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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

L'isola della regina Irene

Le avventure di Viaggiatore

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9 minuti

Pubblicato il 15 settembre 2020 in Fiabe

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Dopo lungo peregrinare, Viaggiatore raggiunse una grande città che si affacciava sull’oceano. Aveva un porto grandissimo, dove piccole imbarcazioni e grandi navi giungevano, o partivano in continuazione. Sui moli era un grande affaccendarsi di marinai e scaricatori che lavoravano di buona lena, enormi gru sollevavano balle di merci d’ogni tipo, i pescatori vendevano il pesce fresco, tirato su dalle reti nella notte, i compratori ne contrattavano il prezzo.

Tutto quel fermento affascinò Viaggiatore che decise di fermarsi in città alla ricerca di nuove avventure che lo portassero lontano, oltre quella sterminata distesa d’acqua.

Un giorno attraccò un’enorme bastimento, che tornava da un lungo viaggio e, di lì a poco, ne avrebbe intrapreso un altro, attraverso tutto l’oceano Pacifico.

Chiese del capitano e gli offrì il proprio lavoro in cambio di un passaggio marittimo. Si imbarcò quindi in qualità di aiuto cuoco, mozzo e uomo di fatica, curioso di conoscere quel nuovo mondo che gli era sconosciuto. Dopo vari giorni di navigazione un senso di aspettativa e di allegria cominciò a diffondersi tra i marinai:

«Ci siamo finalmente»

«Un giorno di navigazione, non di più»

«Che succede?» chiese Viaggiatore al nostromo

«Siamo in vista della nostra prima meta. Domani sbarcheremo sull’isola della Regina Irene, dove ci riposeremo prima di riprendere la navigazione»

La nave gettò l’ancora a qualche miglio dalla costa.

«Di qui in poi proseguiremo con le barche, non si può andare oltre perché c’è una grande barriera corallina che circonda e protegge l’isola» spiegò il nostromo a Viaggiatore.

Furono festosamente accolti dalla popolazione e ospitati volentieri nelle loro abitazioni. Si scambiarono le merci: utensili, stoffe, libri e mobili in cambio dei prodotti della’agricoltura isolana come olio, vino e grano. Concluse le operazioni commerciali ci furono tre giorni di festa, in cui gli ospiti furono intrattenuti con canti e balli. Viaggiatore era affascinato dalla gaiezza e generosità degli ireniani e decise di fermarsi sull’isola per qualche tempo, fin quando il bastimento non avrebbe di nuovo fatto tappa lì, nel suo viaggio di ritorno.

Trascorse due mesi felici, ospite delle varie famiglie dell’isola, che facevano a gara ad invitarlo per ascoltare le avventure che lo avevano portato dappertutto nel vasto mondo.

Quando ormai si avvicinava il momento in cui la sua nave sarebbe giunta e lui si sarebbe nuovamente imbarcato, fu invitato a cena nel palazzo che era la residenza della regina Irene.

«Viaggiatore, so che sei un grande narratore, che hai conosciuto tanti luoghi e molte genti. Ascolta dunque adesso la storia che ti racconterà il novelliere di corte, perché ho un grande messaggio da affidarti. Esso riempirà il magico sacco che porti sempre con te e tu lo diffonderai in tutti i luoghi ovunque andrai e tra i popoli che conoscerai».

Nella grande sala da pranzo si abbassarono le luci e si fece un gran silenzio. Al suono di una dolce musica di violini, entrò in scena il narratore di corte, splendidamente vestito di seta, che cominciò a raccontare:


Adolfetto, detto “Kill”, era il re di Aresia. Quando salì al trono, il suo era un piccolo stato nel cuore del continente. Ma la sua sete di potere era enorme e ben presto trasformò la popolazione del suo regno in un unico grande esercito ben addestrato che gli permise di estendere i confini dello stato fino a formare un grande impero che lui comandava con mano ferma e autoritaria. Ormai non se ne scorgevano più i confini e pareva proprio che non ci fossero più terre da conquistare. Ma la sua sete non si placava:

«Trovatemi qualcosa perbacco» diceva ai suoi generali «andate nello spazio, se è necessario, ma trovate subito qualcosa o vi farò tutti impiccare»

Costernati, i generali non sapevano proprio come fare a soddisfarlo e cominciarono davvero a temere per le loro vite. Infine uno di loro, che si dilettava di geografia, disse:

«Beh, ci sarebbe forse l’isola della regina Irene»

«Dove?» lo interrogarono gli altri con un filo di speranza nella voce. Il geografo aprì il suo grande atlante e mostrò loro dove si trovasse. Era una bellissima isola, sperduta nella vastità dell’oceano Pacifico. Un’isola piena di boschi, pianure, colline e valli verdeggianti e arricchita da fiumi e ruscelli. Nella sua parte orientale sorgeva anche un vulcano che se ne stava quieto, senza fumare o borbottare.

«È la nostra unica speranza» osservarono i generali. Perciò cominciarono a preparare le navi e le armi per la spedizione. Re Adolfetto, quando ne fu informato, non riusciva a contenere la sua gioia. Perciò decise di indire, prima della partenza, una grande festa. Fu allestito un bel palco, dal quale lui e tutto il suo seguito, in alta uniforme, osservarono sfilare l’esercito per tre giorni interi.

Il re, naturalmente, avrebbe seguito l’evolversi della guerra dal suo castello, ben al riparo da ogni ostilità, perché le guerre, si sa, le proclamano i potenti, ma le fanno combattere alla gente comune.

Dopo un mese di navigazione le navi arrivarono in vicinanza dell’isola di Irene. Già da giorni i pescatori avevano avvistato la grande flotta in avvicinamento e ne avevano informato la regina, che dette subito le disposizioni per l’accoglienza dei visitatori, mai immaginando che avessero mire di conquista. In quel mondo la guerra era, infatti, sconosciuta e gli uomini vivevano in pace tra loro e in comunione con la rigogliosa natura che li circondava. Fu preparato un grande banchetto di benvenuto, allietato da musiche e canti, in onore degli ospiti. Tutto ciò riempi di meraviglia il cuore dei soldati di re Adolfetto che accettarono volentieri i doni e le feste che venivano loro offerti, dimenticando, sul momento, il motivo che li aveva spinti fino a quella sperduta isola del Pacifico. Ma la notte, si sa, porta consiglio e alle prime luci dell’alba cominciarono a bombardare le case degli irenei, ad affondarne le barche e a distruggere tutto ciò che si trovava sul loro cammino. La popolazione, sorpresa, ma inerme di fronte a quella violenza, che le era estranea, fuggì a rifugiarsi nel folto delle foreste, che costituivano il cuore dell’isola. I generali, felici di una vittoria così veloce, fecero subito costruire le baracche per installarvi lo stato maggiore e gli alloggi per gli ufficiali, poi furono montate le tende per la truppa. I dispacci, immediatamente inviati al re, annunciavano con enfasi la fulminea vittoria.

Ma fu la natura, a lungo vissuta in simbiosi col pacifico popolo della regina Irene, che decise di ribellarsi.

I primi borbottii di disappunto partirono dal vulcano che cominciò a fumare per esprimere la sua contrarietà. Alla fine eruttò una pioggia di fuoco che distrusse gran parte degli accampamenti, mentre una rovinosa frana si abbatteva sulla tendopoli. Per la prima volta impauriti, i soldati cercarono rifugio tra gli alberi, ma quelli sembravano vivi e molti restarono prigionieri tra i loro rami, mentre altri caddero in buche che all’improvviso si aprirono nel terreno. Ciò che restava del poderoso esercito tornò sulle navi che attendevano alla fonda. I nuovi dispacci, inviati al re, non furono più così entusiastici dovendo annunciare la strana situazione che si era venuta a creare. Ma Adolfetto non volle sentire ragioni:

«Dovete vincere la guerra, non potete ritirarvi. Ve lo ordino» Inviò quindi una nuova flotta navale, dotata di potenti cannoni e anche una squadriglia di aerei con l’incarico di cospargere di defolianti la foresta in cui si erano rifugiati gli irenei e i cui alberi avevano avuto l’ardire di catturare i suoi addestratissimi ed eroici soldati. Quando la nuova, potente e bene armata flotta giunse in prossimità dell’isola, si verificò uno strano fenomeno: il mare cominciò a ribollire e lentamente si materializzò una grande barriera corallina sulla quale, una ad una, si incagliarono le navi. Intanto in cielo, la squadriglia aerea inondò la foresta con una pioggia di defolianti, che cadeva piovosa sugli eroici alberi che avevano, in modo così deciso, difeso la propria terra. E, stavolta, furono le loro foglie che si opposero al devastante diluvio, restando con forza ancorate ai loro rami.

Insomma, non c’era proprio modo, con le armi convenzionali di Adolfetto, detto “Kill” perché amava solo la morte e la distruzione, di riuscire a conquistare quella straordinaria isola.

I generali chiesero quindi di poter parlamentare con la regina Irene, per discutere la resa.

«Dite al vostro re che le mie armi saranno sempre più potenti delle sue, perché gli uomini e la natura vogliono vivere nella concordia e nella serenità, lontano da ogni conflitto. Ditegli che mai potrà battermi perché io sono Irene, colei che è stata inviata sulla terra per portarvi la pace»

I generali parvero svegliarsi da un sogno, anzi dall’incubo in cui che le parole del loro sovrano, inneggianti alla guerra, li avevano fatti precipitare. Si guardarono intorno e si accorsero della bellezza che li circondava, dello splendore del sole che illuminava tutto e della magnificenza della barriera corallina che, per incanto era sorta a proteggere l’isola. Guardarono gli irenei, usciti dai loro rifugi nella foresta, cominciare a ricostruire le loro case e le imbarcazioni, li ascoltarono suonare e cantare per scacciare la paura che avevano provato. Capirono che anche il loro destino era cambiato, perché ora erano diventati gli ambasciatori di Irene e le promisero che avrebbero portato il suo messaggio ovunque nel mondo.

Quando, infine tornarono ad Aresia furono convocati al cospetto del re

«Siete degli incapaci» urlava Adolfetto «vi farò fucilare tutti»

«Fatelo sire, ma sappiate che il messaggio di cui siamo latori è assai potente e niente potrà fermarlo».

Queste parole lo fecero talmente infuriare che divenne tutto rosso, avrebbe voluto urlare per richiamare le sue guardie affinché li facessero scomparire dalla sua vista e li rinchiudessero in una sudicia e buia cella di prigione, in attesa dell’esecuzione. Ma nessuna parola gli uscì dalla bocca, solo un suono inarticolato che fu l’ultimo che emise. Poi si accasciò al suolo, morto di crepacuore. Nel grande impero che aveva creato si diffuse velocemente il messaggio di pace della regina Irene. I popoli vinti ritrovarono la loro libertà. Aresia divenne nuovamente un piccolo stato e visse, da allora nella serenità e nella prosperità, divenendo anche un faro di arte e cultura per coloro che una volta aveva soggiogato con la violenza. Le armi che un tempo l’avevano fatta potente, giacevano inutilizzate nei depositi dove si coprivano di polvere e ragnatele e nei porti le navi da guerra dondolavano tristemente, diventando il rifugio di grappoli di molluschi e di tanti pesci colorati.


Al termine della narrazione, la regina si rivolse a Viaggiatore: «Solo la pace può dare benessere e prosperità: è questo il mio messaggio. Diffondilo dappertutto». E lui sentì che il suo magico sacco era ormai pieno e lo chiuse strettamente, felice di sapere che avrebbe portato gioia e serenità in coloro per cui lo avrebbe aperto.


Irene, figlia di Zeus e di Temi, era la dea della Pace. Veniva rappresentata con la cornucopia in una mano, mentre con l’altra sorreggeva Pluto, simboli della ricchezza ed dell’abbondanza.


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