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Una storia di Nicole

Una pianta cattiva che non muore mai

Davide piscia per strada. Davide puzza. Davide è alienato.

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17 minuti

Pubblicato il 02 febbraio 2019 in Altro

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Pisciare per strada: non c’è nulla di più accomodante. Sì, anche TUTTI quegl’omini ligi al dovere, con ventiquattrore, giacca e cravatta spostata di sghembo dal vento, dopobarba di marca e aria superiore lo farebbero volentieri, ma si contengono. Reprimono le loro voglie, i desideri, la loro natura per mantenere una patetica maschera sociale.

TUTTI, sì. Ma lui no.

Dopo aver urinato addosso a un muro, in un giardinetto poco distante da un bar, Davide cammina per il Corso. Mani grandi chiuse in pugni ferrati, come se fosse sempre pronto a difendersi, anche solo da uno sguardo troppo invadente, passi lenti e andatura smargiassa. La barba grigia gli sfiora la catenina d’oro che ha al collo. Gli occhi azzurri da marinaio portano con sé tracce tiepide e cristalline di un tramonto di fine settembre. I ricci, spettinati di proposito, gli danno un’aria misteriosa. Nel piccolo paese di T., Davide è conosciuto da tutti, grandi e piccini. Ma solo gli adulti sanno la sua storia. I piccoli non possono sapere: secondo la mentalità del luogo, ne andrebbe della loro crescita, potrebbero subire dei traumi, farsi strane idee, venire a conoscenza di cose che andrebbero cancellate dall’universo, se solo si potesse. O, peggio, potrebbero diventare come lui.

Quando passeggia per la strada a testa bassa e perso nei suoi pensieri, i compaesani lo guardano, mostrandogli la chiostra dei denti in un sorriso artificiale, fasullo.

- Ciao, Davide! Questa volta hai provato il vino della cantina di Carlo? –

Uno dei suoi vizi è il vino. Preferibilmente rosso. Dieci anni fa, faceva attenzione alla provenienza, agli anni; era capace di testare se un vino fosse ben invecchiato solo dall’aroma. Adesso, le cose sono cambiate: Davide beve qualunque tipo di vino, anche il più scadente. Beve per dimenticare? Forse. Ma tutti sanno che morirà sepolto dalla sua memoria, dal suo dolore, da una parte di sé che ha perduto. Per sempre.


Era una di quelle persone in cui ci si poteva smarrire solo a sentirla parlare. Davide fu subito rapito dalla voce nasale, ma allo stesso tempo lieve; dai grandi occhi, profondi e misteriosi come due dirupi scuri; dai gesti, dalle mani, dal suo cuore incostante, come la luna. Già: aveva un cuore coraggioso e pavido, dolce e refrattario, malinconico e gioioso, che Davide non poteva fare a meno di amare. Se n’era invaghito e si era avvinghiato ad esso, come un’ape che, dopo tante ricerche, trova il fiore adatto a sé. Vivendo nello stesso paese, si conoscevano sin da piccoli; giochi infantili, libri in prestito, stupidi litigi, riappacificazioni scherzose. Si venne a creare un forte legame, tra loro: accenni di piccole gelosie, vivo interesse di ciò che riguardava l’altro, voglia di stare insieme, sino a quel giorno. Avevano diciassette anni e se ne stavano seduti al muretto della Torre Saracena – luogo poco frequentato – a fumare; badavano bene a nascondersi, anche se fumavano sigarette. In quel piccolo borgo, due ragazzi minorenni che fumavano venivano etichettati come ‘maleducati’, addirittura ‘drogati’ e, chiunque li avesse visti, sarebbe andato dalle rispettive famiglie a spifferare l’accaduto, come se si fosse trattato di un abominio, di un oltraggio al buonsenso.

- Ecco uno dei tanti crucci di vivere in un paesello come questo.

Davide aspirò il fumo come per saziarsene, poi gettò le sue perle azzurre in quelle scure, al suo fianco.

- Non mi sento libero. Venire qui giù, alla Torre, per fumare una semplice sigaretta. Presto me ne fregherò di tutto e di tutti. Fuggirò da qui. Fumerò per strada.

- Anch’io provo la stessa cosa. Mi manca l’aria. Dio, che sfortuna esser nati qui. Eppure, i vecchi sembrano felici. Prova a spostarli dalla loro terra… morirebbero.

Davide gettò il mozzicone.

- Ma come fanno? Dio, come fanno? Io mi sento spento.

Davide guardò la grande vallata al di sotto del muretto: immensa, verde. Gli accadeva spesso di esser rapito dai suoi pensieri, di estraniarsi per raggiungere una dimensione più soddisfacente, libera. Improvvisamente, sentì un singhiozzo, al suo fianco. Si girò di scatto e si accorse che non avrebbe mai voluto veder nascere da quegl’occhioni scuri delle lacrime così grandi e luminose.

- Ehi. Piangi?

Nessuna risposta. Il senso d’impotenza sembrava attanagliargli la gola. Tutto avrebbe sopportato, ma non di vedere le sue lacrime. La reazione fu improvvisa e istintiva: prese quel viso tra le mani grandi e baciò le labbra salate e umide di acqua di luce.

Tommaso si scostò di colpo, toccandosi le labbra e tirando su col naso. I suoi occhi erano sgranati: due palle spaventate, smarrite, fragili.

- Che fai? Davide, tu… come hai potuto?

Si alzò velocemente e, con un braccio schiacciato sul muso, corse via, lasciando Davide lì sul muretto, a mordicchiarsi le labbra nervosamente. Sapevano di sale.

Perché Tommaso aveva pianto? Probabilmente, perché si sentiva soffocato, in manette, giudicato, additato. Era figlio di uno degli avvocati più brillanti della regione; una famiglia agiata, perbenista, benestante… ma lui si sentiva diverso: non voleva diventare avvocato, come suo padre. Voleva andarsene, viaggiare, partire. Passarono dei mesi prima che accettasse di rivedere Davide. Era palese: si amavano, entrambi. Davide, però, era più forte, pronto ad affrontare tutto e tutti pur di stare con lui; Tommaso, al contrario, era terribilmente fragile. Temeva che, prima o poi, tutti scoprissero del loro amore e, al solo pensiero, scoppiava in lacrime.

- Se solo lo desiderassi, raggiungerei gli abissi dell’oceano per prenderti la pietra più bella e rara. Se solo stessi più tranquillo, Tom… se solo avessi un po’ più di pazienza, potremmo fuggire da qui. Andare in una città più libera. O magari… o magari all’estero.

Erano parole sincere, sentite. Dovevano servire a tranquillizzarlo, a donargli un po’ di forza. Ogni volta che le sentiva, gli occhi scuri e malinconici di Tommaso, che tanto lo avevano fatto innamorare, si spalancavano, emanando una luce fortissima. Speranza. Sogno. Gioia.

- Me lo prometti? Giuramelo, Davide. Devi giurarmelo, perché io…

Lo fissava spaventato, speranzoso, con le folte sopracciglia alzate e un respiro affannoso. All’ombra della Torre Saracena, Davide gli portava la testa al petto e lo stringeva, respirando i suoi capelli scuri. Erano profumati, soffici; aveva la sensazione che persino quei capelli fossero fragili, come i suoi occhi, come il suo cuore.

- Te lo giuro. Saremo felici.

Davide e Tommaso crebbero. Passarono otto anni. Due uomini uniti più che mai, ma terribilmente diversi. Senza Davide, Tommaso era perduto. Per tutto il giorno, non usciva di casa, attendendo il tramonto per andare alla Torre, ad aspettarlo. Oramai, era diventato sua unica fonte di svago, d’amore, di parole. Il suo mondo. Davide, al contrario, aveva trovato lavoro come contabile, presso un commercialista del paese; trascorreva le giornate in ufficio e, quando staccava, andava spedito alla Torre, con l’unico desiderio di vedere Tommaso. Lo scorgeva da lontano, gli sorrideva, alzava la mano e lo raggiungeva. Lui lo accoglieva con un caldo abbraccio e si faceva raccontare come fosse andata la sua giornata.

Una sera, tuttavia, Tommaso aveva una strana luce negli occhi. Dopo essersi fatto raccontare come fosse andata al lavoro, sprofondò in un silenzio irreale. Davide, fumando, lo fissava.

- E tu? Che hai fatto, oggi?

Tommaso sospirò rumorosamente.

- Cosa vuoi che abbia fatto? Io…

S’interruppe con uno sforzo, mentre il petto gli sussultava e il respiro si faceva irregolare.

- Tom, che hai?

Gettò la sigaretta e gli passò una mano attorno alla vita.

- Ho che mi sono stancato. Trascorro i giorni sempre uguali. Vivo nel futuro, in un futuro imprecisato, legato a quando ti rivedrò. Tu invece hai un lavoro, ti distrai. Io sto impazzendo, Davide. Aiutami.

A quelle parole, Davide deglutì le sue emozioni. Tra loro due, il più forte era lui. Non doveva cedere, non adesso.

- Ehi. Tante volte ti ho detto di trovarti un lavoretto, qualsiasi cosa che possa tenerti occupato, durante il giorno.

Tommaso si alzò di scatto dal muretto.

- Non capisci che non mi piace ‘sta gente? Che non mi sento me stesso, che non ne posso più, che voglio andarmene? Me l’avevi promesso. Avevi detto che saremmo andati via. Sei un bugiardo.

Tommaso scoppiò in lacrime e si girò di spalle, appoggiandosi al muro di pietra della Torre. Davide era senza parole. Non sapeva cosa dire, come agire. Dopo una manciata di secondi, gli si avvicinò lentamente. Gli cinse la vita e, con dolcezza, lo fece girare. Poggiò la fronte sopra la sua, fredda e sudata e lo baciò appassionatamente. Il bacio era lungo, travolgente, salato. Ogni volta, capitava che si perdessero nel loro mondo, fatto di libertà, magia, profumo, volo, liberazione. Era una dimensione magnifica, in cui le paure di Tommaso si dissolvevano improvvisamente, come zucchero nell’acqua.

- Ehi! Dio del cielo! Ma tu sei il figlio dell’avvocato Marotta!

La dimensione di Davide e Tommaso, il loro castello incantato e perfetto crollò come se colpito da un violentissimo sisma. Si staccarono all’unisono. Nella penombra, entrambi riconobbero Guido Innocenzi, proprietario del forno del paese e la moglie, rimasta con entrambe le mani premute sulla bocca sicuramente spalancata.

- Guido, non è come pensi.

Il fornaio diede vita a una risatina sarcastica, mentre la moglie aveva trasferito le mani dalla bocca ai fianchi.

- Non è come penso? –

Scosse il capo velocemente, prese la moglie per il braccio e lasciò quel posto, borbottando chissà cosa, lungo il cammino.

Davide si portò le mani alle tempie, strizzò gli occhi, piegò le labbra e diede un debole calcio ad un ramoscello di pianta selvatica, nato ai piedi della Torre. Tommaso si portò una mano al cuore, ansimando.

- No, no, no! E adesso? Andrà dritto da mio padre, glielo dirà! Ho finito di vivere!

Si gettò addosso a Davide e gli ricoprì il petto di deboli pugni. Lui lo teneva per le braccia, cercando di calmarlo.

- Ascolta, Tommaso. Può darsi che non dica nulla, che lo tenga per sé, che…

Davide si bloccò all’improvviso. Sapeva di dire cavolate, sapeva che presto il paese avrebbe scoperto di loro.

Passarono due settimane, senza vedersi. Ogni sera, dopo il lavoro, Davide andava alla Torre, nella speranza di rivedere Tommaso che, puntualmente, non si faceva trovare. Trascorreva tutti i giorni chiuso in camera, nella certezza che suo padre fosse venuto a sapere della sua storia, del suo segreto, che egli avrebbe voluto custodire come la cosa più preziosa e, allo stesso tempo, pericolosa.

In effetti, l’avvocato Marotta aveva saputo tutto. Il fornaio l’aveva detto al tabaccaio; il tabaccaio l’aveva riferito, tra una risata sprezzante e l’altra, alla proprietaria della lavanderia; questa, con gli occhi sgranati e lucidi, l’aveva detto alla sagrestana e, pian piano, tutto il paese venne a sapere di Davide e di Tommaso. Marotta si chiuse in camera per tre lunghi giorni, facendosi portare, dalla moglie silenziosa e sottomessa, il cibo due volte al giorno. Avvolto nella sua vestaglia a righe blu e rosse, con le mani intrecciate dietro la schiena, passeggiava su e giù per la stanza, dando vita a lunghi sospiri: ragionava sul da farsi. Ripeteva a se stesso che suo figlio era malato, che sarebbe stato meglio allontanarlo dalla sua casa, dal paese, da tutto, altrimenti avrebbe perso clienti, sarebbe entrato in rovina, nessuno più avrebbe accettato i suoi inviti, a causa della presenza di Tommaso, in casa. Esisteva una comunità, simile a quella in cui si mettono i drogati, per quelli come Tommaso? Se lo chiedeva ogni notte, quando, ad occhi spalancati e spaventati, credeva di vedere ombre attorno a lui. Si dimenava e accendeva la piccola abat-jour, senza preoccuparsi di svegliare la povera moglie.

- Quel ragazzaccio! Se solo Tommaso non l’avesse conosciuto! Sono sicuro che sarebbe rimasto normale, perché lui è nato normale.

La donna aprì gli occhi, portandosi una mano alla fronte e intonando un patetico birignao lamentoso.

- Dovrai parlarci, Corrado! Non lo puoi evitare per sempre. Deve capire che può guarire.

L’avvocato balzò in piedi, indossò la vestaglia poggiata sulla poltroncina ai piedi del letto e raggiunse la camera del figlio. Quando spalancò la porta, richiudendola con forza alle sue spalle, Tommaso non dormiva: era seduto sul davanzale della finestra, con le ginocchia nude strette al petto e un’aria oppressa. Guardava fuori e chissà a cosa pensava.

- Dobbiamo parlare.

Tommaso si voltò e lottò a lungo con se stesso, per non scoppiare in lacrime. Sapeva che quel giorno, prima o poi, sarebbe arrivato.

- Scegli, Tommaso: o starai chiuso in camera per il resto della tua vita, o cambi città, studi Giurisprudenza, ti sposi, metti su famiglia e nessuno più ricorderà la tua storia.

Avrebbe gridato volentieri. Avrebbe bruciato tutto lo sfarzo di casa Marotta, se solo ne avesse avuto il coraggio.

- Papà, hai detto abbastanza. Lasciami solo. -

L’avvocato aprì la porta, sentendosi improvvisamente più leggero e pensando che suo figlio avesse capito e che il resto della notte gli sarebbe servito a ragionare, a prender atto della sua malattia.

Tommaso riprese a guardare le stelle. Schiavo delle parole di suo padre, dell’indifferenza di sua madre, degli sguardi sprezzanti della società, di cui non aveva ancora testato l’amara potenza, si sentiva soffocare. Le lacrime gli rigavano il viso e morivano sulla sua barbetta scura e incolta, alla quale non badava ormai da giorni, rapito dai suoi pensieri. Sì, in quel momento, avrebbe avuto bisogno di Davide, dei suoi occhi da marinaio, della sua voce rassicurante, delle braccia che lo stringevano e che dissolvevano ogni sua paura. Ma lui non c’era. Chissà cosa stava facendo, a quell’ora della notte? Pensava come lui? Si struggeva, piangeva? Tommaso era sicuro che stesse facendo qualunque cosa possibile, fuorché pensare ad una loro possibile fuga. Quante volte glielo aveva ripetuto? Davide temporeggiava.

Un peso al petto gl’impediva di fare un respiro compiuto. S’asciugò col palmo della mano quella che egli decise dovesse essere l’ultima lacrima di quella nottata terribile. Aveva in mente qualcosa, qualcosa che avrebbe, finalmente, posto fine alle sue sofferenze. E questo qualcosa lo avrebbe portato via per sempre dai pregiudizi, dalla mentalità gretta e meschina di un paese trincerato dietro le sue ancestrali idee.


Ha bevuto troppo e, adesso, deve fare ancora pipì. Davide, questa volta, decide di cambiare muro. Il bello di non esser schiavi della civiltà è proprio questo. Si regge la cerniera dei pantaloni e posa lo sguardo su un muro di pietra, su cui sono nati, casualmente, pochi fiorellini rosa chiaro. Mentre è di spalle, c’è qualcuno che, con l’aria di chi sia abituato a quella vista, si limita ad una veloce alzata di spalle, per poi proseguire lungo la strada; qualcun altro, invece, con un’aria di fastidio, scuote il capo, lamentandosi a voce alta. Davide se ne frega. Anzi: più crea fastidio, imbarazzo, ribrezzo, più è soddisfatto. Quando i ragazzini lo prendono in giro, lui si sente bene. Vuole soffrire, vuole punirsi per ciò che non ha fatto. Non merita di vivere, lo sa, l’ha sempre saputo.

Ha sessant’anni suonati, due euro in tasca – che tra qualche minuto gli serviranno per acquistare altro vino – e un cuore che straripa di ricordi. Piccoli flashback di cui è vittima ogni giorno. Digressioni spietate, a volte dolci, alimentate dal suo perenne senso di colpa, che cerca ogni giorno di annegare nell’alcool. Si tira su la zip e, dopo un colpo di tosse violento, sputa a terra del catarro, rumorosamente. Affonda le mani nelle tasche e cammina lentamente. Mentre è per strada, sente gli occhi di chi passa trapassargli l’anima, ma lui si sforza di non curarsene, non guarda nessuno. Si ferma all’alimentari e compra il vino rosso più economico che ci sia; una parte di lui prova una gran tristezza nel toccare quel cartone rosso, con sopra raffigurato un grappolo d’uva. Accontentarsi di un pessimo vino, quando una volta gustava quello fatto da suo nonno, in campagna; ingollare quel liquido colorato e scadente, quando anni fa, al suo compleanno, Tommaso gli regalava una bottiglia di Negramaro e lo bevevano assieme, tra un bacio e l’altro.

Ansimante, come ogni sera al tramonto, arriva alla Torre saracena. Mentre scende le scale, fa un altro sorso e si pulisce le labbra con il polso. Si è alzato il vento e la sua camicia svolazza ripetutamente, ma Davide non sente freddo. Giunge al muretto e si siede su quello che era il suo posto di sempre, come se Tommaso fosse lì, accanto a lui. Quel posto è inviolabile, tanto che fa attenzione a poggiare il cartone di vino sulla parte opposta.

Trentacinque anni fa. Una cantina scura. Odore di formaggio stagionato, salsicce e umidità. Quel terribile giorno vive in Davide come una pianta cattiva, che non muore mai.


- No, non è possibile, che dici, Guido!

Non credeva a quelle dicerie. Si sa: il vocio di un paese è sempre esagerato, subdolo, pomposo.

- Credimi che è vero, Davide. Mi dispiace, senti, io…

Non lo fece terminare. Abbandonò violentemente per strada le buste della spesa che stringeva tra le mani e corse. Davide non corse mai più così veloce, come quel giorno. Era vero. Era tutto fottutamente vero. Arrivato presso la casa di Tommaso, una folla di persone occupava il giardino. Le grida di una donna sconvolgevano tutti. Davide si fece strada tra la gente, non curandosi di chi lo teneva per le braccia, nel tentativo di fermarlo. Non sa come riuscì ad entrare in quella cantina. Tommaso era appeso al soffitto, con una corda al collo, accanto ai formaggi e alle salsicce. Quegl’occhioni neri erano spalancati, vitrei, ancora spaventati. Il cuore gli si fermò per una manciata di secondi. No, esso non batte forte, in queste situazioni, come molti credono. Cessa i suoi battiti come se fosse in procinto di farti morire.

Le grida erano della madre di Tommaso: se ne stava in ginocchio, davanti al corpo del figlio. L’avvocato Marotta era impassibile, dritto, con i pugni chiusi; appena vide Davide, lanciò un grido terribile e gli si scagliò contro.

- Bastardo! È colpa tua. Cosa hai fatto a mio figlio, eh? Io ti ammazzo!

Davide era assente. Si fece strattonare da quel padre divorato dalla rabbia e dal dolore.

Le sue perle chiare, per l’ultima volta, in quelle scure del suo amore esanime.

Da quel maledetto giorno, la sua vita è cambiata. Andarsene da T.? Partire? Sarebbe stata l’unica via facile che Davide avrebbe potuto intraprendere; l’unico modo per salvarsi, per ricominciare. Ma non lo fece. Non volle. Aveva temporeggiato, non aveva accolto le preghiere di Tommaso, quando gli chiedeva di fuggire via da tutto. E decise che non lo avrebbe mai più fatto. Sarebbe morto lì, in quel borgo che tanto detestava e in cui, tuttavia, si ostinava a restare; avrebbe sopportato gli sguardi indagatori dei compaesani, gli indici puntati contro di lui; avrebbe accolto il gesto dei genitori che, vedendolo per strada con i loro bimbi, avrebbero cambiato direzione.


Ha perso parte della ragione. Lo sentiva che stava impazzendo e non ha fatto nulla per evitarlo. Sì, forse Davide voleva impazzire, per punirsi. Una volta credeva di essere più forte di Tommaso; a distanza di anni, ha capito che lui è solo un vigliacco. Il suo amore ha avuto il coraggio di compiere il gesto più estremo e rivoluzionario che ci sia. Lui sarebbe capace di farlo? Mentre ci pensa, scuote il capo, mentre le labbra si distendono in un sorriso sarcastico, irrorato d’odio verso se stesso. No, lui non riuscirebbe ad uccidersi. Sarebbe persino troppo facile. Lui vuole soffrire, per Tommaso. Vuole che tutti lo evitino, perché è considerato ‘Il matto di T.’. Vuole compiere gesti incivili, al solo scopo di turbare una società che, per la sua gretta meschinità, ha portato alla disperazione più nera un ragazzo già fragile, che non si sentiva accettato.

Cosa ha regalato a Davide, la vita? Un perenne velo di malinconia, che offusca i suoi occhi azzurri, rendendoli opachi: due vetri sporchi, impolverati di passato. Una storia alle spalle che fa male al cuore. Il rimorso di non aver fatto nulla per cambiare vita, quand’era in tempo. La lacerante convinzione che Tommaso aveva ragione, che s’impazzisce a stare in un paese superstizioso, poco aperto alla libertà, all’amore, in tutte le sue forme.

Beve l’ultimo sorso di vino, stringe tra le mani il cartone, sino a deformarlo e lo getta nella vallata, sotto il muretto della Torre.

Davide inquina. Davide beve. Davide piscia per strada. Davide puzza. Davide è gay. Davide è un matto. Davide è alienato. Davide è amore e dolore.


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