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Una storia di

Intesa di coppia

Finché morte non vi separi

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Pubblicato il 20 novembre 2019 in Thriller/Noir

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“Quando questa lettera verrà letta mia moglie ed io saremo morti. Vorrei sperare, per quanto mi riguarda, di morte naturale. Ringrazio di nuovo tutti i famigliari, gli amici, i colleghi, per il caloroso cordoglio e vicinanza che mi han dimostrato quando mia moglie si tolse la vita nonostante le mie premure maritali e deontologiche di medico e psichiatra. La sua depressione, malgrado le mie costanti cure, era peggiorata fino a spingerla a quello che viene retoricamente chiamato ‘l’insano gesto’; dalla morte si cerca di rifuggire anche giocando con le parole, non nominandola direttamente. Eppure, in quel triste evento, a nessuno di coloro che mi conosceva, specialmente i colleghi, passò per la mente che a indurre al suicidio mia moglie fossi stato io, di mia spontanea quanto ferrea e paziente volontà. E men che meno fu un’ipotesi formulata dalle Forze dell’Ordine che, per prassi, indagarono sul tragico fatto. Per questo ho lasciato questa lettera con la quale voglio senz’ombra di dubbio chiarire il retroscena di questa storia che, sapevo, mai sarebbe stato intuito e scoperto quand’ero in vita.

“Ero conosciuto come un uomo brillante, un medico capace, un professore che all’università teneva corsi e lezioni sempre frequentatissimi e affollatissime, che fin dai primi passi s’era fatto notare da coloro che prima erano stati i suoi maestri e, successivamente, l’avevano voluto quale intelligente collaboratore, aprendogli la strada a una lunga quanto invidiabile e invidiata carriera. Carriera che non era priva di risvolti mondani, nei quali ero ricercato per la mia cultura, per la mia fama, la mia facondia. Ero cercato, voluto, desiderato anche dal gentil sesso: non poteva esser altrimenti. E quest’ultimo aspetto non poté concretizzarsi che in un matrimonio più che buono. Anzi, ottimo, sotto il profilo sociale. Una condizione si direbbe felice e appagante e, più o meno apertamente, ambita da chiunque.

“Solo in apparenza. Non è tutt’oro quel che luccica, no!

“Certo i primi anni, decenni, fu così. Mia moglie ed io andavamo, come si suol dire ‘d’amore e d’accordo’. E anche la tarda nascita del nostro unico figlio non fece che rafforzare ancor di più la nostra unione. Era arrivato come una speciale benedizione quando mia moglie non era più giovane, dopo tanti tentativi e aborti spontanei e la morte di una figlia dopo pochi giorni dal parto. Questo bel bambino aveva coronato i nostri sforzi e l'irrinunciabile nostra volontà di diventare genitori. Ma per noi il destino aveva in serbo altre prove atroci. Alle soglie di una laurea in medicina e una specializzazione in Neurochirurgia, mio figlio morì in uno stupido incidente stradale: un pazzo che poi morì anche lui dopo il ricovero al pronto soccorso, invadendo la carreggiata opposta si scontrò frontalmente con l’auto di mio figlio che stava ritornando dalla festa di laurea di un amico. Suona banale, lo so, osservare come anni di serenità, sicurezza ricevuti in dono o costruiti caparbiamente giorno dopo giorno possano esser spazzati via in un attimo del tutto inaspettato. E, quel che è peggio, far insospettatamente venir meno una consolidata condizione che, sbagliando, si era creduta immutabile.

“Da quel momento mia moglie gradualmente non fu più la stessa, non fu più la persona che avevo conosciuto e avuto accanto per tutti quegli anni. Nulla era cambiato in apparenza. Avevamo raccolto i resti del nostro dolore e la vita continuava con il suo ritmato trascorrere dei giorni, delle settimane, dei mesi; con le sue consuetudini e i suoi riti. Ma non mi era sfuggito il lento lasciarsi andare di mia moglie che, dapprima solo occasionalmente ma poi con sempre maggior frequenza sorprendevo silenziosa e persa in riflessioni che, pur con la mia competenza e lunga esperienza mediche, non riuscivo a farle esprimere e, perciò, a decifrare. Questi episodi mi facevano percepire un distacco che, col tempo, divenne sempre più grande. Dopo aver perduto nostro figlio, stavo perdendo anche lei? Naturalmente, guardavo dentro di me se, in qualche misura e modo, le avessi fatto dei torti, avessi commesso degli errori, delle mancanze nei suoi confronti. Sì, forse, talvolta, l’avevo trascurata per impegni di lavoro, ma, per quanto mi era stato possibile, avevo sempre cercato di portarla con me, di averla sempre appresso anche in occasioni che avrei potuto considerare e giustificare come lavorative. Anche quando nostro figlio era bambino o adolescente. Eravamo una coppia affiatata, una famiglia. Ne ero felice e fiero. E adesso, constatavo con mio grande rammarico e apprensione che questo mondo che credevo fatto di consolidate certezze si stava incrinando se non proprio già sgretolando per una o più ragioni che non riuscivo a determinare.

“Venne poi il sospetto che a lungo tenni represso nei più profondi recessi del mio io come ipotesi assurda e improponibile: aveva un amante mia moglie? Tutto cominciò in modo curioso. Fin da giovane le piacevano le automobili, sia eleganti berline che auto sportive; ne apprezzava la linea, la velocità, la potenza ma mai fino a quel momento aveva mostrato interesse per la meccanica dei motori né il desiderio di approfondire la materia sino al punto di saperci mettere le mani. La cosa mi stupì per la sua originalità: ch’io sapessi, ben poche donne avevano passioni simili. Poi capii… Aveva cominciato a frequentare un nostro conoscente, un vecchio amico mio, che aveva il medesimo ‘hobby’ per così dire: amava le macchine e ci sapeva fare anche con i motori. Sapeva ripararli se questo non implicava l’uso di utensili che solo un meccanico professionista poteva permettersi e avere nella propria officina. Naturalmente nulla trapelava ed era disdicevole nel loro comportamento. Ma il mio sospetto rimaneva. E, di sicuro, rimaneva – e di giorno in giorno aumentava – il mio senso di allontanamento, perdita, del venir meno di una condivisione su cui si era fondato il nostro matrimonio sin dapprincipio. Mi chiesi anche se ciò che provavo non fosse uno sciocco sentimento infantile e immaturo… No, non lo era. Era, al contrario un mondo voluto e coltivato con dedizione e pazienza negli anni che mi crollava addosso e si svuotava dal di dentro di cui rimanevano – per convenienza di entrambi – soltanto le apparenze. Mi accorgevo che, col passar del tempo tutto questo riuscivo a sopportarlo sempre meno e sarebbe venuto il giorno in cui non lo avrei sopportato affatto. Dovetti quindi affrontare e prendere la decisione più dolorosa della mia vita: assassinare mia moglie. Come? Nel modo più dolce, malcurando alcuni suoi tratti depressivi che, di tanto in tanto, aveva mostrato di avere, accentuandoli, acuendoli anziché mitigarli e lenirli. Mi ci sarebbe voluto del tempo ma prima o poi ‘l’insano gesto’ l’avrebbe compiuto, bastava pazientare…”


Il commissario Quintavalle posò il foglio che aveva appena letto sulla scrivania e riesaminò la busta che l’aveva contenuto; l’indicazione scritta a penna sul fronte con una grafia chiara e quasi ornata era inequivocabile e perentoria: “Da aprire quando mia moglie ed io saremo morti”. In alto a destra un’altra mano aveva posto la data di consegna “5 aprile 2010”.

«Al momento della consegna, non ha fatto alcuna domanda su questa busta, notaio Aldini?»

Aldini, magro e anziano ma con ancora molti capelli in testa, alzò le sopracciglia come a esprimere un ineluttabile fatalismo e rispose:

«Avrei voluto e stavo per farlo ma il dottor Maggi già con lo sguardo mi ha fatto desistere. “Non mi chieda niente”, ha aggiunto e non si aspettava né attendeva alcun commento da parte mia… Poi oggi ho appreso dai giornali dell’incidente in cui è morto lui e quel suo conoscente ch’era con lui… e del suicidio della moglie Gianna… e, visto il contenuto, ho chiamato la Polizia.».

Fu adesso Simona Quintavalle ad alzare le sopracciglia.

«Una tragedia, dottoressa… sapevo che la moglie già da tempo non stava bene e la morte improvvisa del marito deve averle dato il colpo di grazia… Una tragedia che nessuno si aspettava… col corollario dell’incidente, poi!»

«Già.»

Ci fu un silenzio, poi Simona riprese:

«Oltre a questo, il dottor Maggi ha lasciato un testamento, altri documenti?».

«Un testamento che leggerò ai parenti: un fratello, una sorella, una cognata e dei nipoti che convocherò quando le vostre indagini saran terminate… Ne avrete ancora per molto?»

«Non credo. I fatti sono inequivocabili: la signora Maggi s’è suicidata inghiottendo un flacone di barbiturici molto forti. Quando la sorella Paola è arrivata a casa l’ha trovata nella vasca da bagno immersa fino alle spalle in acqua e sangue. Oltre alle pastiglie, quasi a scongiurare un pericolo di vita – di rimaner in vita, intendo – s’era tagliata anche le vene.»

«Terrificante.»

«E, sola in quelle condizioni, più che chiamare l’ambulanza non ha potuto fare. All’ospedale si è potuto fare ancor meno. Con ogni probabilità, se non si fosse anche tagliata le vene, e avendo quindi già perso molto sangue, la lavanda gastrica avrebbe potuto far qualcosa per salvarla ma ormai la situazione era disperata e la signora Maggi è deceduta. I medici ci han chiamati subito…»

«Terribile! Un’intera famiglia finita, scomparsa in poche ore…»

«Càpita, purtroppo. Bè’, questo documento per ora lo teniamo noi. Glielo restituirò quando sarà tutto finito.»

«Lo tenga per quanto è necessario, non si preoccupi.»

Simona e il notaio si alzarono, si salutarono stringendosi la mano e poi, lei lasciò l’ufficio.


C’era qualcosa di non ancora ben e del tutto chiaro in quella strana vicenda: e adesso quella postuma, inaspettata confessione… Medi, il medico legale gliel’aveva confermato: era evidente: era un suicidio. Ma perché così repentino ed improvviso, si era chiesta e ancora si chiedeva lei: qual era stata la causa scatenante? Tornata in ufficio, si sedette alla scrivania e prese in mano il fascicolo sul caso Maggi. Rilesse con attenzione i rapporti di cui disponeva (tra cui il suo). Paola Parpignani, interrogata in loco non appena erano stati chiamati, aveva dichiarato che: 1) quella mattina lei, i coniugi Maggi e un loro comune conoscente – tale Fausto Norrisi, cinquantaduenne, residente a… proprietario di una concessionaria di auto di lusso – avevano programmato di pranzare insieme e, successivamente, una visita all'esposizione di auto d’epoca che si tiene in una città vicina; 2) al suo arrivo a casa della sorella – alle 11:35, più o meno – l’aveva chiamata ma non ricevendo risposta l’aveva cercata per le stanze e trovata in bagno immersa nella vasca con le vene tagliate; 3) aveva perciò chiamato il 118 ch’era arrivato una decina di minuti dopo portando via il corpo della signora Maggi; 4) aveva successivamente cercato di rintracciare il cognato che non era in casa ma il telefonino di questi suonava e suonava senza dar risposta… l’avrebbe ritrovato poi sulla scrivania nello studio di lui: come non di rado accadeva, uscendo quella mattina egli l’aveva dimenticato.

Simona riprese in mano anche il rapporto della Polizia Stradale e il referto del 118 che era arrivato sul luogo dell’incidente. Questo aveva avuto luogo intorno alle dieci, dieci e dieci. Dalle foto si poteva vedere un’auto – una Citroen – accartocciata contro un lampione un po’ piegato; in altre anche i punti dove aveva cozzato contro il guard-rail prima di schiantarsi. Sia il Maggi che il Norrisi erano morti sul colpo. Si ricordò che, appallottolato sotto al comodino della camera da letto, era stato trovato un biglietto. Lo cercò e lo rilesse: “Vado a prendere io Fausto. S’è ritrovato la sua macchina in panne. Poi torneremo a prendere te e Paola. Ciao, Lav.”, che stava per Lavinio. Era stata quest’informazione che aveva scatenato il desiderio di suicidarsi in Gianna Maggi? Se sì, era alquanto strano. Va bene che la signora era depressa, ma un così piccolo contrattempo – facilmente e prontamente superato peraltro – non sembrava giustificare una reazione, una decisione così grave e risoluta. Qualcosa non andava, non quadrava. L’aveva sentito e, adesso, lo sentiva ancor di più. Inoltre, chi era quel loro conoscente, quel Fausto Norrisi, concessionario di automobili di lusso che… “amava le macchine e ci sapeva fare anche con i motori.”? Le venne in mente l’accenno fatto a questa persona dal dottor Maggi nella sua lettera-confessione. Era lui il discreto amante della moglie dell’illustre medico? Era un’ipotesi plausibile. Da verificare.

Per scrupolo, Simona riguardò di nuovo anche i risultati dell’autopsia sulla salma di Gianna Maggi. Tutto come le aveva già riferito a voce Medi: decesso dovuto a una massiccia ingestione di un barbiturico – c’era pure il nome del medicinale. E, ovviamente, per l’emorragia di sangue fuoriuscito dalle vene tagliate. Ma i barbiturici avevano agito già profondamente in maniera decisiva. Un dettaglio attirò la sua attenzione: sotto le unghie delle mani, il dottor Medi aveva trovato delle lievi tracce di olio e grasso. Simona ci rifletté un attimo. Non c’era poi da meravigliarsi tanto se la signora Maggi amava dilettarsi con i motori… Ma quando aveva messo le mani su un motore (e di quale macchina) l’ultima volta? Un’ipotesi un po’ bizzarra, atroce, se vera, e senz’altro indimostrabile ma neanche tanto peregrina e inconcepibile cominciò ad affacciarsi alla sua mente. Prese in mano la cornetta del telefono e compose il numero dell’Istituto di Medicina Legale. Chiese di Medi.

«Buongiorno dottore, sono Simona Quintavalle, mi scusi se la disturbo, sto rileggendo il suo referto sulla morte della signora Gianna Maggi… ricorda?»

«Ciao Simona, nessun disturbo, sì, mi ricordo: che c’è?»

«Volevo chiederle… lei ha scritto che sotto le unghie della signora ha riscontrato tracce d’olio e grasso per motori. Ecco, vorrei sapere se è possibile determinare se quei residui sono vecchi o abbastanza recenti…»

«Bè’ qualcosa è rimasto anche se si era lavata le mani parecchie volte. Potrebbero sì essere recenti. Uno o due giorni prima ma sarebbe difficile stabilirlo con precisione. Ti ripeto: s’era lavata le mani e i residui di olio e grasso sono infinitesimali.»

«Bè’, grazie lo stesso dottore. La saluto e mi scuso ancora per il disturbo.»

«Di niente, figurati. Ciao Simona.»

Il commissario Quintavalle, rimise a posto la cornetta del telefono e, quasi volesse rilassarsi, appoggiò la schiena sulla spalliera della poltroncina. Sì, l’ipotesi sulla dinamica dei fatti era difficile da dimostrare ma, se non altro, spiegava in maniera più che soddisfacente l’improvvisa decisione della Maggi di togliersi la vita e il movente che l’aveva determinata. Per definirla ancor meglio doveva fare quella verifica sui rapporti del Norrisi con Gianna Maggi. Simona si alzò e, preso il giubbotto, usci.


A Casa Maggi, dove Simona era andata, c’erano molte persone. Conoscenti, parenti lontani, telefono che squillava ogni minuto e, visibilmente stanca e provata, a tener testa a tutto questo, Paola Parpignani. Sapeva Simona che il momento era quanto mai inopportuno, tanto più che tutta la vicenda era stata chiara fin dall’inizio, quindi l’espressione velatamente un po’ seccata della donna era più che comprensibile.

«In che altro posso esserle utile, commissario?», le chiese cercando di assumere un atteggiamento distaccato e diplomaticamente gentile dopo che si erano chiuse nello studio del cognato.

«Mi voglia scusare. È evidente che questo è il momento meno adatto per chiederle dei chiarimenti …»

Paola Parpignani diede un’alzata di sopracciglia molto eloquente, quasi ironica.

«Ma vorrei sapere un po’ di più – sempre che lei lo sappia – su Fausto Norrisi…»

Fu evidente la sorpresa nel volto della Parpignani, questa volta.

«Be’, Fausto è – era – un caro amico di famiglia.»

«I Maggi lo conoscevano da molto?»

«Sì. Da prima, credo, che mia sorella e Lavinio, il dottor Maggi si fidanzassero; se non ricordo male era stato un compagno d’armi di mio cognato: si erano conosciuti durante il servizio militare.»

«Veramente da molto allora!»

«Sì. Ma posso domandarle, commissario, perché me lo chiede? Non vedo che altro ci sia da chiarire in questo caso così lampante di suicidio…»

Le si inumidirono gli occhi e, per darsi un contegno, si soffiò il naso.

Venne per Simona il momento più difficile: rivelare o no dell’esistenza e del contenuto della lettera lasciata dal Maggi al notaio Aldini?

«Vede signora Parpignani», iniziò il commissario con cautela. «Si ha ragione di ritenere…» Esitò.

«Ritenere cosa?» incalzò quasi infastidita Paola Parpignani.

Simona, a questo punto, dovette suo malgrado essere brutalmente diretta.

«Di ritenere che Fausto Norrisi sia stato e fosse l’amante di sua sorella.»

La sua interlocutrice aprì la bocca ma non per la sorpresa di un’imbarazzante rivelazione ma perché quest’ultima era a conoscenza anche della Polizia.

«Come avete fatto a saperlo?»

Simona abbozzò un sorriso di lieve sufficienza come per sottolineare che nella presente situazione spettava a lei porre domande. Ma continuò:

«A tempo e modo debiti, lo verrà a sapere anche lei. Quindi, da quello che mi ha detto, sua sorella Gianna Maggi e il signor Fausto Norrisi erano amanti? Conferma?».

«Confermo.»

«Da quando?»

«Da qualche anno. Non saprei dirle con precisione quando la loro storia sia iniziata.»

«Storia molto discreta… Suo cognato ne era al corrente, li aveva scoperti… sapeva?»

«Probabilmente aveva capito… a un certo punto… che tra i due c’era del tenero…»

«E, che lei sappia, ha mai affrontato la questione con la moglie o col Norrisi?»

«Mah! Non ho mai saputo lo abbia fatto. Né mia sorella mi ha detto niente… Avevano saputo farci così bene, era stata tale la loro discrezione che, esteriormente, l’esistenza della loro relazione si era potuto soltanto supporre come probabile, mai certa.»

«Ma sua sorella Gianna, s’è mai confidata con lei in proposito?»

«No. Solo, talvolta, vaghi accenni scherzosi che, in quanto tali, potevano con facilità venir negati e smentiti.»

Il commissario aveva saputo ciò che aveva voluto sapere e non aveva nient’altro da domandare.

«Va bene, signora Parpignani. La ringrazio er la disponibilità in questo momento così delicato. Mi permetta di rinnovarle le condoglianze.»

«La ringrazio anch'io. Ma non può proprio dirmi come la Polizia ha avuto conoscenza di questo aspetto della vita intima di mia sorella?»

«Riservatezza dell’indagine a parte, non credo spetti a me dirglielo. Mi spiace.»

Simona le porse la mano che Paola Parpignani strinse mollemente e meccanicamente. Sembrava ora un po’ agitata.

Sì, l’ipotesi sulla dinamica dei fatti che le era frullata in testa, si stava facendo sempre più plausibile e concreta. Come già aveva sospettato, anche dimostrarla rimaneva piuttosto difficile.


«Notaio Aldini, buongiorno!»

«Commissario, buongiorno a lei.»

«Sono venuta a restituirle questo documento.» Simona porse una busta all'anziano notaio, che da dietro la scrivania piena di incartamenti dov’era seduto si era alzato.

«Ah, la lettera del povero dottor Maggi… Le è stata utile per chiarire gli eventi?»

«Senz'altro! Mi ha indotto a vedere tutta la tragica vicenda da prospettive diverse e a riconsiderare i fatti.»

«E, se posso chiedere, a quali conclusioni l’ha fatta pervenire? Il suicidio della moglie Gianna è fuor di dubbio, no?»

«Non ci piove: s’e proprio ammazzata. Ma potrebbe non essere la prevista conseguenza della lenta azione messa in opera dal marito.»

«Ovvero?»

«Ovvero quello che per la signora voleva essere un omicidio premeditato, mascherato da incidente, s’è rivelato un boomerang nei suoi confronti.»

«Mi scusi, non capisco…»

«Erano veri i sospetti, o la certezza, espressi dal dottor Maggi in questa lettera sul fatto che la moglie avesse da tempo un amante. Un amante che “amava le macchine e ci sapeva fare anche con i motori.” E questa sua esperienza da meccanico deve averla anche passata alla signora Maggi che aveva anche lei sviluppato un interesse per i motori. Come del resto è scritto.»

«Ebbene?»

«Ebbene, dottor Aldini, se Maggi aveva pensato di portare la moglie al suicidio, per vendicarsi dell’abbandono e del tradimento di lei, anche quest’ultima – forse di concerto con l’amante, ma questo non è sicuro – aveva pensato bene di sbarazzarsi di lui tramite un inatteso quanto increscioso incidente stradale, provocato dalla manomissione – che so – dei freni, dell’acceleratore o dello sterzo o di chissà cos'altro: non si può appurare, visto che l’automobile è un ammasso di lamiere contorte.»

«Stento a crederlo…», commentò il notaio.

«A ipotizzarlo io no.», replicò Simona, che continuò:

«E fin qui tutto liscio. Deve aver manomesso il motore il giorno prima della programmata visita alla mostra di automobili d’epoca, convinta che in quell’occasione, come probabilmente concordato, si sarebbe usata la macchina del Norrisi. Il marito avrebbe dovuto avere l’incidente il giorno successivo, andando al lavoro, magari. Ma il Caso, col quale è difficile far previsioni, ci ha messo lo zampino. La fatidica mattina, appena sveglia, Gianna Maggi trova un biglietto del marito col quale questi la informa che, per un motivo – guarda un po’ – meccanico, la macchina di Fausto Norrisi ha dato forfait e che quindi si userà la sua: egli andrà a prendere l’amico e insieme torneranno a prendere lei e sua sorella Paola. La Maggi è sconvolta. Il suo piano, inaspettatamente, le si ritorce contro e su quell'auto in cui deve morire il marito c’è in quel momento anche il suo amante. Per cercare in extremis di fermare tutto cerca di contattare il coniuge, presumibilmente; ma il telefonino, il dottor Maggi l’aveva dimenticato a casa nel suo studio, come non di rado gli capitava. Con ogni probabilità, avrà allora tentato di contattare il Norrisi ma, anche qui, non ottiene inspiegabilmente risposta: il cellulare dell’amante è spento? Non c’è campo? o semplicemente si è abbassato, finanche azzerato, il volume – a volte può succedere – e il Norrisi non lo sente… Ora quel telefonino è andato distrutto nell’impatto. Gianna Maggi avrà interpretato il silenzio del marito e del Norrisi come incidente avvenuto: per lei è la fine. Chissà, si sarà resa conto che, per rifarsi una vita coll’amante, coll’indesiderata quanto impensata partecipazione del Caso, aveva invece rovinato irrimediabilmente il proprio avvenire, di fatto cancellandolo. Già depressa, non le è rimasto che farla finita. Senza tema di sbagliare questa volta. Prende quindi i barbiturici e, come le ho già detto, notaio, per evitare ogni pericolo di vita, si taglia anche le vene».

«Sono senza parole.»

«Non credo ce ne siano…»

Ci fu una pausa e Simona sorrise.

«Cosa la fa sorridere in questa storia così triste e tragica, commissario?»

«L’ironia della sorte di questa coppia disgraziata che sarà andata anche d’accordo per un certo periodo ma che poi non s’è più intesa; e l’ultima volta che l’ha fatto è stato per uccidersi a vicenda. All'insaputa l’uno dell’altra, per giunta.»

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