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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

La Straniera

Dike, la dea della giustizia

389 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 08 agosto 2019 in Thriller/Noir

Tags: #GiustiziaDivina #Dike

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Ho lasciato la grande città e mi sono stabilita in un piccolo borgo agricolo. Il mio arrivo ha suscitato grande meraviglia tra gli abitanti di un paese in cui la popolazione è andata progressivamente riducendosi nel corso degli anni.

Ma mi sono integrata bene. Ho accettato un lavoro part-time presso il Bar della Piazza. Non ho battuto ciglio alla proposta di un misero salario e di un orario prevalentemente serale. Al gestore, che mi ha subito assunta, giovava la presenza esotica della “Straniera”!

Il Bar della Piazza è anche l’unico del paese, il ritrovo serale di sfaccendati e ubriaconi. Ma, a me piace questo lavoro, che mi mette in contatto con la più varia umanità.

La mia abitazione è la penultima del Vicolo del Convento. È una viuzza che si snoda dal retro della Chiesa di Sant’Antonio, protettore del paese, fino ad una zona disabitata e coperta di sterpaglie, quasi inaccessibile. Nella casa in fondo al vicolo abita una famiglia di contadini: il padre Francesco, la madre Giovanna col ragazzo, Michele, che ormai ha già diciotto anni e lavora in un’officina del paese. Le due figlie femmine sono più piccole e vanno ancora a scuola. Francesco non è un buon padre: le ragazze lo temono e Michele cerca di evitarlo. Giovanna indossa sempre abiti accollati e con le maniche lunghe, anche in estate. Il motivo è il marito manesco ed ubriacone. Si vergogna a mostrare i lividi delle percosse e dei pugni, quasi fosse colpa sua!

Qualche sera fa, l’ho sentita piangere disperata nel suo letto, mentre lui la insultava e la picchiava con violenza, sperando in cuor mio che si stancasse presto. Poi ho sentito il ragazzo:

«Alzati, mamma e vestiti. Ce ne andiamo»

«Cosa credi di fare? Qui si fa solo quello che dico io. Sono io il padrone».

È sceso dal letto per aggredire anche il figlio.

Ci ha messo poco a capire che ormai non aveva più di fronte un bimbetto spaventato. Michele è giovane e forte, i muscoli irrobustiti dal lavoro in officina, ormai più alto di lui e, certamente più scattante

«E allora andatevene. Portala via questa puttana e non fatevi più vedere in casa mia».

Ha svegliato anche le sorelle e tutti insieme hanno raggiunto la fattoria dei nonni a tre chilometri dal paese.

Ora Francesco passa le sue serate al Bar della Piazza, perche non ha più una famiglia sulla quale scaricare la sua ira. Prima di andarsene acquista sempre una confezione da sei birre per portarle a casa e terminare in solitudine la serata.

«Mi aspetti. Tra mezz’ora termino il servizio. Abitiamo vicini, facciamo la strada insieme così mi accompagna fino a casa. Intanto le offro un bicchiere di prosecco per ingannare l’attesa».

Il gestore mi guarda di malocchio, ma lui è un buon cliente perciò tace. Tanto potrà togliermeli dalla paga!

Nel tragitto gli chiedo di offrirmi una birra. Sorride felice tra i fumi dell’alcol: potrà raccontare che la “Straniera” è stata a casa sua!

Siamo quasi arrivati:

«Salgo un attimo nel mio appartamento a prendere una cosa, intanto accenda il camino, sarà bello fare quattro chiacchiere al calduccio».

Porto in dono una bottiglia di brandy stravecchio:

«Per l’ospitalità».

Nel piccolo salotto un fuoco scoppietta allegramente nel caminetto. Ci sediamo nelle poltrone di fronte. Io sorseggio lentamente la mia birra perché a me l’alcol non piace, mentre lui si scola le rimanenti.

«Adesso ci sta bene un bicchierino di brandy».

Raggiunge vacillando la vetrinetta coi bicchieri. Ha già bevuto tantissimo, eppure butta giù anche quello con piacere. Gli chiedo notizie della sua famiglia. Farfuglia che non sa dove sono e non gliene importa niente.

«Comincia a fare più freddo, può aggiungere un ciocco di legna?»

Raccoglie un ceppo dal secchio lì accanto e si alza barcollando per buttarlo nel fuoco. Una mia leggera spinta, quasi una carezza, lui inciampa nel tappeto e cade a faccia in giù direttamente sulle braci accese. Neanche il tempo di urlare: il volto già aggredito dal fuoco. Lo guardo sussultare dal dolore e aspetto con pazienza che finisca di bruciare. Quando le fiamme avranno finito di svolgere il loro ruolo vendicativo la sua anima continuerà a bruciare in un inferno senza fine. L’inferno che ha regalato ai vivi è terminato, il suo durerà in eterno.

Lavo accuratamente i bicchieri e li ripongo in ordine nella cristalliera al loro posto. Cancello ogni mia traccia e mi riprendo la bottiglia di brandy.

Giunta a casa la svuoto nel lavandino e poi esco per buttare il vuoto nel cassonetto per la raccolta del vetro. Non mi va che si sappia che ero lì al momento dell’incidente.


Dai giornali: “Spaventosa disgrazia domestica. È stato trovato carbonizzato nel salotto della sua abitazione. Probabilmente ubriaco è inciampato mentre ravvivava il fuoco nel camino, finendo col viso sulle braci. Impedito a chiedere aiuto, la tragedia si è consumata in breve. Abitava solo essendosi la famiglia, moglie e tre figli, trasferita in altra località. Il corpo è stato scoperto la mattina dopo dai vicini, allertati dall’odore di bruciato. Conoscenti riferiscono la frequenza abituale nel bar della zona e l’acquisto quotidiano di alcolici. La polizia, intervenuta sul luogo per constatare il decesso, ha rinvenuto numerose bottiglie vuote ….”


Gent.ma Sig.ra Giovanna,

ho letto sul giornale con profondo dolore della terribile disgrazia che ha coinvolto la sua famiglia e Le porgo le mie più sentite condoglianze. Pregherò molto per voi, per lei e per i suoi figli. Non penso che tornerò più in paese perché ho trovato un lavoro migliore presso una grande ditta farmaceutica in città, ma vi terrò sempre nel cuore. Nel salutarvi vi invio tutta la mia solidarietà.

La vostra ex-vicina di casa Dike.


(Dike, Eumonia e Irene erano le tre Ore, figlie di Zeus e di Temi. Impersonavano la Giustizia, la Disciplina e la Pace e avevano il compito di sottrarre l’umanità all’arbitrio e al disordine).


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