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Una storia di DomenicoDeFerraro

CALLIGRAMMA D'AMMORE

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6 minuti

Pubblicato il 14 marzo 2019 in Poesia

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Immagini dolce sogno d’un Dio.

Simile ad una lacrima caduta nel buio.

Simile ad una lama macchiata di sangue.

Simile alla veste lucente dell’aurora.

Immagini ,infanzia ,felice d’un Dio bambino.

Offerta fatta in punta di piede ascoltando

i canti del nord. Aprii gli occhi nel mattino dall’ugola d’orata.

Dolce fù il risveglio ,ritornare a te dea della luce ,ed il passato

Mi pareva lontano viaggiando oltre le colonne d’ercole.

Chiesi al pellegrino : Perché sei così triste ?

Ho venduto il mio tempo e il tempo che fui…

Giacqui esausto sù un giaciglio di paglia in un vicolo nero budello.

Ammirando le poche stelle si poteva vedere in fondo al cielo.

Giacqui su un letto di spine in un palazzo dimenticato

Nobile dimora abitata da spettri e strani mostri.

Dove fiorì il mio umile canto ,io nacqui .

Mi piaceva la poesia , evasione fantastica da una realtà crudele. Nel canto Vivaneo m’inoltravo lungo vicoli impervi

Serpeggianti sui colli dolenti ove si poteva scorgere da lontano il mare. Ed Il canto del soldato s’udiva in marcia al suono delle cornamuse. Nauseabondo il fetido odore della morte .

L’odore putrefatto dei fiori secchi sulle tombe dimenticate.

E nel favellare d’armi e d’amor per umile fanciulle .

mi ritrovai perduto a volte per sempre

in un canto di strada, andando per città e paesi.

Mi destai alle prime luci dell’alba d’un giorno qualunque.

Vidi te dialogare con angeli tra i fiori di pesco circondate da fabule farfalle.

Ti vidi trascendere i pensieri migranti sui monti innevati.

Un doloroso urlo poetico annunziava la fine d’un era pendula

sul bordo del labbro macchiato d’inchiostro.

Bianche ebbre colombe s’alzarono in volo

Sfiorando le nubi con l’ali . Ma tu Gloria mi hai sempre ignorato.

In groppa a puledri sbizzarriti dal pelo selvaggio coperti di sudore in fondo al valico di collina ,correndo contro l’insano destino

con il crine sciolto nel vento.

Veloci, cilestri strumenti perfetti accordati al

suono

di un canto popolare

Al chiaro d’una luna elettrica alta su un goffo golfo .

Teoria coronata di note aulenti volate via per ire ridenti

Per contrade selvagge , l’animo trionfava

Prosperina in veste d’arlecchino.

Quante voci tintinnanti , quanti richiami notturni.

Ebbi in dono da te un giaciglio di fiori sbocciati di notte

Un amore cieco in fondo al cuore.

Tra l’una e l’altra sponda una cortina nebbiosa

copriva d’ombre eremite il rito infecondo degli Dei

e la carne non era mai sazia di vizi e virtù.

E quando le concubine sedettero silenziose nella

Notte tosca e oscura. Io rincominciai

ad ammirare le spoglie dell’indomito spirito.

Oh notti infinite, desta primavera immerso nella bellezza aurea ,concetti singolari ove il senso delle parole perlacee si rifugia

dal caldo sole d’oriente quasi fosse in loro espresse

lo stampo divino d’un desiderio in sé.

Sotto i muti cieli d’agropoli l’elmo sgualcito degli eroi .

Nessuno comprese quel semplice atto ,ed io mi sentii forte

nell’essere savio .Giovane vita trasfigurata

nei miti della madre patria.

Credetti per un breve lasso di tempo d’essere pari

all’artefice di tale austera arte .

Poi sulla soglia d’un sacro boschetto

lungo il fiume scurrile la luna

Trasecolò dietro l’opache ciminiere

di scheletriche industrie.

L’orrore meduseo parve così cambiare sembianza al viso notturno

Delle stelle apparvero sull’osco mare degli ave stirpe.

Aminta ammirava in disparte gemere lauree.

Guardava l’orsa e rimirava le pleiade.

Il vessillo del toro ed Orione in armi .

Così splendeva la grande notte d’Orfeo.

Vivere d’una vita taciturna e sacra invocando m’udisti cinto

D’astri evocatrice d’inni, madre terrestre genitrice d’ogni cosa

M’udisti. Erano nel mio petto gli inni e le odi. Bagnati i miei occhi

Scrutavano l’oriente. Ferveva il desiderio di vedere comete

Cadenti nel bel mezzo d’un cielo infinito .

Al suon d’un battito frenetico “ o cuore templare” Disse palpitante sul finire del creato il prode eroe.

Ove l’arte tace il desiderio anela.

Quali amanti ?

Quale sorte?

Quale preghiera?

Ovunque l’affanno solcava la calura, l’alba sorgeva nel brusio dei giorni spesi .

Ah! Anch’io sperai che l’ira loro si placasse ed i marmorei templi comprendesse il semitico sacrificio , accompagnata da una orazione silenziosa sul

finire della sera.

E io dissi : “Mondo sei mio . Ti coglierò come un frutto acerbo

Per calmare la mia fame perenne” E la sorte mi rispose : Piccino

Cosa fai lì da solo? Io risi e dissi: Aspetto di voltare pagina.

Presi le mie povere cose e nel silenzio m’avviai verso un nuovo giorno insieme ad uno stormo di fate e di perché.

Ella mi osservo dall’alto e ridendo scomparve.

Dietro un drappo teatrale. Come dimenticato in tale incantesimo il mio cammino prosegui sull’orme d’aneddoti e leggende.

Ora nella favola Bella che ieri m’illuse e ancor oggi m’illude.

Piccino continui a guardarmi intontito?

Dové la tua mamma ed il tuo papà?

Uno strano ricordo riemerse nell’animo , un mondo di cerule

passioni ,ebbrezze sepolte in cose sconosciute.

Perduto in una innocenza senza tempo.

Una Meretrice.

Perché mamma quella donna si mostra ignuda davanti a papà ?

Ed il mio cuore batteva e non riuscivo a fermarlo .

Cosa vuol dire …..

La sua voce sensuale mi trascinava in un delirio di frasi e perchè.

Ripensavo ai miei amici di scuola , perduto nelle mie fantasie notturne.

ME-RE-TRI-CE.

Un nome intriso dal sapore d’un amore confuso.

Ed il sogno penitente si consumò in una misera stanzetta

D’ospedale gestito da un gruppo di fratelli misericordiosi.

La morte passò distratta nel quotidiano vivere di molti .

E dal cielo piovigginando, senza tregua bagnò le vesti silenti .


Tutti

si preparano in silenzio

pregando per un ultima volta

Tutti

aspettarono sull’orlo

di un abisso la speranza venisse.

Una ninna nanna ,una malinconia,

un gioco di parole, una speranza

Negli ospedali tetri e tristi nei conventi

Venerati nati sui peccati mortali

Spose malate ,ed ella passava

recitando il suo rosario

Al cielo.

Io pensavo a quel male, a quelle paure

fuggite via da quel petto dolente.

Son tutti uguali uomini e donne ,piangono in silenzio nell’oscurità della sera

Impauriti e feriti rivolti dall’altra parte

nei loro miseri letti.

Maria Pellegrino piange.

Giovannina Cinque piange.

Numeri e pregano che un po’ di tosse

quel dolore fastidioso sparisca.

Primavera.

Finalmente l’ora della partenza è giunto.

Ritorna il canto della cicala.

La fine d’una lunga convalescenza.

Ero ammalato .

Per rallegrarmi suonasti per me al piano

una musica soave e melodiosa.

Ed io rimasi a lungo dentro di te nell’eco dei tuoi dolci canti

Nella prosodia dei salmi , nel recitare e salmodiare le sure amorose .

Notti stellate quando l’odore dei pini profuma l’aria .

L’anima mia continua a bearsi in un crescendo di note

aulenti e mistiche , elevandosi mute nel coro giulivo d’un canto c lascivo e veloce che sale con gli angeli fin lassù in cielo

Dalla

misera chiesetta bianca e povera

dispersa nel bel mezzo d’una contrada

Il mio pensiero insegue ancora

La vita e l’amore d’ un tempo perduto .

Cosi scrissi in fretta, dopo aver pianto nel libro della vita.

Il Calligramma

Io , continuo a vivere in voi.








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