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Una storia di touslogousdramo

Approaching into deep 2

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4 minuti

Pubblicato il 01 marzo 2018 in Altro

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Scendo dalla macchina. Accenno un sorriso imbarazzato. Non la vedo da quando avevo 8 anni. Non le ho mai chiesto perché fosse stata rinchiusa. Mio padre non ne parlava volentieri, e poi era troppo impegnato a bere. Un abbraccio di cortesia che pare anche un po’ forzato. Effettivamente non conosco la persona che ho di fronte, eppure è mia madre. Ogni figlio dovrebbe conoscere la propria madre. Io non so nemmeno qual è il suo colore preferito. I ricordi che ho di lei sono ben pochi, tutti pressoché simili: lavorava di notte, diceva, e la ricordo spesso uscire prima che andassi a dormire. La mattina era troppo stanca per accompagnarmi a scuola, e la signora Narducci m’accompagnava. Doveva accompagnare anche suo figlio Nicholas; lui faceva la quinta quando io facevo la quarta, ed abitando nello stesso condominio non dovevo far altro che scendere due rampe di scale per arrivare da loro. Avrei tanto voluto una mamma come la signora Narducci. Era sempre sorridente e gentile. Ricordo che era premurosa nei confronti di Nicholas: gli preparava uno snack per la mattinata, gli controllava la cartella, lo riprendeva se diceva parolacce. Insomma cose che credo una madre fa e che io non ho mai ricevuto. Non ho mai avuto possibilità di esplorare il mondo che mi circondava. Forse il non aver ricevuto attenzioni e stimoli mi ha sempre reso insicuro ed introverso. Gli unici momenti da ricordare sono quelli con mio padre, quado mi faceva sedere vicino al lui sul sofà a guardare la televisione, sempre che non fosse andato dopo le due birre. Quando capitava, io me ne accorgevo perché iniziava a dire cose che per me non avevano molto senso e capivo che andare a dormire era la soluzione migliore. Ora, a 28 anni capisco molte cose; non si può lasciare un bambino a condurre la propria vita da solo. Ricordo ancora la mattina dell’arresto di mia madre. Mi stavo preparando per andare a scuola e arrivò la notizia. Le urla di mio padre si sentivano anche dal pianerottolo. Conclusasi la telefonata, imprecava contro mia madre e farfugliava cose riguardo alla sua stupidità che l’aveva fatta prendere. Imprecava da solo, come un matto, in canotta e in pigiama nel nostro salotto. Mi faceva anche un po’ ridere a dir la verità. Nemmeno si accorse che andai a scuola. La signora Narducci faceva come se non fosse accaduto nulla. Tutto era nella norma. Tutto era andare a scuola e parlare del corso di musica pomeridiano. Adesso, salire in macchina con mia madre è strano. A 15 anni dicevano che fossi “un tipo che si faceva i cazzi suoi”. Un po’ era vero perché questo è un aspetto che non ho mai cambiato del mio carattere. Da bambino a quando ero ragazzo, fino ad oggi. Non ero e non sono neanche una persona loquace. E così stiamo: ognuno per le sue. In auto c’è un gran silenzio, la radio pare non esserci nemmeno per quanto è basso il volume. Non ho ancora pensato a cosa farò con lei. Io vivo in un monolocale alla periferia est di Milano e la posso ospitare ma non per sempre. Sono anche l’unica cosa che le rimane. Mio padre è andato via 7 anni fa. Non so dove si trovi. Aveva incontrato una ragazza thailandese che aveva la mia età e sono scappati insieme. A dir la verità non mi interessa nemmeno dove si trovi. Allora dopo venti minuti di viaggio rompo il ghiaccio e le chiedo cosa ha intenzione di fare adesso che è uscita, come ha intenzione di ricominciare e quanto vuole che la ospiti. Lei mi risponde con un altro domanda chiedendomi se avessi una Marlboro. Le do il pacchetto e accende. Esordisce esclamando <<Queste son sigarette, non quelle merde che danno lì dentro.>> Appoggia la sua tempia destra al finestrino e dopo 3 tiri continua <<Starò dalla Lina, è un’amica di quando lavoravo. M’è venuta a trovare lì dentro, sai? L’unica che sia venuta negli ultimi anni. È da lei cha andrò domani>>. Le risposi che per me andava bene e che poteva stare quanto le era necessario. Cazzo quanto me le faceva girare: aveva anche appoggiato le sue scarpe sporche e rozze sulla tappezzeria del sedile. Giunti a casa finalmente accendo le ultime due Marlboro che lei aveva lasciato nel pacchetto. Ben si comprende che il fumo è qualcosa che c’accomuna. Squilla il cellulare. Un numero di un altro paese compare sul mio display. Tentenno, ma poi rispondo: <<Pronto?!>>. La chiamata è un po’ disturbata, e poi eccola lì, la voce del mio interlocutore: non ci sono dubbi. La voce è quella di mio padre.


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