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Una storia di GiovanniBeria

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #incontrialbar

Chissà se la storia continuerà

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20 minuti

Pubblicato il 15 gennaio 2019 in Storie d’amore

Tags: #incontrialbar

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Quella sera, ricordo, ero sceso senza giacca, solo con il gilè, quello che indosso quando sono a casa. Ero uscito sbattendo la porta. Incredibile. Avevo litigato con Clara, mia moglie, sempre per la solita questione che non faccio nulla in casa, che appena arrivo mi stendo sul divano a guardare il soffitto, eccetera. Mi sono messo le mani in tasca e sono entrato nel bar che è proprio all’angolo, di fianco al mio portone. Ha le vetrine sia su via Rosellini che su via Pola, e si può entrare sia da una parte che dall’altra. Io sono entrato da quella in via Rosellini. Ci sono sei tavolini nel locale, a quell’ora quasi tutti occupati, tranne uno. Non ci vado spesso, giusto qualche volta, se è più presto del solito e non voglio rientrare subito a casa, e dare a Clara l’abitudine di vedermi a un'ora inusuale, e in quel caso affibbiarmi magari qualcosa extra da fare. Ho chiesto a Davide, il barista, ormai lo conosco, in virtù appunto di quelle volte che entro lì, un aperitivo. Lui ovviamente, come del resto hanno fatto alcuni degli avventori seduti ai tavolini, mi ha guardato più attentamente del solito, non avendo giacca e soprabito data l'ora e il clima fresco del periodo e della giornata in particolare, ma sapendo che abito nel portone a fianco del locale avrà magari pensato che sono sceso un momento prima di mangiare, giusto per distrarmi con un aperitivo. Ho cominciato a sorseggiarlo. Ho mangiucchiato qualche patatina, un paio di olive. Anche un tramezzino. Ero più che altro concentrato nel gesto che mi distraeva dai pensieri, che non nel fatto di mangiare o assaggiare. L’essere insomma mescolato agli altri clienti, in una nuova comunità, lontano dai problemi. Era anche questa la ragione per cui entravo in quel bar, per ritardare il rientro, appunto, e prendermi del tempo per me; per quel mio bisogno atavico di vivere nel pieno delle mie facoltà mentali; liberamente, insomma. Quella ricarica necessaria che spinga, mi prepari, meglio, ad affrontare i problemi che mi avrebbero assalito subito, appena entrato in casa. Poi mi sono voltato a guardare la gente attorno, ma senza passione, senza l'intenzione di studiarli, che non mi interessava minimamente farlo. Solo voltarmi e far girare lo sguardo. É stato in quel momento che l'ho notata, che mi ha colpito. Era seduta al tavolino di fianco alla vetrata del bar, che dà sulla via Pola. Stava guardando fuori la gente che passava, il traffico di auto, anche lei senza un’attrattiva particolare, nel modo in cui si guarda quando si pensa ad altro, con gli occhi che non vedono ciò che guardano. Sul suo viso, che vedevo di profilo, indovinavo, o forse immaginavo, un'espressione che mi ha incuriosito. Più che incuriosito, mi ha intenerito. Mi sono sentito calmo come se l'arrabbiatura che avevo fino a poco tempo prima, che mi ha fatto fare quello che ho fatto e a cui non sarei mai arrivato scientemente, non l'avessi mai avuta. Che fossi sceso proprio per incontrare lei, insomma, quasi avessimo avuto un appuntamento. Che poi è la cosa che faccio di solito, quella di sognare subito una vita alternativa, quando mi capita di notare tra la gente una donna che in quel momento mi colpisce particolarmente. I miei famosi sogni a occhi aperti. C’è davvero questa peculiarità che ti piace di più in una persona piuttosto che in un’altra. Ti senti attratto, come se la conoscessi. Che sia quella dei sogni, e ti dici: è il mio tipo ideale, senza sapere perché. Distrai lo sguardo, ma subito ritorni lì, sul particolare della sua fronte, del naso, le labbra, come muove il braccio, come ride. Ecco. La fissavo come se fossi stato un manichino e anche lei lo fosse stata, muto interlocutore a consolazione del mio stato d’animo, tutti e due nella stessa vetrina, uno difronte all'altra, immobili, come del resto lo sono i manichini. Messi lì perché quello era il nostro posto e così dovevamo stare. Lei continuava a essere assorta nei suoi pensieri, a guardare fuori la gente che passava, che correva verso casa, ormai, o a un appuntamento importante, data la foga e l'ora. Il suo interesse sembrava più sulle movenze dei singoli individui, quasi fossero pennellate, schizzi veloci su una tavolozza che non sarebbe mai diventata un quadro definitivo. Ma ero io che lo pensavo, ovviamente, e lei era il soggetto reale del mio quadro immaginario. La modella che si prestava passivamente all’artista. Non mi importava di che ora fosse, che avessi a casa la moglie che mi aspettava, o che forse non si stava interessando per niente a me, di quello che le avevo detto, e avevo appena fatto. Magari aveva anche sbarrato la porta per non farmi entrare e farmi star fuori come un deficiente, forse era questo che stava pensando di me, che aveva un marito deficiente. Non mi importava. Anche il modo di vestire, mi ha incuriosito. Un’eleganza particolare, si può dire. Di chi prende gli indumenti a caso, ma quel caso non è a caso, sembra studiato per creare proprio quel contrasto di colori, di forme. Poi lei si era voltata e aveva fatto vagare il suo sguardo nel locale, ed era stato, per un attimo, come se avesse accarezzato il contorno di tutto ciò che incontrava, come quando si sfiorano oggetti, quasi senza toccarli. Quindi si è soffermata su di me, come se volesse studiarmi, capire chi fossi, perché fossi in quel luogo, che cosa mi trattenesse lì, che mi impedisse di mescolarmi invece a tutte le altre persone che aveva appena sfiorato col suo sguardo, quasi le ricordassi qualcuno che conosceva, magari tanto tempo prima, qualcuno che ha segnato qualcosa nella sua vita, perso di vista ma rimasto impresso nella memoria, solo in qualche tratto, sufficiente però a mettere in moto il meccanismo del ricordo. Per un attimo ho pensato di aver avuto uno sguardo magnetico, che l'avesse costretta a girarsi e a guardarmi, tanto mi ero preso di lei, per la tenerezza che mi sentivo addosso. Però quando si è alzata mi sono sentito perso. Si è alzata, continuando a guardarmi ed è venuta verso di me.

«Io ti conosco,» ha detto. Aveva allungato il suo braccio strepitosamente nudo, il dito indice della mano teso a indicarmi. Ha sorriso e si è appoggiata al banco con il gomito. É stata la rotondità del braccio, bianco, eburneo, direbbe il poeta, e l’ho pensato anche, a farmi capire che esisteva già un legame tra di noi.

«Tu non mi conosci, invece,» ha aggiunto, gustandosi il mio stupore.

Ovvio che fossi stupito. Non mi è mai capitata una circostanza di questo tipo, naturalmente, e non credo che capiti a molti. Ad alcuni succede, certo, ma questi alcuni in genere sono ragazzi prestanti, di cui le ragazze si invaghiscono al primo sguardo. Anche uomini maturi, ma dal profumo di soldi. Non certo insignificanti come sono io, per di più in gilè, come fossi uno che lavorava lì, o un cliente di quelli che stazionano al bar per buona parte della giornata e si mettono quindi comodi. Era normale il mio stupore; che mi battesse il cuore. Non ero preparato, insomma. Ma anche se lo fossi stato, sarebbe stato lo stesso. Chi non sogna un evento del genere. Tutti quelli come me, che le sognano e basta, queste occasioni. A occhi aperti, come si dice, non certo nei sogni-sogni. In genere sono incubi, quelli che ricordo.

«Ti chiederai come faccio a conoscerti,» aveva continuato lei. «Io sono Stellina.»

Era rimasta un attimo in silenzio per studiare la mia reazione, come se dovessi conoscere quel nome. Stellina. Quante Stelline avrei dovuto conoscere, io. Me lo ero chiesto mentalmente. Le donne che conosco, oltre a mia moglie e le mogli dei miei amici, le colleghe, qualcuna nel passato, ma nessuna Stellina.

«Non ti viene proprio in mente,» aveva continuato, forse un po' spazientita. «Su Twitter,» aveva quindi esclamato. «Stellina, su Twitter.» Aveva ripetuto ridendo. «Non c'è la mia foto, c'è solo un disegnino, è un particolare di un quadro che ho fatto io, dipingo, lo sai, lo scrivo spesso, ne posto qualcuno anche.»

Stellina. Adesso che era entrata nel particolare, che mi aveva dato più elementi, avevo capito.

«Finalmente,» aveva detto lei, battendo piano le mani.

Quel suono prodotto dai suoi palmi, aveva un che di sensuale, me lo sono sentito addosso, come se avesse sfiorato la mia pelle.

Io, accanto al mio nome, che non era quello vero (avevo usato un nome fasullo, Riccardo), avevo postato una foto, con un bel primo piano della mia faccia, una delle poche foto di me che mi sia mai piaciuta. Che mi assomigliava. In genere non vengo bene in fotografia, ho sempre un’espressione stravagante. Infatti le cancello subito, quando me le scatto, i selfies, intendo. Che senso aveva mascherarmi, poi: il mio intento era farmi conoscere, magari capitasse qualche occasione come questa, appunto. Sempre per continuare a sognare. Nuovi spunti, insomma. Anche se avevo usato un nome fasullo. Va bene rischiare, ma senza esagerare. Fa parte del mio modo d’essere. Dei miei ragionamenti contorti. Ma devo dire che lo fanno in molti. Non tutti si svelano totalmente. Comunque, a quanto pare, era servito. Ma chi se la sarebbe mai aspettata un’occasione simile. Il caso, il destino, il concatenamento degli eventi consequenziali. Roba da romanzo, insomma. Da raccontare come realtà romanzata. Mentre ero lì che la guardavo avevo pensato a questa opportunità. Su Twitter avevo iniziato ad aprirmi, liberare il mio animo, i miei sentimenti. Almeno qualcuno li legge, avevo pensato L'avevo sfogliato per caso, Twitter, quindi un po' alla volta, ho iniziato a postare versi, stralci di pensieri. Ed è diventata una malattia, una dipendenza. Ho smesso perfino di leggere, perché passo i pochi momenti liberi, che rubo anche ai bilanci, alla pausa durante il lavoro, sulla metro mentre torno a casa, e pensare che io sono sempre stato tra quelli che criticano i giovani che non si interessano più di ciò che accade intorno a loro, che camminano fissando il cellulare, ciattano, ascoltano musica, e potrebbe disfarsi il mondo che non se ne accorgerebbero. E adesso ero diventato anch’io così, incurante del mondo, appunto. E anche quando ero a casa, mi chiudevo in bagno, dando un altro motivo a mia moglie per criticarmi, a volte mi diceva che era preoccupata, che dovevo andare dal dottore a farmi visitare.

«Tu invece hai messo la foto e ti ho riconosciuto,» ha detto. «Non c'ho voluto credere, mentre ti guardavo. Davvero. Ti ho incrociato diverse volte, senza riconoscerti subito. Qualche giorno fa ho avuto occasione di osservarti meglio, anche perché mi ero incuriosita. Assomiglia a qualcuno che conosco, mi sono detta. Poi, quando sono andata su Twitter, eccolo, è lui, proprio lui, Riccardo. Non te l’ho scritto per non spaventarti, nel senso che magari ti sarebbe dispiaciuto. Aspettavo un’occasione simile.» Si era messa a ridere.

Mi è subito piaciuta la sua risata. Credo che il ridere spontaneamente sia come rivelare una parte di noi a chi ci è simpatico. Con chi si è a proprio agio.

«Sto consegnando un lavoro nel palazzone qui di fronte, sono una cosiddetta creativa. Un lavoro pubblicitario. Ho visto anche che entravi spesso in questo locale. Magari gli faccio una sorpresa, ho pensato. É stata una sorpresa, vero? Spero piacevole. Anche se ero un po’ perplessa se farlo davvero o lasciar perdere. A volte credo che dia fastidio, che il mio entusiasmo, la mia voglia di scoperta, non coincida con la volontà degli altri.»

«Mi ha fatto piacere, invece, dai!» Avevo detto, cercando di metterci anch’io dell’entusiasmo, anche se sapevo benissimo di non avercene nel mio DNA. Pensavo anche a Riccardo, a quel nome che avevo postato, dietro cui mi ero nascosto. Va bene la foto, ma non volevo scoprirmi completamente. In fondo sono un uomo sposato, e poi, d'accordo, Twitter non è un sito d’incontri, anche se per alcuni lo è, tuttavia: spirito di sognatore quale sono, un approfondimento della conoscenza lo speravo sempre. Sì, la sorpresa. Come non avrebbe potuto esserlo. Confesso che stavo tremando. Non sono abituato a situazioni di questo tipo. Sognate certo, ma non che si avverino. E forse non avrei nemmeno voluto che si avverasse. Anche se stavo provando piacere a guardarla, il piacere della cosa proibita. Solo che per come sono io, non avrei mai potuto arrivare al dopo. Avevo infatti già iniziato a considerare quello che sarebbe potuto accadere da quel momento in poi. Ho anche pensato che avrebbe potuto entrare mia moglie, certo, preoccupata per non vedermi rientrare, per venirmi a dare dello scemo, sollecitare il mio rientro a casa, che magari mi sarei preso pure qualche malanno. Allora sì che sarebbe stato un bel guaio. Una figuraccia, meglio. Da non pensarci, insomma. Intanto le ho detto che ero, sì piacevolmente sorpreso, e chi non lo sarebbe stato. Le ho chiesto se voleva qualcosa da bere, tanto per superare quel momento di imbarazzo, sperando che rispondesse di no, che doveva andarsene, magari.

«Volentieri, grazie,» ha risposto invece. «Sediamoci un momento, puoi?» ha aggiunto, andando verso tavolino a cui era seduta, invitandomi con il braccio, sorridendo. L’ho seguita, avrei potuto farlo a occhi chiusi, bastava aspirare la delicata scia del suo profumo. Ma devo confessare che ho preferito studiare il contorno della sua silhouette, indovinarla, meglio, ben dissimulata sotto pantaloni e camicetta vintage. Non sono un maniaco, ma il fatto di vivere di sogni, di costruirne i personaggi, le situazioni in cui muoverli, mi rende attento ai particolari reali.

Adesso mi chiede come mai indosso solo il gilè, vedrai che me lo chiede, ho pensato, e ho anche valutato il rischio a cui stavo andando in contro, sempre ricordando la supposizione che mia moglie avrebbe potuto entrare in quel momento, o fosse entrato qualcuno che mi conoscesse.

«Sono sceso un attimo, avevo proprio voglia di distrarmi un po',» l'ho anticipata, chissà perché.

«Infatti, me lo sono chiesta,» ha aggiunto subito lei, «quando ti ho visto entrare, come mai avessi indosso solo il gilè. Ma non è che c’abbia ragionato molto. Nel mio ambiente siamo un po’ stravaganti. Ti ho creduto uno di noi.» Si era messa a ridere.

«Lavoro qui sopra,» ho mentito, facendo anche il gesto con la testa, come se fosse proprio sopra il locale. Infatti, c’è un grosso studio di contabilità aziendale, la ditta in cui lavoro ha spesso contatti con loro.

«Un desiderio impellente,» ha commentato.

Intanto sorseggiava il gin-tonic che le avevo ordinato, sbocconcellando ogni tanto qualche tartina e un pezzetto di focaccia col prosciutto cotto e l'oliva sopra, attaccata con lo stuzzicadenti.

«Stai lavorando al tuo libro?» ha aggiunto, masticando piano.

La trovavo tenera, mentre masticava piano. Aveva un modo tutto suo di masticare piano. Confesso che mi era venuta voglia di accarezzarla, come se la conoscessi da sempre.

«Al momento, lo sto un po’ trascurando.» Ho detto, con un sospiro.

«Mi è sembrato che stessi scappando, piuttosto che scendendo per venire a bere qualcosa,» ha detto con fare angelico, ma con un sorrisino niente male, malizioso, avrei detto.

Mi sono messo a ridere. «Come un ladro.» Ho detto. «Sto finendo un bilancio. Avevo proprio voglia di staccare un po’. Non so quando finirò, questa sera.» Non sapevo nemmeno perché continuassi a mentire a quel modo. É che non volevo scoprirmi, per lo meno non subito, sempre che quella storia continuasse. Anche quel fatto del libro che stavo scrivendo. Mica era vero. Faceva parte dell’immagine di me che avevo voluto dare. Nei miei tuit non avevo mai fatto trasparire quello che sono veramente. Perché avrei dovuto, poi. Twitter era il mio immaginario in cui potevo essere chi non sarò mai. Concretizzarlo, almeno a parole, nella fantasia di altre persone. I miei tuit sono sempre riferiti ad amori tragici, ritorni drammatici, speranza di amori impossibili. In effetti in quel momento mi dispiaceva dovermi rivelare. Mi piaceva come scriveva Stellina. Era nato quasi un feeling tra noi, o almeno credevo. Io, per lo meno, mi ispiravo a lei, insomma, non solo, ovvio. In queste cose sono sempre stato travolgente, nel senso che mi sono sempre lasciato prendere da affermazioni generiche che ho poi fatte mie, quasi mi fossero dedicate, fossi io l'oggetto del desiderio. Una forma di autostima anche questa, del resto, per appagare il mio io.

«Ho avuto quest’impressione. Ti ho visto entrare e mi sono subito voltata. Sempre per quel mio dubbio se rivelarmi o lasciar perdere. Avevi una strana espressione. Sicuramente sei un po’ stanco, per il bilancio, intendo. Sei sposato?» Ha chiesto, poi, fissando la fede sulla mia mano.

Non avevamo mai affrontato questo argomento nelle nostre dissertazioni. É chiaro che la si valuta come opzione, che per lo meno ci sia una compagna, storie in corso, insomma.

«Sì,» ho risposto, cercando di mettere in quella sillaba tutta la naturalezza di cui ero capace.

Lei si era messa a ridere. Una risata schietta, coinvolgente, «l’hai detto come se fosse un’ammissione di colpa.»

Anch'io mi sono messo a ridere. «Non è che andiamo molto d'accordo, ultimamente,»

«Non volevo fare alcuna insinuazione, scusa.» Ha aggiunto, battendo piano la sua mano sulla mia.

Devo ammetterlo, mi era dispiaciuto dire che ero sposato. Avrei voluto dire che non lo ero, continuare in quella mia pantomima, ma non mi sembrava il caso, non speravo, certo, che quell'incontro avesse un seguito, o forse sì. Comunque anche se l'avesse avuto, come ho detto, non avrei saputo proprio come continuarlo. Mi spaventava piuttosto l’idea. Un conto è viverlo virtualmente, un altro nella realtà. C'è chi riesce, ovvio. Non io.

«Stavi aspettando qualcuno,» ho chiesto.

«Sia qualcuno che te, in un certo senso,» ha risposto lei, guardandomi intensamente, anche se l’angolo della bocca aveva un qualcosa di furbo. «E credo proprio che quel qualcuno non verrà più.» Questa volta ha riso.

«Avrà avuto un contrattempo,» ho detto.

«Ma ho incontrato te, non è divertente? Comunque quel qualcuno non era una cosa importante.» Ha aggiunto subito. «E tu? Non hai proprio voglia di tornare ai tuoi numeri?» Mi ha chiesto, sorseggiando il suo aperitivo, guardandomi sopra il bordo del bicchiere.

«Dovrò decidermi a farlo.» Ho risposto sospirando.

«Hai figli?» Ha chiesto ancora, posando il bicchiere e poi ruotandolo piano tra le dita.

«Sì, due, un maschio e una femmina,» ho risposto. «E, sì, credo che tra un po' tornerò su. Anche perché prima o poi questo bar chiuderà.»

Ha riso ancora. «Mi ha fatto piacere, incontrarti,» ha detto. «Io credo nel destino, sai? E tu?»

Mi sono sempre chiesto di cosa avrei potuto parlare con una donna, nel caso avessi avuto un incontro tipo questo che stavo vivendo. Nei miei sogni a occhi aperti non è che ne inventassi tanti, di discorsi, anche perché nei sogni a occhi aperti, non è che si parli molto. Sono spezzoni d’immagini che passano veloci, non ci si concentra sulle parole. Sono sequenze di film muti, piuttosto. O è come se si ascoltassero i suggerimenti da un regista dietro le quinte.

«In alcune cose ci spero, più che crederci. Ci spero,» ho replicato.

«Quel sessantasei dopo il tuo nickname vuol dire che sei di quell'anno, che ne hai cinquanta, quindi,» ha detto.

«Ahimè, sì quest'anno saranno cinquanta.» Ho risposto, sospirando.

«Bé, dai, non li dimostri,» ha detto lei. «Io ne ho quarantuno.»

«Nemmeno tu li dimostri, te ne avrei dati meno, trentacinque, trentasei.»

«Questa è una considerazione che fa piacere alle donne.» Ha replicato lei. Ha fatto anche un bel sorriso, sincero, mi era parso.

«Ma tu ti chiami davvero Stellina?» Le ho chiesto, tanto per cambiare argomento, che a me quando mi chiedono quanti anni ho, ne invecchio di altri dieci. Mi sento più vecchio perché penso sempre che non ho vissuto come avrei voluto e che faccio un lavoro per cui ho studiato, d'accordo, ma che non mi è proprio piaciuto. Mi sembra, piuttosto, di averli sprecati, tutti questi anni. Forse avrei voluto scrivere davvero, ed è questo un motivo per cui mi trovo bene su Twitter, perché c’è questa sensazione di essere qualcuno, che quanto scrivi sia veramente importante, e quando apri lo schermo, sei lì, con le tue parole ben in mostra, anche se forse sei solo tu che le guardi.

«No, non mi chiamo Stellina, naturalmente. Non è che mi andasse di mettermi in mostra, preferisco l'anonimato, in questi casi,» ha risposto. «Non sono nemmeno su Facebook. Non mi interessano gli incontri in questo modo. Ci hanno provato a chiedermi il numero di telefono o la mail personale. Mi mandano perfino messaggi in DM, benché abbia scritto che non ne voglio e a cui non rispondo. Mi piace l'idea di postare pensieri, brevi considerazioni, leggere quelli degli altri. Avere un rapporto legato a questo, nient'altro. Come per noi, no?» Mi ha sorriso e ha bevuto un altro sorso dal bicchiere.

In effetti c'è sempre stato un bello scambio di pensieri, tra noi, senza andare oltre; io l'ho creduto un certo feeling, infatti le mando il buongiorno e la buonanotte, come fanno molti altri del resto, ma così rimane, quasi conoscessimo già i nostri limiti; è la sensazione di avere un contatto real-virtuale, se si può dire, e gliel'ho detto, «è bello avere un contatto real-virtuale.»

Lei ha riso, «sì, bello: un contatto real-virtuale. Anche se adesso è diventato real-reale.»

Ho riso anch'io.

«Preferisco che tu mi conosca come Stellina, per il momento. Magari potrei accettare qualche messaggio in DM, qualche volta, se mi devi comunicare qualcosa.» Ha mangiato un pezzetto di pizza, sempre guardandomi da sotto in su, con fare furbetto. «Sono un tipo difficile, forse per questo non ho ancora trovato qualcuno con cui fermarmi. Sono insoddisfatta, ma contenta di quello che faccio. Vorrei viaggiare. Non che il lavoro che faccio me lo impedisca. Anzi, ho molte occasioni di girare. Pensa, la settimana scorsa ero a New York, l’ho scritto anche, ho postato pure delle foto. Ma sono viaggi obbligati, non li scelgo io. Non voglio lamentarmi del mio lavoro, ma a volte mi sento legata a schemi precostituiti. I lavori sono tutti uguali, dopo un po’. I miei amici mi dicono di non lamentarmi.» Aveva finito di masticare quasi con malavoglia il pezzetto di pizza.

Ero rimasto un momento perplesso, con un mezzo sorriso sulle labbra, cercando di scoprire dall’espressione sul suo viso il senso di quando aveva appena detto. Le ho risposto che, sì, in effetti, alla fine ci lamentiamo tutti dei nostri lavori, della famiglia che abbiamo, che non riusciamo a realizzare i nostri sogni, come per me del resto, per il mio lavoro, per la famiglia, per il fatto che avrei voluto invece scrivere. E magari per lamentarmi del fatto che scrivo.

Lei non ha aggiunto altro, ha battuto ancora piano la sua mano sulla mia, ha finito di bere il suo gin-tonic e si è alzata. «Mi ha fatto davvero piacere incontrarti, mi è piaciuta la situazione, sì,» ha detto allungando la mano verso di me.

Anch'io mi sono alzato e gliel'ho stretta forse con troppa foga, forse, visto che lei indugiava a tenerla nella mia.

«Continuiamo a scriverci su Twitter, allora. Quando ne hai voglia mandami un messaggio in DM, te lo permetto,» e si era messa a ridere. «Ciao,» ha detto ancora, agitando la mano, prima di uscire.

Io sono rimasto per un po’ in piedi prima di sedermi ancora. Avevo tutto l'aperitivo da bere. Mi era sembrata una fuga, la sua. Improvvisa. Quasi si fosse ricordata di qualcosa. Mi aveva turbato essere passato in secondo piano. Essere stato al centro dei suoi pensieri, anche se per quei brevi momenti era come se mi avesse cambiato la vita. E invece non era cambiato nulla. Io avevo la mia vita da vivere e lei la sua. É stato semplicemente un incrociarsi, il nostro. Due segmenti che delimitano il punto d’incontro, unico. Cosa mai avrei potuto sperare. La mia linea avrebbe continuato a scorrere imperterrita da destra a sinistra e la sua da sinistra a destra, senza altra possibilità di incappare in un altro punto unificante. Da parte mia non ci sarebbe mai stata la capacità di deviare la stramaledetta linea retta su cui continuavo a correre imperterrito, e a lei non sarebbe venuto in mente di farlo, avendo conosciuto la persona con cui aveva scambiato tuit fino a poco tempo prima, ed essendosi fatta un’idea tutta sua di come avrei potuto essere, che sicuramente non coincideva affatto nella realtà.


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