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Una storia di DomenicoDeFerraro

L’INCREDIBILE VACANZA DEL SIGNOR VINCENZO

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8 minuti

Pubblicato il 31 luglio 2019 in Fiabe

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L’INCREDIBILE VACANZA DEL SIGNOR VINCENZO


​​​​​​​DI DOMENICO DE FERRARO




Era giunta l’estate , mite stagione dei sogni finalmente il tempo delle sospirate vacanze dei giorni che prendono per la gola e ti conducono lontano verso un altro giaciglio , rovente ,sotto le stelle con il costume a righi sul bagnasciuga a guardare il mare. Il signor Vincenzo tipo saccente con i capelli ossigenati che metteva paura solo a vederlo, amava la stagione infuocata, calda , come un ventre di agnello ,amava il canto della cicala, amava perdersi per silenzi infiniti ,perdersi nelle sere solitarie per boschi solinghi. Fremeva al pensiero con lui la sua anima di povero impiegato di chi come lui non conosce altra vita , che quella misera dell’impiegato e or dunque reclamava quell’amore per la libertà che ispira l’estate. Sognava di partire, d’andare lontano, oltre ogni incubo , ogni fremito, ogni dubbio solingo che nasceva nel suo animo afflitto. L’aveva desiderate tutto l’anno, quella vacanza a mare. Per tutto l’anno si era preparato. Pinne ed occhiali, pantaloncini corti , maglietta attillate.


La vita di Vincenzo un inferno sempre in ufficio sempre a combattere contro i mulini a vento. Contro l’ipocrisia, dei colleghi miseri che siedono con lui nella grande stanza dei bottoni . Il suo lavoro un ordinario calcolo, un ordinaria follia che frigge il cervello e lo mette sotto in scatola. Ed egli avrebbe voluto scappare, andare lontano , sputare in faccia il capufficio , correre libero da ogni repressione o psicosi lavorativa. Lontano da ogni tormento e da quell’infinito calcolo che lo rendeva anche lui un numero a pari degli altri suoi colleghi.


Per tutto l’inverno, nei momenti di pausa quanto si sentiva troppo stressato dopo aver lavorato duro in ufficio per dimenticare l’orrore di quel vivere da impiegato s’abbandonava a sognare spiagge bianche ed un mare celeste baciato dal cielo. Lui che corre sul bagnasciuga in costume da bagno, verso il mare aperto, giulivo come un giovinetto di vent’anni. Nudo , libero in groppa ad un cavalluccio marino, solca i sette mari e và all’avventura oltre ogni paura, lasciandosi indietro ogni rancore , andare sul mare del menefreghismo, dell’intolleranza, della stupidita che genera un senso nuovo del vivere di come si e non è nell’essere vivi a pari dei vivi.


Quando giunse il giorno della partenza , non stava più nella pelle a lavoro lo presero per matto .

Qualcuno dell’ufficio che lo conosceva da anni disse :

Sarà l’arteriosclerosi che avanza.

Poveretto che pena mi fa

E cosi una brava persona

Non lo diciamo al capoufficio

Se lo sa il direttore lo licenzia

Facciamo finta di niente

Assecondiamolo

Non è pero una cosa seria

Siamo tutti d’accordo

Non mettermi in mezzo

Tu stai zitto

Non è bello ciò che bello, ma che bello ,che bello

Siamo amici

Siam fratelli

Siamo colleghi

Cosi qualche collega d’ufficio vedendolo eccitato in quel modo. Trasalì si nascose sotto la scrivania ed aspetto che Vincenzo se ne andasse.

Uscì di corsa dall’ufficio in quell ‘ultimo giorno di lavoro con mille pacchi in mano , il pantalone quasi gli cascava di dosso, ed il cappello gli volò più d’una volta, dovette rincorrerlo , faticosamente che quasi finiva sotto un tram.

La moglie Michela lo chiamò e richiamò una decina di volte sul telefonino:

Cosa stai facendo ,fai presto ci sono ancora tante cose da fare, da mettere in macchina, bisogna chiudere casa , hai fatto la spesa , comprato la crema contro le scottature blà blà blà .

Dove sei ?

Sono quasi arrivato

Non fare come al solito

Non mi dire

Hai comprato le creme

Hai pagato le fatture ?

Tutto a posto

Le supposte

Non fare la spiritosa

Sono per mamma

Ah va bene le ho comprate

Dove eri tre ore fa

Ma questo è un interrogatorio

Non fare il finto tonto ti conosco

Ma tu sei una donna o una aguzzina

Cosa sono

Una maga non una strega

Che maga del cavolo fai presto che dobbiamo partire Torno subito a casa


Una volta riuscito ad arrivare a casa , era stanco morto, spaventato per giunta da un grosso cane che l’aveva rincorso lungo la strada, abbaiandogli contro . Per nulla vinto da tante difficoltà prese a caricare la macchina di ogni attrezzo, valigie , pacco , sacchi ,palette , secchielli, ombrellone , le terribili sedie a sdraio. Radunato infine l’intera famiglia , dopo aver fatto alloggiare la suocera nel portabagagli ed il suo cagnolino Birillo in una gabbietta attaccata all’antenna radio . Provò una personale soddisfazione nell’aver in così poco tempo caricato la macchina e di essere già pronto a partire per il suo sospirato viaggio verso il Sud .

I versi d’ alcune canzoni accompagnarono il suo mitico viaggio :

Sopra a un'onda stanca che mi tira su,

Rotolando verso Sud.

Vorrei imparare dal vento a respirare, andare e avere la pazienza delle onde di andare e venire ricominciare a fluire.

Ed altre strofe simpatiche , belle piene di quel sano sentimento di sete di vacanze, fermentante nel suo animo annacquato preso , desto, dalla collera di dover continuare ancora a lavorare e non poter partire presto come tante altra gente del suo paese del suo quartiere. Ma era quasi fatta mancava poco dalla partenza e quelle canzoni gli facevano provare delle sensazioni straordinarie gli sembra di volare anche sé la macchina ogni tanto tossiva rallentando in certi tratti in salita. Una volta giunto in autostrada il signor Vincenzo si trovò ultimo d’una fila di tre chilometri d’auto davanti .

Pazzesco esclamò quando arriveremo ?

Mamma. poverina disse la moglie la signora Michela.

Apri almeno un po’ il portabagagli , falla un po’ sgranchire le gambe .

Ma sei sicuro Vincenzo che respira bene.

Cara gli fatto tre fori laterali così , perfino un elefante non avrebbe problemi nel respirare.

Sarà,ma è meglio che ci fermiamo a vedere come sta.

E và bene, alla prossima stazione di rifornimento ci fermiamo mezz’ ora così facciamo scendere tua madre a prendere una boccata d’aria , va bene?

Ma con una coda così di auto , con questo caldo quando arriveremo al prossimo autogrill ?

Non lo so , cara , confido nella divina provvidenza.

Così dopo aver forato una gomma . Riparata ,ripartito rianimato suocera e cagnolino , comprato quaranta panini farciti e dieci bibite da un venditore ambulante sull’ assolata autostrada del Mediterraneo la macchina finì in ebollizione . Fu costretto a fermarsi per due ore facendo passare così avanti una decina di migliaia di auto . Poi vista l’ora tardi sfinito, passò la notte in un area di sosta , chiuso in auto con il timore di qualche aggressione da parte di un presunto mostro in circolazione .

L’ unica ad essere felice fu la suocera , una volta aperto il portabagagli distesa supina, poté respirare ed ammirare il meraviglioso cielo stellato e vedere perfino una stella cadente ,cosa desiderò di certo non si può dire ma un piccolo sospetto lo sempre avuto in cuor mio . A mattino una volta ripartito , quando finalmente scorse il placido golfo aprirsi al suo sguardo fece un salto di gioia, preso dell’euforia, dal desiderio di lanciarsi nel mare di fare un bagno oltre ogni sogno ed incubo che l’aveva tormentato lungo quel tragico percorso per giungere alla sospirata meta.


Vincenzo non riuscendo più a stare nella pelle, una volta giunto alla meta scese dalla macchina e prese a correre a gambe levate verso il mare.

Corse a perdifiato e più s’avvicinava, più si sentiva vivo, finalmente sentiva in cuore suo di essere giunto finalmente al mare. Estasiato ,leggero come una farfalla nel vento si lanciò cosi in un tuffo acrobatico fece due , tre , sei capriole nell’aria e come un angelo con l’ali spalancate simile ad una nuvola nel vento , volteggiando nell’aria si tuffò nell’azzurro mare dei suoi sogni . Perduto in quell’azzurro infinito l’acqua bagnava il suo corpo diveniva una sola cosa ed un solo desiderio un immedesimarsi un essere un'unica cosa un solo sogno un tuffo un ripercorrere dentro di se ogni accidente ed ogni aspirazione ed ogni adorazione si senti vivo nel suo sogno di uomo di padre e di essere che vive nell’universo.



Ma il male è sempre in acquato non fa sconti a nessuno cosi tutto ad un tratto dall’acqua improvvisamente apparve un grande pescecane che si trovava lì per caso , non proprio per caso , perché si seppe poi che fu portato li dai colleghi d’ufficio per far fine a quello scempio di uomo, di soggetto pensante che non azzecca mai nessuno , scorbutico e truce dall’alito cattivo che ogni giorno bisogna sopportare a meno che non giunga una moria delle vacche e degli impiegati pubblici. Il povero Vincenzo spinto dalla corrente trascinato verso le fauci del vile pescacene dall’occhio assassino , dalla enorme bocca che spalancò e inghiottì in un sol boccone il povero Vincenzo vittima dell’invidia e della maldicenza. Sulla spiaggia pochi videro ciò che accade in quell’attimo infausto . Poi il mare tornò ad essere piatto, silenzioso un gabbiano attraversò l’azzurro diretto verso un intenso tramonto arancio carico di pensieri Del signor Vincenzo purtroppo non s’ebbero più notizie . Affranta ma per nulla rassegnata la povera moglie prese a cercarlo, disperata, ed ancor oggi vaga in mezzo a quel mare vaga su una barchetta colorata, gridando ai quattro venti , il nome di quel suo sciagurato amore perduto. Annegato o rinato in altra forma questo non è dato sapere. Poiché l’amore è la liberta sono sorelle nell’estate nei nostri miti sogni fatti in lugubri inverni in attesa che giunga la bella stagione di nostra vita.





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