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Una storia di Boccaccia

Questa storia è presente nel magazine Happier

Happier

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8 minuti

Pubblicato il 15 maggio 2020 in Spiritualità

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1.



-Secondo me non dovresti pensarci.-


Edward Grayson inarcò un sopracciglio, sprezzante ed appesantito dall’ennesimo commento non richiesto e non voluto fatto dall’ennesima ragazza che il suo coinquilino aveva portato nel loro appartamento per una squallida sveltina insoddisfacente ed offuscata dai fumi dell’alcol (e che probabilmente le stava ancora in circolo, annebbiandole il buon senso).

Decise semplicemente di ignorarla e porre fine alla sequenza di lamentele che snocciolava ogni mattina al paziente Marcus Lone, il quale aveva saggiamente imparato a non fargli sentire il peso della sua condizione, sorridendo alle occhiaie scure ed agli occhi spenti che spuntavano al mattino da quella stanza vissuta durante l’ennesima notte insonne, e scompigliando la zazzera di capelli castani nel tentativo di confortarlo.


-Non è così facile, per lui, Jenny.-


Disse poco dopo, sedendosi tra l’amico e la ragazza con una tazza di caffè fumante in mano, per poi rivolgere a quest’ultima un sorriso luminoso.


-Ieri sera non avevi detto che questa mattina avevi da studiare per un esame? Non vorrei metterti pressioni, ma sai..-


Nemmeno il tempo di terminare la frase che Jenny sgranò gli occhi e dischiuse le labbra carnose, aveva sicuramente capito che le stava chiedendo di andarsene, ed in maniera nemmeno tanto velata. Edward gliene fu immensamente grato e si nascose dietro la propria tazza, ancora intonza del liquido bruno, mentre il nodo che aveva alla bocca dello stomaco sembrava allentarsi leggermente.

Con la coda dell’occhio la vide passargli accanto come un fulmine, i lunghi capelli castani che tagliavano elegantemente l’aria gli parve che danzassero leggeri, ed invidiò l’eleganza della sua stizza femminile, che ovviamente non permeò nello sbattere della porta.


-Dovresti smetterla di portarle a casa.-


Asserì secco ed atono.

Marcus fece spallucce e bevve un sorso di caffè, ridacchiando sotto i baffi, sapeva essere un autentico stronzo, ed era conscio che molte ragazze gli andavano dietro proprio per quello: Jenny sarebbe corsa da lui non appena le avrebbe scritto che voleva farsi perdonare, magari con del sesso da sobri.


-Hai ragione, non ti ho fatto dormire bene?-


-Non dormo bene da anni, Marc, e lo sai benissimo. Ciò non toglie che sentirti fare gli affari tuoi di certo non aiuta. Vai nel loro cazzo di dormitorio, no?-


-Hai ragione, scusami, non imparo mai.-


Ed era sinceramente dispiaciuto di aver tolto quel poco di sonno tranquillo che il suo amico cercava faticosamente di guadagnarsi ogni notte.

Una volta Edward aveva cercato di spiegargli cosa provasse, cosa pensava quando Morfeo sembrava ignorare la sua futile esistenza e si arrovellava cervello e fegato nel tentativo di spegnersi, ma entrambi sapevano che non poteva minimamente comprendere il modo in cui gli si accavallavano i pensieri, in modo totalmente disordinato e persistente, un incessante caos di voci, immagini e ricordi che si infrangevano, dimenavano e dibattevano nell’angusto della sua scatola cranica, con un eco che accompagnava l’alba e le lezioni all’università.

No, Marcus vedeva le sue occhiaie scavate e scure, ma non capiva, e quanto gli pesasse Edward non poteva a sua volta immaginarlo.


-Devo andare a lezione.-


Lone si alzò facendo stridere la sedia contro il pavimento, ignorando totalmente la proposta del coinquilino di passare del tempo insieme e svagarsi (solo per oggi, che ti costa?) e seguì la scia di lavanda che Jenny si era lasciata alle spalle.


***


Si sedette al solito posto, l’ultimo accanto alla finestra, dove nessun insegnante avrebbe immediatamente fatto caso agli occhiali da sole che cercava di tenere ben ancorati sulla base del naso quanto più tempo possibile.

Con un tonfo sordo gettò la borsa sul banco e ne estrasse un quaderno ed un astuccio, preparando il foglio su cui avrebbe scribacchiato quel poco che sarebbe riuscito a carpire della lezione, consapevole che i cocci del passato lo avrebbero più volte distolto dalle parole dell’insegnante.

Fece scorrere lo sguardo sulla marmaglia di coetanei seduti davanti a lui in quella classe che pareva immensa, un oceano di chiacchiere imbottite e prive di significato, chiunque lì dentro aveva già il pasto pronto ed il letto rifatto dalle raccomandazioni di genitori tanto importanti quanti insipidi, poteva scommetterci.


-E’ occupato?-


Nei loro occhi vivaci e brillanti c’erano solo ottime aspettative per il futuro, un lavoro, una casa, un consorte, figli e fondi pensionistici. A nessuno di loro si accendeva per un singolo attimo la scintilla di una morte prematura, od un fallimento, o qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto turbare i loro animi giovani e pateticamente positivi.


-Scusami, è occupato?-


Un tocco delicato sulla spalla accompagnò quelle parole educatamente fuori posto, ed Edward si ritrovò a fronteggiare due occhi neri e sottili ed un sorriso imbarazzato. Si era perso nella sua mente malata, di nuovo.


-No, siediti pure.-


Riuscì a rispondere, cavandosi a forza le parole di bocca.

Non aveva la più pallida idea del perché volesse sedersi accanto a lui quando gran parte dei posti erano liberi e sicuramente più accessibili alle parole dell’insegnante.


-Richard.-


Proruppe d’un tratto il ragazzo, porgendogli la mano.

Dal proprio canto, si issò stancamente dalla posizione accartocciata ed afflosciata che aveva assunto di modo da nascondersi dietro la borsa, incrociando poi le braccia al petto. Non aveva voglia di fare conoscenze o di mettersi a parlare, implicava inevitabilmente domande scomode a cui non aveva senso rispondere e che avrebbero sicuramente implicato una lunga sequenza di spiegazioni sulla propria vita privata, amorfa e grigia e patetica, alla quale sarebbe susseguito un imbarazzante silenzio e la consapevolezza che non gli avrebbe più rivolto lo sguardo per il restante tempo che li separava dalla laurea.


-Ti prego, non farmi rimanere con questa mano in attesa, sembro un totale coglione.-


Perché diamine non poteva lasciarlo solo coi suoi dolori e la sua impotenza ed i pensieri che continuavano ad aleggiargli in testa come fantasmi senza memoria?


-Edward.-


Ma non gli strinse la mano, perché era giusto che quel ragazzo prendesse consapevolezza del fatto che era effettivamente un coglione.


-Bhe, come non detto Edwar. Sai, è una settimana circa che ti osservo e mi incuriosisci molto. Come mai porti sempre gli occhiali da sole?-


-Una settimana? Sei un maniaco, per caso?-


Richard divenne paonazzo e sgranò gli occhi, alzando entrambe le mani, come a voler simboleggiare una difesa da quelle parole dette in un sibilo avvelenato.


-Certo che no, sono solo l’unico che ha il coraggio di dirtelo. Non sei passato inosservato a nessuno ai corsi, vedi per caso qualcun altro conciato come te?-


Edward storse la bocca in un’espressione irritata, portando la mano sinistra a calarsi maggiormente il berretto sulla fronte. La risposta era semplice: no, a nessun corso aveva notato qualcuno che si teneva occhiali da sole e cappello nelle aule (a volte, in verità, anche il cappotto, perché il freddo che sentiva spesso non era all’esterno, ma partiva dalle ossa e gli attanagliava ogni fibra muscolare e brandello di pelle).

Tuttavia, anche grazie a quella stranezza, nessuno gli dava fastidio ne si avvicinava.

Fin’ora.

Richard si umettò le labbra all’ennesima risposta mancata, ma non demorse e pose la domanda successiva, con l’incertezza di una ballerina che muoveva i passi su di una melodia che non conosceva.


-Qualcuno ti fa del male, Edward?-


Questi scosse la testa, sapendo di mentire, ma non poteva di certo raccontare ad uno sconosciuto che l’artefice delle sue ferite invisibili era proprio lui stesso.


-Allora non dovrebbe essere un problema toglierli.-


Grayson si irrigidì istintivamente, portando le braccia incrociate al petto a serrarsi attorno a sé come morse dolorose. Non si era nemmeno reso conto che Richard aveva abbassato la voce di qualche ottava per passare inosservato al professore entrato poco prima nell’aula.

Non sapeva che era del tutto non necessario, perché tutti notavano Edward all’inizio, ma poi se ne dimenticavano e proseguivano la loro esistenza come se lui fosse un’ombra confusa nello sfondo di quella giornata di sole che era la loro vita.

Non immaginava che per gli insegnanti era solo un numero sul loro registro, non capiva che per sua madre era un legame indissolubile di troppo, non aveva idea di star rivolgendo la parola ad una carcassa vuota che una volta era un persona con dei sentimenti e colore sulle guance, ma adesso tutto gli era stato strappato con la violenza e l’impeto con cui si prende qualcosa desiderata tutta la vita.

Ma Edward qualcosa l’aveva persa, gli era sfuggita dalle dita come sabbia finissima tra le mani di un bambino che, per quanto stringa forte, non riesce a far nulla per trattenerla.

I ricordi gli mozzarono il respiro in gola e gli bruciarono gli occhi.

Si sporse in avanti per poter aprire l’astuccio e cercare una penna, con la quale scrisse velocemente sulla prima riga del quaderno, per poi strappare la pagina, piegarla in due e passarla al ragazzo, subito dopo gettò ogni cosa in borsa con calma apparente e si diresse a grandi falcate verso l’uscita dell’aula, ignorando i sussurri coi quali Richard lo chiamava.


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