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Una storia di MAriaCristinaBenetti

da "Allora mi prenderò un cappello"

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4 minuti




NON SIAMO TUTTE UGUALI



Quella mattina la nostra destinazione era il reparto del Day Hospital Oncologico. La parola odio non mi piace, ma ho veramente odiato quel posto. Puzzava solo di malattia. Come la minestra dimenticata nel frigorifero. Io la annuso per sentire se è diventata acida. Sulla mia pelle sentivo solo puzza di acidità. Quel posto ne era pregno. Arrivavo sempre all'ultimo minuto, così non mi sarei fermata più del necessario. Le infermiere lo avevano capito e i miei appuntamenti erano sempre in tarda mattinata. Avrei incontrato meno pazienti, fatto la mia terapia e poi via, fuori da lì.

Alessandra, lei non lo sa, era la mia infermiera preferita. Dolce nella sua fermezza. Al primo ciclo di chemioterapia non avevo ancora deciso se le avrei lasciato collegare la flebo della chemio al mio catetere. I suoi occhi sembravano dirmi “ti capisco, ma dobbiamo procedere.” Ricordo le sue parole. “Siamo pronti?”

No, non lo ero, non lo sarei mai stata. Ho girato la faccia dall'altra parte per non vedere e le ho risposto, “spariamoci questo veleno”, suscitando i commenti più disparati. Le persone presenti sapevano che si doveva fare, io non sapevo come fare. Non riuscivo ad accettare quel liquido schifoso che mi sarebbe entrato nelle vene.

Ho trascorso notti intere a tormentarmi nel ricordo di quei momenti. Adesso che “quasi non me ne ricordo”, ogni tanto rammento la dolcezza dei suoi occhi. Ricordo donne che si prendono cura di altre donne.



DUE DONNE QUASI UGUALI



La sala attrezzata per la chemioterapia è piena, solo posti in piedi. Nella poltrona di fronte alla mia c'è una donna, straniera. Accanto c'è suo marito: entrambi hanno gli occhi scuri, che si perdono nella pelle ancora più scura. Ci troviamo in Oncologia, secondo ciclo di chemio. I capelli sono caduti, porto un cappellino blu, in tinta con il reparto. Tutte parlano, “primo, secondo, terzo tumore”. Io sono al primo, e non vorrei proprio sentirne parlare. Per non ascoltare chiudo gli occhi e collego le cuffiette al cellulare. Volume a palla, così forse non mi arriveranno quelle voci che parlano del tumore come fossero dal parrucchiere. Mentre i liquidi mi entrano dentro, con la nausea, anche la testa comincia a girare. Alessandra mi consiglia di spegnere la musica e di aprire gli occhi. Cedo. Sopporterò discorsi che non voglio sentire. La donna di colore mi sta guardando, ancora. Sembra chiedersi se anche lei perderà i suoi scuri, ricci capelli. Sento occhi puntati addosso, non solo i suoi. Parlerò con lei, li abbasserà come faranno le altre, che continuano a dire che ci vuole pazienza, che non si deve prenderla di petto, che bisogna fare quello che c’è da fare. Parlano tra loro, ma il messaggio è per me. Me la prenderò con lei, anche le altre capiranno.

La sfido: “Cosa c'è? Serve qualcosa?” Capisco che non capisce. In un'inglese stentato, parliamo. Mi racconta che è in Italia da poco, che è molto fortunata perché almeno si potrà curare. Mi parla dei suoi figli. Ne ha tre, e quando torna a casa fa fatica a seguirli. “Sono vivaci come tutti i bambini, le cure mi tolgono le forze, per fortuna c'è mio marito, per qualche mese li dovrà seguire lui. Il tumore è grosso, prima la chemio, poi l'operazione, e dopo ancora chemio.” Sento freddo, ma non sono i medicinali.

Questa donna si trova in una terra che non è la sua, ammalata, con bambini piccoli. Ci sorridiamo a vicenda. “Chiedimi quello che vuoi,” le dico. Parliamo di capelli, cappelli, antiemetici. Mi parla di suo marito. Di quanto le manca il suo paese, del cibo che non aveva. Mi racconta di quello che ha lasciato e di quello che ha trovato. Di amicizie, vecchie e nuove. E tutto intorno, nessuno parla più. Ascoltano il suono delle nostre voci. Capiscono solo i nostri nomi: Cristina e Cristiana. Due donne quasi uguali.


Alessandra entra in stanza per controllare le nostre flebo. Ci chiede se stiamo bene. Ci scambiamo un sorriso diverso, di complicità. A volte, siamo proprio strane. Ci capiamo, anche se non parliamo.




P.S.: Cara Cristiana, ci siamo perse di vista. Ho saputo che sei stata operata e spero che tu stia bene. Ogni tanto ti penso. Ti immagino con i tuoi bambini.

Vedo il nero dei tuoi occhi e il bianco dei tuoi denti.

Pensarti felice mi fa sentire felice.


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