scrivi

Una storia di Purpleone

Un mattino d'autunno - 1978

(prequel di  "Un mattino d'estate")

535 visualizzazioni

12 minuti

Pubblicato il 15 aprile 2020 in Thriller/Noir

0

L'inquilino del 3A non era una brava persona.

Per l'ennesima volta l'anziana donna che occupava l'appartamento di fronte formulò quel pensiero, mentre dallo spioncino sbirciava l'uomo che apriva il portoncino e sgattaiolava rapido dentro casa. Si scostò dalla porta e strascicando l'anca malata si diresse verso la poltrona sotto la finestra. Si sedette con attenzione, diede un'occhiata distratta ai tetti di fronte e continuò in quello che era ormai il suo unico passatempo: rimuginare. Era quasi un mese che lo teneva d'occhio e l'impressione avuta il primo giorno non era cambiata: quell'uomo non le piaceva per nulla. L'aveva incrociato su pianerottolo il giorno stesso in cui si era trasferito e educatamente l'aveva salutato, preparandosi a scambiare due chiacchiere di benvenuto; invece, per tutta risposta, le aveva grugnito a mezza voce di levarsi dai piedi, chiudendole poi la porta in faccia nel tempo di un amen. Lei non si era mai considerata una di quelle donnette permalose che tanto le davano sui nervi, però la scortesia ingiustificata e la maleducazione avevano il potere di farla uscire dai gangheri. Fortunatamente, per via di quell'anca malandata, non usciva quasi mai di casa, se non quando la ragazza dei Servizi Sociali si faceva viva per accompagnarla dal medico, e quindi l'opportunità di un altro spiacevole incontro era quasi nulla.

Aveva iniziato a tenerlo d'occhio quando, una sera di due settimane prima, aveva sentito le urla di un furente litigio venire da quell'appartamento. Era arrivata giusto in tempo allo spioncino per vedere la porta spalancarsi di botto e una ragazza in lacrime uscire e precipitarsi di corsa giù per le scale. Subito dopo, sul vano della porta, era apparso lui e sembrava reduce da una zuffa: scarmigliato e con un lembo di camicia fuori dai calzoni. Come consapevole di essere spiato aveva sollevato gli occhi nella sua direzione e le aveva fatto l'occhiolino; senza distogliere lo sguardo aveva poi fatto un passo indietro e chiuso la porta.



Erano passati grosso modo due mesi da che si era trasferito in quel palazzotto anonimo e semi vuoto, e già pensava di traslocare di nuovo. Nel corso degli anni aveva imparato che metter radici troppo a lungo poteva essere causa di spiacevoli problemi. Fin dal primo giorno, quando l'aveva incrociata sulle scale, gli era sembrata una ficcanaso di prima categoria e questo era sempre un male. Diverse volte aveva avuto l'impressione di scorgere, rientrando a casa, un fuggevole movimento dietro lo spioncino, soprattutto dopo il piccolo 'incidente' con la ragazza. A quel proposito pensò che ormai era passata una settimana da quell'increscioso incidente ma, poiché nessun poliziotto era venuto a fargli visita, era certo che la ragazza non avesse sporto denuncia. Si era rimproverato più e più volte di essere stato negligente e superficiale e, forse, troppo sicuro di se. Errori che certamente non avrebbe ripetuto.

Formulò quel proponimento mentre, a torso nudo e boxer a righine, cercava di prender sonno. Aveva imparato molto presto a essere prudente e meticoloso, fin da quella volta nella cava, a quindici anni, quando nessuno aveva mai sospettato, neppure per un attimo, che dietro la morte di quel frocetto di Sputo ci fosse la sua mano. E, qualche tempo dopo, anche l'incendio della casa del patrigno era stato archiviato come un incidente: era risaputo che quello stronzo era un rottame ubriacone che non ci stava quasi mai con la testa. Era bastata una piccola modifica alla vecchia stufa a cherosene e..puff! In cenere lui e la casa, e addio a sberle e cinghiate.

Negli anni a venire, fino alla maggiore età, era stato ospite della Contea in una specie di orfanatrofio e nel quale, a dirla tutta, non se la passava tanto male. Tre pasti sicuri al giorno, regole ferree ma chiare e, sopra ogni cosa, rispetto da parte degli altri 'ospiti', anche dai più grandi. C'era qualcosa in lui che tutti sembravano percepire ma che nessuno aveva voglia di appurare cosa fosse. Era anche abbastanza furbo da evitare atteggiamenti meno che remissivi in presenza degli inservienti ma, quando era solo con gli altri ragazzi, era tutta un'altra storia. Soprattutto dopo che qualcuno era maldestramente ruzzolato dalle scale della torre rompendosi l'osso del collo. Lo sapevano tutti che la torre era pericolante e l'accesso severamente vietato. Purtroppo c'è sempre qualcuno che se la va a cercare. E chi ha orecchie per intendere, intenda.



Il frullare frenetico delle ali dei piccioni lo riportò lentamente alla realtà sottraendolo, almeno in parte, al torpore dell'ultimo sballo. Coi pochi spiccioli che era riuscito a racimolare non poteva certo permettersi roba di prima qualità e, di conseguenza, anche l'effetto non era stato dei migliori: brutti sogni e un mal di testa da Guinnes dei primati.

Dopo esser stato sbattuto fuori dal buco di appartamento che aveva occupato fino a una settimana prima, si era adattato a stare in una sorta di piccionaia sul tetto di un uno squallido palazzo in periferia; ci si era piazzato nottetempo, grazie all'indicazione di un tossico come lui e che, prima di lui, l'aveva abbondantemente sfruttata lasciandogli, in eredità, un malconcio pagliericcio. Si era portato appresso solo poche carabattole e l'indispensabile "kit del buco". Non era particolarmente preoccupato delle condizioni igieniche della baracca che lo ospitava, e non gli interessavano granché neppure le disastrate condizioni della copertura che, a ogni minimo alito di vento, rischiava di volare via. Il suo unico, costante e fisso pensiero era ormai legato al reperimento della successiva dose. Aveva da tempo scartato le rapine da strada perché purtroppo non possedeva un'arma degna di quel nome, e neppure una lontana parvenza di prestanza fisica che gli permettesse di incutere timore. Con i suoi cinquanta chili scarsi avrebbe rimediato solo una gragnuola di colpi da lasciarlo a faccia in giù più morto che vivo.

Non che anche quella non fosse una possibile soluzione ai suoi problemi.

Meditava, sempre meno raramente per la verità, di mettere fine allo strazio di giorni sempre uguali, passati alla ricerca di quell'attimo di pace che solo un buco poteva dargli. Aveva molto fantasticato su diverse modalità di esecuzione ma le aveva poi accantonate tutte, soprafatto dall'unico impellente bisogno di farsi l'ennesima dose.

Dai numerosi fori nella lamiera ondulata osservò che il cielo era ancora troppo chiaro; avrebbe aspettato il favore del buio prima di avventurarsi in strada dalla scala antincendio. Non era il caso che qualche barbone dall'occhio lungo scoprisse il suo nascondiglio.

Un inaspettato brontolio dello stomaco gli ricordò che non metteva qualcosa sotto i denti da un'eternità. Urgeva fare una visita al ricovero dei senzatetto per un piatto di minestra calda e forse qualche sigaretta. Seguì con lo sguardo imbambolato gli ultimi piccioni rientrare nel rifugio e acciambellarsi ciascuno nella sua piccola nicchia pensando, prima di addormentarsi, a come diavolo potessero fare a non confonderla con quella accanto.



Il dolore all'anca l'aveva tenuta sveglia per gran parte della notte cosicché alle sette del mattino - a dar retta alla sveglia sul comodino – si era faticosamente alzata dal letto e, con passo incerto, recata nel cucinino per scaldare l'acqua per il tè. Portandosi dietro una tazza fumante di infuso si sedette sulla poltrona sotto la finestra e diede un'occhiata fuori. Non che ci fosse chissà quale gran panorama da ammirare ma si prospettava comunque una tiepida giornata di sole.

Poi lo vide mentre attraversava la strada di fronte al palazzo.

Posò la tazza sul davanzale interno e si sporse un pochino per vedere meglio. Era proprio lui, il tizio dell'appartamento di fronte, e stava rientrando a casa. Non poté resistere alla curiosità e, lasciando il tè sul davanzale, si avviò traballante verso la porta d'ingresso incollando, poco dopo, l'occhio allo spioncino. Non attese molto prima di sentire i passi sulle scale e poi vederlo passare di fronte a lei.

Come pungolato da un qualche sesto senso l'uomo si voltò nella sua direzione, dandole l'impressione di essere perfettamente consapevole della sua presenza dietro la porta.

Quel movimento le permise, anche se per un attimo, di vedere bene i tre vistosi graffi sulla sua guancia destra prima che rientrasse in casa.

Riprese posto sulla poltrona allungando una mano verso la tazza. Il tè si era irrimediabilmente freddato ma non le importava granché, aveva altri pensieri per la testa.



Ne era certo ormai: la vecchia ficcanaso lo sorvegliava. Dopo aver chiuso la porta, si era rapidamente spogliato e infilato sotto la doccia. Il turno di notte al mercato della carne era comodo perché non doveva interagire con nessuno, però cominciava ad averne abbastanza della puzza che gli rimaneva addosso. Si strofinò per benino ancora per qualche minuto poi si avvolse in un telo da bagno che aveva visto giorni migliori e si piazzò davanti allo specchio. Passò lievemente le dita sui tre graffi sulla guancia destra e, dopo aver preso dall'armadietto un disinfettante e dell'ovatta tamponò con attenzione le ferite. Non era certo una cosa grave, però le unghie di quella barbona erano così luride da infettare persino un maiale e quindi occorreva pulire con cura. A volte, pensò, basta così poco per fare di una giornata qualsiasi, una magnifica giornata, soprattutto se nulla è stato programmato.

Poco prima dell'alba, mentre rientrava a casa a testa china e immerso nei suoi pensieri, aveva svoltato l'angolo del vicolo, appena rischiarato da un tisico lampione, ed era entrato in collisione col carrello di una barbona mandandolo ruote all'aria in un turbinio di stracci. Neppure il tempo di rendersi conto di quel che era successo che già la megera lo aveva aggredito apostrofandolo in malo modo. Al secondo "stronzo" le aveva messo le mani al collo bloccandola nel vano di un portone e interrompendo repentinamente il torrente di male parole che, fino ad un attimo prima, sembrava inarrestabile. Lei aveva preso a dimenarsi scompostamente ma non era servito a nulla: in trenta secondi le si erano appannati gli occhi e in altri trenta aveva smesso di respirare.

L'aveva tenuta ben stretta ancora per un poco assaporando quel momento di onnipotenza, poi, lasciando la presa, l'aveva guardata con indifferenza mentre si afflosciava a terra insieme ai suoi stracci. Solo allora si era accorto del bruciore alla guancia e, tastandosi con le dita, di esser stato graffiato. Aveva sferrato due calci stizziti al corpo esanime e si era allontanato indisturbato.


Il tossico non aveva passato la notte nella sua piccionaia. A volte il destino smette per un attimo di accanirsi e, benché rose e fiori siano più che lontani, regala rari momento di deliziosa tranquillità. Pensava a questo mentre si godeva, su un vero letto, i residui di un trip strepitoso e, soprattutto, gratuito. Aveva incontrato un autentico "desaparecido" che non vedeva dai tempi dell'università, circa mille anni prima. Erano state anime affini, compagni di bevute e sballate memorabili in un periodo in cui tutto sembrava facile e a portata di mano. Ora, a giudicare dall'appartamento in cui era stato generosamente ospitato, sembrava che per il suo fratello di sniffate le cose fossero andate proprio così. Il sopracitato destino gli aveva fatti incontrare all'angolo del locale dove lui andava di solito a mendicare una dose a credito. Non l'aveva riconosciuto subito quando, scendendo dalla macchina, il suo vecchio amico gli si era parato davanti. Quel che era successo dopo era avvolto in una sorta di nebbia sfilacciata e poco se ne curò. Quello che importava è che aveva ricevuto un'offerta: vitto, alloggio e sballo in cambio di qualche lavoretto. Non sapeva ancora cosa avrebbe dovuto fare ma non ci avrebbe pensato sopra più di una frazione di secondo. Chi, nelle sue condizioni, l'avrebbe fatto?

La tapparella faceva filtrare il chiarore dell'alba. Ancora qualche minuto poi si sarebbe alzato, avrebbe fatto la prima vera doccia dopo mesi di sommari lavacri nei bagni pubblici, e sarebbe ritornato, per l'ultima volta, nella piccionaia a prendere qualche ricordo della sua precedente vita. Pensò di godersi ancora un poco le comodità del materasso ad acqua ma resistette alla tentazione. Si alzò, nudo come un verme, e si diresse verso il bagno.


La tazza del tè ormai vuota, era sul davanzale della finestra e la donna non aveva fatto che rimuginare a mezza voce, sprofondata nella vecchia poltrona beige. Aveva chiuso gli occhi e, tra una cascata di pensieri e l'altra, si godeva il piacevole sole mattutino che si riversava nella stanza. Un discreto colpo di tosse le fece saltare il cuore in petto. Sobbalzò sulla poltrona aprendo di colpo gli occhi e un gemito spaventato gli s'incastrò in gola: il tizio dell'appartamento di fronte stava tranquillamente in piedi di fronte a lei.

Avrebbe voluto chiedergli come diavolo avesse fatto a entrare ma le venne fuori solo un rauco borbottio.

L'uomo prese la sedia vicino al tavolo e si sedette di fronte a lei.

"Eccoci qua." Disse tranquillo guardandola quasi con interesse.

"Cosa vuoi?" riuscì a biascicare la vecchia.

"Sto andando via " riprese lui accavallando le gambe, "e, quando lo faccio, non lascio mai nulla in sospeso."

Lei non replicò, faceva già abbastanza fatica a mandar giù il fiato.

"Visto il tuo costante interesse nei miei confronti, ho pensato che fosse il caso di dirti addio personalmente."

Così dicendo si alzò e in un solo fluido movimento le arrivò di fianco, le afferrò saldamente la testa e con una rapida e secca torsione le spezzò l'osso del collo.

Con collaudata efficienza trasportò il corpo in bagno e lo sistemò in modo da simulare una tragica caduta. Quando le occasioni lo permettevano, adorava dedicare del tempo a metter su una plausibile messinscena. Rivolse al corpo della vecchia un piccolo inchino e, dopo un rapido controllo allo spioncino, recuperò il borsone che aveva lasciato all'ingresso e uscì.


Il tossico era quasi arrivato a casa.

Adesso non gli importava granché di mantenere la segretezza e s'inerpicò rapido sulla scala di sicurezza. Stava per scavalcare il basso parapetto quando rischiò di perdere l'equilibrio e cadere all'indietro: l'infido moncone di metallo, al quale era solito afferrarsi per tirarsi su, aveva ceduto di colpo appena lo aveva toccato, precipitando in basso in un elegante volteggio, seguito da una scia di scaglie arrugginite. Non se ne diede pensiero e salì sul tetto.


L'uomo usci dal palazzo e si fermò un momento guardandosi intorno.

Mosse un passo con l'intenzione di attraversare la strada deserta quando sentì una sorta di sibilo venire dall'alto. Incuriosito sollevò gli occhi al cielo riparandoli dal sole con la mano a visiera. A causa della forte luce e della velocità non riuscì a vedere - se non troppo tardi - la frastagliata sbarra di ferro che, un secondo dopo, gli trafisse il cranio.

Si accasciò così, senza un gemito e senza neppure il tempo di maledire il Fato.




Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×