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Una storia di Alxska

La quasi semplice vita di noi pennuti.

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6 minuti

Pubblicato il 06 novembre 2018 in Fiabe

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Come al solito mi ritrovavo solo, sempre sul solito muretto proprio nel centro della città a fissare i passanti che col loro vociare donavano un po’ di luce e novità a questa solita routine. Sono sempre stato molto curioso ma tutto ciò veniva contrastato dalle mie insicurezze. Mi piacerebbe conoscere qualche essere umano, sembrano così vivaci, felici e diversi gli uni dagli altri, ma siamo troppo diversi; non funzionerà mai. Ero troppo preso dai miei pensieri per notare una presenza al mio fianco, era una piccola colomba bianca come il latte, come la neve ed era così bella. Me ne ero forse innamorato? Era così vicina a me. Mi è capitato raramente di parlare con qualcun’altro al di fuori di me, da piccolo venivo sempre escluso ed emarginato da tutti, etichettato come sbagliato, perciò ho deciso di diventarlo, allontanandomi da tutti, persino dalla mia famiglia. Nessuno aveva bisogno di me, pensai, perciò l’unica soluzione era andarmene. La mia terra natale era molto calda, come le persone che vi vivevano. Avevo fatto amicizia con un ragazzino, era così dolce, mi portava delle briciole di pane ogni mattina, sempre allo stesso posto, sullo stesso muretto. Era ormai abitudine stare con lui, ma la sua presenza era così piacevole che son sicuro che non sarebbe mai stato abbastanza. All’improvviso un giorno smise di venire, aspettai e aspettai, le settimane passavano ma lui non si era più presentato e da lì ho capito che anche per lui ero sbagliato, che non gli bastavo e che come tutti mi aveva abbandonato. Durante il mio viaggio non ho voluto incontrare nessun altro, perché alla fine anche loro mi avrebbero abbandonato. Arrivai in una cittadina molto grande, grigia e fredda. Ho pensato che sarebbe stata perfetta per stare in solitudine, senza alcuna delusione. Non mi sarei mai aspettato però che un giorno mi sarei ritrovato di nuovo faccia a faccia con qualcuno. Avevo deciso che forse era meglio andarsene di nuovo, scappando dalle mie insicurezze e problemi ma alla fine era la strada più semplice e mi andava bene così. Qualcosa però mi bloccò. Una voce gentile, veniva da dietro e non era troppo lontana, era lei. Mi chiedeva di restare, di parlare e che era sola anche lei. Quella voce così malinconica, il modo in cui le sue parole uscivano con difficoltà ma allo stesso tempo leggerezza dal suo becco mi
hanno fermato, la mia voglia di andarsene era sparita completamente, al suo posto era arrivata la curiosità e la voglia di sapere, di conoscerla. Mi sono girato, guardandola nei suoi piccoli e dolci occhi, che ricambiavano lo sguardo. Mi sono avvicinato piano piano, sperando di non spaventarla. Vedevo il suo sguardo abbassarsi lentamente, forse imbarazzata per la sua richiesta quasi disperata. Le avevo chiesto come mai io e quella bellissima voce era tornata di nuovo, rivolta a me: “Mi hai dimenticata, alla fine me lo sono meritata. Ti avevo abbandonato anche io. Ma ora sono qua, sono rimasta sola anche io, sono qui per farmi perdonare, per ricominciare.” Ho scavato nei miei ricordi, ma di lei nemmeno l’ombra. Non ho alcun suo ricordo, chi è? L’ho scrutata attentamente, cercando un qualsiasi dettaglio che mi ricordasse di lei ma senza alcun risultato. Lo aveva capito e parlò ancora: “Non ha importanza se non mi ricordi, son passati troppi anni. Possiamo ricominciare tutto, ricostruendo e ricreando tutti i nostri ricordi insieme.” “Perché io?” la mia voce rauca e spezzata era uscita a fatica, prima di allora non avevo mai parlato con qualcuno, era strano. “Non lo so, ho semplicemente seguito il mio cuore e esso portava a te.” Era calato uno strano silenzio, nessuno era riuscito ad interromperlo perciò erano rimasti solo dei vaghi sguardi. Eravamo entrambi persi nei nostri pensieri, nei nostri problemi, nei nostri ricordi. Le ore e i giorni passavano, ci incontravamo sempre sullo stesso muretto tutte le mattine, non ero più solo. Nessuno aveva più parlato da allora. Alla fine eravamo solo due anime solitarie che per caso iniziarono a condividere la loro solitudine in silenzio. Non avevamo bisogno di parole, riuscivamo a tenerci compagnia a vicenda nel nostro rumoroso silenzio, eravamo sempre insieme ma ancora molto lontani.. Erano le 12:00 in punto, le campane me lo ricordavano sempre. Quella mattina lei non era qui con me e ho aspettato, nella speranza che arrivasse. Era sera, era calato il buio, lei non c’era ancora. Sono sceso dal muretto, arreso. Ero stato abbandonato ancora, sono caduto di nuovo nello stesso sbaglio di molti anni fa, mi sono fidato e sono stato tradito.
Ho abbassato lo sguardo, ormai disperato e quasi in lacrime. Per terra c’erano delle piume bianche, come il latte e come la neve. Un brivido percorse per tutto il mio corpo, forse avevo anche smesso di respirare. Erano macchiate di sangue, rosso come il fuoco. Ero terrorizzato dalla realtà, non volevo scoprire la verità. Ma avevo bisogno di sapere, perciò ho iniziato a seguire quelle tracce bianche e rosse. Il percorso è stato spaventosamente corto e rapido ma lento allo stesso tempo, non volevo sapere ma dovevo. Eccola lì, tanto vicina da poterla vedere ma troppo lontana per poterla afferrare e salvare. Non era sola. Qualcosa di troppo grande era vicino a lei, la stava torturando con un piccolo coltello. Ho alzato lo sguardo terrorizzato e ho capito che era un umano, una di quelle persone che passavo il mio tempo ad osservare e ad ammirare. Era come tutti, ti fanno la bella faccia davanti per poi colpire alle spalle. Pensavo che gli umani fossero diversi, vederli tutti così sorridenti e spensierati non mi ha fatto pensare alla loro infinita cattiveria e insensibilità. E ora un’altra delle cose in cui credevo di più è stata completamente distrutta. Pensavo che solo guardandoli tutti i giorni bastasse per conoscerli, ma non si smette mai di conoscere qualcuno. Alla fine ti tradirà sempre. Ho notato che il suo sguardo si era rivolto verso di me, ero immobilizzato. Io sarei stato il prossimo se non fossi scappato. Ma non potevo lasciarla lì, dovevo far qualcosa. Si avvicinava, troppo velocemente. Mi sono accorto troppo tardi che lui era già davanti a me pronto a scagliare quel suo coltellaccio verso di me. Avevo realizzato che non potevo fare nulla, che uno come me non era in grado di salvare una persona e allora forse era meglio scappare ancora. Volai via, più veloce della luce, tornando sul nostro muretto e ripensando ai nostri silenzi che valevano più di mille parole, ripensando a quei piccoli gesti, ai suoi sguardi che ogni volta mi facevano innamorare sempre di più. Lei se ne era andata, era colpa mia. Non sapevo perché mi stavo incolpando ma era sicuramente colpa mia. Non sono riuscito a salvarla, era colpa mia. Il mattino seguente ero tornato da lei, ma non c’era più. Lei non era più con me. Ho perso l’unica persona con la quale davvero stavo bene e ora sono di nuovo solo sul mio muretto.


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