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Una storia di Amethista

Non mangio

urla

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3 minuti

Pubblicato il 12 giugno 2020 in Altro

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Sono stata molto male. Mi sono venute le mestruazioni e mi sono ritrovata con un’ emorragia vera e propria, mi fa quasi sorridere come il mio corpo se ne freghi del fatto che peso troppo poco, però sta volta si è messo a gridare, e io non mi reggevo in piedi, tremavo e avevo le labbra bianche. Non ho avuto molta paura, ma ero incazzata perché tutti mi dicevano di prendere l’anticoagulante e io non lo volevo prendere, perché quello era il mio sangue, e volevo vederne uscire ogni goccia rossa, perché ho passato troppo tempo ad aspettarlo. E mi sei mancato. Proprio come mi manchi ora. Vorrei che ci fossi, che le cose non fossero andate così. O semplicemente tornare indietro. Mi stendo sul mio letto, quello che ora è diventato il letto di mia sorella, chiudo gli occhi e ti penso intensamente, più forte che posso, così magari ti arriva un messaggio telepatico. Ti penso troppo forte, mi scendono delle lacrime sulle guance. Mio padre entra piano nella stanza, mi guarda fare finta di dormire, con il corpo che sparisce sotto la coperta, che quasi potrei non esserci, che quasi si domanda se esisto davvero, se sul serio ha fatto una figlia 20 anni fa, o magari mi ha soltanto immaginata. Mi copre meglio, con una tenerezza strana che mi mette a disagio. Rimane ad osservarmi e poi mi chiede come voglio la pizza, con la voce incerta di chi non sa bene che tono e che parole usare per chiedere a un’anoressica addormentata che tipo di pizza vuole mangiarsi. Non voglio la pizza. Non voglio mangiare. Sono ancora piena dal pranzo. “margherita,” rispondo senza esitazioni. Non sbaglio un colpo sai, so fingere di stare benissimo, so fingere di essere sulla buona strada. “margherita” e con questa parola sono una figlia normale, sono una bambina obbediente, una giovane coraggiosa, non malata, non pazza. Con questa parola, io lascio tutti un po’ interdetti, e loro pensano che forse davvero si stanno preoccupando inutilmente. Ricordo le parole di papà, di anni fa, quando mangiare era la cosa che mi spaventava più al mondo. A lui non bastava che io mettessi in bocca il cibo, mi voleva sorridente, voleva vedermi riempire il piatto con gioia, non voleva vedere il dolore, nemmeno la paura, l’esitazione. E sta sera io gli do questo, gli do una figlia che mastica e ingoia il cibo, come se non stesse morendo dentro, come se fosse facile. Guardami, dai, papà, guardami, lo vedi che sono forte? Lo vedi che posso fare qualunque cosa? Ma la verità è che prima ho pianto, perché non avevo fame, perché mi riempiono di cibo come un maiale all’ingrasso e mi hanno fatto pranzare con un gigantesco piatto di pasta, e sta sera la pizza non mi va per niente, solo che non sono libera. Non sono libera di dire che non voglio mangiare, o che non voglio mangiare quello, perché devo dimostrare di essere in salute, perché devo obbedire. Penso a tutte le persone che sarebbero orgogliose di me, per questa benedetta pizza. Tutti, tutti lo sarebbero, e anche tu, senza dubbio. Solo che non posso dirtelo. Non posso raccontarti niente perché tu hai deciso di lasciarmi più di un anno fa. La mangio tutta, la mangio con il sorriso, anche se non mi va, anche se sto sbagliando. La mangio e mi prometto che domani non farò colazione. La pizza non mi fa paura, non ho più paura del cibo da quando sono andata a vivere da sola, ma odio essere costretta a mangiare cose che non mi vanno, lo faccio per stare meglio, ma non sto meglio per niente.

morire di fame
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