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Una storia di Alex1296

Una Storia italiana (I-IX)

Una caccia all'uomo senza fine dove passato e presente si intrecciano ripetutamente. Il resto è spoiler.

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42 minuti

Pubblicato il 03 maggio 2019 in Thriller/Noir

Tags: #amore #giallo #noir #omicidio #thriller

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Copertina: Roma, Colosseo 1971 - by romaierieoggi


E' un lungo racconto diviso in capitoli brevi, partoriti direttamente dalla mia mente in orari improponibili.Qui sono presenti i primi nove capitoli.

Godetevi il primo assaggio.

CONTIENE: Linguaggio forte, sesso, stupro.



Onda su onda

Sei fortunato a stare qui, gli dicevano tutti con lieve invidia.

Mare cristallino, spiagge bellissime, sempre pulite e piene zeppe di ragazze altrettanto belle che spesso e volentieri ballavano a ritmo di quelle odiose canzoncine spagnole che suonavano come un Ave Maria pieno di Vamos a la Playa, Macarene e parole stereotipate con la s finale, ma almeno erano in bikini.

E infatti, quello era proprio il classico posto per allegre famiglie in vacanza o per vecchi pensionati che volevano finire la propria vita in santa pace, e a quanto poteva vedere dai volti sorridenti e allegri dinanzi a lui anche loro dovevano essere felici di trascorrere un qualche tempo indefinito in un posto giudicato quasi come un paradiso terrestre.

Ogni tanto si divertiva a guardarle, quelle facce.

A guardarle e a capire che si nasconde dietro a quei volti felici da carosello, giusto per capire cosa si prova ad avere una vita banale, piatta, assolutamente normale.

Esaurita. Quella mi pare proprio esaurita e scontenta.

Pensava, avvicinando lentamente un bicchiere alle sue labbra.

Perché quello stronzo di mio marito non mi aiuta, invece di guardare il culo di quella sgualdrina spagnola. Ma per quale cazzo di motivo mi sono sposata, mi fa pure schifo quella scimmia. Prima o poi divorzio.

Mentre leggeva cosa gridava il sorriso tirato di una donna, sulla quarantina come lui, impegnata a raccogliere suo figlio che si allontanava a passo svelto completamente sporco di sabbia.

Li osservava a lungo, con una smorfia ricca di curiosità, una dolce curiosità, di quella che appartiene solo ai bambini quando guardano un pacco incartato a Natale, mista ad un senso di pietà. Perché lui una vita del genere l’aveva bramata a lungo, prima di capire che era irraggiungibile, forse perché in fondo al suo cuore pensava che “quella vita” gli faceva proprio schifo.

Che stronzo oh, ma pure tu figlia mia, se te scegli uno così che pretendi se non una fregatura. E una lunga vita di merda.

Cambiò espressione, lasciò il bicchiere e si ricompose, scuotendo lievemente la testa completamente assorto nei pensieri suoi.

Non gli apparteneva per niente.

Oddio, per niente era una parola grossa, forse nei primi dieci anni di vita, un periodo discretamente carino e normale, ma poi basta.

Sparita.

Puff.

Manco se la ricordava più.

Ma che cazzo se doveva ricordare più, che tutto quello che aveva vissuto prima di questi magici momenti di ozio e puro rompimento di coglioni ormai erano lontani, dolci ricordi portati via tra una veloce fuga e l’ennesima pera.

L’attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo.

Così diceva il suo amato Nietzsche, e lui non poteva fare altro che annuire in silenzio e alzare le spalle rassegnato e sconsolato, a quelle parole così vere che se pensate troppo a lungo potevano scatenare una forte e tagliente nostalgia.

E lui purtroppo pensava.

Sempre.

E troppo a lungo.

E ormai non dormiva più.

[…]

Mr. Sandman

Ma poco gli importava, rimanere lucido a lungo poteva avere dei grandi vantaggi, soprattutto per chi ormai aveva lasciato il ruolo di attore nel teatro dell’esistenza da un pezzo e aveva deciso di confondersi silente fra la folla.

Poi, non gli era mai riuscito bene il riposarsi troppo a lungo, un po’ per il lavoro che praticava, un po’ per genuina e motivata paranoia.

Era diventata una barzelletta, quel vocabolo, da una ventina di anni circa aveva anche perso l’abitudine di chiudere entrambi gli occhi per appisolarsi, quindi il momento della siesta per lui non arrivava quasi mai, se non quando completamente perso fra una boccata di fumo e l’altra.

Però, ovviamente, dormiva. Non poteva rischiare ulteriori ingiustificate crisi di nervi.

Quindi non sogni mai? Gli chiedeva stupito qualcuno.

No. Rispondeva secco e sincero lui.

Solo ad occhi aperti .

Riecheggiava nella sua testa ogni volta.

Di tanto in tanto pensava che quella fosse la sua disgraziata punizione per aver fatto azioni che ogni buon cristiano non avrebbe mai commesso, compreso il non andare più a messa la Domenica o il bestemmiare fra i denti per ogni minima cosa storta che gli accadeva.

Però, da bravo ex classicista costretto a studiare mitologie e interessantissime stronzate simili riusciva sempre a pararsi il culo, alleviando psicologicamente la sua pena con l’immaginazione.

Si cullava nella falsa idea di essere una sorta di nuovo Omino del sonno, che dispensava favole ai bambini e proiettili agli adulti.

Ottenendo esattamente lo stesso risultato.

Dormivano entrambi.

Chi per un giorno, chi per tutti quelli a seguire.

Ma tanto,

prima o poi tocca a tutti. Inutile girarci intorno.

Una bella bugia monotona che si raccontava per calmare i momentanei sensi di colpa.

Tutta questa cazzo di sabbia negli occhi mi sta dando alla testa. O sarà questa luce di merda che mi schizza in faccia? Boh.

Certo, bello il tramonto, fin quando non ti rende completamente cieco, porca troia. Ma lasciamole agli adolescenti innamorati e in calore queste stronzate.

Pensò ritornando con i piedi sulla Terra, continuando a conservare il ghigno sarcastico che aveva qualche secondo prima.

Tanto, in quel momento, per quel che credeva, esistevano solo lui e il suono della gente in festa.

Nessuno lo avrebbe notato.

Esclusa l’anziana proprietaria del chiosco, nonché proprietaria di casa, che ormai lo conosceva abbastanza bene da non fargli più nessuna domanda, quando lo vedeva assorto in quel modo.

Ma da quando sono così vecchio? Mi arrabbio come se fosse davvero questo il problema.

Vabbé, ma che cazzo me ne frega.

Santa Fe


Invece, al contrario di quel che pensava lui, qualcuno lo stava squadrando da un po’ di tempo.

E, ancor più inaspettato, non era la simpatica vecchia a cui portava l’affitto mensilmente.

Una ragazza, trent’anni circa, alta, mora, abbronzata, sicuramente una straniera. Di dove, non si sa.

Ma lui mica l’aveva notata a questa, che lo guardava più o meno come si guarda un pazzo, da quando lui aveva iniziato a farsi tutti quei monologhi mentali infiniti.

Perché questo sembrava, un pazzo, e completamente fuori dal mondo.

Fortunatamente alla turista per caso poco importava, perché sembrava essere abbastanza divertita dalle smorfie che si mostravano sulla faccia dello scapolo, considerato forse un po’ coglione.

E quando lo scemo del chioschetto si accorse di lei, la faccia che fece non era meno divertente delle altre.

Anzi, era esilarante.

Una classica, semplice, rissosa e confusa smorfia da italiano medio che scopre di essere osservato, con tanto di gesto arrogante.

Ma comunque apprezzato, per fortuna per lui.

La splendida ragazza seduta affianco a lui rise, senza troppa vergogna, e gli chiese esattamente il significato di quella mossa abbastanza strana, ai suoi occhi.

E da qui partì il tutto, le classiche domande, le classiche risposte, che più venivano tirate fuori, più facevano emergere la palese tensione sessuale fra i due.

-Come ti chiami?

-Pablo, tu?

-Anita, piacere.

-Che ci fai da queste parti?

-Vacanze con delle amiche, tu?

-Vivo qui vicino.

-Ah figo, bel posto! Ma da dove vieni?

-La mia famiglia è italiana, ma vivo qui da quasi vent’anni ormai.

-Ora capisco un po’ di cose.

-Cosa?

-Voi italiani siete buffi.

E rise ancora, di gusto, con fare civettuolo, avvicinandosi sempre più a lui creando un certo tipo di atmosfera particolarmente...intima.

-Ti va se ci spostiamo da qualche altra parte? Ormai è sera.

-Certo! Portami dove vuoi, non conosco bene il posto.

Sorrise e gli poggiò la mano calda sulla spalla, delicatamente, per fargli capire che si fidava di lui.

Eppure, si conoscevano solo da pochi minuti.

Ma a lui non andava di tradire le sue aspettative, poi una scopata non gli avrebbe fatto male, anzi, lo avrebbe solo distratto un po’ da quella piatta giornata.

Poi era da circa una settimana che non vedeva la sua fidanzata, ma poco gli importava, l’importante è che lei stesse bene, e lontana da lui per un po’, almeno per qualche giorno.

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare, e lui non voleva che zoppicasse per colpa sua, in fondo era una cara ragazza.

Ma lui aveva le sue esigenze.

E poi non la amava.

Certo, le voleva bene, ma non era mai riuscito ad amarla del tutto.

Per amare ci vuole fiducia, e lui non si fidava nemmeno più della sua ombra.

Quindi che importanza aveva?

Una vale l’altra, se è solo per una notte.

Così, da bravo galantuomo che era, le spostò la mano per baciargliela appena, per farle intendere che per quella serata sarebbe stato il suo cavaliere.

Che aveva accettato e che l’affare era fatto.

La portò in giro per tutta la città, come dice la canzone della Carrà, solo che non era Santa Fe.

E si divertirono, camminarono a lungo, ballarono, alzarono un po’ il gomito, quel poco che bastava per rendere la situazione più divertente e calda.

E si sfiorarono, si baciarono, si toccarono più volte e si spostarono, cercando di arrivare il più presto possibile a casa sua, non sapendo esattamente come fare per cercare di trattenere altri cinque minuti la mora stretta al suo braccio che gli diceva frasi decisamente poco caste all’orecchio con voce suadente.

Altri cinque minuti servirono solo per aprire la porta, perché questa dal braccio le era arriva a saltargli addosso, prendendogli il viso e ricominciare a mettergli la lingua in bocca come una assatanata.

Daje, scollate che devo aprire.

Le sussurrò romanticamente mentre la spostava con la stessa dolcezza che si utilizzava con le mosche a tavola.

Era bravo generalmente con le donne, ma con questa proprio non attaccava. Lo metteva un po’ a disagio, nonostante tutto, per qualche ragione sconosciuta.

Forse per qualche deja-vù provato qua e là durante la gita turistica.

Sperando che almeno a letto la storia cambiasse, la trascinò nell’uscio di peso e la poggiò sulla prima superficie piana che gli capitò avanti.

E a letto nemmeno ci arrivarono.

Iniziò a spogliarla su quel tavolo, ma senza fretta, assaporando ogni centimetro di quella pelle leggermente bagnata dal sudore e impregnata di un dolce profumo fruttato.

Si stupiva ogni volta di quanto potesse essere perfetta e setosa l’epidermide femminile, era sempre un’esperienza nuova.

Ogni corpo, così perfetto a modo suo e così diverso che prima o poi finiva sotto le sue mani lo mandava letteralmente in estasi plurisensoriale, e ogni senso era impegnato a ricercare, analizzare e godere di quelle meraviglie singolari.

Non aveva mai trovato questa perfezione in un uomo, non erano così profumati, non erano così magici e rassicuranti.

O misteriosi.

Quindi doveva approfittare di quei momenti sessuali e trasformarli da semplici atti fisici ad esperienze del tutto uniche.

Doveva collezionarle e farle sue.

Per sempre.

Non era solo su e giù.

Non era mai stato solo su e giù o possesso, era semplice curiosità.

Si trascinava questa voglia di sapere anche da ragazzino, da quando mise gli occhi addosso per la prima volta su una foto di quella che doveva essere Brigitte Bardot in costume.

Fu un colpo di fulmine.

Da quel giorno si era così interessato al corpo umano e alle sue reazioni da approfittare di ogni situazione folle per assecondare questo interesse.

Fino all’estremo, fino a rovinargli la vita, solo per semplice voglia di scoprire.

Ma la vita è una e sola, se non provi tutto poi lo rimpiangerai.

No?

Stronzate, forse era solo l’odore di quel forte profumo che gli dava alla testa.

Profumo già sentito, nonostante l’unicità del resto, che lo portò indietro nel tempo, in posti a lui cari e con gente che amava da morire.

E più ricordava, più la situazione fuori dalla sua testa diventava bizzarramente più selvaggia.

Gli portavano una nostalgia felice, che lo esaltava come il ventenne che era a quei tempi.

La realtà diventava sempre più distorta, però.

Non si accorse che mentre lui godeva di quei ricordi, la ragazza che stringeva le gambe attorno alla sua vita prese una botta alla testa per colpa di uno strattone un po’ troppo forte.

E gridò. E non di piacere.

Ma a che cazzo stava pensando?

Perché? Perché non si fermava per chiederle scusa? Perché al posto di lasciarla andare la stringeva sempre di più?

Come un pitone che si attorcigliava alla vittima, lei non aveva più scampo ormai.

Agosto 1972, fontana di Trevi, Roma.


"Ma sei sicuro di poter restare in giro fino a quest’ora?"

"Certo, io faccio quello che voglio Adrià! So' un principe, quello che dico io conta come oro!"

Disse Gabriele, il suo migliore amico, il suo braccio destro, sfoggiando uno dei suoi soliti sorrisetti sarcastici e beffardi.

"Sarà, Gabriè..."

Era titubante all’idea di vedere quello scricciolo in giro a quell’ora, conoscendo i suoi genitori poi, sai che infarto ci faceva venire a quella santa donna di sua madre? Ma lui ha sempre fatto di capa sua.
Vederlo così... indisponente ogni tanto lo irritava, nonostante fosse il primo a fare l’esatto contrario di quel che gli dicevano.

Però lui esagerava.

Sempre.

"Che c'è? Nte vedo convinto stasera."
"Mah, niente, sono solo un po' stanco."

Spostò lo sguardo altrove, verso l’acqua che scendeva, cercando di camuffare con un tono indifferente quella gran cazzata. Era infastidito, sì, infastidito da quel suo atteggiamento sempre così menefreghista, ma non aveva voglia di litigare.
Poi lo imbarazzava da morire, quando sorrideva in quel modo.
Gli si attorcigliavano le budella, ogni volta che quel figlio di puttana faceva quelle espressioni da saccente egocentrico arrogante bastardo. Perché poi? Di che era la colpa? delle labbra? Così sottili, morbide, gli parevano disegnate. O degli occhi? Azzurri, enormi, ti ci perdevi dentro, in quel mare di follia dalle mille sfumature.
Col cazzo che tornavi a galla, poi.

"Ah, è per questo che non sei venuto con noi? Peccato, ci siamo divertiti da morì!"

Si avvicinò felice, con la faccia di uno che c'aveva un sacco di cose da raccontare.
Adriano cercò di non prestare troppa attenzione ai suoi movimenti e rimase immobile, impassibile all'apparenza. Ma moriva dentro e nemmeno sapeva perché.

"Sì? E che avete fatto?"

Tono piatto, si sarebbe mandato al diavolo da solo.
Ma con lui ovviamente non attaccava.
"Solito giro, ma abbiamo beccato una tipa che ho conosciuto ad una festa. Non puoi capì che festa le abbiamo fatto noi!"

Rideva.
Tanto.
Di gusto.
Ma quanto era bello. Quando rideva gli si scaldava il cuore. E Alessandro lo chiamava pure rospo, sarà, ma a lui pareva proprio il contrario. Lo trovava affascinante, nei modi, nella parlantina, così acculturato...
Lo conosceva da una vita e non si è mai stancato di sentirlo parlare.

"In macchina ci è venuta da sola, pareva fidarsi, pareva contenta all'idea di rivedermi, poi si è accorta che qualcosa non andava quando le abbiamo tappato la bocca. Le ho subito strappato i vestiti di dosso, a quella troia. Lo ha preso in bocca a tutti. Piangeva in silenzio, però. E' stata meno casinista e ribelle di molte altre, forse perché manco era vergine. Forse lo fa come mestiere, l'accattona. Co le labbra che si ritrova, se vede che c'ha una certa esperienza. Alla fine però tremava come un cucciolo, ovviamente le ho detto che se doveva sta zitta sennò PEM! La deficiente è pure caduta mentre la accompagnavo alla porta, me faceva quasi pena e l'ho aiutata, non so perché, solitamente mi piace sbatterle giù dalla portiera..."

Dopo un po' non lo ascoltava più, come se avessi le orecchie ovattate, aveva commesso l'errore di voltarsi per ascoltarlo.

"Oh ma mi ascolti?"
...
"Sì, ma lo sai come la penso su queste cose."

Balla, più o meno.
Perché é vero, non gli piaceva questo tipo di violenza. Ma non era per questo che era distratto.
Lui però roteò gli occhi, annoiato dalla risposta.
Che adorabile faccia da schiaffi.

"E se succede a, che ne so, tua sorella? Ci pensi mai?"
"Vuol dire che quella puttana se lo meritava. E' inferiore anche lei. Poi a quelle tipe piace."

E alzò le spalle.

"Sei proprio un coglione."
" E tu me stai a guardà come un frocio."

Frocio.
Che parola di merda.
Che poi, perché se la prendeva, che manco era mai stato omosessuale.
Era solo affetto, amore incondizionato verso un proprio simile. Niente di deviato.

"Ma che cazzo stai a dì."

Gli venne spontaneo rispondere, con tono colpevole e offeso.

"Che sei un frocio. Te sto a dì questo."

Il bastardo replicò in modo indisponente con un faccino malizioso, accorciando la poca distanza che li separava.
Non reggeva più, o lo buttava giù nella fontana o lo menava.

Non ci riusciva, però.
Lo rendeva così teso la sua vicinanza.
E incontrollabile, sotto altri punti di vista. La stronzata era d'obbligo.

"Mo te lo faccio vedere io quanto so frocio."

Il tono arrogante uscì spontaneo, come il gesto successivo di prendergli la testa fra le mani e baciarlo, approfittando dell'assenza di spettatori.
E lui si sciolse, fra le sue mani, pur continuando a guardarsi intorno con paranoica insicurezza.
Ma era normale, non gliene fregava niente, non contava più niente fino a quando le labbra erano sulle sue e lui era stretto al suo petto.
Ecco dove lo aveva già sentito quell'odore.
Intenso e dolce, lo mandava in estasi.
Volevo restasse appiccicato alla sua pelle per sempre.

"Andiamo via da qui"

Bisbigliò all’orecchio, peggiorando solo la situazione.
Fortuna che la macchina era vicina.
Anche se Gabriele, che di angelico aveva solo il nome, continuò a stuzzicarlo per tutto il tragitto, continuando a dagli del frocio.
Non resisteva più, era sovraeccitato.
Troppo, in modo quasi violento.
E qualcuno se ne accorse, cercando di divincolarsi da quella morsa apparentemente letale.
Lui stringeva, stringeva, sbatteva, graffiava, mordeva, e lei quasi urlava dal dolore.
Ma lui era sordo, cieco, assente perché completamente immerso nei suoi cari ricordi.
La turista quasi lo supplicava, smuovendolo appena per cercare di portarlo alla realtà.
Ma tutto sembrava inutile.
Dovette metterci tutte le sue forze per farlo riatterrare sulla terra, tirandogli uno schiaffo così forte che il palmo, con tanto di unghiate, gli si stampò in faccia illuminandolo di una luce scarlatta.
Adriano si fermò, ma rimase confuso, mentre lei si rivestiva riempiendolo di insulti in una lingua a lui sconosciuta.
E muto, cercava di ricostruire l’accaduto.
Come era possibile? Non era a Roma?
Non le chiese nemmeno scusa, preso dal totale sconforto della reallizzazione di quanto era successo.
Deluso, di non essere lì e di non poter rivivere di nuovo quel momento.
Lei uscì, in tutta fretta e furia, sbattendo la porta.
Lui rimase solo.
E nudo.
Di nuovo.
Realizzando di non reggere più bene l’alcol come un tempo.

Attenti al lupo

L’ idea di giocare a fare un po' il ribelle nei cortei di estrema destra non gli era mai dispiaciuta: lo avevano sempre affascinato in qualche modo, anzi, decisamente lo incantavano.

Tutta quella violenza, tutta quella tensione tangibile con ogni senso umano disponibile... quasi lo eccitava.
E il pensiero di battersi per una precisa ideologia, il difenderla a spada tratta con corpo e anima celava quel sottile impulso sessuale scatenato da Thanatos sotto un velo di romantico nazionalismo.

Che per lui non guastava mai.

Bella scusa, il fascismo.
Ottima per una testa calda come lui, pieno di testosterone e voglia di sfogarsi sul fragile corpo del primo malcapitato di turno.

In più, mischiava l’utile al dilettevole, cioè il saltare quelle noiose ore di storia che quel giorno proprio non gli andavano.

Quell’anno, poi, lo aveva praticamente perso, per colpa di una '’incomprensione’' (o così la definiva lui) con il preside del liceo.
Una stronzata, insomma, la solita bravata adolescenziale, perdonabile secondo alcuni suoi compagni.
Quelli più stretti, i suoi fratellini, consideravano l’accaduto una mossa poco furba, ma che si doveva assolutamente fare.

Per una questione di giustizia.

Insomma, come si era permesso quel preside di difendere uno studente comunista ormai finito in ospedale per colpa dei troppi pugni ricevuti?

Addirittura prendere provvedimenti disciplinari nei suoi riguardi per colpa di uno sporco rosso.

Allora doveva pagare.

Allora bisognava aspettarlo fuori dalla scuola con una bella spranga di ferro in mano, per fargli capire chi comandava, per fargli capire che a lui queste cose non piacevano, a costo della bocciatura.
L’evento lo aveva proprio scosso, e nonostante la questione si fosse chiusa in modo pulito ma con l’intervento dei suoi decisamente non amati genitori, lui aveva ancora voglia di prendersela con qualcuno.
Non importava chi.
L’importante era che fosse della fazione opposta. Erano tutti compagni, no? Allora chi pagava non aveva importanza.

Si sentiva come uno di quei soldati della Germania nazista, pronti per la battaglia, desiderosi di buttare a terra l’avversario e poi infierire sul suo cadavere.

E infatti, più che camminare verso la destinazione, sembrava marciare.
Fieramente.
A passo svelto, il mento alto, in testa a tutti i suoi amici neri.

Faccia cattiva, occhi socchiusi e denti stretti.

Come un vero leader, pronto a guidare il suo esercito in guerra.

Erano ormai distanti i giorni in cui era stato una pecora: ormai era un lupo, e fiutava il terrore delle sue prede ancor prima di averle guardate in faccia.

Strano, come cambia la musica.

Tanto tempo fa, forse durante uno dei suoi primi cortei, anche lui era così.
Preoccupato, insicuro, spaventato dall’ipotetica piega che poteva stravolgere l’evento come un foglio di carta stropicciato e gettato via.
Quasi provava una specie di empatia, strana, ma pur sempre tale, nei confronti di chi gli stava davanti e lo guardava con un certo timore.

In quegli occhi, così diversi dai suoi, riusciva comunque a intravedere quel dolce e insicuro ragazzino trascinato dalla folla, totalmente per caso, senza che lui avesse deciso niente.
Senza che lui tifasse per nessuno.
Quel giorno, forse, indossava solo una camicia del colore sbagliato.
Così, si era ritrovato nella parte degli antifascisti, vestito di nero.
Ironico, eh? Buffo, sì, se ci ripensava.

Eppure, quel che era successo a lui non lo era stato affatto.

Chiunque avesse individuato quel ragazzino nero, ma del tutto spaesato, non provava decisamente un minimo di pietà per lui.

E gli era brutalmente saltato addosso, più o meno come fa un puma.

Ma non da solo: con altre tre suoi amici, armati di tubi di acciaio o di qualsiasi altra cosa fosse raggiungibile dalle loro mani.

Sporco fascista, lo chiamavano, senza nemmeno immaginare che lui del fascismo ne aveva solo sentito parlare e a quei tempi non era interessato.

Anzi, se non fosse stato per questo spiacevole episodio, lui, avrebbe anche parteggiato per loro.

Ma, invece, si ritrovava solo, contro quattro ragazzi che lo colpivano come una sacca piena di caramelle ad una festa di compleanno.

Che cercava di difendersi, inutilmente, chiudendosi a riccio, e gridando che si erano sbagliati.

Che lui era lì per caso, solo di passaggio, voleva solo tornare a casa.

Questi lo guardarono, si fermarono, e lo derisero, totalmente increduli, prima di scagliare contro il suo braccio destro quel maledetto tubo affilato.

Si tagliò.

Uscì tanto sangue.

Si ruppe il naso e una costola per i calci.

E rimase lì.

Steso a terra, per almeno mezz'ora, prima che qualcuno lo notasse e decidesse di aiutarlo.

Fu quel giorno, che la musica cambiò.
Per lui e per tutti.
Mai più avrebbe dovuto sentirsi in quel modo, umiliato, ferito dal primo hippie stronzo armato, mai più qualcuno avrebbe dovuto avvicinare un dito al suo corpo.

E così accadde, per tutti i giorni a seguire, mai più nessuno avrebbe cercato di colpire quel ragazzone ancor più grande e grosso di quanto non lo fosse mai stato prima.
E così divenne un picchiatore nero.
Con tanto di camicia nera e pistola nei pantaloni, che stonava un po' con l’aria da bravo ragazzo che nonostante tutto continuava a portarsi addosso, ma era perfettamente abbinato al suo ghigno decisamente arrabbiato, da cane rissoso con la bava alla bocca.

MA ‘NDOVAI TU, RESTA A GIOCARE CON NOI!

Gridò con felicità appena arrivato a destinazione, gettandosi nella folla con la stessa ferocia di un leone affamato.
Quel giorno, forse, l’empatia era rimasta a casa, a far compagnia ai busti di Hitler e Mussolini vicino al suo letto.
Tanto meglio, poteva divertirsi senza alcun tipo di rimorso.

E infatti, aveva ancora tutte e cinque le dita strette sul collo della maglia del malcapitato, che veniva strattonato un po' a destra un po' a sinistra, giusto per prepararlo psicologicamente alle botte che avrebbe preso.
E in un quattro contro uno sarebbero state anche parecchie.
Quattro più uno, cioè la sua fedele barra d’acciaio, che in quel momento passava di mano in mano, come una canna dopo un rave.
Sembrava fluttuare per aria con la stessa dolcezza di una farfalla ogni volta che veniva alzata verso l’alto, e poi scaraventata con bruta forza verso il basso.
Che contrasto decisamente artistico, accentuato dal forte rumore metallico e rovinato solo dalle grida che lo circondavano, lontane e vicine.
Ma che lui non sentiva, o meglio, che sentiva ma che considerava una dolce melodia, al pari di una sinfonia di Mozart suonata al chiaro di luna.

Una marcia turca, resa ancor più rilassante dallo scricchiolio secco e musicale, che accompagnava i vari schizzi di sangue a posarsi sul suo costosissimo jeans, trasformandolo immediatamente in una tela tutta da dipingere.
Ecco.
Ecco cos’era.
Un artista.
Dipingeva la sofferenza altrui, il dolore, la tristezza e il fallimento direttamente sui suoi abiti, utilizzando semplicemente le dita come pennelli e tutto ciò che usciva da un corpo come colori.
L’artista della violenza.
L’artista che dipingeva la vera faccia del mondo.
Una faccia cruda, prepotente, ingiusta e cruenta.

Pulita, dall’aspetto innocuo e i vestiti firmati.
E pure decisamente stronza.
E lui lo sapeva.
Perché quella faccia ormai era diventata la sua.
E ne gioiva, perché voleva dire che era nella parte giusta.
Perché ormai era un lupo.


Una chiave


- Perché sei così tesa? Non stiamo facendo nulla di male, rilassati!


- E’ che..non so, non mi sento a mio agio.


- Perché?Perché sono ricchi? Nbè? Che è, loro non sono persone come noi? Solo perché hanno qualche soldo in più non significa che siano degli dei scesi in terra Elì. Non stiamo commettendo nessun reato.


Rispose l’amica in modo schietto, mentre camminavano verso un bar del centro. Una con faccia tranquilla e rilassata, l’altra un po’ più dubbiosa.


- E’ che è strano, tutto qui.


Abbassò lo sguardo, accarezzandosi i lunghi capelli mossi con un gesto molto delicato, ma forse un po’ insicuro. Raffaella la guardò con tenerezza e le si fermò davanti. Di istinto. Appena l’amica placò il passo, la guardo dritta negli negli occhi e le sorrise in modo dolce e rassicurante stringendole entrambe le mani.


- Famo così, se la cosa inizia a sembrarti troppo strana…fammelo capire, che andiamo via. O ci divertiamo entrambe o la cosa non ha senso, no?


Elisa, inizialmente stupita dal fatto che l’altra si fosse fermata così improvvisamente, cambiò la sua espressione davanti a così tanta comprensione. Le voleva bene, le voleva molto bene, e proprio in quel momento si sentiva così felice ad avere un’amica così dolce al suo fianco che le venne spontaneo stringerla in un breve ma sincero abbraccio.


- Grazie.


- E di cosa? Non si fa così fra amiche?


Le rispose, stringendola ancora in petto. Come erano diverse, quelle due ragazze. Dentro, e fuori, di età e di carattere. Certe volte sembravano essere l’esatto opposto l’una dell’altra, ma infondo erano un po’ come la terra e l’acqua. Così diverse, eppure complementari. Probabilmente la loro solida amicizia era partita dalla condivisione di qualcosa di molto grosso in comune: grandi obiettivi, grande cuore e una forza ancor più grande. Forse anche più di loro, e questo le rendeva inseparabili. Da quando avevano ripreso a muoversi non facevano altro che parlare, di tutto, senza mai un silenzio imbarazzante, si interruppero solo quando davanti al locale trovarono un paio di ragazzi a loro decisamente sconosciuti, di cui solo Raffaella conosceva i nomi.


- Voi dovete essere Gabriele e Alessandro, giusto? Carlo non è venuto con voi?


E da qui, le classiche conversazioni, precedute da una breve presentazione generale.

Tutti parlavano del nulla e del niente, passando da un argomento all’altro come se stessero giocando a ping pong. Elisa, però, fra una parola e l’altra iniziò a studiarli. Si stava divertendo, al contrario di quanto di quanto immaginava. Eppure quel forte senso di disagio non riusciva ad abbandonarla. Le si attorcigliava lo stomaco, senza un valido motivo apparente, fra una risata e un sorriso e lei doveva cercare di capire, almeno per un solo attimo, la ragione di questi sentimenti contrastanti. Partì subito da Alessandro. Effettivamente non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, sicuramente per via di quei lineamenti così dolci e perfetti da provocarle un candido rossore sulle guance. Sembrava un attore americano con quei lunghi capelli neri e il suo fisico perfettamente slanciato. Ma nelle sue bronzee pupille non riusciva ad intravedere altro che noia e disprezzo, e non riusciva proprio a convincersi del contrario. Rimanevano fisse in modo giudicante e irritato su di loro, per quanto le sue labbra si muovessero durante quelle fragorose risate, per quanto potessero sembrare reali i suoi gesti, le sue emozioni erano altre. E per quanto fosse giovane e bello, il suo sguardo era paragonabile a quello di un vecchio gufo. Tutto il contrario, invece, si poteva dire di Gabriele. Gabriele era l’esatto contrario di Alessandro. Bassino, chiaro, con tratti decisamente più duri. E decisamente più spontaneo. Si notava che si sentiva molto a suo agio, anche semplicemente osservando la posa rilassata ed arrogante che aveva assunto. Era curioso, allegro e decisamente egocentrico. Adorava parlare di sé più di quanto adorava sentir parlare male degli altri. Era un performer nato, decisamente si poteva etichettare così viste tutte quelle movenze e espressioni teatrali. Poteva quasi sembrare un libro aperto, ma come sempre il contatto visivo è la conferma di tutto. I suoi occhi erano gelidi. Freddi come il ghiaccio della Siberia e inespressivi. E decisamente molto grandi, aveva due sfere azzurre e indecifrabili al posto dei bulbi oculari: le incutevano ansia, un male primitivo che le faceva pensare che qualunque mistero nascondesse dentro di sé, non era nulla di buono. Eppure, continuò a sopportare a far finta di niente, per non rovinare la giornata a Raffaella che sembrava godersi quel momento e quella splendida giornata ricca di sole autunnale. Ogni tanto interveniva, ogni tanto non poteva fare a meno di giocare con il cucchiaino per girare il caffè, ogni tanto era anche veramente interessata ai discorsi… E proprio mentre parlava un po’ di sé e dei suoi interessi qualcosa la fermò, o meglio qualcuno.


- Che belle fanciulle!


Qualcuno che aveva esclamato poggiando entrambe le mani sullo schienale della sedia e stava lì a farle ombra come un gigantesco olmo.


- Adriano? Che ci fai qui?


Gabriele fu il primo a interrompere quel silenzio imbarazzante, con la sua voce squillante e molto confusa.


- E’ un problema se vi interrompo?


Adriano gli ripose con finta cortesia, ovviamente voleva interrompere, visto che sembrava in procinto di fare una ramanzina, per lei che non sapeva nulla, immotivata.


- No ovv—


- Credo che qualcuno di voi due abbia qualcosa che mi appartiene.


Ed aveva ragione, L’olmo era ad un passo dal prendere a sediate Gabriele, ma si contenne e solo ed esclusivamente per via di tutta la gente che avevano intorno.


- Chiedo scusa se vi ho fermato in questo modo, ragazze.


Ma a loro sorrise ugualmente, e moderò decisamente il tono di voce e i modi, allungando la mano per presentarsi.


- Io sono Adriano, spero di non essere un guastafeste, ma temo di dovervi rubare questi due giovanotti.



Entrambe strinsero la sua mano e entrambe rimasero in silenzio.



- Magari la prossima volta usciamo tutti quanti insieme e mi faccio perdonare.


Con Elisa e Raffaella la voce già molto calda di suo, si era fatta calma e rassicurante, come se non volesse spaventarle. E, non si sa per quale motive, tutte le parole da lui pronunciate si rivolgevano con lo sguardo sempre e solo ad Elisa. Che per quanto lusingata potesse sentirsi, avrebbe decisamente fatto a meno di quelle attenzioni.


- Certo, ma non importa, tanto a breve dovevo scappare a lavoro.


Disse con tono incerto, alzandosi di scatto e ritrovandosi praticamente davanti al petto di quel colosso. Si sentiva minuscola paragonata a quella montagna di muscoli, e per istinto, anche se solo qualche istante rimase immobile, in preda ad una sorta di autodifesa inconscia. Ma lui si spostò, senza staccarle gli occhi di dosso, per farla passare. Gesto gentile, ma lei continuò a sentirsi un cervo davanti ad un predatore. Forse era la stazza, forse la faccia, forse quella strana nebbia di cattiveria che circondava quei tre individui che la faceva sentire così. Non si sa. In ogni caso, riuscì a superarlo e a passare vicino alla sua amica, prendendola subito a braccetto con fare difensivo.


-Allora noi andiamo. Alla prossima.


Lo disse con dolcezza, insieme alla sua amica, prima di alzare il passo e sparire da quel posto fingendo un inesistente ritardo. Adriano aspettò che le ragazze andarono via prima di lasciare i soldi sul tavolino e rapidamente prendere a calci la sedia su cui era seduto Gabriele, incitando entrambi a muoversi verso il primo vicoletto vicino.



-Chi cazzo ti ha detto di prendere le chiavi della villa Gabriè!?



- Quali chiavi? Stai solo a rompe er cazzo perché te vuoi divertì solo tu.



Rispose l’indisponente Gabriele. L’amico davanti a questo tono e a questa frase non ci vide più. Purtroppo, la pazienza di Adriano, una volta finita iniziava a vacillare verso una veloce e burbera follia. Non esitò due volte a prenderlo per il collo della camicia stirata da poco e ad appiccicarlo ad un vecchio muretto impolverato.


-Quelle che mi hai rubato tu. Dammele.


L’unica risposta che ebbe fu uno sgradevole sputo sugli occhi. Alessandro davanti a tutto questo enorme casino fece dei passi indietro, sapeva di non doverli interrompere in questi momenti o ci sarebbe finito sotto anche lui. Da solo contro due, perchè l’unico modo per metterli d’accordo era solo trovare un nemico comune. Reazione intelligente. Adriano davanti ad una mancanza di rispetto simile trasformava anche il suo migliore amico in un sacco da boxe e anche quel povero angelo di Alessandro ne portava le cicatrici. Anche se dopo quel giorno, colui che avrebbe avuto un ricordo spiacevolmente indelebile di quel ragazzone non era lui. Fortunatamente. Il contraccolpo non fu immediato, anzi, era decisamente troppo stupito per realizzare esattamente cosa volesse fargli in quel momento. La sua mente era vuota e fissa su quel gesto. Gabriele ancora non poggiava i piedi per terra, ma continuava a cercare la rissa anche solo con quel sorrisetto di sfida. La differenza di stazza però era enorme fra quei due, avrebbe dovuto pensarci due volte prima di trattarlo così. Uno sputo. In faccia. A lui. Uno sputo!? Il picchiatore passò un minuto esatto con occhi e bocca spalancata prima di arrivare alla soluzione. Senza dire una parola caricò il collo all’indietro e gli tirò una dolorosissima testata dritta dritta su quella piccola fronte, lasciandolo anche cadere per terra simil busta della spesa.


-Sei proprio un coglione.


Alessandro rimase tutto il tempo voltato a fissare l’orologio con imbarazzo e a rassicurare i passanti che volevano intervenire restando completamente tranquillo tutto il tempo, per lui era normale, litigavano così almeno un giorno sì e l’altro pure più o meno da quando si erano conosciuti. Erano come una vecchia coppia di settantenni sposati, o almeno così gli diceva ogni volta che si calmavano e prendevano, per tradizione, supplì e birra di riconciliazione in un ristorante vicino poco distante da casa loro. Appena si voltò però si trovò ad osservare incredulo una scena abbastanza violenta ma...buffa. Adriano aveva preso per le caviglie quel peso piuma di Gabriele scuotendolo con la stessa delicatezza di un contadino con un ulivo. Era assurdo, non poteva crederci che potesse arrivare a tanto. Soprattutto non immaginava che Gabriele fosse riuscito a farsi sottomettere con tanta facilità, generalmente lottava finché poteva continuando a provocarlo nonostante l’unico risultato ottenuto fossero solo altre botte. “Affrontami” era il suo grido di battaglia preferito, e lui lo affrontava eccome. Non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di vederlo chiedere scusa o di piangere per il dolore, ma stavolta non riusciva ad emettere suoni comprensibili. E Alessandro ne era profondamente grato.

E divertito, non riusciva a trattenersi dal ridere mentre Adriano continuava, continuava indisturbato fino a quando le benedette chiavi non caddero sui neri sampietrini. Quel suono metallico per le sue orecchie erano pura soddisfazione e sancirono definitivamente la fine di quella ridicola cafonata.

Poi poteva rinfacciargli qualcosa finalmente. E riprendersi le chiavi, visto che i suoi genitori gli stavano fracassando le palle da giorni.

-A prossima volta chiedi il permesso. E dammi il numero della ragazzetta con i capelli mossi, era carina. (...)



Notti Estive


Gabriele il numero di Elisa non lo aveva, ma aveva quello di Raffaella e glielo scrisse sul retro di un bigliettino da visita che teneva nel portafoglio. Adriano glielo sfilò subito dalle mani con molta soddisfazione, ma non si decise a chiamarla prima di due giorni. Senza un valido motivo. Poi, la sera di due giorni dopo si decise ad afferrare la cornetta e vedere se era in casa. Il primo tentativo andò a vuoto, non rispose nessuno. Il secondo, fatto la mattina dopo, pure perché era a lavoro. Allora ritentò per l’ultima volta il pomeriggio, dopo gli allenamenti quotidiani di rugby. Ricompose il numero e aspettò.. Primo squillo, nulla. Secondo, niente. Terzo, ancora a vuoto. Stava per mettere giù quando una voce giovane, femminile e dolce gli rispose.


-Pronto? - Pronto? C’è per caso Elisa? - Sono io, chi sei? -Sono Adriano, non so se ti ricordi di me, sei uscita un paio di giorni fa con i miei amici.


Soltanto quel nome le fece saltare un battito. Adriano? E che voleva? Come aveva quel numero?


-S-Sì certo, mi ricordo. Come hai avuto questo numero?


La voce gli sembrava decisamente sorpresa e infastidita.


-Scusa, hai ragione. Ho chiesto il tuo numero a Raffaella, lei mi ha passato quello del bar in cui lavori e quando ho chiesto di te mi hanno dato questo numero. Spero non ti dispiaccia, ma l’altro giorno ti ho visto un po’ strana e volevo chiederti se fosse successo qualcosa. I ragazzi ti hanno detto o fatto qualcosa?


Chiese lui con tono sinceramente preoccupato, che per lei era decisamente inaspettato. Perché questa domanda? Però è stato gentile a preoccuparsi.


-No assolutamente, semplicemente sono solo molto timida. Forse ti ho dato l’impressione sbagliata. Grazie per esserti preoccupato. - Figurati, è che li conosco bene e ogni tanto si comportano troppo da idioti.


Rise per cercare di sciogliere il ghiaccio, lei le sembrava ancora sulla difensiva.


- No davvero, non hanno fatto nulla. Grazie per la -- - NO! Aspetta! - Sì? - Senti, a dire il vero volevo chiederti se ti andava di uscire insieme una di queste sere. Anche per farmi perdonare per quel piccolo incidente… - Di sera non posso uscire, mi dispiace… - Se vuoi posso venire a prenderti in macchina, non ci sono problemi. Però non voglio insistere se non vuoi.


Forse aveva sbagliato a giudicarlo così presto, quel ragazzo si stava davvero facendo in quattro per chiederle di uscire. Per non parlare del fatto che è stato l’unico ad accorgersi del suo umore e a preoccuparsi nel vedere che qualcosa era andato storto quel giorno. E quella voce, quella voce era così calda e rassicurante…


- Senti che ne dici se ci vediamo domani pomeriggio a Castel Sant’Angelo? - Sì! Sì, sì sì! Assolutamente. Per le 17.00 va bene? - Certo. - Bene, mi fa piacere rivederti. - Davvero? Ma non ci conosciamo nemmeno! - Disse lei ridendo mentre arricciava il cavo del telefono.


- Giusto, ma ti assicuro che non lo dico per semplice cortesia.


Rise anche lui, continuarono a parlare per altri cinque minuti e misero giù. Entrambi felici di incontrarsi di nuovo, ripresero a fare i fatti loro con la stessa allegria di Sandy e Danny di Grease. Si era ripromesso di non portarsi dietro il macchinone del padre, solo la sua cara Mini Morris nera e magari un mazzo di fiori per galanteria. Per una volta non voleva forzarsi in quei atteggiamenti da viziato aristocratico, niente pavoneggiamenti da Macho Man, niente pistola o storie di quando quella volta finì in carcere per aver derubato un ingegnere e malmenò i domestici. Niente auto rubate, niente casuali elogi al duce, Billy The Kid se ne stava a riposo per una sera o più. Dovevano essere solo due ragazzi che si vedono per fare un giro tranquillo per l’eterna e magica Roma. Non facevano entrambi che pensare a come sarebbe stato quella sorta di primo appuntamento, Adriano era sinceramente rimasto colpito da quella ragazza così tenera e bella in quel modo così naturale, dopo essere uscito a lungo con ragazze (e Gabriele, ma con lui continuava a starci) con la puzza sotto il naso iniziava a sentirsi prosciugato, vuoto e scocciato. Facevano sempre le stesse cose, sempre gli stessi discorsi “Raccontaci di questo”, “Meniamo a quello”, “Bruciamo quest’altro”, voleva una sana e giustificata pausa. Soprattutto non voleva tornare in prigione di nuovo, era uscito solo qualche mese prima ed era stata l’esperienza più brutta della sua vita. Ogni tanto quando chiudeva gli occhi gli ritornavano in mente immagini di quelle grigie giornate noiose in cui doveva starsene rinchiuso in cella con il culo inchiodato alle pareti. Almeno fino a quando non aveva trovato una compagnia migliore, potente, che potesse proteggerlo. Tutto sommato gli avevano fatto un paio di gran bei tatuaggi. Era tutta colpa di Elisa, dei suoi occhi, di quella sua disorientata ingenuità che lo aveva fatto sciogliere, facendogli salire un naturale istinto di protezione nei suoi riguardi e una strana voglia di tornare un bravo ragazzo per l’ultima volta. Il giorno dopo non riuscì a trattenersi dal farle complimenti appena si incontrarono, forse era un po’ troppo presto ma non riuscì a contenersi.

Continuava a fissarla anche quando non lo guardava, vederla così assorta mentre ammirava il panorama e parlava di quante cose avrebbe voluto fare prima o poi la rendeva così interessante. Le piacevano un sacco di cose, e avevano molte cose in comune e tutto questo li spinse a vedersi una seconda, una terza, una quarta volta e non solo. - Raffaella mi ha detto di aver sentito Alessandro l’altro giorno.


Una sera gli disse, mentre stava seduta sulle sue gambe in macchina, proprio sotto il porticato di casa sua.


- Ma che davvero? E che ha detto? - Che state organizzando una festa. - Oh, sì, a casa mia, vuoi venì?


Le accarezzò delicatamente il viso, in attesa della risposta.


- Me lo chiedi pure?


Gli sorrise a trentadue denti e gli mise piano entrambe le braccia intorno al collo.


- Certo che ci vengo.


Davanti a quel gesto Adriano non poté fare a meno di stringerla a sé e di baciarla, prima di salutarla e accompagnarla al portone.


- Allora ci vediamo sabato.

- A sabato, piccola.


La baciò di nuovo, poi rimase ad aspettare fino a quando non accendeva la luce della sua stanza.

Poi, e solo poi, sarebbe andato via.


Il mostro dagli occhi verdi

Gabriele dondolava nevroticamente ed ininterrottamente da qualche minuto sulla sua immensa veranda, fissando il grande cielo blu con poco interesse.

Inespressivo come mai prima, all’apparenza rilassato, insolitamente taciturno, innocuo come illude di esserlo una serpe che prende il sole.

Nulla lo colpiva, nulla attirava l’attenzione, nulla smuoveva quel viso magro e giovane.

Né gli uccelli che si posavano sulla ringhiera né il rumore molesto dei bambini che giocavano a pallone.

Cieco, muto, sordo.

Sembrava addirittura aver perso per strada la sua abituale faccia da schiaffi, cosa raccapricciante per chi lo conosceva da così a lungo da riuscire ad interpretare quelle sue innumerevoli maschere indossate in ogni momento della sua esistenza.

Eppure, quel giorno, l’impossibile pareva aver raggiunto i livelli più irraggiungibili.

- Gabriè…?

Chiese Alessandro, quasi impaurito da quella espressione immobile da statua greca.

- Dimmi.

Tono robotico, gelidamente cordiale, nessuna traccia di contatto visivo.


- È successo qualcosa?

- No.

Secco, rapido, meno robotico e più falso.

Gabriele era un abile bugiardo, ma la semplice domanda sembrava aver toccato quell'immenso muro di indifferenza che si portava dietro da quando aveva poggiato il suo piccolo sedere su quella maledetta sedia a dondolo che gli permetteva di dare sfogo a quei suoi insopportabili tic.


- Dov’è Adriano.


Dondolava più forte, impaziente.

- Non-

- Non l’hai sentito, vero?

Lo interruppe, ancor prima di rispondere.


- Te lo dico io dov’è.

Dondolava, ancora, nervoso, meno inespressivo, arrabbiato, mostrando un mix di emozioni dolorosamente tirate fuori dalle viscere contorte in un valzer di odio.

Forse era la luce, forse era l’immaginazione, ma l’angelico viso del ragazzino sembrava cambiare colore ad ogni lettera pronunciata.


- Da quella zoccola dell’amica sua.


Rosso, blu, verde, viola, un caleidoscopio di risentimento.


- Adriano ci ha tradito.

Inutile dire che il muro di indifferenza era stato crepato definitivamente dall’invisibile presenza di Adriano, che a quanto pare aveva pesantemente e involontariamente pestato la coda al serpentello pronto a spalancare le fauci e a spruzzare il suo veleno ovunque.


- Adriano non ci vuole più e non ha avuto nemmeno le palle di dircelo in faccia.


E con ci intendeva mi.

Gabriele, da quando Adriano aveva deciso di vedersi sempre e solo con Elisa, si sentiva incredibilmente abbandonato e fragile, e ad ogni no, oggi non posso, sono stanco, esco con Elisa, aveva trasformato questa sua immensa tristezza in una pozza di pianti e rabbia repressa.

Come aveva potuto lasciarlo così, da solo, da un giorno all’altro.

L’uomo a cui aveva dato tutto, il suo migliore amico, il suo braccio destro.

L’uomo che aveva difeso, protetto, insultato e amato nel modo più dolce e puro possibile. Dentro e fuori dal letto.

Per una sgualdrina poveraccia, poi.

Dire che si sentiva usato era decisamente poco, urlare tutti gli insulti covati nell’ultimo mese non bastava ad esprimere tutto ciò che quel cuoricino di vetro ormai gettato a terra senza pietà provava.

Poi, non poteva parlare con nessuno di tutte quelle… cose.

Non era frocio e nessuno doveva dirlo nemmeno per scherzo.

Non poteva raccontare di tutte quelle volte in cui si isolavano da tutti sulla spiaggia a fare progetti futuri, a stringersi e a parlare delle loro insicurezze, tutte le volte in cui si dicevano di provare stima solo l’uno per l’altro, e di tutte le volte in cui non aveva mai osato dirgli che stare stretto fra le sue braccia era la cosa più bella del mondo.

Doveva e riusciva a trattenersi, ma ogni volta che le sue labbra si schiudevano per pronunciare quello sporco nome la sua voce inevitabilmente tremava.


- Non risponde, non richiama, non è mai a casa, non va agli allenamenti. È impazzito, lo abbiamo perso, il nostro Adriano. È diventato un santo ormai!


Balzò giù con un salto agile da quella sedia, inginocchiandosi e mettendo le mani in simbolo di preghiera davanti ad Alessandro, dando così inizio ad un monologo teatrale dai toni vagamente ironici e shakespeariani.

Iago o Otello?

Chi era ormai?

Cattivo, sì, ma accecato da una rancida e verde gelosia che prima o poi avrebbe colpito il suo dolce e amato DesdemonO.


- Vedrai che prima o poi gli passa, si stancherà…


Rispose l’altro con vaga superficialità, ridendo per quella buffa sceneggiata.


- Prima o poi?


Il Bianco di Roma alzò entrambe le sopracciglia incredulo, prendendo fra le sue mani il viso dell’ingenuo amico.


- Io Adriano lo voglio indietro ora, senza che abbia possibilità di scegliere con chi stare. Perché io so che lui, a noi, non può rinunciare. Volere o volare. Purtroppo il nostro amico pensa che questa sia la via giusta per redimersi, pensa di non appartenere più al nostro gruppo, e quindi scappa. Si sente diverso, migliore. Però, lui lo sa, che prima o poi tornerà sempre da noi che lo abbiamo tanto amato. La sua unica famiglia. È così tenero da non capire qual è il bene o il male per lui!

Sorrise.


- Il mio ingenuo, ingenuo Adriano.

Un semplice sorriso, beato, dolce, incorniciato da due brillanti azzurri accesi di cattiveria.

Grottesco.

Quanto avrebbe pagato quel lurido.

Non aveva proprio idea.

Gli diede un paio di schiaffetti amichevoli sulle magre guance e si rialzò illuminato da un raggio di sole che in modo inaspettato “illuminò” anche la sua testa.


- Che idea, che idea geniale!

Volteggiò come un pazzo, improvvisando qualche passo di danza.


- Adriano ha trovato una fidanzata e noi siamo qui con questi musi lunghi! Organizziamo una festa!


Alessandro era davvero confuso dal comportamento di Gabriele quel giorno, ma nonostante non provasse un così forte odio nei confronti del loro compagno, approvava l’idea di rimetterlo in riga.

Era vero, con loro non si era comportato bene, e che c’era di male nel farglielo capire?

Il figliol prodigo doveva tornare a casa, e loro lo avrebbero aiutato con le buone o con le cattive.

In buona fede, ovviamente.


- Certo, una festa.

Prese sottobraccio in modo amichevole il nanetto e lo guardò con fare complice.


- Come la organizziamo, questa festa?





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