli hanno bisogno di Voi, ed anche i Vostri

nipoti. Abbiamo tutti bisogno di Voi, Pae Ubu.

Pae: Merd! Merd! e poi Merd!


Mae: Sapete, sono preoccupata Pae Ubu. È da tanto ormai che non riceviamo una

lettera di Grzegorz Warsaw, (verso il pubblico) alias Ubu, quel Vostro figlio di primo letto, di cui mi dovetti occupare, dopo che Vostra moglie vi aveva lasciato, per sempre. Che Iddio l’abbia in gloria.

(rivolta al pubblico) Chi mai saprà se l’avete avvelenata?

Chissà cosa mai starà combinando quel ragazzo lì, è Pae Ubu. Quello sì che

ha la testa fra le gambe, cioè al posto giusto. Sapevate che si è intrufolato nel

Governatorato di Polandia, sotto falso nome e che sta tenendo le fila per

ristabilirvi sul trono, è Pae Ubu?


Pae: Sul trono di Polandia? Merd! Non posso crederci. Un mio figlio che mi vuole ancora bene? Non ci posso credere. Non lo riconosco.

(si alza ed accende una vecchia radio incastrata in uno sportello del Bus e

cerca una stazione senza riuscirvi)


Mae: Magari vuole soltanto rimettervi in sella per poi farvi abdicare. Essendo egli

il primogenito avrebbe tutto il diritto di sedere al vostro posto. Ve lo

immaginate Grzegorz, quel nano maledetto, seduto sul trono di Polandia?

Sarebbe magnifico Pae Ubu. Un magnifico esempio di malvagità e di vizio.

Che non sia invece una gran vigliaccata … farvi tornare per poi uccidervi e

prendere il Vostro posto.

Mi sembra già di vedere i titoli: “Re Ubu ucciso da suo figlio”, “Re Ubu

avvelenato”, “Il Re è morto strangolato sul suo stesso trono, il …”


Pae: Merd! Mae Ubu, merd! quando vi prende non c’è verso che la smettiate.

A parte che questi titoli mi sembrano un poco irriverenti. E poi, se proprio

dovessero ristabilirmi sul trono di Polandia, sarei io per primo ad abdicare.

Sto meglio qui, oramai. Sono vecchio e stanco e non ho più la voglia di

Governare un paese di matti. Preferisco sottrarmi all’incombenza di dover

decidere della morte degli altri.

Non ce n’è forse abbastanza di assassini in giro? Lo stavate dicendo proprio

voi poco fa Mae Ubu, quanti sono oggi i morti in Tibet? (le rifà il verso). È,

quanti ne sono, Mae Ubu, quanti?

E poi, diciamocelo tra noi Mae Ubu, neppure voi avete voglia di ricominciare.

Anche voi siete ormai avanti con gli anni, anche se devo riconoscere che siete

ancora una donna, attraente … fatta per … venite, andiamo, Mae Ubu.

La radio prende a suonare La Cumparsita. Pae Ubu le mette le mani sul seno, sulle cosce, la stringe a se, le arruffa i capelli, la volta e l’afferra da dietro in una posa di tango, i due si muovono flessuosi, si avvolgono appassionati, poi si spingono all’interno del Bus che quasi si sconquassa nella foga del rapporto. Infine i rumori si assopiscono e cessano del tutto. Mentre si accendono la luce del lampione, in cielo spunta la luna e dai finestrini s’intravede Pae Ubu che spegne la luce all’interno.


Mae: “Buonanotte! Pae Ubu”

(buio)



Scena II


Stessa scena. Albeggia, e la luce, dapprima fioca, gradualmente ci dice ch’è mattina.


Mae Ubu esce dal Bus rassettandosi, raccatta alcune cose in giro, le poggia da una parte, poi tira fuori dalla borsa una vecchia radio, un cartoccio, una bottiglia d’acqua, una piccola caffettiera, ed accende un fornello che tira fuori da un portello esterno. Prende ad innaffiare le piante.


Mae: (sottovoce) Pae Ubu, Pae Ubu! svegliatevi, che già il sole si è levato.

Non sentite l’odore del caffè? Dovete riprendere il lavoro. Non dovevate

andare a Milano? E a Lyon e a Marsiglia? Vi raccomando fate presto, che

anch’io ho un sacco di cose da fare. Stamattina devo andare all’Ufficio

Postale per vedere se è arrivata una lettera. Chissà? Non si sa mai … di

questi tempi tutto è possibile.

E poi devo andare al Mercato prima che gli spazzini portino via quanto ne

rimane. Non si rimedia molto di questi tempi sapete …

E su, fate in fretta Pae Ubu. Pae Ubuuu?


Pae: (si sente una scoreggia provenire da dentro il Bus)

Vengo! vengo Mae Ubu. Eccomi! (appare sulla porta del Bus con le

bretelle ancora calate, scalzo e con i capelli arruffati)

Merd! Mae Ubu, ma è tardi!


Mae: (esclama di gioia) Pae Ubu! Come siete bello questa mattina!

Non preoccupatevi, non è poi così tardi. Ecco “sedetevi” e “prendetevi” una tazza di caffè ben caldo.

(mentre glielo serve glielo rovescia sui piedi)


Pae: Merd! che bruciore Mae Ubu. Che bruciore!


Mae: (gli asciuga rapida i piedi con uno straccio e glieli fascia con lo stesso)

Oh, quanto mi dispiace Pae Ubu, quanto mi dispiace …

(supplichevole e con le mani giunte) Non mi ucciderete mica per questo?

Pae Ubu, é? È, Pae Ubu?

(lo tira per un lembo dei calzoni nell’attesa di una risposta)

Del resto non l’ho mica fatto apposta. Ora ve lo rifaccio subito.


Pae: (si prende i piedi fra le mani e fa una smorfia di dolore)


Mae: Il caffè, ve lo rifaccio Pae Ubu, non ve la dovete prendere per così poco.

(s’appresta a rifarlo quando s’accorge che nel cartoccio non v’è caffè a

sufficienza)

Aspettate Pae Ubu, vado a procurarlo immediatamente, al Bistrot. Torno

subito.


Pae: (l’afferra per i capelli e le da una pacca sul culo) Fate in fretta Mae Ubu. Che

non vi debba venire a cercare.

(canticchia una canzone oscena, poi, memore della sera prima, ripete un passo

di tango)


Mae: (con una tazza di caffè fumante in mano) Eccomi Pae Ubu! Sono stata brava? Prendetene, ma lasciatemene un goccettino, vi prego.


Pae: (prende la tazza e gironzola sulla scena sorseggiando il caffè)

Eh, il caffè! Che bella cosa. Non c’è cosa migliore di un buon caffè servito

sui piedi.


Mae: Pae Ubu, sapete a cosa penso? Penso che oggi potremmo andare a Venezia.

Pae: A Venezia, Mae Ubu? A fare?


Mae: In cerca di quel farabutto di Wladyslaw Ubu, Vostro figlio, rifugiatosi presso

la Serenissima in qualità di ambasciatore.

Egli è l’unico che non è impastato della Vostra stessa pasta. Che ha la testa

sopra le spalle.

Pae: (si gira un dito attorno al collo).


Mae: L’unico che non potreste riconoscere Pae Ubu.

Un vero artista della falsità, della mistificazione.

Chissà? Magari a quest’ora, con le sue influenti conoscenze può darvi una

mano a rimpossessarvi del Vostro trono alla Serenissima, Pae Ubu.

Ne avreste tutto il diritto. E poi, potreste sempre nominarlo Primo Ministro al

Vostro fianco. Non è forse egli il Vostro vero primogenito? Non vorrete

permettere a quell’impostore di Vostro Figlio Grzegorz Ubu, di rimettervi sul

trono per poi uccidervi?


Pae: Mae Ubu, Mae Ubu, è la vostra gelosia che mi ucciderà, non i miei figli.

(beve un ultimo sorso di caffè e posa la tazza)


Mae: No è il Vostro egoismo, Pae Ubu. Il Vostro smisurato egoismo. Ecco,

guardate!, non mi avete lasciato neanche un goccettino di caffè.

(capovolge la tazza e lecca le poche gocce che le cadono sul palmo della

mano)


Pae: E poi oggi devo lavorare. (seccato)

Devo andare a Lyon e poi a Marsiglia.


Mae: No, mio caro Pae Ubu. Oggi non dovete andare da nessuna parte. Perché

oggi è un giorno di festa in tutta la Francia. E di festa Voi non lavorate.


Pae: Come fate a saperlo Mae Ubu?


Mae: Me lo ha detto il garzone del Bistrot.


Pae: Merd! Un giorno o l’altro glielo faccio vedere io a quello lì, a dichiarare

festa senza il mio permesso. Si fa presto a dire: festa! Festa!


Mae: Allora partiamo Pae Ubu, andiamo a Venezia. Questo non è più un luogo

dove restare. Qui si fa festa in nome dell’uguaglianza e della fraternità.

E l’uguaglianza si sa non sforna pane per i rifugiati. Non lo ha mai fatto.

Così come la fratellanza non ha mai creato fratelli, li ha solo messi l’uno

contro l’altro. Dobbiamo scapparcene Pae Ubu, i Servizi Segreti sono già sulle nostre tracce. Non sarebbe opportuno che ci trovassero.

Potrebbero arrestarci e condurci in una triste prigione. Oh, quanto è triste una prigione!


Pae: Provare insieme l’ebbrezza della prigionia? Che meraviglia Mae Ubu.

Significherebbe risolvere tutti i nostri problemi pratici, logistici, economici,

eccetera, eccetera, eccetera! Una garanzia di sicurezza. E non in ultimo: di

moralità.


Mae: Pae Ubu, proprio Voi, parlate di moralità? Non vi riconosco più. Non siete

forse Voi l’uomo che ho sposato? Il padre che ho voluto per i “miei” dieci

figli?

Quei figli che Voi, Pae Ubu, avete fatto morire di fame. Uno alla volta, uno

dopo l’altro, senza timore alcuno, senza umanità, senza un pizzico di

mo-ra-li-tà.

Certo Voi, siete il Re Pae Ubu. Dieci figli, ma che dico, cento, mille figli, Pae

Ubu, a Voi tutto è dovuto.


Pae: Tutti quelli che avete voluto, la merd de la merd, come sempre Voi dite Mae

Ubu.


Mae: Al contrario pae Ubu, per incatenarli tutti alla Vostra cintola e nutrirli degli avanzi, delle poche briciole che vi cadevano di bocca. E poi giù, sferzate a chi non teneva il passo. E poi la morte, nottetempo, mentre dormivate sopra i loro corpicini. Io stessa ho tagliata la catenella dei moribondi e ve li ho portati via, per togliere a Voi il fastidio di quella morte non autorizzata. Così è stato per Karol Ubu e Josef Ubu. Ma al dunque ho imparato la lezione e ve li ho sottratti prima, facendovi credere ch’erano morti. Poi uno ad uno ve li ho sottratti facendoli scappare e allevare in Collegio, Pae Ubu. Li ho allevati lontano da Voi. All’estero.

Pae: All’estero, merd!


Mae: Ma non preoccupatevi, sono pur figli Vostri, e malgrado ciò, non sono diversi da Voi. Forse per questo oggi reclamano la Vostra testa Pae Ubu. E prima o poi dovrete dargliela. Prima o poi verranno a prendersela.

Per questo vi dico fuggiamo, Pae Ubu. Fuggiamo a Venezia. e poi con l’aiuto

di Dio, una nave che ci porti in Oriente, o in America, Pae Ubu, in America.

Deve essere un posto meraviglioso l’America. Li tutta la società è schiava della Democrazia.


Pae: A dire la verità, sono alquanto scettico sul potere salvifico della Democrazia.

Anche se la Democrazia … ma che vuol dire Democrazia? Voi, lo sapete Mae

Ubu? Che parola assurda!


Mae: Non tanto se altrimenti le Nazioni volgono tutte verso di essa.


Pae: Ma come può l’umanità chiudersi all’interno d’una Democrazia senza capire

che la stessa è sinonimo di prigionia: con le sue regole, le sue convenzioni, le

sue leggi, i suoi codici, i suoi decreti. È un fatto che la Democrazia porta con

sé il contrassegno della fine del libero arbitrio, la fine della libertà. E che pure

dovesse maturare l’idea di Democrazia, quando sarà, nessuno potrà farvi

niente. Nessuno ne avrà colpa, Mae Ubu. E sapete perché, perché tutti e

nessuno se ne dirà responsabile.


Mae: Che forse la Polandia è una nazione libera?


Pae: Libera sì, di scegliesi un sovrano?

Mae: Non certo libera dalla tirannia delle convenzioni.


Pae: La libertà non è solo una forma di libidine, così come la Democrazia è una

sorta di falsa moralità.

Entrambe, essendo congenite nelle scelti individuali, danno spesso forma ad

una cancrena che invade le menti, anche le più grandi, anche le più eccelse.

Ha forse bisogno di libertà un cane? Ha forse bisogno di Democrazia?

Ditemelo voi, Mae Ubu, ditemelo!


Mae: No. Dico: certamente no!


Pae: E allora, Mae Ubu, che ne parliamo a fare. Se il cane non ha bisogno della

Democrazia, avrà pur le sue ragioni, farà sicuramente i suoi propri interessi.

O no? Da par mio lasciamo che gli uomini si diano pure una sozza Democrazia, e che i cani da par loro, conservino la loro dipendenza cacando dove vogliono i loro escrementi.

Vedrete Mae Ubù, il Tempo mi darà sicuramente ragione.


Mae: A quei vigliacchi degli uomini, Pae Ubu?


Pae: Merd!, ai cani intendo, Mae Ubu, ai cani.


Mae: Non ho mai conosciuto uno più cane di Henryk Ubu, quanto vi assomiglia

Pae Ubu. Non si può dire che non sia figlio Vostro, è il Vostro ritratto

sputato. Anche come carattere non lascia certo a desiderare. Come Voi

Pae Ubu ha il vizio della cupidigia, quello sfrenato e intenso desiderio di ciò

che sembra essere bene e che invece è solo bramosia di potere, appetito di

glorificazione, di beni materiali, di guadagni facili, di facili onori, di

cupidigia insomma.

È curioso come l’avidità sia sempre affiancata all’avarizia!


Pae: Non è affatto curioso Mae Ubu. Non mi avete ancora dato le sigarette che mi

avevate promesso.


Mae: Oh, scusatemi Pae Ubu, provvedo subito.

(apre il suo borsone e le cerca sul fondo, tira fuori alcuni mozziconi, tra cui

anche uno di sigaro)

Ecco, guardate un piccolo cadeau per Voi Pae Ubu.


Pae: Grazie Madame la Buona Creanza! Grazie davvero. Chi ve lo ha dato?


Mae: Che domanda. È una semplice curiosità la Vostra Pae Ubu, o una scenata di

gelosia?

Pae: Geloso, Io?


Mae: Già, Pae Ubu, è gelosia la vostra. Che ne sapete Voi dei sentimenti, della

tristezza e del cruccio di chi troppo ama. Avete mai amato Voi Pae Ubu?

Vi siete mai immolato per amore?


Pae: Merd! ma vi sembrano discorsi da farsi questi? Mae Ubu, alla vostra età.


Mae: Stanislaw Ubu, Vostro figlio, è geloso matto di Voi, è l’unico che

s’immedesima in Voi. E che a suo modo vi ama. Vi ama a tal punto che

vorrebbe venire a stare qui con Voi, dormire con Voi, nel Bus, e un giorno egli dice prenderà il Vostro posto, Pae Ubu.


Pae: Ma è mio figlio? Merd! Lo trovo incestuoso!


Mae: Non lo è più del piccolo Aleksander Ubu. Che a suo tempo tenevate

volentieri nel Vostro letto. L’avete dimenticato Pae Ubu. Avete dimenticato i

sentimenti. Brutto segno Pae Ubu, brutto segno.


Pae: Ma la gelosia non è un sentimento, è solo una morbosità, e come tale va

mantenuta. Se non altro perché col tempo logora e crea devastazione. Come

del resto avviene a chi prova invidia, a chi si procura dolore per la felicità

altrui. Se non posso essere invidioso, non posso neppure essere geloso. Non vi

pare Mae Ubu?


Mae: Mi pare, mi pare, Pae Ubu. Avete sempre ragione Voi.


Pae: Merd! Sono un Re in esilio, quello che oggi direbbero un rifugiato politico.


Mae: No Pae Ubu, siete molto di più, Voi siete al pari di un Dio in esilio su questa

terra. Tutti vi invidiano. Il Vostro popolo che si sente abbandonato. I Vostri

figli logorati dalla gelosia. I Vostri cani diseredati. Tutti, Pae Ubu. È forse

tempo di fare ritorno in…


Pae: In quel di Polandia?


Mae: Si, in Polandia, come la chiamate Voi. La Vostra amata nazione trasformata

dagli eventi in Repubblica Democratica. Scriverò a Grzegorz Ubu, che avete

accettato Pae Ubu, e che vi farete ritorno al più presto.


Due Gendarmi si appostano e tengono d’occhio la situazione con fare comico e furtivo, si avvicinano al Bus. Mae Ubu e Pae Ubu non si accorgono di nulla fino a quando i due agitano i manganelli sopra le loro teste e mettono le manette ai polsi di Pae Ubu accusandolo:


Uno: Siete un sovversivo!


L’altro: Siete un sovversivo!


Uno: L’ho detto prima io!


L’altro: Non vale! Siete un sovversivo!


Pae: (senza ribellarsi) Merd! Non più di voi.


Mae: (ingaggia con loro una colluttazione; prende il suo borsone e lo sbatte contro i gendarmi atterrandoli uno dopo l’altro; ad uno di essi cade un foglio che lei non vede)

Scappiamo Pae Ubu, scappiamo!


Pae: Da quale parte?


Mae: (si strattonano dando luogo ad una pantomima)

Di qua, Pae Ubu, di qua!

No, di là, di là, Pae Ubu.

Per di qua, venite per di qua.

No, andiamo per di là, Pae Ubu. Facciamo in fretta.


Pae: Merd!

(si ferma davanti alla porta del Bus col fiatone, mentre Mae Ubu cerca una

possibile via di fuga, poi accende una sigaretta)


Mae: Che fate? Pae Ubu, ma che fate? In un momento come questo Vi lasciate

andare così, farvi arrestare senza neppure opporvi. Lasciarvi mettere in prigione in un paese straniero, è Pae Ubu? È una vigliaccata.

Che ne sarà di noi? A me non pensate? Ai Vostri dieci figli? Alla Vostra

nazione?


Pae: Tornare in Polandia e lasciarmi morire per mano di Grzegorz Ubu è questo

che volete? Merd! È questo che volete Mae Ubu?

Mae: (nel frattempo Mae Ubu fruga i gendarmi che restano per terra intontiti,

tirando fuori dalle loro tasche insieme ad alcune cianfrusaglie le chiavi delle

manette, che usa per liberarlo, quando scorge il foglio caduto in terra)

Una lettera, Pae Ubu. È indirizzata a Voi.


Pae: Date qua! (fa per togliergliela dalle mani senza riuscirvi)


Mae: Aspettate un momento, ma è una lettera proprio di Wladyslaw Ubu.

Ah quel briccone.

Me l’avete tenuta nascosta. Tenete la lettera e datemi i soldi che certamente

mi ha mandato.

Pae: Mae Ubu, sapete che non so leggere il milanese.


Mae: È in francese Pae Ubu, in francese.


Pae: Merd! Sapete anche che non so leggere il francese.


Mae: Date qua, Pae Ubu, ve la leggo io.

Oh, ho, ma è una lettera bellissima. Pae Ubu, è davvero una bella lettera.

Ascoltate.


(I Gendarmi si riprendono e facendo pian piano escono guardinghi di scena a gambe levate)


Mae: Ascoltate Pae Ubu, ascoltate, è meravigliosa:


“Miei cari . . .


Pae: Non ci si rivolge così a un Sire.


Mae: “..sono ormai a Venezia da circa due anni e non so decidere in quale dei suoi lati questa città più m’incanti. Pure, mi risveglio ogni giorno in una città sempre uguale, su d’un’acqua che la imprigiona in una cornice sfavillante e quasi immobile. Venezia conosce capricci, non stagioni; conosce solo il racconto che ne fanno le nuvole, se levitando in cielo, sposano la laguna. (..) La laguna nella quale è immersa, la protegge; essa vi appassisce, tuttavia.(..) Quante ore ho trascorse cercando interpretazioni romantiche di quei suoi “capricci”, che sono lusso, facilità, invenzione inesauribile, debolezza, voluttà disperazione. (..) Questa città mi da sempre la febbre. Venezia, le cui forze si esauriscono, dura soltanto per giustificare noi che rimpiangiamo i suoi fastigi. (..) L’aria febbrile della laguna influenza i miei giudizi. E poi, in questa piccola città aleggia un romanticismo creato dai nostri padri che irretisce il viaggiatore predisposto. Nessun luogo si presta di più alle analisi delle sfumature del sentimento, alle meditazioni sull’io. Quest’acqua calma appena palpita sotto la barca che mi racchiude: fastosi palazzi mi isolano dall’immensità della natura e dal cangiante oceano dei fenomeni”. (*)


Pae: (la interrompe) Merd! Mae Ubu. Ma è bella davvero. Strano che l’abbia

scritta un figlio mio, come dite voi.


Mae: Ascoltate Pae Ubu, ascoltate:

Qui tutto è umano, d’un’umanità senza tempo.(..)Heeeè!


Pae: (la interrompe di nuovo) Devo dire che mi fa cagare. Ma scusate!

Se andate avanti così, con questa umanità, presto dovrò correre al cesso!

Mae: Ma se non volete, allora ditelo, non ve la leggo.


Pae: Oh si, si certamente.


Mae: “È necessario tutto il malessere che Venezia ci dona, e che ci affina, perché si possa sentire ciò che effonde dalle sue estenuazioni. (..)Pianto senza tristezza. (..) Ma se mi discosto dalla piazza rumorosa, l’acqua cullante che di notte sciaborda sulle antiche pietre, m’intrica nei bisbigli. Poi un’onda ricca torna a sommergere queste sue eterne confidenze. In primavera, in estate, in autunno soprattutto, ho cercato di decifrare il ricordo sospeso, la tristezza voluttuosa tramite i quali Venezia eternamente si smemora. Non mi propongo di dipingere direttamente pietre, acqua e nuvole; ma di rendere intelligibili le indefinite disposizioni cui ci induce il ristagnare di questa romantica rovina”.(*)

. . .

Chissà cosa avrà poi voluto dire?


Pae: Paroloni, Mae Ubu, paroloni. Dovete leggere tra le righe, Voi che sapete leggere così bene, vi lasciate confondere dalle parole, e non vi accorgete dell’infima, sottile marcatura delle frasi, dell’infausta declamazione di un suono. In esse vi è palese un sortilegio di morte. Dietro la facciata si nasconde un inganno. Un invito a morire, Mae Ubu. Come se la morte fosse bella. E chissà che forse non lo sia? Questa contemplazione è per me l’asilo interdetto all’astio dei miei persecutori!


Mae: Siete di umore nero, Pae Ubu. Vedete spettri dovunque, Voi. Sono i fantasmi

delle Vostre colpe, o che altro? (mentre parla osserva attentamente il foglio)

Ma aspettate un momento: cosa sono tutte queste invisibili sottolineature che

vedo qui?

Pae Ubu, le avete fatte Voi?


Pae: Merd! Ma se vi ho appena detto che non so leggere il milanese. Figuriamoci

l’italiano.


Mae: È in polacco Pae Ubu, in polacco. E poi non è vero che non sapete leggere.

Voi, Pae Ubu sapete leggere benissimo se riuscite a leggere tra le righe.

Ma allora, queste sottolineature sono opera dei Servizi Segreti?

Erano forse loro Pae Ubu che sono venuti a prendervi? Dobbiamo fuggire Pae

Ubu, prima che sia troppo tardi.


Pae: E dove andiamo? (piagnucola) Merd! Mae Ubu. Dove?


Mae: A Venezia!

Pae: Mae Ubu, non ce la faccio. Tutta questa storia mi ha spossato. Possiamo

riparlarne più tardi, magari dopo che avrò fatto una dormitina?


Mae: E se dovessero tornare a prendervi? Se approfittassero e vi prendessero

mentre dormite? Eh! Pae Ubu, non ci avete pensato?


Pae: Voi dunque farete la guardia Mae Ubu, mentre io dormirò.


Mae: (rivolta al pubblico) Suona come un comando.


Pae: È un ordine. (sale nel Bus, chiude la porta e le tapparelle)


Mae: Si, dormite pure Pae Ubu. Ma è bene che sappiate che il Vostro non è il

sonno del giusto; che le minacce vengono anche dal cielo quando si è

propensi al male.

È tempo che vi pentiate Pae Ubu delle colpe di cui vi siete macchiato sui

Vostri figli.

È il momento Pae Ubu che …


Pae: (risponde con un rantolo)


Mae: Merd! Eccolo lì, già dorme. E io che passo il mio tempo a cercare

d’irretirlo.


Pae: (un vero e proprio ronfare accompagna il soliloquio di Mae Ubu)


Mae: (riprende il foglio in mano e lo legge dal punto dove si era interrotta)

Ascoltate Pae Ubu, ascoltate:


“Il fascino di questa città sui sognatori è che, nei canali lividi, le muraglie bizantine, saracene, lombarde, gotiche, romaniche, perfino rococò, tutte roride di spuma pervengono, sotto l’azione del sole, delle piogge e dei temporali, alla svolta equivoca dove, sovrabbondante di grazia artistica, ha inizio la loro decomposizione. Così avviene delle rose e dei fiori di magnolia, che non offrono profumo più inebriante né colorazione più intensa se non nel momento in cui la morte vi rifrange le sue segrete porpore, o ci propone le sue vertigini”.(*)


Pae: (parla nel dormiveglia) È una lettera da femmina!


Mae: Che sorta di poesia è questa? Pae Ubu. credo che alla fine avevate ragione

Voi, è come se se si parlasse di morte, come se la morte fosse bella.

Avreste detto un inganno, forse lo é. Ma come saperlo? Se ce ne restiamo qui,

io a fantasticare, e Voi a dormire. Non lo sapremo mai. È così, Pae Ubu?


Scende la sera e appaiono le stelle in cielo, Mae Ubu ne approfitta per rammendare alcune toppe sulle robe di Pae Ubu.



Atto II


Scena I


La scena è la stessa di prima. È una bellissima notte stellata. Mae Ubu ha appena acceso un piccolo fuoco e scalda qualcosa dentro un barattolo.


Mae: Pae Ubu, svegliatevi, avete dormito tutto il pomeriggio, su svegliatevi.

Presto farà notte. Non vorrete mica restare a dormire con lo stomaco vuoto. C’è qualcosa di buono per Voi nella pentola. Non sentite un certo languorino?

È stufato, Pae Ubu, l’ho fatto per Voi.


Pae: (fa una scoreggia, apre la porta del Bus e s’affaccia portandosi una mano alla

testa)

Merd! che mal di testa. Che succede Mae Ubu? Mi sembra di non vederci.


Mae: Non preoccupatevi Pae Ubu, non sono i Vostri occhi a non vedere. C’é che

mentre Voi dormivate s’è fatta notte. Ma se venite qua, all’aria aperta, vi

rischiarerete la vista e vedrete così che bella notte si sta preparando per il

nostro viaggio.


Pae: (scende i gradini e si ferma con lo sguardo levato ad osservare il cielo)

Bella, bella davvero! E dove andiamo Mae Ubu?


Mae: A Venezia Pae Ubu, a Venezia.


Pae: A Venezia? Noi, a Venezia? Adesso?


Mae: Sì, non ricordate già più l’invito che ci ha mandato Wladyslaw Ubu, il vostro

amato figlio?


Pae: Sono confuso, Mae Ubu. M’avete appena tolte delle manette che già me

ne volete mettere delle altre.


Mae: No, Pae Ubu, non sono mai riuscita a mettervele. È ora che ne mettiate

una. Almeno dipenderete da me per qualche cosa. Altrimenti non riesco

a trovare niente di voi che mi appartiene. Niente, Pae Ubu. Come se io

non fossi mai esistita per Voi. E poi, sarà un segno di riconoscimento per i

Vostri figli, i Vostri nipoti, e anche per i Vostri detrattori, nel caso …


Pae: Nel caso, Mae Ubu, nel caso?


Mae: Un segno per il quale tutti vi rispetteranno. Pae Ubu, chi ha avuto a che fare

con la giustizia incute sempre un certo rispetto. Non lo sapevate?

Dopo tanta nuvolaglia freddo e vento, abbiamo una bellissima notte stellata, un tepore insolito, quasi fosse primavera. Non trovate che ciò sia degno di rispetto?


Pae: Chissà, forse è perché siamo a Venezia?


Mae: Si, Pae Ubu. È una bellissima notte a Venezia. Sentite anche Voi lo

sciabordio dell’acqua, i profumi d’Oriente portati dalle navi saracene. E

laggiù, guardate! Non è forse quella una gondola che fende l’onda sotto il

peso del gondoliere? Non è forse questo il canto del marinaio solitario che ci

viene incontro come l’acqua, senza urti e senza affanno?


Pae: (muove dei passi lenti ed accende il pezzo di sigaro da cui aspira lunghe

boccate di fumo che si trasformano in volute sinuose; una leggera nebbia si

distende nell’aria. Si sente lo sciabordio dell’acqua. S’ode lontano il canto d’un gondoliere)

Guardi ma non vedi, è la Nave di Folli quella. Di quelle che veleggiano avanti e indietro sui fiumi, senza speranza di approdo. Come per i folli l’anima umana vaga sul mare infinito delle passioni, dell’ignoranza e delle false seduzioni. Gli uomini si sono addentrati fin troppo nella palude della malvagità, per sperare nella salvezza dalla tirannide. Oramai li tengo tutti stretti nel pugno.


Mae: È vero, la malvagità è oggi il vento che spazza il mondo. Ma … non è ancora

detto che sarà così, domani è, Pae Ubu?


Pae: I più, temono in segreto e pensano che non ci sia altro modo che dare sfogo

alla loro follia, per allontanare quella sorta di inquietudine che la malvagità ha

introdotto nelle loro anime. Non resta loro che lasciarsi andare ai propri

malvagi istinti.

Gli altri sono ormai costretti a fingersi folli per sopportare il peso d’una

esistenza grama. La nostra anima in fondo, non è che un concentrato di

pazzia trattenuta.

Che …


Mae: Eccoci siamo a Venezia, Pae Ubu. Sento i Vostri passi avvicinarsi, dileguarsi,

svanire nell’aria invisibile, di cui distinguo la giovinezza acerba nell’età grave

che vi portate addosso. Ed io sono ancora io. Vostra moglie, colei che più di

tutti vi ama, Pae Ubu. Non lo dimenticate mai. Accetterei di volare anche

sui tetti, se solo me lo chiedeste. Ah! come vorrei che ogni cosa restasse

così come stanotte: immobile, a farsi ammirare.


Pae: (allucinato) Ma non vi accorgete ch’è una città morta? Che i suoi canali

putridi di febbre, serpeggianti e misteriosi perseguono la metamorfosi del

cadavere? Non vedete anche voi quel corpo grave che affonda e riaffiora sul

pelo dell’acqua. Chi mai è costui?


Mae: Non siete Voi Pae Ubu, non temete, non siete Voi. Voi non avete ancora imparato a tremare davanti al silenzio e al vento della morte. Voi Pae Ubu, siete predestinato alle cerimonie, ai convitti dei grandi, alle parate, di quelle che suscitano emozioni antiche quanto l’amore e la morte, e che avete assoggettato alla forza virile che in Voi si ribella e si acquieta.


Pae: Se d’amore la sera v’invita a parlarmi così, Mae Ubu, sappiate che non v’è

amore al quale non mi sia costretto di fuggire, e verso il quale io non provi un

sentimento istintivo di ripugnanza, poiché non v’è umanità senza contrasti,

senza amore o senza dolore. L’umanità, Mae Ubu è in voi. È quella che

provate verso i vostri figli, che sono anche i miei figli. Ed io ve ne sono grato.

Ma non sarei più io, Re Ubu, se ora peccassi di un qualche sentimentalismo.


Mae: Fate pure, non so più da quanto l’aspetto.


Pae: Per troppo tempo ormai mi sono trascinato come un derelitto, per troppo

tempo ho opposto alla bellezza imprevidente la qualità dolorosa della mia

anima, che la semplice brezza del canale che volete farmi attraversare

potrebbe bastare a lacerarla irreparabilmente. Una simile emozione sarebbe

intollerabile, non sopravviverei più d’un attimo. E dopo, l’abbandono, la

morte, Mae Ubu.


Mae: Se nessun intervento grossolano contraddirà il destino...

Pae: Posso già prevedere gli stadi ultimi di questo mio esilio veneziano.

Molto presto sarò cadavere dentro un canale e i flutti porteranno al mio progressivo disfacimento. Al resto penseranno il silenzio e il vento, già insediatisi in me, a preannunziare la mia fine, il mio tendere al nulla. (riflessivo) Quasi che la morte sia bella (?).


Mae: Non avrei dovuto condurvi a Venezia, Pae Ubu, avete perso il Vostro solito

buon umore. Non disperate Pae Ubu, il cadavere giù nel canale non è il

Vostro ma quello di Wladyslaw Ubu, quell’unico figlio vostro eppure così

diverso da Voi.

Tanto che non lo avete riconosciuto neppure. Ma certo, come avreste potuto

Riconoscerlo?

egli rappresentava il Vostro lato buono, Pae Ubu. Quel lato di Voi che

neppure lo specchio vi ha rivelato mai.

Ed ora che ve ne state riappropriando egli non può che morire.

Lo state uccidendo Voi, Pae Ubu, Voi. Senza saperlo.


Pae: (piagnucola)


Mae: Sì piangete, piangete Pae Ubu. Mai lacrime sono state così dolorose al mio

cuore. Ma ora ci siamo Pae Ubu. Siamo qui a Venezia. E se il sentore vi dice

che questa deve essere l’ultima meta, perseguiamola insieme.

Trasformiamola in una parentesi di gioia.

Una piacevole scusa per godere della contrarietà grossolana della

“normalità”.


(s’odono in lontananza le note del Carnevale di Venezia)

Venite Pae Ubu. Tuffiamoci anche noi nel greto promiscuo e obliquo della mondanità, in questo buffo Carnevale.

Venite, a Voi piace ballare.

(Mae lo prende per le mani e insieme prendono a girare)


Mae: Com’è bello Pae Ubu. È forte l’attrazione che Venezia esercita sui sognatori.

Non la provate anche Voi? Lasciatevi andare Pae Ubu, lasciatevi andare.

(i due fanno qualche giro di danza, poi sfiniti si lasciano andare sulle sedie)

Grazie e poi grazie Pae Ubu, grazie. È come se avessi ballato una notte lunga

tutta la vita.

Grazie! Chiederò alla notte di trattenere il respiro, per non offuscarne il

ricordo. Poi ce ne andremo in gondola attraverso la laguna. Come due amanti

che hanno deciso di non morire.

E questa volta, sarà per sempre Pae Ubu, per sempre.

I due camminano mano nella mano in silenzio, la musica si fa lontana fino a scomparire. Sopraggiungono due Gendarmi muovendosi meccanicamente, come di marionetta, in compagnia di un omaccione, in camice bianco, che ostenta tra le mani una camicia di forza.


Uno: Siamo venuti a prendervi Pae Ubu. Non potete più restare qui. Domani qui si

sgombera tutto.


L’altro: Dovete seguirci senza fare storie. Altrimenti … (fa il gesto di sollevare

il manganello)


Pae: Si, certo, meglio nell’infame carniere, a soddisfare i cani.

(rivolto a Mae Ubu)

Avrei voluto indugiare ancora un po, Mae Ubu. Stava tutto diventando così piacevole.

Ma come si potrebbero trascorrere giorni più lieti in un luogo così malsano?

Nell’aria e nell’acqua aleggia una febbre che corrompe, che avvelena con le

sue esalazioni. Tornatevene a casa Mae Ubu, tornate dai vostri figli. Essi sono

la sola cosa che conta. In tutta la mia esistenza non sono mai riuscito ad

immaginare bambini più simpatici e derelitti. Sono sicuro che vi terranno

compagnia più di quanta possa tenervene io.

Ma promettetemi Mae Ubu, di non sacrificare niente di quanto c’è stato tra noi. E soprattutto ricordate Mae Ubu, non v’è giustizia che non sacrifichi qualcosa all’ingiustizia. Meglio nell’infame carniere, dunque, a soddisfare la sazietà dei cani.

I potenti della terra prima o poi finiranno col mandare al patibolo anche un anti-eroe come me che in fondo ha reso loro molti servigi.


Mae: (rivolta ai gendarmi) Aspettate! Dove pensate di portarlo? Non sopravvivrà!

(disperata) Non portatemelo via. Lo condurrò lontano dalla strada. Lo curerò.

Pae: E dove, Mae Ubu, dove?


Mae: In Polandia! Pae Ubu, in Polandia. Non è forse li che volevate andare?

Non è forse li che sta la Vostra casa regale?

Voi siete il Re, Pae Ubu. Re di una grande nazione.


Pae: È finita per la mia nazione! Non posso più soccorrerla. Sono imprigionato!


Mae: (rivolta ai gendarmi)

Vi prego, lasciatelo a me. Non è un violento. È buono come un bambino.

(i gendarmi lo lasciano, lei lo prende per mano e gli fa fare un giro

tutt’intorno)

Ecco vedete, non è violento. È buono. È vero Pae Ubu che siete

buono?


Pae: Tuttavia provo che il piacere di una lunga riflessione metodica non è inferiore

agli abbandoni del mio fantasticare utopico quanto sciocco.


Mae: Da ora in poi avremo molto tempo, Pae Ubu, tutto per noi. Per rinunciare

definitivamente alla verità, alla realtà, alla giustizia.


Pae: Anche alla Repubblica e alla Democrazia?


Mae: Anche ad esse Pae Ubu, anche ad esse. In quella sorta di favolandia come

Voi chiamate la Vostra nazione, non c’è posto per questo genere di cose.

E quindi potremo rinunciare facilmente ad essere ciò che siamo.

Ascoltate, vive li, da tempo ormai, un popolo bonario e ingenuo, sottomesso,

ignaro del bene, dall’onestà; dolce e lieto di compiacere i Vostri cattivi

propositi.

Pae Ubu, vi propongo di raccogliere queste parole e considerarle come la

formula di una nuova moralità.


Intervengono degli operai che sotto la vigilanza dei gendarmi cominciano a smontare il Bus.


Pae: (senza accorgersi di quanto gli accade intorno)

Quali che siano le sue origini, un’umanità che si assoggetta nell’affermazione

di un idea, qualunque essa sia, non potrà definirsi libera da alcuna

condizione.


Mae: Per carità, Pae Ubu, non fatevi sentire dire ancora di queste cose.

Nessuna società può fare a meno di rifarsi a un modello democratico:

tutte si danno sempre una regola. Ogni comunità, seppure in apparenza

incoerente più dei cosmopoliti che oggi formano i Governi, tende sempre a

costituire una propria forma di Democrazia.


Pae: Merd! Mae Ubu, Mi avevate promesso, che non avreste più pronunciato la

parola Democrazia. Non lo ricordate?


Mae: Avete ragione Pae Ubu, non posso che darvi ragione. Eh, che ci volete

fare. A furia di starvi a sentire anch’io incespico nel parlare. Ma non per

questo ora dovete rattristarvi. Suvvia, venite con me.

(Mae Ubu conduce Pae Ubu fuori di scena)



Scena II


Mae e Pae Ubu rientrano dall’altro lato. Non c’è più il Bus ma una stanza di una Casa di Cura per malati mentali. I due si inseriscono nell’ambiente girando dapprima su se stessi, poi fermandosi a parlare ora con uno ora con un altro dei pazienti / ospiti. S’ode un sottofondo musicale.


Mae: Venite Pae Ubu, voglio presentarvi i graditi ospiti di questa sera.

Abbiamo qui Le Comte d’Auvergne in compagnia della Marquise Chantal de

la Monnier.

Pae: Merd!

Mae: Marie Antoinette Imperatrice di Francia, in esilio.

Pae: Merd! (le fa segno di tagliarle la testa)


Mae: Il Marquise de Flammarion. Le Capitaine de Monblanc. Lord Catoblépas. Madame Catherine de la Carcasse.


Pae: (risponde con una scoreggia) “Merd! De la carcasse!”.


Ultimate le presentazioni Mae Ubu e Pae Ubu, trovano due scranni simili a due troni su di una pedana e si siedono uno accanto all’altro. La pedana prende a salire lentamente mentre dall’alto scendono fino a loro i vestiti e le corone regali. I pazienti a loro volta tirano fuori abiti sfarzosi e si trasformano in ospiti di corte.


Mae: È, Pae Ubu! E dire che non ci volevate venire.


Pae: Si, visto che è così, tutto è finito e tutto ricomincia. Vediamo un po’ chi

posso amm …


Mae: (gli chiude la bocca con la mano)

Per carità! Non fatevi sentire. Ecco Madame de Pompadour!

(s’avvicina al re guardando con sdegno la regina)


Pae: (le tasta il seno e quando lo sente floscio fa un verso di schifo)

Merd!


Pae: “Dal tenebroso orrore del mio gran regno / (fugga donne il timor dal molle

seno) / arso di nuova fiamma a Ciel sereno / donna e donzella per rapir” (**)

Io vegno!

Madame de Pompadour: “Non tacerà mia voce / dolci lusinghe e prieghi, / Fin che

l’alma feroce del Re severo al “mio” voler non pieghi” (**)


Mae: (si alza in piedi)

Oh de la morte innumerabil gente / tremendo Re, dal luminoso cielo /

traggemi a quest’ ‘onor’ materno zelo. / Sappiate ch’a mano a mano /

l’unico figlio mio di strali e d’arco / arma spezzato arcier gli omeri e

l’ali”. (**)


Pae: Bello! Un bel discorso davvero. E chi sarebbe questo figlio mio? Lo farò

certamente uccid …


Mae: (all’orecchio) Uno!


Pae: (annuisce)


(Mae Ubu lo spinge ad alzarsi e tenere il suo discorso)


Pae: “Mal si sprezza d’amor la face e‘l telo: / sallo la terra, il mar, l’inferno e’l

cielo” (**)


Tutti applaudono contenti e con fare goffo danno inizio alla danza sulla musica del “Ballo delle Ingrate”. Sul finire tutti si spostano in direzione del sollevato trono, dove Re Ubu e la Regina sorridono trionfanti.


Pazienti / Ospiti: Viva Re Ubu! Viva la Regina! Lunga vita al Re!


(nella confusione generale, c’è anche chi grida):

Abbasso il Re! Morte al Re!


Pae: (fa l’atto di bussare alla porta del cielo con lo scettro)

Aprite! “Aprite le tenebrose porte / de la prigion caliginosa e nera / e de

l’anime ingrate / traete qui la condannata schiera!” (**)


Sulla “musica a ballo” che torna in primo piano tutti danzano, mentre Mae e Pae Ubu si pongono in nobile postura.


Mae: (le porte sono aperte) Venite Pae Ubu, venite!


Pae: Orsù, dove mi portate?


Mae: Siamo in Polandia, Pae Ubu, nella Vostra Polandia!


Il sipario si chiude per aprirsi, poco dopo, ancora sulla “musica a ballo” per i ringraziamenti di rito.



F I N E



Note:


(*)Maurice Barrès “La mort de Venise” 1921 Librairie Plon - Paris

traduzione di A.Pes e T.Nicoletti - Ed. Novecento 1985 – Palermo.

(**) Claudio Monteverdi “Il Ballo delle Ingrate” – 1608 Early Music – Naxos.


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