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Una storia di Milcham

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Riflessioni annebbiate

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5 minuti

Pubblicato il 24 agosto 2019 in Altro

Tags: #anima #Me #umore

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Ultimamente passo molto tempo a dormire. O comunque sul letto, al buio. Il sole comincia a darmi fastidio. Non mi permette di rilassarmi. Le iperstimolazioni in certi momenti mi provocano stizza, quasi nervosismo. Troppi rumori, troppi odori, troppi suoni. Fondamentalmente oscillo in momenti in cui il troppo pieno piuttosto lo ricerco. Lo stordimento lo gradisco. In cui il non sense e la stupida vacuità è apprezzata e quasi quasi aspirata. Ma oggi non è uno di quei giorni, purtroppo o forse dovrei dire, per fortuna. Mentre passeggiavo per le vie di quel bellissimo paese che ha dato i natali al Mimmo nazionale, leggendo frasi sulle porte e sulle scale mi sono chiesta quando è stato che ho cominciato a smettere di amare. Ero molto serena, ed era molto limpido in me questo pensiero, risalito alla superficie della mia coscienza come fa un qualsiasi oggettino galleggiante quando riemerge sullo spicchio di mare. Non lo so. Non so quando è incominciato questo lento decadimento, pezzo dopo pezzo, della mia spinta vitale, della curiosità e fiducia verso l’amore e verso le persone. Una immagine che mi viene in mente è quella di un vecchio rudere di castello, su di un alto promontorio, le pareti vecchie e dismesse, fredde e poi assolate, ma senza nemmeno una serpe a percorrerle. Il tempo provoca inesorabilmente la perdita di un calcinaccio dopo l’altro, che con un rantolo squarcia il silenzio e rotola dentro il mare, pesante. Si notano i segni del passaggio di chi sta cercando di restaurarne le fondamenta, ma queste sono così pericolanti ed oscure che occorre mettersi in sicurezza ad ogni passo per impedire all’intera struttura di implodere su se stessa. Pressapoco è questa la condizione attuale. Entro in un locale che fa cocktail pieno zeppo di giovani che fanno video al barista che con tanta maestria si muove da una bottiglia all’altra. Penso “tutto ciò che hanno di meglio da fare è guardare lo schermo e non la scena reale. Si perdono così anche questa esperienza”. Il tipo del bar è interessante, mi accorgo di aver provato un impulso sessuale a partire da un semplice movimento, dal modo con cui shakerava quell’affare per prepararmi un Coconut Mojito. “Dio, funziono davvero per immagini” ho pensato. Eppure all’uscita, chi era con me mi mostra una foto scattata all’interno del locale “quello del bar ti ha guardata per tutto il tempo e tu eri così con il viso poggiato alla mano come una disperata! Guarda!”. Lì ho realizzato quanto fondamentalmente io mi mostri assente. Non avevo proprio notato il suo guardarmi. Ero altrove. Incredibile. Sono davvero persa in qualche posto del mio animo. Credo, un posto molto freddo e silenzioso, in cui ci sono solo io. Di rado qualcuno bussa alla porta, ma tutto ciò che sono in grado di fare è biascicare qualcosa dall’altra parte della porta, ringraziare per il pensiero gentile e declinare l’invito. Inutile dire che mi sento molto sola. Il problema è che mi sto cristallizzando. Sto diventando tutt’uno con le pareti, per volere mio. Non riesco più ad interessarmi davvero alle faccende umane. Puoi vedermi tra la gente ridere e fare battute, apparentemente socievole e “normale”, forse persino interessante, ma non è che una verniciata a base d’acqua di un muro che alla prima pioggia si slava e scolorisce, rivelando il suo tono grigio. “Vorrei sapere tu che cosa ne pensi” è una domanda che ultimamente ricevo spesso. Non riesco a non dire che in realtà non penso. Vorrei cercare di comunicare quanto io sia al momento impossibilitata a trattenere. È l’esperienza di chi cerca di trattenere invano l’acqua del mare tra le mani. Non riesco a trattenere. Le persone, le cose, gli affetti, le emozioni ed i sentimenti. Mi accendo e mi entusiasmo per un secondo, ma non è che un fiammifero piccolo in una giornata di vento. Si spegne presto. Mischio desiderio e freddezza, entusiasmo e tristezza, promiscuità a ritiro, oscillo e danzo da una persona all’altra, da una emozione alla successiva senza riuscire a dare una spiegazione od un perchè. Un mix che mi lascia solo un terribile senso di confusione in cui è impossibile delineare forme e riconoscere oggetti o persone, perchè non è che una nebbia del cuore e della mente, fitta e lattiginosa. So di non sapere, e di fatto non so niente. E non sono niente. Tutto mi è estraneo, e di tutto ho timore. Delle persone, del futuro, della vita stessa. Su tutto oscillo non curante e fragile come un oggetto in carta pesta. Ogni tocco potrebbe incresparmi la pelle ma di fatto non riesco io stessa a calibrare i tocchi sull’altro. Frequentemente ci vado con mano pesante, ma non perchè desidero il male, ma perchè non riesco a modulare le distanze nè i modi. Mi sono chiusa in un posto che credo di non conoscere neppure io. Sento, in definitiva, che sto attuando qualcosa che presto mi farà perdere le persone. Di fatto, sto perdendo. Gente nata molto dopo di me ha alle spalle un amore storico e fiorente e decide di sposarsi o vivere insieme. Io non riesco neanche a sentire nè decidere se c’è qualcuno che desidero davvero nella mia vita. Tutto mi si spegne presto dentro. E l’unica cosa che permane è la volontà di non agire. Di restare lì, ferma ed immobile come una bambola di porcellana poggiata su un comò. E mi chiedo come ho fatto in questi anni a ridurmi così, come una finestra che affaccia su un muro, mentre gli altri hanno la freschezza e l’apertura di una finestra spalancata su una costiera di mare.


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