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Una storia di Sarapeverini

L'incidente

Perché la vita è un attimo

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19 minuti

Pubblicato il 16 agosto 2019 in Altro

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Dopo tre giorni ti alzi una mattina e ti guardi allo specchio contando i lividi, una dozzina tra braccia e gambe, e non solo quelli sul corpo, ma anche i graffi che ti porti nel cuore e quelli, seppure invisibili, fan più male di quelli veri. Ti domandi cosa è successo e cerchi di capire cosa hai sbagliato, cerchi di capire il perché di una cosa del genere e scopri che forse un perché non c’è: paura, irrazionalità, un asfalto schifoso, una reazione esagerata… non sai ancora bene cosa sia stato a salvarvi, ma sai che siete a casa sani e salvi e pensi che sia l’unica cosa importante.

Richiudi gli occhi e inevitabilmente rivedi tutta la scena: quell’unico istante in cui abbassi lo sguardo per indicare qualcosa, rialzi gli occhi e ti vedi il new jersey troppo vicino, terribilmente vicino, sotto le ruote senti il brecciolino che si deposita al bordo della carreggiata e nella tua testa passa il pensiero che a quella velocità, intorno ai cento, niente di ché ma comunque troppo per lasciar passare tempo prima di reagire, gli finisci sopra in un attimo e sterzi troppo bruscamente, troppo velocemente, troppo istintivamente e in un attimo non sei più tu a governare l’auto ma lei che fa quel che vuole.

Senti che scoda e ti ritrovi davanti il guard rail che ti protegge dallo strapiombo nel vuoto del viadotto e provi a controsterzare, ma ormai l’hai persa… senti l’impatto del muso contro il new jersey che separa le carreggiate, la macchina che gli struscia addosso e si alza, una sorta di rampa di lancio e ricade in un istante su un fianco, mentre ti volti verso tuo marito e i tuoi figli in attesta di veder scoppiare i vetri, che stranamente non esplodono, senti l’auto che tenta di girarsi sotto sopra e poi torna indietro fermandosi sulla fiancata del passeggero. Le urla e i pianti dei bambini, tuo figlio che ti guarda spaventato perché non ha capito per quale strana ragione lo hai fatto sbattere con violenza allo sportello, avrà forse pensato: “Stavo dormendo non ho fatto niente di male per esser punito”.

Tuo marito si sgancia in un istante la cinta, tanto velocemente che neanche sei sicura che la portasse, tu che rimani appesa a quella cinta maledetta che non vuole sganciarsi e vedi i liquidi della macchina uscire dal motore e scorrere sotto il finestrino del passeggero, non sai cosa sia: non sai se è acqua, benzina, olio o un mix dei tre… sai solo che scorre e la macchina fa fumo… pensi al bombolone del gas… c’era ancora gas dentro e ti guardi i tuoi figli legati ai seggiolini come sei legata tu e non sai che pensare e sale la paura perché non riesci a sganciarti.

Tuo marito a forza apre il tuo sportello, che dapprima sembrava incastrato, e riesce a uscire, lo sportello si richiude mentre lo vedi provare a fermare un camion che neanche rallenta e allora torni a insistere contro la chiusura della cinta che finalmente si sgancia. Metti i piedi sul finestrino e tenti con l’aiuto di tuo marito da fuori di riaprire lo sportello e bloccarlo tutto aperto… quello dietro non si apre, ti giri verso i tuoi figli e decidi che non puoi aspettare oltre… prendi la prima, sta in mezzo è più facile sganciarla, e gliela passi, lui che ti guarda non sapendo dove metterla e perché è scalza e la macchina è nel mezzo della corsia di sorpasso e non hai la più pallida idea di come andrà finire, ma non ci pensi… gli urli di metterla giù e sganci il secondo e quando lo metti fuori ti accorgi che grazie a Dio qualche camionista si è fermato con i camion bloccando il traffico ed è venuto in vostro soccorso, prendono il bambino e tu vai a recuperare l’ultimo dei tre, quello che ha urtato contro lo sportello, con la paura che possa essere tagliato in viso e invece è scosso ma sta bene. Lo tiri fuori, lo dai a qualcuno e poi ti guardi in giro cercando di capire che caspita hai combinato e che altro devi prendere: la borsa, sì perché ti serviranno i documenti, i telefoni, e afferri tutto quello che puoi, che vedi a portata di mano, e lo sbatti dentro la borsa con rapidità e la dai ad un signore che ti guarda come se fossi una pazza che anziché uscire salva la borsa… non sei una pazza sei solo pragmatica, lo sei sempre stata nei momenti in cui serviva.

Tuo marito perentorio ti dice di uscire… e tu per un istante non vorresti farlo, ti chiedi come... poi lo guardi e decidi che non puoi rimanere lì… metti a rischio anche lui… fai leva sulle braccia e ti tiri fuori, non sai neanche bene come, perché la macchina è larga quasi quanto sei alta tu… esce solo la tua testa e le spalle dallo sportello… ma un istante dopo sei fuori e raggiungi i bambini… girandoti guardi l’auto e ancora non capisci come sia accaduto, ma soprattutto come ne siate usciti tutti illesi.

È la rabbia che sale, la voglia di sbattere la testa contro il primo spigolo perché non si può mettere a rischio la vita per un secondo di distrazione, un solo secondo, un solo attimo e una svista, null’altro che questo.

Tutto il resto è rabbia e confusione. Qualche minuto per capire se l’auto avrebbe preso fuoco o se potevate riprendere le vostre cose… tuo marito che recupera la barca portaoggetti, che nell’impatto è saltata con tutto il portapacchi una quindicina di metri più avanti, e ci mettete seduti i bambini sopra. Un camionista passa e ti lascia una bottiglia d’acqua mentre lo guardi come se la cosa non ti riguardasse, un altro, che tiene i bambini, ti chiede se hai qualcosa per coprire i bambini e poi tuo marito e un altro uomo decidono di spaccare il vetro dell’auto per recuperare le coperte dei bambini, i cappotti, e quanto era nell’abitacolo e tu che furiosa con te stessa gli vai dietro e gli chiedi le chiavi per aprire il portabagagli e riprendere le borse… qualcuno ti passa un telefono: è la polizia vuole sapere, ma sei confusa e hai la testa altrove, rispondi distratta, non sai neanche più cosa gli hai detto o cosa ti han chiesto sai solo di aver risposto e che a un certo punto il poliziotto insisteva che doveste allontanarvi dall’auto ma tu non gli hai dato ascolto e hai continuato imperterrita a svuotare il portabagagli perché sapevi che quelle cose ti servivano per i bambini. Testarda come sempre, senza smuoverti dalla tua posizione hai attaccato il telefono in faccia al poliziotto e nel portare via le cose hai cercato chi fosse il padrone del telefono per restituirglielo, lo hai ringraziato… questo te lo ricordi… e sei tornata con i bagagli dai bambini e con le coperte li avete coperti.

Poi ancora una volta sei tornata a svuotare il portabagagli insieme a qualcun altro che ha fatto lo stesso per aiutarti e che non saprai mai neanche come si chiama, a malapena ricordi i volti di quelle persone, fintanto che non c’è rimasto più nulla da portar via e allora sei rimasta con i bambini cercando di capire come hai potuto… e poi il camioncino dei soccorsi… i bambini nel furgone al caldo qualcuno che ti dice di stare con loro e tu che invece vorresti una sola unica cosa: tornare indietro di un’ora e non fare lo stesso errore, cambiare qualcosa, anche un semplice dettaglio che non ti riporti nello stesso punto, nella stessa maniera un’ora dopo e desiderare con tutta te stessa che sia solo un terribile infinito incubo, nulla di più… non sopporti le legittime domande di tua figlia perché sono come una pugnalata in pieno petto che ti fan sentire ancora peggio se possibile, non riesci a fartene una ragione e pensi a quanto sei stata stupida e arrogante nel sottovalutare quel solo attimo di distrazione, ma ormai la frittata è fatta e non puoi più cambiare nulla.

È allora che ti vengono in testa mille pensieri su chi avvertire, come, quando, perché è successo a te e cosa hai sbagliato per aver fatto una cosa così, ti chiedi dove avevi la testa e cosa ci è passato in quel momento. Continui a chiedere a tutti la stessa cosa: “E adesso che succede?” Non t’è mai capitato un incidente del genere, oltretutto lontano da casa, non sai come funziona, non sai che accadrà, cosa aspettarti. E poi l’arrivo della polizia che ti chiede e tu che gli spieghi che sei stata solo una stupida, perché così ti senti… e poi i medici dell’ambulanza a cui chiedi di guardare i bambini, perché è meglio se a loro fanno un controllo, hai ancora l’adrenalina a mille e i dolori non li senti ancora… e poi vi portano tutti sull’ambulanza: i dati dei bambini, i tuoi, che è successo… il collarino a te e a uno dei bambini, a tuo marito. Ti mettono seduta sulla barella con uno dei bambini in braccio e ti legano, tu che continui a sbattere la testa contro il lettino prendendotela con te stessa… e ancora il via vai delle persone, degli infermieri, della polizia, poi alla fine arriva una poliziotta che ti chiede di fare la tua deposizione… e tu che continui ad inveire contro te stessa… nulla di più… le spieghi come è andata… una perfetta imbecille, è così che continui a sentirti, per quanto tutti continuino a ripeterti che sono cose che capitano… non puoi fare a meno di pensare che, sì, son cose che capitano agli stupidi. Firmi… e poi l’infermiere dice che devono spostare l’ambulanza… ti trasportano per un pezzo insieme alla tua famiglia… non vedi nulla fuori… poi si fermano ancora per riprendere ulteriori dati… mentre continui ad inveire contro te stessa anche se tutti continuano a ripeterti che non devi… tuo marito per primo che non ce la fa più a sentirti dire tante cattiverie su di te… ti ama e lo sai… e lui quelle cose non le pensa… anche se a momenti li fai fuori tutti.

E a un certo punto anche l’infermiere che tiene in braccio tuo figlio ti dice che devi smettere di prendertela con te stessa perché in quel punto ci sono incidenti quasi tutti i giorni e perché quando arrivano sul luogo dell’incidente lo scenario quasi mai è quello che si sono ritrovati davanti con te… perché è raro trovare tre bambini assicurati ai seggiolini, legati e che di solito purtroppo si trovano situazioni ben più drammatiche, allora ti dici che forse almeno il tuo dovere minimo di madre lo hai fatto: li hai legati… e si son salvati probabilmente per questo… chissà se no dove li avresti ritrovati… e come… ma non vuoi e non puoi pensarci a questo… non ha neanche senso farlo e non lo fai.

Dopo un po’ ripartite in direzione Firenze… i bambini vanno con te in un ospedale pediatrico e tuo marito lo lasciano in un altro ospedale lì vicino prevedendo che non appena lo dimetteranno vi potrà raggiungere così da riportare te nel suo ospedale a fare i dovuti controlli mentre lui rimane con i bambini. E così va… lasciano tuo marito nel primo ospedale e tu e i bimbi al Meier… arrivate e iniziano a visitare i bambini… ti fan scendere dalla barella e ti mettono sulla sedia a rotelle e per la prima volta avverti qualche dolore alla schiena ma non ti importa… ma poi mentre visitano i bambini, dopo che ti dicono che stanno bene… sbotti a piangere… le lacrime che hai trattenuto tutto il tempo iniziano a scendere a frotte tra singhiozzi e sussulti… la dottoressa che ha appena visitato i tuoi figli ti porta in un’altra stanza e prova a farti calmare un po’ e poi decide di darti un’occhiata in attesa del trasferimento. Di nuovo sul lettino con la tavola sotto e la visita… tu che inizi a sentirli tutti i dolori… ma l’unico che ti fa male davvero lo senti nel cuore.

Poi l’arrivo di tuo marito e la chiamata per l’ambulanza che deve trasferirti… e dopo un po’ lasci tutti e sei altrove. Ti parcheggiano in una stanza di fianco al triage in attesa di essere guardata ancora con la tavola sotto e ogni minuto che passa ti senti sempre peggio e ti dici che deve essere solo un incubo da cui risvegliarsi. Un signore gentile, che è lì per il padre, si accorge delle tue lacrime e prova a consolarti, ti manifesta comprensione e disponibilità ad aiutarti, se ti serve, anche una volta uscita dall’ospedale… gli sei grata ma in quel momento vorresti solo sotterrarti… e ahi voglia a ripeterti che poteva essere andata molto, ma molto, peggio… alla fine quel signore ti lascia il suo numero… dovesse servirti anche solo un passaggio per la stazione… e lo ringrazi perché non capita spesso di incontrare qualcuno tanto gentile.

Alla fine ti portano a visita, ti spogliano e rimani lì in attesa, col lenzuolo addosso, hai freddo e provi a chiudere gli occhi per dimenticare, sperando che risvegliandoti tutto sia finito e svanito, ma ogni volta che tenti di dormire rivedi ogni istante dell’incidente passarti davanti agli occhi e allora rinunci, perché tanto non ci riesci e l’unico risultato che ottieni sono altre lacrime che silenziose scendono ai lati del viso.

Il dottore ti visita, ti chiede come è andata, ti fanno il prelievo, ti chiede se c’è rischio che tu sia incinta perché devono farti delle lastre e che se non sei sicura ti fanno il test… ma tu te lo guardi come per dire: “Sta scherzando, vero? Ne ho già tre… bastano direi.”. Il medico ti guarda e per battuta ti dice: “Non mi guardi così, non ci son stato mica io con lei, se no glielo saprei dire.”, e per la prima volta, da ore, abbozzi un sorriso, forse arrossisci e poi dici: “No, no, non sono incinta.”, il medico insiste chiedendoti se sei sicura... dentro di te pensi che la certezza matematica su certe cose non esiste mai… ma come tempi sai che non può essere… per cui sai che è inutile il test e gli dici che hai già dato abbastanza e che no, non sei incinta.

Mentre te ne stai lì arriva una telefonata dall’ospedale dove sono i bambini e il medico ti informa che i bambini stanno bene, dormono e verranno dimessi in mattinata. Senti il dottore che dice che secondo lui non hai nulla… che se in fondo hai fatto il supereroe prima di uscire dall’auto non puoi avere nulla di grave ma che devono fare degli accertamenti ancora.

Te ne stai lì sulla barella, con la tavola ancora sotto di te, che non sopporti più, ti fanno male le gambe, la schiena, il collo… ma soprattutto ti fa male pensare che se solo fosse accaduto qualcosa a uno di loro… non te lo saresti mai perdonato… neanche tra un milione di anni avresti potuto… a nessuno di loro… e senti la testa che ti scoppia e ti obblighi a non pensarci ma hai gli occhi di tuo figlio che ti fissa, dopo l’incidente, stampati nella mente e la sensazione che il tettino dell’auto si chiuda su di lui che non riesci a dimenticare.

Alla fine chiedi al dottore se è proprio necessaria la tavola e lui te la toglie, lasciandoti solo il collarino e attendi ancora… poi il cambio del turno e sono le otto… sono passate sette ore dall’incidente, e non sei riuscita a chiudere gli occhi neanche un minuto… e la speranza di risvegliarti dall’incubo svanisce del tutto.

Il nuovo medico ti dice che ti faranno una tac alla testa e per la cervicale, delle lastre alla schiena e un’ecografia addominale… così a un certo punto ti iniziano a portare nei vari reparti e sia per la tac che per le lastre ti fan firmare che non sei incinta… e ti chiedono cos’è successo ancora e ancora e ogni volta non puoi fare a meno di sottolineare quanto sia stata stupida… ma tanto anche se non te lo chiedono a forza di sentirti inveire contro te stessa glielo dici da sola perché non ti prendano per una matta che da i numeri.

Prima la tac… poi dopo un po’ le lastre e alla fine l’ecografia addominale e ti guardano tutto, compreso l’utero… e ti dici: “Ma se me la facevano per prima non era meglio così avevano la conferma da subito che non sono incinta?”. Non che ti importi molto… ma son quelle cose che non ti spieghi e che tanto non capirai mai.

Ti controlla prima la dottoressa che fa praticantato e poi il dottore di ruolo… poi gli viene uno scrupolo: qualcosa che si vede al cuore… e allora ti rimandano in stanza con la richiesta di un’ecocardiografia… aspetti in corridoio che si riliberi il tuo posto nella stanza e mentre sei lì che ancora speri che il tempo possa tornare indietro di una decina di ore, mentre non hai notizie dei tuoi figli e di tuo marito, ti si avvicina lo stesso signore gentile che nel triage aveva provato a consolarti e a tirarti un po’ su… ti chiede come stai, che ti han detto, se hai sentito tuo marito e ti offre il suo telefono per chiamarlo… te lo passa… e tu pensi che sono poche le persone che ancora sanno cos’è l’umanità e la generosità… e una l’hai trovata tu… ti offre persino la sua casa se doveste fermarvi per una notte a Firenze… non capita spesso di trovare persone così e vorresti ringraziarlo in mille modi ma riesci solo a farlo a parole… sei ancora tanto confusa… arrabbiata… Lo ringrazi per l’ennesima volta mentre ti riportano in stanza.

Il medico che è di turno dalle otto ti dice che han chiamato la cardiologa per un consulto e che intanto l’eco te la fa lui in attesa della specialista… non è convinto di quel che vede… forse un versamento ma poi la cardiologa arriva e facendo il controllo gli dice che non è nulla… e tu che pensi che l’unica cosa che poteva essere sono i dolori che ti porti dentro, ma quelli non si vedono.

Decidono di dimetterti, ti puoi rivestire… maglietta, pantaloni… ti tolgono il collarino e ti gira il mondo… qualche istante da seduta perché la stanza smetta di girare… poi tiri giù le gambe e ti finisci di rivestire, le scarpe e ti metti in piedi… un attimo di assestamento… e i medici che ti guardano con aria interrogativa chiedendoti se è tutto a posto… e tu che gli dici che almeno fisicamente sì, è tutto a posto. Ti tengono a chiacchierare un po’ e uno degli infermieri ti offre il suo telefono per avvertire tuo marito che stai uscendo, lo chiami e gli dici che stai andando da loro. Ti dice di prendere il taxi, ma a te non va e, testarda come al solito, pensi che non lo farai… stesso il medico poi ti dice di farti due passi, che ti farà bene, un altro medico tirocinante chiede al dottore di turno se può accompagnarti fino all’ospedale dove sono i bambini visto che hai passato la notte in bianco e non mangi dalla sera prima… il dottore gli dice di sì e si raccomanda di mangiare un po’ che hai il potassio basso. Lo guardi e annuisci, ma non hai voglia di mangiare. Ti danno la cartella clinica ti dicono dove andare a pagare per portarla via… e poi ti mostrano l’uscita insieme al medico tirocinante che carinamente ti accompagna sino al Meier per esser sicuro che non ti senta male per strada. Ti racconta di sé, è gentile e ti porta sin dentro all’ospedale. Giunti a destinazione, lo saluti, lo ringrazi… e vai a cercare i bambini… quando arrivi al reparto trovi i bambini elettrizzati, tuo marito distrutto, e i tuoi cognati che son corsi a venirvi a riprendere e gliene sei grata, anche se non hai voglia di parlare…

Il resto della giornata è tutta un giro in auto dove soffri come mai prima t’era successo: ospedale, polizia, soccorso stradale. Quando vedi l’auto ti chiedi come ne siate usciti illesi, perché fa paura; per un attimo arrivando non sai neanche se ti reggono le gambe, ma vuoi scendere e smontare tutto quel che è rimasto dentro: i seggiolini dei bambini, qualcosa che è volata in giro… l’autoradio… quel che è rimasto. Eppure ogni oggetto che togli ti sembra che ti strappino un pezzetto di cuore o che qualcuno rigiri il coltello nella piaga, fai le foto, qualche telefonata per capire cosa è meglio fare… tuo marito che non batte ciglio, non un’accusa, non una parola fuori posto… ti ama… Dio se ti ama… ti toglie tutti i pesi che può.

Alla fine tornate a casa… arrivate che sono quasi le nove, tuo marito ti costringe a mangiare un boccone… non ti va, ma giusto per non star completamente digiuna. Dai qualche goccia a tutti per dormire un po’. Tua cognata mette i bimbi a letto… tua suocera si offre di rimanere con i bambini per la notte così potrete dormire… e rimani in salone in silenzio, rannicchiata sulla poltrona, e hai ancora il desiderio che sia tutto un incubo. Tuo marito ti chiede di andartene a letto… non sei pronta… hai bisogno di sfogare un po’. Scrivi due righe… poi vai a dormire… sei stanca, non dormi dal giorno prima ed è quasi mezzanotte… vai a letto e ti addormenti mentre le lacrime ancora solcano il tuo viso. Ti svegli alle quattro di soprassalto senti uno dei bambini piangere e tua suocera che lo rimette giù, resti sveglia un po’ e poi provi a richiudere gli occhi. Ti risvegli alle nove, vi svegliate tutti… il resto della giornata è piuttosto altalenante… qualche messaggio e qualche telefonata di amici che cercano di rincuorarti… un po’ funzionano… un po’ è ancora presto, ma le parole di chi ti vuol bene ti si marchiano dentro e ti sono di aiuto, riescono anche a regalarti qualche sorriso e qualche battuta...

E poi l’indomani inizi a reagire… va un po’ meglio… è una giornata di rodaggio… inizi a riprenderti la tua vita… quella che non si è spezzata quella notte anche se per un attimo lo hai creduto… passi la giornata a ricevere amici che ti vengono a trovare per sincerarsi di come stai… e continui a ripetere le stesse cose… e anche se non stai ancora bene… cerchi di reagire. Prima di andare a letto ti fai un bel bagno e cerchi di rilassarti… poi l’indomani mattina, ti alzi, ti guardi allo specchio e conti i lividi, una dozzina tra braccia e gambe… ma poi mentre ti guardi, ti fai domande e rivivi tutto, arrivano correndo i tuoi bambini e allora guardandoli ti ripeti la stessa frase che dici da tre giorni, ma con un senso più profondo: “Le cose importanti le ho riportate a casa.” e questa è l’unica cosa che ti importa. Anche se dentro di te rimane la domanda: “Se fosse andata diversamente… chissà cosa sarebbe accaduto al terzo giorno?”.

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