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Una storia di Veronicadegregorio

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MONOLOGO DI UN CERVELLO ALL'OBITORIO

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12 minuti

Pubblicato il 06 novembre 2018 in Spiritualità

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I particolari sono inequivocabili. Silenzio assoluto, afrore pestilenziale, mani lungo i fianchi, fiori strozzati da nastri viola. Tranne il volto, corpo coperto da un lenzuolo puzzolente di disinfettante. Location e postazione parlano chiaro. Nessun dubbio, sono in un obitorio, morta stecchita. Quasi. Il cervello no. Lui è ancora vivo. Proprio non ne vuol sapere di andarsene all'inferno. O forse vi è stato così lanciato che ha difficoltà ad uscirne, a spegnersi, una volta per tutte. Però domani mi cremano. Questo mi solleva. Insieme a me dovrebbero bruciare anche la testa e il suo contenuto. Lo spero. Perché pensare per sempre, senza vivere, sarebbe oltre ogni inferno.

Sarà Guelfo a occuparsi della faccenda. E' l'unico che può farlo. Non ho genitori, nè fratelli, e i parenti alla lontana meglio lasciarli dove stanno. Guelfo è più che un amico. Mi conosce fin da bambina. Parente alla lontana di zia Carla, morta cinque anni fa, e alla quale fui affidata a tre anni, quando persi entrambi i genitori in un incidente d'auto, mi ha fatto da padre. Ho lavorato nella redazione del suo giornale fino a ieri, quando uno stronzo di ubriaco, alla guida di una Mercedes nera decappottabile, ha stabilito che fosse l'ultima volta. Mi ha mandata al Creatore così, su due piedi, anzi su uno, quello che pigiava l'acceleratore. Lo ha fatto senza nessun tentativo di scansarmi, travolgendomi e basta, come se fossi un birillo fastidioso sull'orizzonte irraggiungibile e di merda della sua esistenza. Fregandosene del fatto che ho soltanto trent'anni, che avevo da finire un articolo sulla guerra nello Yemen e che stavo leggendo "Il persecutore" di Cortàzar. E' rimasto aperto, a faccia in giù, a pagina 34, accanto a una biro blu servita per sottolineare una frase: "...lui che si allontana tanto, vivendo il suo quarto d'ora in un minuto e mezzo".E' ciò che pensa Cortàzar scrivedo di Charlie Parker, il vero protagonista del racconto nascosto sotto il nome di Johnny Carter. Per Johnny Carter il tempo è una variabile personale. Sta tutto nella testa. Si può attraversare una vita in un quarto d'ora. O vivere un quarto d'ora in un minuto e mezzo. Io in un minuto e mezzo ci sono crepata invece. E' il tempo che è trascorso tra il balzo del mio corpo, scaraventato sull'asfalto dall'ubriaco della Mercedes, e l'ultimo respiro. Avrebbe dovuto coincidere anche con l'ultimo pensiero. E invece no. Percepisco ogni cosa, persino il respiro di Guelfo che mi sta accanto. E' affannoso, quello di chi si succhia tre pacchetti di sigarette al giorno, flagellando un organismo già crocifisso dall'obesità e dal diabete. Una tac gli ha mostrato i polmoni incendiati dal fumo. Ma il fumo gli piace. E la tac l'ha gettata nel cassonetto dei rifiuti speciali.

E' entrato con un fascio di fiori, lilium. Li ha posati ai miei piedi. Sono colorati e bellissimi. Uno spreco di caduca bellezza. Pur nella inutilità, gli sono grata. Tranne il giglio della mia prima comunione, mai ricevuti fiori in vita mia, non da un uomo. Ne ho regalati, molto spesso. Tutte le volte che me li aspettavo. Me li sono procurati da me. Ho piantato semi di una bustina comprata al supermercato. Li ho spiati crescere sul terrazzino di casa. Forse per ricevere fiori bisogna avere la faccia giusta. La mia non lo è stata abbastanza. Che faccia hanno coloro ai quali regalano fiori?

Povero Guelfo. Non avrebbe mai immaginato di sopravvivermi. Ventitré anni di differenza d’età e l'insidia del diabete, sarebbero dovuti essere la legittima distanza perché ciò non avvenisse. Sarà stato avvertito per telefono. "Carabinieri". Il sangue gli sarà esploso nella testa. Ma è uno che non perde la calma, in nessuna circostanza. Avrà incassato la notizia dicendo "Grazie". Non ama gli sprechi, soprattutto di parole. " Francesca è morta", avrà pensato, lo stretto necessario. Poi la corsa in auto, la sosta dal fioraio vicino all'ospedale. La lettera "O" di obitorio, pigiato dal dito nell'ascensore. Il martello del cuore nello stomaco e nelle tempie, il fiato corto.

E' stravolto. Come se una frana lo avesse investito in piena faccia. Mi fissa attonito. Ha un moto di diniego della testa. Sente come una miccia interiore che stia per esplodere. Deflagra violenta. Dentro una parola. "Francesca". E' una invocazione, una sintesi, l'espressione vocale di qualcosa che lo sconquassa, che gli mostra un contenuto che può solo nominare, senza comprenderlo. "Francesca". Si avvicina. Allunga una mano compassionevole. Avverto l'odore del sapone a buon mercato con il quale al mattino si lava la faccia. Mi fa una carezza, sulla testa. E' una mano enorme, calda, temporeggia rassicurante sulla fronte e i capelli. Mi attraversa lieve, come se fossi una bambina alla quale un brutto sogno impedisca di riaddormentarsi. Piange. In silenzio. Tutte le lacrime della terra.

Lo so. Mi vuoi bene. E pregherai per me. Mi affiderai alla misericordia del tuo Dio, lo stesso al quale hai raccomandato tua madre, Anita, zia Clara. E'un Dio solo tuo. Abbiamo sempre litigato su questo. Io non ne ho mai avuti. E qualsiasi colpa abbia, all'inferno non ci andrò. L'ho già superato. Inferno e paradiso restano qui, al di là del periplo di questo letto. Anche se per te è inaccettabile, non andrò, e non sono, da nessuna parte. Non sono. E' semplice, anche se così, lo so, ti lascio senza appigli. Ma è più corretto

So che prenderai con te le mie piante e i miei libri, molti me li hai regalati tu, me ne ricordo. Te ne curerai come se tra quelle foglie e su quelle pagine ci fossi io. Sarà il tuo modo di continuare a farmi vivere. Di dirmi che mi vuoi bene. So che per i miei libri non necessiti di raccomandazioni. Certo, sono tanti, sarà una fatica sistemarli, ma lascerai che si facciano spazio tra i tuoi. C'è buona parte della mia vita oltre quelle copertine. Sono testimonianze del mio esserci stata. Macchie di caffè; qualche capello scivolato dalla spalla; numeri di telefono di chissà chi e appuntati in tutta fretta sulle copertine; dorsi che hanno attraversato le mie guerre. Sono libri vissuti. Tu non li tratteresti mai così. Sfogliandone qualcuno, ti capiterà di trovare un fiore seccoraccolto nei parchi dove mi nascondevo a leggere; un appunto, un tratto di penna che rimarca un'espressione che mi ha colpito e che ho subito dimenticato ( la mia memoria è carente, lo sai); le briciole di biscotti sgranocchiati nei momenti topici della lettura, quelli così emozionanti da ingiungere una pausa per sospendere l'attimo finale. La tua attenzione sarà attratta dai dorsi più sciupati. Aprirai "L'Idiota" di Dostoevskij , immaginerai il mio sguardo seguire il rigo. Mi vedrai nell'atto di alzarmi per prendere una sigaretta o d'interrompere la lettura perché è squillato il telefono. Percepirai l'odore delle mani sporche d'uovo perché, nella fretta di tornare alla lettura, quella volta che le impastai con la farina per prepararmi i biscotti, non le lavai a sufficienza, e ritornai a leggere. Ascolterai i miei silenzi. Percepirai il mio stupore e la mia gratitudine davanti alle pagine di Céline, di Kafka, Carver, di MacCharthy. Scaverai le orme della mia presenza tra minuscoli caratteri stampa. Vedrai le dita che sfogliano le pagine, l'espressione corrugata, quella ruga del pensiero che mi spacca la fronte in due mentre mi soffermo su una parola, una frase, un periodo significativo. Tenterai d' indovinare i pensieri che mi attraversavano, il perché di una sottolineatura. Trovandola, sorriderai. Ti toglierai gli occhiali e pronuncerai con amorevolezza struggente il mio nome "Francesca". Sentirai la mia voce sul limite dell'ennesima accensione di una sigaretta." Dovresti smettere di fumare".


So che terrai una mia fotografia, nel portafogli, quello in similpelle marrone nel quale, ben strette al petto, custodisci quelle di tua madre, di Anita e di zia Carla.

La foto di Anita. Me la mostrasti qualche anno fa. Non me ne avevi mai parlato. Fu quella volta che ti chiesi perché non ti fossi sposato. Gettasti l'ennesima sigaretta fumata a metà, e ti mettesti a riflettere. Prima di porgermela ti soffermasti sulla data. Stava scritta sul retro, 13 Luglio 1978. Era stata scattata nei giardini della villa comunale, quelli dove Zia Carla mi portava da bambina e nei quali, all'epoca, c'era una giostra. S'intravedeva anche sullo sfondo, dietro ad Anita. Era composta da sei cavalli di legno variopinto che per la sproporzione della dimensione verticale con cui i bambini vedono le cose, mi apparivano enormi. Recuperarono le loro inoffensive proporzioni lignee qualche anno più tardi, poi sparirono, insieme alla scena del cerchio festoso che li conteneva. Da bambina mi chiedevo dove finissero i cavalli delle giostre. Forse c’è un cimitero anche per loro.

. "Si chiamava Anita"mi dicesti, con gli occhi liquidi. Lo sussurrasti appena, come se quel nome fosse un cristallo sottilissimo e il solo pronunciarlo potesse infrangerlo. Guardai la foto. Era una donna splendida. Sorrideva nella cornice di lunghissimi capelli rossi. Sprizzava una gioia che entusiasmava l'aria. La sua immagine catturava lo sguardo, annullando tutto lo spazio della rappresentazione. La scena era lei, Anita, ritratta in un ventoso giorno d'estate. Il clic aveva fermato il soffio della brezza tra i capelli e gli svolazzi dello chiffon dell’abito a fiori. Lei teneva il fermo delle mani sul vestito per non scoprirsi le gambe.

" Ci conoscemmo al liceo" - mi raccontò sottovoce." Scegliemmo la stessa facoltà universitaria, lettere classiche" "Facevamo progetti, poi un arresto cardiaco". " Non abbiamo mai fatto l'amore". Non disse nient'altro. Si era ritirato in un silenzio impenetrabile, chiudendo quella frase come se fosse un punto, il terminale ineluttabile di qualcosa da cui sarebbe stato impossibile ripartire. Restò fermo con quell’immagine tra le mani. La fissava con lo stesso indugio struggente con cui, da una nave, si guardi il proprio luogo natio per un’ultima volta. – Mi dispiace - Non mi sentì. Era altrove, in un porto noto solo a lui e da cui il rimpianto gl' impediva di staccarsi, dietro un obiettivo dal quale, tanti anni prima, una promessa di felicità gli sorrideva. Avrei voluto chiedergli come avesse fatto a restare fedele a una foto, a cercare un’assenza disegnata dal vuoto su una panchina. Come se Anita fosse rimasta ad attenderlo, con le dita del vento tra i capelli e gli occhi scintillanti. Da quasi trent’anni. Un’idea. Forse era questo. Le cose esistono perché le pensiamo. E Anita avrebbe continuato a esistere. Dovresti smettere di fumare, gli dissi, indicandogli l’indice e il medio di quella enorme e inoffensiva mano destra, ingialliti di nicotina. Restò in silenzio, sfiorandomi con un’espressione sardonica. Ci avviammo all’uscita. Il passato si ritirò dietro i nostri passi. Anita restò su quella panchina. Fissata raggiante davanti a un obiettivo. Certa di procedere nella stessa direzione dell’uomo che le scattava quella foto e che, speranzoso, la inquadrava oltre quel momento e quello spazio. In un futuro dipanato nella stessa casa. Con la vita che puntava ogni cosa. La tavola apparecchiata per due, le passeggiate al mare, l'albero scintillante fatto a Natale, i figli, il seno di lei. Il seno di Anita. Non ha potuto toccarlo. E' rimasto un'idea, turgida, rotonda, prepotente. Imprigionata tra i pixel sgranati di una vecchia foto. Una promessa di sensualità neanche sfiorata. Serbata per sempre sotto stoffa di cotone colorato. Racchiusa in una forma solo vagheggiata. Resterà un seno magnifico. Il più bello tra i seni.

Penso al passaggio delle nostre vite in quel il parco. Si erano sfiorate prima che ci conoscessimo. Forse, il giorno in cui fu scattata la foto ad Anita, in quel parco c’eravamo entrambi. Io con gli occhi sgranati sulla vita, avvinghiata al pennacchio colorato di un cavallo di legno, ignara che mi sarei rivista da un obitorio, mentre Guelfo, qualche metro più in là, inconsapevole che la fucina del futuro lo aveva già consegnato alla solitudine, metteva a fuoco la sua illusione di felicità. Eravamo entrambi avvenuti. Inizio e fine. Il Tempo è un cerchio, ricongiunge estremità. Guelfo continuerà ad attraversare il parco urbano, ritroverà Anita che gli sorride dalla panchina, me che lo ascolto silenziosa. Prenderà il portafogli che nasconde i seni di Anita. Riguarderà la sua fotografia, e la mia.

Riuscirai a trovare la risposta anche a quest'altro perché di dolore. Te la darà il tuo Dio, quello che ti chiede d'incassare, e di aver pazienza. Hai superato le sue prove, gli hai obbedito saggiando ed allenandoti in entrambe le cose. Prima con la morte di tua madre, poi con quella di Anita e di zia Clara. Hai sofferto come un animale squartato vivo, ma avevi il soccorso del tuo Dio. E alla fine sei riuscito a fartene una ragione. La stessa che troverai per quest'altro lutto. Io non riesco a trovarla. Non posso. Non ho nessun dio a cui chiedere, affidarmi, o contro cui inveire.

Mi guardi. Lo fai senza vedermi. Sei lontano, su un'altra prospettiva, con lo sguardo rivolto all'indietro, sullo scenario del passato. Hai bisogno di prendere tempo, di vedermi da quest'altra parte gradatamente, di risalire i momenti trascorsi insieme, isolare quelli più felici e che, offrendoti un conforto per la mia fine, ti faranno compagnia. Li sceglierai puntando a quelli più sereni, i più efficaci nel garantirti un accettabile contrappeso al tuo dolore. La tua memoria li scorrerà malinconica. Mi cercherai bambina, tenendo con entrambe le mani la foto del mio secondo compleanno, quella in cui ci sono mio padre e mia madre. Mia madre. Vorrei credere in qualche dio solo per illudermi che m'aspetta, insieme a mio padre. Non riesco a ricordarli. A tre anni la memoria è poco sviluppata. Zia Clara diceva che ho eredito le mani di mio padre e lo sguardo di mia madre. Era lì che li cercavo. A volte li trovavo. Osservavo la morfologia del mio viso e il movimento delle mani. Fissavo il fondo degli occhi allo specchio e seguivo le linee delle dita, fino al punto da sentire che non mi appartenevano. Diventavano mia madre che mi guardava amorevole e una carezza di mio padre sulla testa Mio padre e mia madre. Riuniti dalla mia superficie. Era il mio modo di vederli. Di sentirmi figlia. Sapere che arrivavo da qualche parte.

Ora che le mie radici non hanno più importanza e che il mio tempo stringe, ho da chiederti una cosa. Penserai che sia bizzarra, che la morte mi abbia dato alla testa. Ma per me è importante. Raccogli il libro di Cortàzar dal pavimento. Continua a leggerlo. Da pagina 34.

Veronica de Gregorio

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