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Una storia di Purpleone

Il villaggio dei corvi (versione estesa)

2^ parte

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8 minuti

Pubblicato il 05 luglio 2020 in Horror

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...Non riposai bene quella notte. Prima faticai a prender sonno a causa dell’eccessiva stanchezza che mi martoriava le membra e per il caldo opprimente nonostante la finestra aperta e poi, sopratutto, per gli strepiti degli uccelli notturni che al tramonto, e per qualche tempo dopo, si produssero in una sarabanda di tutto rispetto. Quando finalmente mi addormentai, mi girai e rigirai sul letto preda di un sonno agitato e forse di un tardivo colpo di calore che mi causò brutti sogni e nessun ristoro.

Mi svegliai alle prime luci dell’alba, in un bagno di sudore. Nella mente avevo ancora le facce dello sceriffo e dell’oste che avevo sognate per tutta la notte.


Passai il resto della mattina lavorando alla sistemazione del mio futuro gabinetto medico. Sul retro della casa, in un angolo del recinto, trovai delle vecchie assi e qualche attrezzo e, pur non avendo delle eccelse qualità nell’arte della carpenteria, mi riuscì di sistemare alla meglio le magagne più urgenti. Non fu un lavoro di fino, però adesso la porta non traballava più sui cardini, gli scuri delle finestre svolgevano discretamente la propria missione e il tetto aveva solo qualche trascurabile pertugio qua e là. Certo prima dell’inverno avrei dovuto risolvere il problema ma, per ora, era più che sufficiente.

Durante i lavori vidi un paio di corvi posarsi sull’albero rinsecchito dietro la casa e con il movimento guizzante delle loro testoline, sembravano tenermi d’occhio e controllare i miei progressi. Ecco, pensai, proprio un villaggio di corvi.

A mezzodì mi recai al saloon per pranzare e, per strada, incrociai finalmente qualcuno dei paesani ma nessuno di essi rispose al mio saluto, uomo o donna che fosse. Si tennero a debita distanza, superandomi rapidi e con gli occhi fissi a terra. Nell’aria solo il frusciare delle loro vesti scure.

Il pranzo fu la replica della cena precedente: stesso orribile stufato (al quale diedi un poco di sapore aggiungendo del peperoncino), birra tiepida e gli stessi due tizi al tavolo della sera prima. Anche questa volta per niente inclini a restituire il saluto.

Terminai rapidamente di pranzare e ritornai ai miei lavori.

Sistemare l’interno fu più alla mia portata poiché non feci altro che spazzare e ripulire i pochi arredi che qualcuno prima di me aveva usato.

Il lavoro più impegnativo fu sistemare le gambe di un vecchio tavolo traballante sul quale posai il panno con gli strumenti medici. La vecchia poltrona che stava accanto alla grossa stufa era in discrete condizioni, e dopo una spolverata la sistemai vicino alla finestra: sarebbe stata ottima per le visite e le estrazioni dentarie. Ci trascinai accanto un trespolo a tre gambe, con più ruggine che metallo, e vi incastrai a forza un bacile per le necessarie abluzioni post operatorie. Feci qualche passo indietro per controllare il risultato. Il gracchiare dei corvi si fece più forte. Mi affacciai alla finestra e notai, con una certa inquietudine, che i corvi appollaiati sull’albero erano aumentati di numero.

Ero arrivato a contarne cinque quando, improvvisamente, si levarono in volo in un rapido frullio d’ali. Subito dopo, oltre la porta chiusa, sentii la voce dello sceriffo chiamarmi.

"Sono passato a dare un’occhio ai lavori e a portare un poco di fieno per il tuo mulo." disse quando fui sulla soglia.

" Vi ringrazio sceriffo, anche a nome del mulo."

Non parve apprezzare la battuta. Sputò per terra e sciolse la corda che teneva legata una piccola balla di fieno alla sella del suo cavallo.

"Puoi ringraziare dando mezzo dollaro giù al saloon. E’ il prezzo di una balla di fieno."

Avevo decisamente equivocato pensando a un gentile omaggio.

" Vedo che non hai tardato a sistemarti. Mi fa piacere."

"Grazie, ho fatto…" stavo per dire “del mio meglio” ma lo sceriffo aveva già voltato il cavallo e, senza aggiungere altro, si era allontanato verso il centro del paese.

Non potei fare a meno di pensare che, fra tutta la gente strana incontrata nei miei viaggi, questi di Credence fossero i più strani di tutti.

Finii di sistemare la stanza poco dopo il tramonto, riuscendo perfino nell’impresa di dare nuova vita a un vecchio materasso di crine che si rivelò essere libero da sgradevoli parassiti. L’indomani avrei riparato il tavolaccio sul quale poggiava risparmiando, per i giorni a venire, il denaro della stanza al saloon.

La mattina dopo mi svegliai qualche minuto prima dell’alba con la sensazione di non aver riposato affatto. Scesi dabbasso e, dopo molte insistenze, ottenni dall’oste una pagnotta e un pezzo di formaggio al posto del mio solito pranzo. Lasciai il saloon portandomi appresso una sensazione di nausea alla quale non riuscivo a dare una giustificazione. Bastarono però pochi passi al sole e all’aria aperta per sentirmi subito meglio. Il resto della giornata lo trascorsi riparando il letto e dedicandomi alla cura del mulo.

Intanto i corvi sull’albero erano ancora aumentati di numero. Infastidito, li scacciai con un sasso ben mirato ma, dopo pochi minuti, ritornarono più numerosi di prima. Li ignorai e ritornai alle mie incombenze.

Arrivai così all’ora di cena. Pompai acqua nell’abbeveratoio e mi diedi una ripulita, dopodiché m’incamminai per l'appuntamento serale con lo stufato.

Dopo cena dissi all’oste che non avrei più avuto bisogno della stanza ma soltanto del pranzo e della cena. Chiesi a tal proposito se fosse possibile avere qualche variazione nel menu, magari uova o una bistecca, ma il movimento della testa e il sorrisetto fintamente dispiaciuto che gli torse le labbra resero quasi superfluo il suo secco “NO”.

Sulla strada del rientro intravidi qualche paesano che rapido attraversava la strada per rientrare in casa, e qualche altro che scivolava, ombra nelle ombre, al riparo di un porticato. Questa gente inizia a darmi sui nervi, pensai, e sfido chiunque a trovare questo comportamento meno che inquietante.

Rientrai accompagnato dalla luce della luna appena crescente che aveva fatto capolino sulla cresta delle colline.


I giorni e le notti successive misero a dura prova il mio innato ottimismo e la speranza di poter guadagnare qualcosa in questo paese dimenticato da Dio.

Mi ero sistemato ormai da poco più di una settimana e soltanto due schivi paesani avevano varcato la porta del mio ambulatorio. Suturai una brutta ferita al braccio di una donna (accompagnata da un vecchio a dir poco sospettoso) e incisi un ascesso sul polpaccio di un giovanotto ossuto e pallido come il latte mandatomi dal gestore del saloon.

Non ne ricavai denaro, ma ebbi pagato il vitto per due giorni.

Più tardi, mentre spazzavo il pavimento, raccolsi da terra, quasi nascosto sotto la poltrona, un pezzetto di carta appallottolata che non mancò di mettermi un poco in apprensione: “scappa”, aveva scritto qualcuno in un’incerta calligrafia. Lo guardai per qualche secondo, pensando che i bravi paesani di Credence non gradissero proprio per nulla la mia presenza e, senza troppi pensieri , lo buttai nella stufa.

Intanto i corvi erano spariti e al loro posto erano comparsi i caprimulgi – che qui nel Massachusetts chiamano anche succiacapre – che si erano dati convegno dietro alla casa poco prima del calare del sole e ora lo accompagnavano al tramonto con il loro inquietante canto psicopompo.

Fu una delle sere seguenti che, appena ebbi spento la lampada per mettermi a dormire, sentii una sorta di nenia provenire dall’esterno. Rimasi un momento in ascolto ma riuscii a percepire solo una vaga melodia. Mi alzai incuriosito e uscii in strada accolto da un quarto abbondante di luna. Diressi lo sguardo verso le prime case del paese e, in lontananza, riconobbi la sgraziata sagoma della chiesa. Il grosso portone era aperto, e la tremolante luce che proveniva dall’interno illuminava la processione dei paesani che, salmodiando, vi passava attraverso lentamente. Pareva di vedere un grosso e nero serpente contorcersi in bocca a un alligatore.

Le voci si smorzarono quando le porte si chiusero dietro l’ultimo paesano, ma poi, inaspettatamente, il canto disturbante e quasi ipnotico sembrò acquistare nuovo vigore spandendosi nell’aria immota.

Rientrai e, impossibilitato a prender sonno e in preda a una leggera nausea, aspettai sempre più a disagio la fine di quella bizzarra funzione.

Mi risvegliai la mattina dopo sul pavimento, con una crosta di bava sul mento e una sensazione di panico ignoto nel cuore. Mi tirai su un poco stordito e, sedendomi sul letto, cercai di riagguantare i rimasugli sfilacciati dell’incubo che mi aveva tormentato per tutta la notte. Il ricordo che portai in superficie era ancora carico dell’angoscia provata:

… sono nudo, al buio, su un pavimento in terra battuta; muovendomi a tentoni sento che sono circondato da muri di rozza pietra gocciolanti umidità e infestati da viscidi e putridi funghi. Soffocando il ribrezzo, continuo a seguire la parete con le mani e trovo una porticina attraverso la quale riuscirei a passare solo carponi. Comincio a percuoterla ma il legno massiccio neppure vibra nonostante la forza e la disperazione dei miei colpi. Mi accascio con la schiena contro la parete e mi pare di cogliere un suono. Accosto l’orecchio al legno e sento, dall’altra parte, la stessa nenia cantata nella processione. Mi ritraggo in preda a un’angoscia terribile e premo le mani sulle orecchie, ma le voci mi arrivano nitide in tutta la loro folle e raccapricciante chiarezza. Il loro ritmo sincopato mi riempie di puro terrore e sono certo che stiano richiamando chissà quali demoni dalle insondabili oscurità dell’universo. Sono versi e suoni che mai mi capitò di sentire prima ma la mia anima ne avverte tutto l'osceno potere e urlo in preda a un terrore senza nome …

Il ricordo di quell’incubo mi procurò un’ondata di umor tetro che mi portai addosso per tutto il resto della mattina. Cercai di scacciarlo dalla mente, dedicandomi alla cura della casa e dell’animale, ma ottenni il risultato inverso ed esso vi rimase ancor più artigliato.


fine 2^ parte


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