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Una storia di CuorDiPolvere

Frenèsia

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5 minuti

Pubblicato il 08 maggio 2019 in Poesia

Tags: #Frenesia #Monoideismo #Favola #Cercatori #Eredi

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I.


I capelli glieli aveva aggrovigliati il vento a furia di scappare; per corsa, lei studiava un passo a misura di respiro, ne bilanciava il peso col battito del cuore: così facendo scioglieva il mistero di una contemplazione tremenda, ne diventava operatrice di meraviglie, per strada non aveva mai un ostacolo.


Nel tessere i vicoli in furiose giravolte, le capitò spesso di sfiorare un giovane maledetto. Volando sopra i tetti respirò, al chiaro di luna, i pensieri degli uomini, e sognò della Porta Impenetrabile.


I sogni degli uomini le fecero vedere un tremendo sacrificio: dietro quella porta era stato bandito un reame, chiuso a chiave nel districo di vicoli della città, con la scomparsa di quelli che avevano intonato le preghiere e combattuto.


Cominciò, da allora, a girare voce di un sogno; esordiva coi tamburi di guerra, le lance, il buio e le eclissi, poi l'accumularsi dei secoli dentro un reame disturbato nei tempi. Nei più virtuosi cavalieri, questo faceva esplodere un imbattibile desiderio, tale che perdevano la pace in questo mondo. Bramavano una cosa, una soltanto: di tornare in quella terra che, con gli inganni del suo richiamo, gliela faceva immaginare come casa.


Da giorni le capitava di incrociare nelle sue giostre il vicolo proibito della Porta Impenetrabile. Udiva le litanie delle sue preghiere malinconiche, lo vedeva sfoderare la spada e inginocchiarsi al cospetto di un qualcosa di soprannaturale, avvolto in una nube di luce ma senza velo alcuno per lui, perché piangeva.


L'incidente, ecco, scese con la pioggia di una primavera, quando lei cadde per la prima volta.

II.


Conobbe, insieme alla distrazione, la vergogna di averlo schiantato in terra.


"È casa tua quella lì dietro la porta?"
"È lei, lo sento, è la mia tanto amata patria!"
"T'inganni. L'ho visto in sogno, è un malaffare!"
"È più di un malaffare: è il peggio, il purgatorio perfetto. Ogni cosa nasconde un frammento, guardi bene, della nostra storia; una storia che si è persa per sempre. La sospiriamo, ne siamo vergognosamente separati, quasi ci uccide il ricordo di lei nei sogni".


Lei raccontò di essere la figlia del Signore dei venti caldi dell'est, nata nel deserto bollente ai confini della terra e smarrita nel mondo in seguito alla rivelazione di un mistero impenetrabile.


Cercando quel mistero perse ogni cosa, e divenne selvaggia cacciatrice del vento, signora dei tetti e senza ostacolo: Frenèsia era il nome suo, per la falce di luna sotto ai piedi.


Lui le porse la spada e dichiarò sé stesso come Solismondo, figlio di un re del cui nome è proibita la pronunzia, in parentela di voto coi Maledetti - a nome di tutti quelli, cioè, che perdendo la vita trovarono la chiave della risurrezione, e tornarono a regnare sopra la terra.


Fu allora che lei conobbe il primo mistero dell'amare, sapendo ch'era per lui il momento di andare, perché la Porta si era aperta ed era preso a nevicare.

III.


Lui varcò la soglia dopo averle impresso il rispetto di lei nel gesto sacro del baciamano, dichiarandola portatrice di un segreto.


Un corvo bianco di sol due penne passò dalla porta insieme a lui, quasi per dispetto; e lei, che aveva ricordi ancestrali di voli oltre le nuvole tempestose sopr'ai mari, si era incoronata patrona di tutti quelli che dimorano nell'aria, e con tale onore adempì fedelmente alla contemplazione del secondo mistero dell'amare: la fuga, l'incubo e il segreto.


Il vento le spinse i piedi nell'andare, scalza, oltre la soglia.


Si svegliò ch'era bambina sotto un cocente sole nelle sabbie dell'oriente. Mille notti nel deserto sanano i ciechi e guariscono gli storpi, e fra le dune si scopre quanto può essere triste una canzone quando si è lontani da casa.


I sigilli e le preghiere impresse intorno all'architrave parlavano di un Campanile, che sonando faceva sanguinare il cuore dei giusti laddove il dolore asseconda la riuscita di un'impresa, attraverso il soffrire e il cercare quale fosse, infine, la soluzione all'enigma. E lo mostrava ai viandanti dietro il velo di un sogno, un'estasi, un ratto dello spirito.


Non sapeva ancora quanto grande fosse la sua fortuna, che fu portata dai giri del caso sulle sommità ventose di un gigantesco albero secolare, dove un folle aveva deciso di prestar servizio.


Si presentò a lei col profondo inchino e nominandosi Vetro, "o come si suol dire, Lume di Lampada".
"Perché dall'alto ogni cosa mi si rivela. In queste lenti ci vedo gli occhi miei che si ribaltano e mi accorgo di ogni cosa che ha uno spirito e si muove in tutto il mondo".


Lei chiese di un prode, un cavaliere maledetto, entrato prima di lei per diritto, del quale custodiva un segreto inconfessabile.


Un tale Solismondo -le disse- s'era visto vagare sopra e sotto le fortezze abbandonate, che tanti occhi lontani lo videro perdere la speranza e pregarono per lui, finché ottenne quel che cercava, e che tutto questo era successo parecchie centinaia di anni prima.


Lei, quindi, fuggì di nuovo.

IV.


Un'arco teso le scoccò l'idea di una folle corsa, nebbia di una memoria amara, intima e bruciante che col lungo sibilare in sol, le diede un bacio al cuore e la fece ricordare.


Ogni freccia, in quel posto, aveva un nome, e lei li aveva imparati tutti quanti; una si chiamava Af, vagabondo del cielo
e le aveva detto, mangiando il vento nello scocco, che "... questo posto è un incubo, fra tutti forse il peggiore. E come ogni incubo ci insegna, bisogna combattere fino alla morte per tornare ad esser desti".


Diceva di conoscerla, che per la carne e il sangue dei sovrani era stata forgiata la sua punta; ne sentiva, è vero, come un profumo d'incenso. Come quella storia antica, "che dovrà ancora esser scritta" disse, che comincia alla morte di quel Re e il viaggio del suo Primo Cavaliere al centro del mondo, dove cadde dal cielo la sua amata stella.


L'ultima freccia del suo arco, Ur il Tremendo, fu il suo letale compagno: giaceva nelle costole di un generale, rubato al suo tempo per vagare disperato intorno alle rovine della capitale, legato a ogni suo granello di pietra per animo malinconico.


Custodiva la chiave di un segreto nelle lunghe grafie di una pergamena, una lettera impronunciabile per gli uomini, la cui visione incendiava i cuori e mostrava la visione anacronistica di balconi pieni di rose in fiore e lo sventolare dei panni stesi al sole.


Tornò a nevicare, e da oltre la nebbia giunse allora Solismondo.

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