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Sono parte di me

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9 minuti

Pubblicato il 05 settembre 2018 in Avventura

Tags: #sport #ginnastica #amore #vita

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“Sono parte di me: gli attrezzi e la palestra. Mi appartengono, ne conosco gli odori e i suoni. Il suono di una caduta alla trave, quello di una pedana schiacciata, le parallele che cigolano, la musica al corpo libero, gli applausi di incoraggiamento. I suoni di una vita, della mia. Nel bene e nel male. Il sapore delle lacrime, dolore trattenuto un minuto e trenta. Sorrisi finti, cadute, delusioni, punteggi bassi. Rialzarsi, la passione, le punte tirate, i crampi, i polsi che reggono fino alla fine.”

Questa è la storia di un’esperienza, una lunga esperienza che inizia diciassette anni fa. Linda è una bambina che da poco ha iniziato l’asilo, è timida, sempre attenta e le piace muoversi, tanto che quando è a casa ogni volta che parte una pubblicità con un sottofondo musicale si mette a ballare sul tappeto. Da qui la decisione di farle provare il corso di psicomotricità organizzato in paese così che si potesse divertire, sfogare, ballare, conoscere il proprio corpo. La prima volta che entrò in palestra, non riusciva neanche ad arrivare a spingere il maniglione antipanico e nemmeno lei avrebbe immaginato di aprire quella porta per i successivi quindici anni. Una palestra con molti tappeti blu come il mare in cui ci si poteva tuffare anche a testa in giù, le spalliere su cui appendersi, le corde, i cerchi, i trampolini e molti altri strumenti che non sapeva utilizzare. Ebbe inizio tutto così, un semplice passatempo per il tempo libero. Linda incominciò a prendere confidenza con il suo corpo, a conoscerlo, a gestirlo, a sfruttare la sua potenza, a scapito della scioltezza, la parte che l’annoiava di più, ma che doveva allenare al meglio. Linda indossava sempre un piccolo body azzurro, una taglia tre che le era stata regalata da una zia poco prima di iniziare a frequentare il corso, solo con quel body si sentiva una ginnasta nel posto giusto e quello stesso body la accompagnò durante i primi due anni del suo percorso. Quando acquistò qualche centimetro e arrivò a toccare un metro e dieci stava per compiere sei anni e frequentando la scuola primaria, cambiò gruppo passando in quello “base” in cui rimase non più di qualche mese: le qualità le aveva e bisogna soltanto allenarle per farle venire fuori, bisogna agire con la tecnica maieutica socratica. Nel gruppo delle “pre-agoniste” si allenavano anche delle ragazze delle scuole medie, Linda era felice, era orgogliosa di stare tra le grandi e, soprattutto, era estremamente entusiasta all’idea di comprare un body di gara, luccicante come quelli che lei vedeva soltanto alla televisione, guardando una giovane Nastia Liukin ai Giochi Panamericani del 2003. Linda entrò così nell’universo delle competizioni, un mondo difficile, complesso e, bisogna ammetterlo, a volte ingiusto. Le prime gare le servirono per capire quale fosse il clima tipico di quelle domeniche, dopo di che, incominciò a comprendere quali fossero i suoi attrezzi di punta e il suo tallone d’Achille. Linda si allenava con tutto l’impegno che poteva mettere in campo, qualche risultato lo otteneva, ma l’aveva individuata, la trave era il suo punto debole, l’agitazione le mandava in tilt il cervello, tremava, tremava per tutta la durata dell’esercizio.

Stava crescendo tra un flic e un enjambèè cambio e quei pochi centimetri che acquistava in altezza le servivano per sviluppare ancora di più i muscoletti che, sulle braccia erano già ben visibili, essendo lei specialista alle parallele asimmetriche, e leggermente meno concentrati sulle gambe. Linda cresceva non solo fisicamente, ma anche psicologicamente, alcune gare l’avevano delusa, le cadute l’avevano segnata, ma la voglia di fare di più aveva la meglio e le faceva venire l’istinto di stare in quella palestra per ore ed ore a fare potenziamento. Concluse le elementari e le medie, guardava le foto che aveva comprato nelle manifestazioni e notava i cambiamenti; ai suoi capelli niente più treccine alla Pippi Calzelunghe, ma una lunga coda di cavallo, niente più body smanicato, ma uno con le maniche lunghe che esaltava maggiormente la muscolatura in crescita su quel piccolo corpo. Linda aveva un problema con il suo corpo, era piccola e il suo sviluppo era abbastanza rallentato; questo fermava un po’ l’ottimismo tipico adolescenziale, se in palestra si sentiva a suo agio, a volte a scuola avrebbe voluto sparire, così diversa dalle sue coetanee, così semplice. Crescere ti mette di fronte al mondo ad occhi aperti, ti fa soffrire, a volte, ma ti fa maturare, diventi una persona migliore. Linda è cresciuta in questo modo, tra i pomeriggi di allenamenti incastrati alle dose massicce di studio che il Liceo le richiedeva, le levatacce della domenica mattina unite alla soddisfazioni di esercizi conclusi senza cadute ed elementi riconosciuti. Lo sport le ha dato tanto, oserei dire quasi tutto fino alla fine del suo percorso scolastico quinquennale. Quando a Linda dicevano di conservare ogni singola briciola dei ricordi della vita adolescenziale, lei sorrideva, pensando tra sé e sé che cinque anni erano un periodo abbastanza lungo e che, probabilmente, tra periodi sì e no il tempo le sarebbe passato tranquillamente. Ma tutto quello che lei aveva elaborato mentalmente si sbriciolò in un battito di ciglia. Era passato tutto troppo in fretta, era giugno e nemmeno quindici giorni dopo avrebbe fatto la primo prova dell’esame di Stato. Era il nove giugno del duemila e sedici, Linda non scorderà mai più quella data, il giorno della sua ultima gara. Concludere il proprio percorso con una competizione nazionale è come essere al dessert del pranzo di Natale, bisogna concludere in bellezza. C’è tensione e voglia di dimostrare alle avversarie, a tutte quelle persone sugli spalti che tu, sei proprio tu a rappresentare la tua regione. Non sono ammesse cadute, sbilanciamenti e imperfezioni, lì è presente solo la crème della crème, ognuna punta al vertice della classifica. Linda è consapevole di tutto questo, ormai ha diciotto anni, è vero, è agitata, ma è quell’agitazione che ti porta a far bene. È la prima volta che le capita, solitamente si agitava a tal punto da salvarsi solo grazie a delle prestazioni ottime ai suoi attrezzi di punta. Ma ora è lì, è pronta e matura. Rompe il ghiaccio con due buoni salti al volteggio, l’atmosfera è quella giusta, la partenza è stata discreta. Prosegue con il corpo libero, un minuto e trenta di sicurezza ed espressività, un esercizio di alto livello eseguito bene eccetto una piccolo passo dopo l’esecuzione della serie acrobatica. La gara prosegue e sta andando bene, Linda è supportata dalla sua compagna di una vita, Camilla, che, purtroppo, per quella competizione, era qualificata solamente per la trave, la quale la sostiene moralmente e la aiuta per risparmiare energie e tempo. È Camilla, infatti, a spargere per lei la polvere di magnesio sulle parallele, il penultimo attrezzo di gara e la specialità di Linda. Quando i giudici alzano la mano, una ginnasta ha mediamente trenta secondi per fare il saluto ,una sorta di gesto di presentazione di ogni atleta, un “eccomi, io ci sono”, per poi dare inizio alla propria performance. Linda fa il saluto, osserva gli staggi singolarmente, prima quello basso, poi un’occhiatina a quello sopra, un ultimo lungo respiro e poi inizia. Fare l’esercizio alle parallele è come stare in apnea, bisogna tenere i muscoli in tensione, concentrarsi sul movimento che si sta eseguendo, pensando già a quello successivo. Il momento in cui si può riprendere a respirare è quando i piedi toccano il tappeto e ci si inchiodano dentro, quello è il momento in cui rivedi mentalmente ogni spostamento, ogni rotazione e puoi decretare il livello di ciò che hai appena eseguito. Linda si ferma immobile su quel tappeto, anche quell’attrezzo l’aveva eseguito impeccabilmente. Si passa così alla trave, la bestia nera di tante ginnaste, l’avversaria più agguerrita di Linda. Partono i cinque minuti di prova, Linda e Camilla salgono insieme su quella Gymnova a centoventi centimetri da terra e iniziano a provare le loro combinazioni, sentono il sudore sulle mani e sui piedi, scivolano, si sbilanciano. Devono concentrarsi, è l’ultimo esercizio da portare a termine. Lo speaker annuncia la fine del tempo per riscaldarsi e la gara può avere inizio. Le due lombarde saranno le ultime a esibirsi, in particolare Linda sarà l’ultima di tutta la competizione, sente pesare su di sé la pressione, ma, prima di lei, ecco che i giudici chiamano la sua amica e lei è lì anche per tifare per la sua compagna di squadra. Camilla è sempre stata sicura, ha sempre portato a casa dei risultati soddisfacenti e, di sicuro, essendo la trave il suo unico attrezzo di quel giorno, avrebbe eseguito un esercizio impeccabile. Questi sono i pensieri di Linda mentre vede la sua amica incominciare la trave. Conosce i suoi elementi e la coreografia a memoria e sa che l’elemento più difficile che ha inserito è praticamente prima dell’uscita. Prende tutte le combinazioni, tira le punte e le gambe come raramente aveva fatto prima di quel giorno, fin quando arriva il momento di eseguire l’ultimo elemento. L’elemento con la E maiuscola: si concentra parte, arriva, perde il controllo di un braccio e cade. Risale, conclude facendo l’uscita e ciò che le rimane è il rimpianto di non aver stretto i muscoli ancora di più, avrebbe potuto prendersi la medaglia per quell’attrezzo, ma è cosciente che con una caduta, nella ginnastica, si finisce a fine classifica. Giusto il tempo di colorare leggermente le mani di magnesio che Linda viene chiamata, è il suo momento, la gara agli altri attrezzi è terminata, tutti gli occhi sono puntati su di lei. Il cuore va a mille, la mente cerca concentrazione ripassando tutto l’esercizio. Linda sale con la consapevolezza che si sta giocando tutto, non è solo l’ultimo esercizio di quella competizione, è l’ultimo esercizio da ginnasta agonista. Enjambèè cambio unito al cosacco, la serie di ruote, la verticale, il salto, il giro perno, tutto eseguito al meglio, tutto finito, bisogna attendere solo il verdetto. Linda osserva il suo body sporco di magnesio, lo tira per far uscire quella polvere, come se potesse far riemergere ogni singolo ricordo che la ginnastica artistica le aveva dato. Linda a quella gara arrivò quarta nella classifica generale, portando a casa un terzo posto alla trave, l’obiettivo che dopo una vita aveva raggiunto, e un secondo posto alle parallele. La sua carriera si concludeva nel miglior modo possibile. Essere quarta è pur vero che significa essere ai piedi del podio, ma Linda da quell’esperienza capì che ciò che contava era la sicurezza che aveva messo in campo quel giorno , l’impegno che l’aveva portata fin lì. Da quel momento Linda smise di allenarsi, cambiando rotta e iniziando ad andare in palestra come allenatrice per trasmettere la sua passione.

La passione di una vita, la passione che rimane dentro.



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