scrivi

Una storia di AlessandroCiviero

Quello che resta di un sogno a Venezia

152 visualizzazioni

50 minuti

Pubblicato il 28 luglio 2019 in Altro

Tags: #Sogno #fantasia #desideri #amicizia #viaggio

0

Il punto era: che ci faceva Micol nel mio sogno? Perché si trattava di un sogno. Era palese, da quello che successe dopo! Non potevo trovarmi a Venezia per un’audizione al Festival internazionale del teatro, organizzato dalla Biennale. Non era nelle mie possibilità, e poi, cosa c’entrava tutto questo? A me piaceva cantare, non recitare, anche se le due cose vanno interpretate con la stessa passione e con lo stesso trasporto.

Il fatto era che mi trovavo a Venezia, in un sogno, perché di questo si trattava; null’altro che un sogno. Ero sceso al capolinea del treno, nella stazione che più capolinea non si può, ed il pegno da pagare al sogno era che il treno potesse continuare oltre ai binari fino ad inabissarsi nel Canal Grande, antistante il piazzale di pietra grigia che rifletteva i raggi di un sole alto e luminoso.

Dopo essere sceso dal treno, da questo binario che niente aveva da invidiare al 9 e ¾ di King’s Cross, mi ero perso tra le calli intorno alla stazione, senza avere l’accortezza di chiedere informazioni, in quanto io non c’ero mai stato a Venezia! Ma nel sogno, ovunque si posasse il mio sguardo, era come se tutto fosse noto e meraviglioso. Per me era attraente perdersi in quella vastità di arte e paesaggio, sapore di salmastro e sole luminoso che, nonostante tutto, si rifletteva nelle acque torbide e poco increspate dei canali. E poi, a chi avrei potuto chiedere informazioni sulla direzione da prendere? La gente sembrava una marea compatta di turisti, che come in una scena da esodo, prendevano tutti la stessa strada, fluendo in gregge dietro ad improbabili pastori ornati di ombrellino colorato che alzavano sopra la testa per farsi notare. Però credo che questa scena non sia del tutto irreale…

Fortunatamente il mio sogno continuava da un’altra parte, perché mi ero disgregato dalla massa, con il risultato di perdermi in viuzze poco frequentate, dove piccoli negozi e botteghe, illuminavano facciate scure e fruste dal tempo, che le stava lentamente ed inesorabilmente logorando, come un subdolo morbo non completamente manifesto.

Ad un certo punto mi ero fermato davanti ad un portone, dal quale era stata rapita la mia scettica curiosità. Si trovava dall’altra parte di uno stretto canale, che passava pigro e maleodorante, tra un’angusta fondamenta e la facciata di mattoni malconci di un palazzo anonimo, forse il retro di qualche casa che, dall’altro lato, dava su calli più importanti. Non ne capii il senso.

Il portone era di colore azzurro stinto, sovrastato da una lunetta di ferro ingrommata di ruggine, che forse una volta era stata dipinta di giallo, con dei raggi che spuntavano dal semicerchio centrale, aprendosi in un ventaglio ora scialbo e triste. Tutta la facciata del palazzo era decadente, con i mattoni rossi che facevano capolino da sotto l’intonaco ingiallito e staccato come pelle morta e mai rigenerata. Accanto al portone, c’era anche una finestra, resa cieca da ante grigie e sbarrate come l’occhio guercio di un pirata dalla benda vecchia e bisunta. Ciò che mi aveva attirato era il portone dal colore allegro come un cielo terso, ma che poi sfumava nel pallore del legno consumato, incontrando una soglia di marmo bianco e la sottostante pietra sulla quale tutto il fabbricato poggiava, che era stanca e scura, aggredita dal verdastro delle alghe e dalle incrostazioni che l’acqua del canale aveva portato con sé per anni ed anni. Per me, quel portone e la sua ieratica presenza, era senza senso, in quanto si apriva sul nulla. Ovvero così sembrava ai miei occhi di neofita. A cosa poteva servire una porta che andava a finire direttamente in acqua? Mi figuravo la gente che spalancava il portone color cielo e con un passo goffo, non trovando l’appoggio cadeva nel canale, come in un film comico. Ma non c’era nulla di comico nel sogno.

Venni infatti distratto da quella inopportuna divagazione dalla voce di un barcaiolo. No, non era un gondoliere, nel mio sogno, ma un semplice barcaiolo dai modi spicci e dalla voce cantilenante; l’unica persona che nella fantasia onirica, sembrava realmente appartenere a quel luogo. Spingendo la barchetta con fare inesorabile lungo il canale, si rivolse a me e disse nel suo dialetto che, non so come, compresi perfettamente: «Cosa ti gà, fio… no ti conoxi Venexia?» E con un sorriso beffardo, scuotendo un po’ la testa in segno di commiserazione, il barcaiolo mi transitò davanti, abbandonandomi alle mie perplessità.


Ma torniamo a Micol. Già, che ci faceva Micol nel mio sogno? Ancora non riesco a spiegarlo a me stesso, figuriamoci se saprò descriverlo a qualcun altro.

Continuai a vagare per un po’ di tempo per le calli, scoprendo che gli angoli nascosti della città, contrastavano nettamente con il monumentale scenario dei palazzi signorili a cui tutti sono abituati, e che si stagliano maestosi lungo i viali acquatici, in colori sgargianti e svolazzi architettonici di espressione a tratti gotica, a tratti orientaleggiante, anzi, moresca. Non c’era niente di tutto questo, lungo la mia errante passeggiata.

Ad un tratto mi trovai in una piazzetta tranquilla, lastricata in pietra d’Istria, con una specie di pozzo marmoreo al centro, istoriato di bassorilievi e chiuso da un coperchio di piombo a campana, del tutto fuori luogo, in quanto mi chiedevo dove quel pozzo potesse pescare l’acqua, essendo la città interamente galleggiante su una laguna salmastra. C’erano poche persone, immerse nei fatti propri, nell’indifferenza pressoché totale alla bellezza o al degrado che le circondava. C’era chi trafficava con il cellulare, chi sistemava all’orecchio cuffiette da iPod, chi chiacchierava con conoscenti, all’ombra di un sottoportico medioevale. Alcuni immancabili negozi che ostentavano espositori di cartoline; ganci al muro, carichi di cappelli di paglia da gondoliere; visiere e t-shirt con la scritta internazionale “I ♥ Venice”. Tutte cose di pessimo gusto. Gran parte della piazzetta era occupata da ombrelloni e tavolini di un caffè, o di un bar; che a Venezia non si chiamano così. Qualcosa nel sogno mi suggeriva che si trattava di un “bàcaro”, una tipica osteria di carattere popolare, dove viene offerta una vasta scelta di vini al calice, accompagnata da altrettanta varietà di stuzzichini da mangiare, i cosiddetti “cichéti”. Attratto dall’aria rustica ma allettante del posto, entrai, e fu lì che trovai Micol.

Il locale era striminzito, poco più di una stanza dal soffitto basso, arredata da locanda degli anni Cinquanta, come suggerivano il bancone di legno scuro dalle vetrinette antiquate, i ripiani in marmo macchiato dei tavolini rotondi, una troneggiante macchina da caffè espresso su di cui ci si poteva specchiare, tanto era lucido il rivestimento d’acciaio. Poca gente sedeva ai tavolini, immersa in un quotidiano o nell’immancabile telefonino, con accanto il calice di vino. Dietro al bancone, la figura un po’ inconsueta di una barista in maniche di camicia, per niente alta, e non proprio snella, dai capelli tenuti corti, decisamente dal taglio mascolino, che non riconobbi subito. Quanto si rivolse a me, aveva però un sorriso che ornava un volto liscio e gentile e gli occhi vispi che risaltavano sul suo viso ovale per il taglio dei capelli cortissimo. Era Micol.

«Come posso aiutarla?» Chiese subito, nella forma anglosassone che si usa negli esercizi commerciali, e aveva parlato in inglese, come se le fosse già molto chiaro che non ero italiano, ma un turista. Oppure, nel mio sogno, doveva per forza funzionare così. Mi sorpresi subito:

«Ehi, Micol! Che diavolo ci fai qui?» Avevo conosciuto Micol a Londra alcuni anni prima, ad un’audizione per cantanti e cantautori emergenti. Lei aveva un talento innato, una capacità canora che andava oltre alle mie velleità, e che io ovviamente avevo sempre ammirato. Così era improprio che mi chiedessi cosa ci facesse lei nel mio sogno, ma del tutto appropriata la mia sorpresa nel vederla dietro al bancone di un “bàcaro”, a Venezia. Mi riconobbe a sua volta, e di slancio, aggirando il bancone dell’osteria, venne ad abbracciarmi.

«Come cosa ci faccio, qui? È il tuo sogno, no? Puoi trovarci chiunque t’immagini.» Certo, la sua spiegazione era logica, ma non giustificava la situazione. Io dovevo essere a Venezia per l’audizione al Festival internazionale del teatro, organizzato dalla Biennale d’Arte, non in un “bàcaro” di Calle Sconosciuta. Tentai di farlo presente a Micol, cercando di convincere me stesso. Lei rise e mi diede una leggera pacca sulla spalla. «Okay, ma intanto ti servo qualcosa.» Io feci una leggera smorfia rassegnata e mi guardai intorno. Adesso il locale sembrava affollatissimo e non c’era posto per sedersi. Micol mi disse: «prendi un tavolino fuori, io arrivo subito…», tornando dietro al bancone.

La protezione dell’ombrellone offriva un piacevole riparo alla spiccata luce del sole. Guardai l’orologio che portavo al polso senza vederlo, e non saprei dire se lo feci per la premura di giungere alla mia destinazione, in verità ancora sconosciuta, oppure solamente per un fatto meccanico. Comunque sia, non ricordo che ora fosse, o se avesse importanza, nel sogno. Micol tornò qualche attimo dopo, con un piattino carico di “cichéti”, tra cui crostini di baccalà mantecato, uova sode con alici, e… non ricordo cos’altro. Assieme alle leccornie, mi portò un calice di prosecco talmente fresco, che il bicchiere era sudato di condensa, per il contrasto tra il caldo esterno e il vino refrigerato. Io le sorrisi, in vena di farle un sacco di domande a cui sapevo che evidentemente non potevano esistere risposte sensate. Domande del tipo: che ci fai a Venezia? com’è che lavori in un “bàcaro”? ma canti ancora? scrivi le tue canzoni? qui ci vivi, o sei solo di passaggio? Cose di questo genere, delle quali appunto, non conoscevo nessuna risposta e probabilmente il mio inconscio non poteva sostituirsi alla realtà del sogno. O forse sì.

Micol comunque anticipò tutte le mie fantasiose curiosità, incontrandomi, occhi negli occhi, mentre mi porgeva il calice di prosecco: «Per quella audizione alla Biennale, secondo me lui ne sa qualcosa…», e con questo apparve in scena il primo personaggio famoso del sogno.


Uscito da chissà dove, l’uomo, non molto più alto di Micol, era sulla settantina, con un ventre prominente, contenuto da una magliettina nera, sopra cui indossava una giacca sportiva nera, in testa un cappellino degli New York Yankees, calato sugli occhi e sul testone calvo e rasato, con un accenno di peluria argentata, un pizzetto dello stesso colore. Si era seduto al tavolo, di fronte a me. Alzato lo sguardo, egli incrociò il mio, ed allora riconobbi i suoi occhi malinconici, un po’ sporgenti, e il sorriso sornione, che risaltava sull’incarnato olivastro, quasi bruno. Non potevo crederci: era Billy Joel!

Okay, vada per Micol, che conoscevo da anni e con cui avevo perso i contatti da un po’. Ma cosa c’entrava con me una star internazionale del calibro di Billy? E cosa diamine ci faceva in un posto insignificante come quello, a Venezia, Italy? Ma del resto, era tutto un sogno, no?

Amavo cantare le canzoni di Billy Joel, e trovarmelo davanti all’improvviso, in una situazione paradossale ancorché irreale, mi aveva lasciato senza parole. Innanzi tutto, avrei voluto complimentarmi con lui, con il suo genio di cantautore, ed anche se in questi ultimi anni non era esattamente in auge, non potevo che esprimergli tutta la mia ammirazione per quello che aveva dato alla musica… insomma, cose così scontate, che quasi me ne vergognavo. Infatti, non dissi nulla.

Billy cercò di mettermi a mio agio, chiedendo se potesse ordinare un calice di prosecco, per cui mi assicurai immediatamente che gli venisse servito. Mentre iniziammo a parlare, il mio inconscio mi suggerì che l’uomo e il musicista che mi stava davanti aveva cantato e suonato assieme a Ray Charles, Paul McCartney ed Elton John! Aveva scritto le canzoni “Piano Man”, “Honesty”, “Just the way you are” e “She’s always a woman”. Non credo serva aggiungere altro. Stava di fatto che Billy era seduto al tavolo di un bar con me e conversavamo come vecchi amici.

Dopo un po’, mi accorsi che c’era qualcosa che non andava. Mi stavo scordando del motivo per cui ero in quella città. Rischiavo di saltare la mia audizione e così di perdere la mia occasione di farmi conoscere ed apprezzare come cantante. E per quale ragione? Per colpa di uno dei miei artisti preferiti. Cosa mi aveva detto Micol? Di chiedere a Billy dell’audizione, perché lui ne sapeva certamente qualcosa. Ma Billy Joel non era il vero Billy Joel; era solo una mia proiezione mentale, che mi parlava attraverso i versi delle sue canzoni, qualsiasi cosa gli chiedessi.

Quindi era logico che, parlandomi delle donne: “lei ha un modo… ma non so cosa sia…”, “Lei può ucciderti con un sorriso, ferirti con gli occhi… prenderti o lasciarti… ti può chiedere di essere sincero, e non crederti mai… darti l’Eden o ferirti e poi deriderti… ma comunque è sempre una donna… per me.” Oppure, raccontandomi della sua esperienza: “mi disse, figliolo, vattene dalla campagna…”, “cantaci una canzone, sei il pianista… cantaci una canzone stasera, che siamo in vena di melodia e tu devi farci sentire bene.” Ed anche: “il cantante di strada, non canta sui palcoscenici, non ha bisogno di orchestrazione, la melodia viene da sé”. Si rivelava interessante, filosofico a tratti, quando esprimeva che, nei riguardi della musica e dell’essere musicisti: “oggi sono il tuo campione, posso conquistare il tuo cuore, ma conosco il gioco, scorderai il mio nome e non ci sarò più tra un anno, se non riesco a stare in classifica”. Oppure che, in fondo: “l’onestà è solo una parola solitaria, tutti sono così fasulli. L’onestà non è quasi mai ascoltata, ed è soprattutto quello di cui ho bisogno da te.” Onestà e verità, o finzione e menzogna. Che cos’era un sogno?

Improvvisamente mi alzai in piedi, notando uno scatto di sorpresa nello sguardo del mio affabile ospite, ma qualcosa mi aveva fatto capire che la situazione grottesca in cui versavo, mi avrebbe impedito di raggiungere il mio scopo: «Cos’hai detto?» Chiesi a Billy, quasi assalendolo. Lui alzò le spalle, senza replicare, ma io insistevo: «Ma sì! Che dicevi di lei?» Era assurdo che non ricordassi le parole di una canzone di Billy Joel, quando le conoscevo tutte benissimo.

Egli sorrise, levando leggermente il calice dal tavolo di legno, ancora nel cono d’ombra del nostro riparo, e disse: «She’s got a way…», ma certo! Era lei, solo lei che aveva la risposa, che sapeva la strada. Micol! Corsi dentro al locale, e il “bacaro” mi parve di colpo deserto. Eppure non era uscito nessuno, quando avevo visto che, fino a pochi minuti prima, era affollato. Dietro al bancone cercai quasi disperatamente la mia amica, ma c’era solo un tipo mai visto, alto ed allampanato, eccessivamente magro, quasi che la schiena si ingobbiva, e sul suo volto allungato e scarno c’era un sorriso cavallino: «Dov’è Micol?» chiesi con foga. Quello mi guardò con aria interrogativa, costringendomi ad insistere, ed alzare il tono: «Micol, la ragazza che lavora qui!» Egli annuì, poco convinto: «Ah, sì. Se n’è tornata a casa.» Come poteva essere che la mia amica se ne fosse andata senza neanche salutarmi? Inganni della mente. Chiesi al nuovo oste dove Micol abitasse, ma sembrava capire male la mia lingua, il mio accento. O forse fingeva, a proposito di onestà.

Tornai fuori per interrogare nuovamente Billy Joel, ma lui non c’era più, ed al tavolino nascosto nella penombra, sedeva tranquillo un eccentrico personaggio immerso nella lettura di un libro voluminoso e dalle pagine sottili ed ingiallite. Vestiva in modo strano, con una rekel nera, pantaloni sformati neri, calze di seta lunghe e mocassini, dello stesso colore. Aveva un cappello a tesa larga, da cui spuntavano un paio di ciuffi inanellati. Il volto serio e concentrato nella lettura, era quasi completamente nascosto da una barba lunga fino al petto, ma non foltissima. Un ebreo chassidico.

D’accordo che Billy Joel era di origine ebraica, ma la sua sostituzione con tale individuo si rivelava un’altra situazione insensata, che dovevo affrontare, perché qualcosa mi diceva che il repentino mutamento avrebbe prodotto una soluzione ai miei affanni. Non sapevo come approcciare l’uomo, non volendo distrarlo dalla lettura di quello che era certamente un testo sacro. Mi convinsi comunque che un vero integralista non si sarebbe mai seduto al tavolo di un bar per studiare le Scritture, quindi lo salutai con garbo. Egli levò uno sguardo interrogativo dalle pagine fitte del suo libro ed espresse grande stupore, come temevo; allora, per tutta risposta e senza parlare, ma rivolgendogli un’eloquente occhiata di rimprovero, gli feci notare dove si trovasse e, con un sorriso e un gesto di salute ironico, sollevai il calice di prosecco che avevo conservato in mano. Indignato, l’ebreo si alzò dal tavolo richiudendo il libro, mi volse le spalle, e a grandi passi si allontanò sulla piazzetta ancora irradiata dal sole. Stavo già maledicendo la mia insulsa stupidità, quando notai che l’uomo in nero, al limite dello slargo, si girava nuovamente verso di me e mi fece un cenno, per invitarmi a seguirlo.


Rimanendo a una rispettosa distanza, tallonai lo charedì lungo un breve dedalo di calli nascoste che improvvisamente sbucavano presso il Ponte delle Guglie. Oltre il canale, dopo aver svoltato a sinistra, la mia guida sparì improvvisamente, come inghiottita dalla facciata di qualche palazzo o fabbricato che si prolungava senza interruzione lungo la fondamenta che lo costeggiava. Raggiunto il punto dove l’ebreo ortodosso era scomparso, mi resi conto che, tra l’ingresso di un ristorante e quello di una farmacia, vi era lo stretto e anonimo accesso ad un sottoportico, come ce ne sono tanti a Venezia.

Un architrave di legno scuro e consunto dai secoli, era l’accesso al Ghetto, che mi parve piuttosto arcano e nascosto. L’uomo che mi precedeva non poteva che essere passato di là e quindi imboccai la stradina. Sbucato dall’altra parte dello scuro e breve sottoportico antico, fui come trasportato in un mondo a parte. Non perché il contesto fosse stonato e nemmeno lo stile delle costruzioni e dei vicoli era dissimile a quanto avevo visto in precedenza, piuttosto l’atmosfera era diversa.

L’ambiente era sicuramente meno convulso rispetto all’esterno, le strade per nulla affollate. La stretta calle era racchiusa tra i muri ben intonacati di due palazzi, dalle serrande dei negozi e i portoni delle abitazioni sprangati. Mi stavo chiedendo il motivo, quando pensai che era sabato e che io ero a Venezia per un’audizione canora. Questo mi fece voltare indietro, verso il passaggio che portava fuori dal Ghetto ebraico, poi in lontananza scorsi di nuovo la figura impettita e nera dell’uomo che stavo seguendo e mi misi a correre per raggiungerlo. La calle, che continuava dopo un piccolo slargo tenendo la sinistra, conduceva di fronte alla facciata austera e monumentale della sinagoga.

Il portone intagliato a motivi floreali e dal colore verdeazzurro si richiuse pesantemente alle spalle del personaggio che stavo seguendo, facendomi intuire che anch’egli fosse uscito di scena, come tutti gli altri comprimari di questo strano sogno. Sapevo infatti che non mi era possibile varcare la soglia dell’austera costruzione davanti a me. Mi chiedevo che cosa sarebbe accaduto adesso, e se avessi fatto bene a seguire l’uomo in nero, senza peraltro avere nessun indizio che quella fosse la mossa giusta da fare. Stavo cercando di capire che senso avesse ritenere fondamentale ritrovare Micol, scomparsa improvvisamente di scena, e se quello fosse il posto giusto per cercarla.

Un uomo anziano comparve dal fondo della calle. Indossava abiti normali, quasi dimessi, ma sopra le spalle si stava sistemando un ampio tallit, lo scialle di preghiera bianco con le frange e le strisce scure, che gli faceva assumere un’aria rispettabile e solenne. Era basso di statura, con un viso scarno e rugoso, e sopra la testa quasi calva e grigia portava una kippah finemente ricamata.

«Rabbi…», lo chiamai gentilmente, quando mi passò davanti, per entrare nel tempio. L’anziano si fermò e alzò lo sguardo di due occhi piccoli ma vispi e grigi, e mettendosi a ridere mi disse:

«Non sono un rabbino, figliolo. Che stai cercando?» Era ben disposto ed io ne approfittai subito:

«Cerco una persona. Una ragazza che si chiama Micol.» Il vecchio sembrava divertito e rispose:

«Oh, certo… qui abbiamo molte Micol, ed anche Ruth, Judith o Devora…»

«A lei piace cantare.» Spiegai impulsivamente. Il nonnetto smise di ridere, ma non perse la sua bella espressione. Sembrava meditare su quello che gli avevo domandato, forse chiedendosi se poteva fidarsi di uno come me, mentre mi squadrava dalla testa ai piedi con occhiate penetranti. Passato il suo esame esteriore, e forse non solo, fece drappeggiare lo scialle che gli era sceso un poco e mi disse, con un cenno della testa: «Vieni con me.»


La piazza dietro la sinagoga si apriva ampia e circondata da caseggiati antichi e più o meno conservati o restaurati. Alcune trifore ai piani alti indicavano le sedi delle antiche “schole” e al centro del selciato lindo vi era un’aiola verdeggiante con un salice e un sicomoro monumentale.

I palazzi avevano numerose porte che si aprivano al pianterreno, altre file di finestre rettangolari al piano terra, polifore ad arco tondo al piano primo o secondo, ed ancora finestre squadrate, ma erano del tutto assenti le tipiche finestre ad ogiva, caratteristiche inconfondibili di Venezia.

L’anziano israelita, con un passo sorprendentemente sciolto e rapido, mi fece attraversare la piazza che cominciava ad essere in ombra, a tal punto che mi chiesi se stesse venendo improvvisamente sera ed io non fossi irrimediabilmente in ritardo per la mia agognata audizione. Al piano terra di uno dei caseggiati di cui avevo visto le facciate da lontano, le porte vetrate emanavano già una luce artificiale gialla ed accogliente che filtrava da dentro.

L’uomo tolse dalle spalle il suo scialle da preghiera e, ripiegandolo con estrema cura, lo appoggiò sull’avambraccio sinistro, mentre con l’altra mano aprì uno degli ingressi che dava su un piccolo locale. Il luogo sembrava una bottega, ma avrebbe potuto anche essere lo studio di un artista o un bazar, tanto era arredato da mobili antichi e riempito incredibilmente di ogni sorta di oggetto, tutto di sapore orientaleggiante. Oltre a questo notai che c’erano anche molte piante, quasi si potesse trattare di una fioreria, o qualcosa di simile. L’atmosfera era frastornante di odori, sapori, colori e subito non mi accorsi della presenza di una persona. Solo quando l’anziano signore che mi aveva accompagnato le rivolse la parola, mi accorsi della ragazza che sedeva dietro ad un tavolo, e ne rimasi incantato.

Devo dire che mi sembrò subito molto giovane, impressione confermata dall’incarnato piacevolmente bronzeo, ingentilito da caratteri somatici del tutto esotici; sembrava che la sua pelle, i suoi capelli e i suoi occhi assorbissero le ombre tutto intorno, per restituirne luce.

Aveva un volto gentile, tratti regolari, una bocca sottile ma dal dolce sorriso, gli occhi leggermente a mandorla, di un profondo castano scuro, i capelli voluminosi e morbidi dello stesso colore, che le scendevano su spalle strette e scoperte.

Indossava un completo leggero fatto da pantaloni e top a fantasie colorate, che sembrava uscito da un racconto delle mille e una notte, più di tradizione araba che semitica. Stava seduta con una gamba piegata sotto la coscia dell’altra, che lasciava penzolare dalla sedia dondolando un piedino sottile e liscio chiuso dentro ad un sandalo infradito. Sorreggeva in grembo un cestino di vimini chiaro, dentro al quale, usando con delicatezza le mani affusolate, intrecciava steli o rami morbidi di piante che sembravano gelsomini o passiflora, e che riempivano il locale di un profumo intenso.

Quando il vecchio le parlò, lei smise di intrecciare fiori e sorrise, scoprendo una fila di denti bianchissimi, che risaltavano sul suo colorito tanto sorprendente.

«Eden, sai se per caso Micol è tornata?» Così si chiamava Eden! Con un pensiero che mi attraversò la mente in un istante, considerai che nessun nome fino a quel momento, avesse indicato una persona con più saggezza e precisione. Lei era l’Eden, ed era forse l’immagine idealizzata della perfezione, che la mia fantasia aveva trasformato in donna, con molteplici significati, e con tutte le sfumature che potevo dare a questo significante.

Una porta sul fondo della stanza si aprì appena Eden rivolse lo sguardo da quella parte, senza dir nulla. Comparve Micol, che scendeva dal piano superiore, portando con sé, appese al collo e sollevate sulle braccia, delle ghirlande d’edera e glicine.

L’anziano signore, con la sua risata sommessa ma divertita, diede una mano alla mia amica, ed io ne seguii l’esempio, cercando di non far cadere le trecce di rampicanti, aiutando invece a posarle delicatamente sul tavolo di fronte a Eden. Quando terminammo questa incombenza, fu Micol a rivolgermi la parola, senza guardarmi, e ad osservare in modo ironico:

«Mi sembra ci incontriamo spesso, ultimamente.»

«Sei tu che sei sparita senza neanche salutarmi.» Ribattei, come un rimprovero.

«Dovevo occuparmi delle decorazioni per Shavuot.» Spiegò Micol, incontrando l’approvazione dell’anziano ebreo che mi aveva portato da lei.

«Ma tu avevi detto che per la mia audizione avrei dovuto parlare con Billy Joel!» Dissi questa assurdità, come per incolparla di qualcosa che nemmeno io immaginavo.

«E non l’hai fatto?» Mi chiese lei, guardandomi per la prima volta da quando era scesa nella bottega. Io scossi la testa, come per sottolineare l’affermazione:

«Certo che l’ho fatto, ma sei tu… sei tu che hai la risposta. Sei tu quella che conosce la strada. Me l’ha detto Billy!»

«E tu ti fidi di un cantante?» Rise Micol.

«Anche tu sei una cantante.» Le rinfacciai con sarcasmo e cogliendo nel segno.

Lei s’imbronciò, mettendo le mani sui suoi fianchi un po’ sporgenti e rotondi, facendomi notare quanto diversa e più reale fosse rispetto ad Eden, che sedeva ad intrecciare fiori, avvolta nella sua aura di irraggiungibile bellezza.

«Io non so niente della tua stupida audizione.» Riprese Micol, in tono acido, senza levare le mani dai fianchi e senza togliermi gli occhi di dosso. Io, invece, interrogai la deliziosa e serena espressione di Eden, cercando un aiuto da lei.

Quando Eden alzò lo sguardo dal suo lavoro, sorrise di nuovo, sporgendo il sottile mento in avanti, e rivolgendo ad entrambi uno sguardo di seta, tendeva le braccia verso di noi come in un abbraccio a distanza, e disse solamente: «Buona Shavuot!»

Il vecchio ebreo, che stava dietro me e Micol, le rispose tendendo i palmi delle mani verso l’alto: «Buona Shavuot.»

Non ebbi il tempo di capire cosa significasse questa sorta di augurio o saluto rituale, ma sembrò che a Micol saltasse in mente qualcosa di estremamente importante ed illuminante, tanto che mi afferrò la mano e si rivolse ancora verso di me.

L’espressione carica di significato dei suoi occhi mi fece notare, per la prima volta, quanto essi fossero vividi, accesi e belli, ed anche che il suo volto, sottile e così femminile, contrastava con il taglio mascolino dei capelli.

«Ma certo! Buona Shavuot! Buona Pentecoste!» Esclamò Micol, proiettandosi improvvisamente fuori dalla bottega. Mi ritrovai nel campo del Ghetto, poi, in una corsa a perdifiato, quasi convulsa, sempre stringendo la mano all’amica che mi precedeva e mi trascinava, ripercorsi le calli e le piazze di quel giorno, mentre si era fatto quasi buio e le strade di Venezia mi sembravano ancora più anguste, ancora più misteriose e magiche.


Per la sorte immaginifica che tocca tutto questo racconto, o questo sogno, sentivo che non dovevo chiedere spiegazioni a chi mi stava accompagnando per mano in un dedalo di stradine e vicoli che sembravano sempre più percorsi mentali, piuttosto che vere e proprie strade di una città, seppur tanto particolare e fiabesca.

Non c’era altra gente intorno a noi, solo io e Micol, ed i nostri passi echeggiavano tra i muri scabri, disperdendosi tra i tetti che accoglievano volentieri, dopo il picchiare del sole, le ombre della notte che scendeva.

La corsa mi sembrò breve, ma sapevo bene che mi aveva portato lontano dal Ghetto ebraico, più distante da tutti gli altri luoghi che avessi visitato durante il giorno.

Uscimmo quindi da un sottopassaggio e ci trovammo improvvisamente sotto un altissimo porticato, dalla pavimentazione in marmo e le volte di pietra. Gli archi, sorretti da colonne bianche e dalla sottile eleganza, si aprivano sull’immensa piazza gremita di gente e luci che dipingevano tutto nelle molte sfumature dell’oro.

Eravamo a San Marco, e Micol improvvisamente si fermò, ruotando la testa a destra e a sinistra, come se stesse cercando qualcosa e fosse impedita dall’improvvisa moltitudine di persone a cui non era abituata. In effetti, la sensazione di straniamento era grande, anche se il piacere davanti a quella magnificenza mi impediva di provarne fastidio.

L’incertezza di Micol mi impose d’intervenire introducendo nel sogno una soluzione alle sue titubanze, che finalmente mi portasse verso la meta desiderata.

Che ci faceva tutta questa gente radunata in un luogo così monumentale come la piazza San Marco, in una serata tersa e rischiarata da luci dorate e d’argento, se non per assistere ad un grande evento musicale? Ecco, ora c’eravamo, io e Micol assieme, e se gettavo lo sguardo oltre il colonnato, sopra le teste e il movimento ondulante di tutta quella massa di gente, potevo vedere il grande palco eretto verso la riva degli Schiavoni, dove la piazza incontrava il Bacino di San Marco.

«Eccolo! Eccolo, è lì!» Quasi le gridai in un orecchio, ma la mia amica, rivolgendosi a me con un’espressione dura e uno sguardo quasi amaro, sembrò riversare su di me tutta la delusione e la sua rinnovata antipatia, che a tratti mi aveva dimostrato anche in passato.

«Così tu ti aspettavi questo? Il grande pubblico, il palco che tutti gli artisti sognano. Ma se non ti conosce nessuno! Se non hai nemmeno provato a metterti in gioco, almeno una volta. Ah, sì, c’è stata quella volta a Londra, adesso ricordo. Mi sembra però non fosse andata poi così bene.»

Le parole di Micol mi sorpresero, anzi mi ferirono, e quando sentii che la sua mano lasciva volontariamente la mia, provai una sensazione di vuoto e solitudine che sembrava l’antitesi perfetta di quel luogo e quella situazione. Mi scossi dallo schiaffo morale di Micol solo dopo alcuni istanti, accorgendomi che lei era sparita di nuovo, e stavolta tra il brulichio di una folla immensa.

No! Avevo perso improvvisamente non solo il contatto fisico con Micol, ma anche quello visivo e, come uno che non sa nuotare, mi stavo dibattendo tra i corpi delle persone che mi attiravano verso il fondo della folla, per rimanere a galla. Invano cercavo Micol tra i volti anonimi, privi di espressione, ovvero che offrivano solo sguardi ignari, occhi egoisti, sorrisi ciechi e labbra sorde a tutto ciò che cercavo e che forse non avrei mai trovato.

Non ricordo come riuscii ad evadere dalla calca, spuntando affannosamente dall’altra parte della piazza, ma da solo, e con la certezza che non avrei più ritrovato Micol.

La sensazione di annegamento, di claustrofobia, mi abbandonò lentamente, e ripresi a respirare con calma solo quando mi ritrovai nel loggiato di un altro palazzo, del tutto simile a quello in cui avevo perso la mia amica, ma molto meno affollato. Lasciai il clamore della gente alle mie spalle. Lasciai che quell’atmosfera brillante e seducente mi scivolasse addosso, accorgendomi che al suo posto sedimentava il rimpianto e il rammarico per aver deluso e forse tradito una persona a cui in fondo tenevo molto. O piuttosto di aver tradito me stesso e tutto quello che avevo cercato, fino a quel momento, nel mio sogno.


La musica arrivò fievole, mentre lasciavo dietro ai miei passi San Marco e le sue seduzioni, nel proprio alone di pirite. Era una ballata, suonata con chitarra ritmica, di un eclettico suono metallico ed urbano. Non capivo ancora esattamente da dove provenisse, ma l’istinto dell’orecchio mi orientò verso di essa.

Svoltai un angolo e mi trovai improvvisamente in un luogo molto simile a quelli che avevo visitato nella giornata, distante dal clamore della folla, e lontano dalle luci della ribalta. All’angolo di due stradine semibuie e nascoste, su di cui transitavano perlopiù coppiette strette in romantici abbracci o in sguardi incantati dal fatto di trovarsi in una atmosfera meravigliosa, c’era un ragazzo da solo, in piedi, che appoggiava la chitarra sulla gamba sollevata su quella che sembrava una cassa di birra vuota o qualcosa di simile, e cantava la sua canzone. Aveva un bel groove, un ritmo coinvolgente.

La voce del giovane alternava frasi ritmiche a frasi tornite e ad un certo punto saliva in un falsetto pungente. Parlava di una passione, di una serata trascorsa tra due amanti, ed almeno lui, voleva che tutti sparissero attorno a loro, e che restassero soli, coinvolti dall’impeto del desiderio, mentre lei lo seduceva, ma al contempo veniva sedotta a sua volta. L’incitamento era: canta! Canta… ed era da quello stimolo, la spinta per rinvigorire la sensualità del momento. Canta!

Mi fermai ad ascoltarlo, mentre tutte le coppie mi passavano accanto, ignorandomi, e facendo come se io ed il menestrello al lato della strada non ci fossimo nemmeno. Il ritmo montava, e lo sprone era sempre… canta. “Se mi ami, sentiti coinvolto, se mi desideri, se vuoi condividere l’emozione con me, canta.” Questa era la sola cosa che importava. La parola chiave. Canta.

Quando la voce del ragazzo troncò la musica con l’ennesima esortazione perentoria e smise di suonare, fui l’unico che se ne accorse e si mise a battere le mani. Le coppie di amanti erano svanite dietro l’angolo; i ragazzi e le ragazze stregati da Venezia e da quel momento, spariti.

Solo allora mi accorsi che il cantante era un giovane dai capelli fulvi e il viso bianco e rosso da irlandese, con un sorriso empatico e scaltro. Lui era Ed Sheeran, l’autore stesso della canzone. Non mi sorpresi poi così tanto, visto quello che di inaspettato poteva succedere in quel sogno.

Amichevolmente, Ed mi guardò sorridendo, soddisfatto del mio entusiasmo e mi diede la mano. Probabilmente poi vide un’ombra solcare il mio volto e raffreddare la mia espressione ammirata e positiva.

«Come va, amico?»

«Non male…», mentii, e la sua occhiata successiva mi costrinse ad ammettere: «Credo di aver perso la mia amica nella calca, e non riesco a trovarla.» Lui annuì indulgente. Prese in spalla la chitarra, si piegò a raccogliere la cassa vuota che gli serviva da piedestallo, e con un cenno del capo suggerì:

«Andiamo a mangiare qualcosa. Hai l’aria di chi sta in giro da tutto il giorno.»

Accettai, perché in quel momento compresi che era giunta notte, la mia audizione era ormai perduta, non avevo capito cosa c’entrasse Micol nel mio sogno e quello che più contava, non avevo capito cosa fosse veramente importante.

Ed Sheeran ed io ci incamminammo lungo la calle avvolta nell’oscurità, c’era solo qualche raro lampione che spandeva luce stentata e, in quel frangente, ancora una volta, mi sembrò che la città fosse deserta. Avrei voluto chiedere a Ed dov’erano spariti tutti, in particolare le coppie di innamorati che camminavano avanti ed indietro per la strada, mentre lui cantava, ma non lo feci, immaginando quale sarebbe stata la risposta. L’illusione della musica che, come per magia, trasforma la passione in realtà. Questa era l’unica risposta che mi sarei aspettato da lui.


Dopo una breve e silenziosa passeggiata, dei rumori allegri e festosi riempirono l’atmosfera, accompagnati da risate, tintinnare di bicchieri e stoviglie e non distante comparve l’ingresso invitante e luminoso di un pub irlandese.

Un pub irlandese nel cuore di Venezia stonava del tutto, ma infondo non mi preoccupai, dato che dovevo lasciarmi trasportare dal sogno e non forzare gli eventi come avevo fatto in piazza San Marco. Probabilmente era questo il segreto.

Sopra la porta d’ingresso, dai tipici quadroni vetrati e l’aspetto massiccio, c’era un’insegna approssimativamente illuminata, dipinta su una tavola di legno chiaro che sembrava piuttosto antica. La scritta bianca era in caratteri gaelici e dipinta a mano: “Doras Gorm”.

Avrei voluto chiedere ad Ed il significato che non comprendevo, ma egli non me ne lasciò il tempo, perché entrammo in un locale ampio, rumoroso ed affollato.

Ombre di volti mi circondavano, come nella piazza di San Marco; volti da marinai, che senza parlare ti chiedono: “da dove vieni? Dove stai andando?”

Sembrano però non avere una loro anima, una propria compiuta definizione. Assomigliano ad ombre, appunto, che hanno un’indefinita espressione, anche se i rumori erano vividi e si sentivano grida e chiacchiericci, strepiti e risate, calore conviviale e sapori che arrivano da lontano.

Io e Sheeran trovammo miracolosamente un tavolino nella calca, ed altrettanto miracolosamente comparve subito, sgusciando tra la gente rumorosa ed alticcia, il volto lentigginoso di una giovane ragazza che doveva essere la cameriera. Aveva ricci capelli rossi ed occhi verdi e trasparenti come le acque dello Siannon, ed il suo sorriso brillante ispirava subito simpatia.

«Portaci due pinte di scura…», disse Ed.

«E da magiare?» Chiese lei, aggiungendo: «Abbiamo purea di mais ai ferri con pesce del Baltico, rossicciata amburghese, doratura di pesce azzurro, lasagne ai quattro sughi o pasticcio in agrodolce di lepre dei coppi…». Ero sbalordito, perché non avevo capito nulla di quel menù strampalato, per cui ripetei interrogativo: «…lepre dei coppi?»

Ed Sheeran mi guardò con due occhi assassini e fece un gesto per zittirmi: «Portaci lo stufato.»

«Ma non abbiamo lo stufato.» Disse la ragazza, contrariata.

«Portaci due pinte di birra scura e lo stufato.» Ordinò Sheeran, laconicamente. Allora lei girò sui tacchi e si allontanò con un contegno quasi indignato. Io stavo per protestare con Ed, ma egli scosse la testa e mi anticipò: «Lascia perdere, okay?»

«Okay, ma che razza di cibo servono in questo posto?» Tra le grida, le risate, i fischi e il ciottolare di stoviglie e bicchieri, faticavo a sentire quello che Ed diceva in tono sommesso.

«Vuoi saperlo? Sono dei burloni. Non è altro che polenta e baccalà, hamburger con il pomodoro, frittura di sardine…», e sorrise dell’espressione stupita che gli stavo restituendo.

«E il pasticcio di… lepre dei coppi?»

«Lascia stare… quello è gatto!» La sua rivelazione si confuse con delle grida di incitamento e approvazione verso qualcosa che stava accedendo dall’altra parte del locale. Il trambusto ci fece guardare in quella direzione.

Un uomo dalla presenza imponente, dal viso serio, quasi marziale, e la testa arruffata con capelli argentati, leggermente lunghi sulle tempie, dagli occhi severi e molto chiari, alzando la voce, aveva quasi sovrastato il gran chiasso della sala. Tutti vi avevano prestato attenzione.

Egli allargò le braccia in un gesto quasi benedicente, e quando alzò il mento per riprendere a parlare mi accorsi che indossava il candito collarino da prete, sulla camicia grigia e la giacca scura.

«Amici! Fratelli! Perché, in fondo, se non si è amici come possiamo essere fratelli?» Esordì il prete con tono da predicatore navigato: «Ringraziamo il Signore per i doni della terra! Soprattutto voi, che avete queste facce da poco di buono: marinai che non hanno un porto! Fedifraghi ed assassini! Ladri e truffatori! Gente della peggior specie, amici! Fratelli!»

Il tono ispirato riuscì a calmare il fermento della folla stipata nel pub. «Sì, amici e fratelli!» Riprese lo strano sacerdote: «Ringraziamo il Signore per i doni della terra e perché ci ha dato persone vere come voi, che stanno cercando la loro strada, in mezzo al folle mare del mondo! E ringraziamo anche il “Doras Gorm”, che ci dà da mangiare i frutti della terra e da bere la birra scura!»

Ci fu un boato di approvazione, tra fischi e battiti di mani. Qualcuno porse al sacerdote una pinta di schiumante stout nera, lui sollevò il boccale come fosse un calice da celebrazione e poi bevve un lungo sorso. Concluse, con un’espressione sorridente, rivolgendosi a quella strana assemblea, di cui lui era l’ancor più strano e folle pastore: «Buona Pentecoste a tutti!»

A quelle parole benauguranti, qualcosa mi scattò nella testa, e lo straniamento di essere in quel locale fuori posto, nel contesto sbagliato, in una situazione assurda, piena di personaggi eccentrici, mi fece tornare alla mente le parole di Eden, la giovane ragazza del Ghetto ebraico: «Già! La Pentecoste! L’aveva detto anche Micol. Devo parlare con quel prete!» Feci per alzarmi dal tavolo, ma Ed Sheeran, mi trattenne con un’espressione quasi offesa: «Resta seduto: se ti alzi perdiamo il posto!»

«Ma io devo parlare con quel prete.» Protestai.

«Con padre O’Aindreuigh ci parlerai dopo, ora mangiamo.» Mi rimproverò Sheeran, ed infatti la rossa ragazza irlandese comparve al tavolo con le nostre birre e i piatti di stufato.

«Tu conosci quel prete?» Chiesi stupito ad Ed. Lui guardò la pietanza fumante, fece un sorriso alla cameriera dai capelli rossi e accennò un brindisi verso di me, con il bicchiere di birra scura:

«Certo, qui lo conoscono tutti. Vedrai che non se ne andrà tanto presto. Magari solo dopo quattro o cinque pinte. Comunque abbiamo tutto il tempo per mangiare…», disse indicando lo stufato.

Prima di assecondarlo, gli chiesi un’ultima cosa: «Ed, cosa significa “Doras Gorm”, in gaelico?»

«Non l’hai vista, quando siamo entrati?»

«Cosa?»

«”Doras Gorm”, la porta azzurra.» Rispose Ed Sheeran, buttando mezza occhiata al massiccio portone d’ingresso del pub. Io mi incantai ad osservare la porta, seguendo la sbirciata di Ed, mentre, nei confusi ricordi di quella stravagante giornata, qualcos’altro riaffiorava dalla memoria.

Padre O’Aindreuigh sedeva ad un tavolo assieme a uomini dai brutti ceffi e donne altrettanto ambigue. Non aveva l’aspetto ispirato e liturgico di quando aveva pronunciato il suo sermone, ma piuttosto l’espressione accondiscendente e serena di chi conosce bene la natura umana e non se ne scandalizza.

Era tutto il contrario di un sacerdote severo e bacchettone, come ci si poteva aspettare da un cattolico irlandese. Del resto, bastava rendersi conto in che posto ed in compagnia di chi aveva scelto di trascorrere la serata. Per presentarmi davanti a lui, gli tesi la mano e sfoderai un sorriso che doveva essergli sembrato sincero a sufficienza:

«Salve!» Mi disse subito: «Sembri uno che sta cercando qualcosa, ma nel posto sbagliato.» Tutti i presenti risero dell’affermazione del prete: «Infatti non hai l’aria di chi ha puntato il coltello alla gola di qualcuno. Cosa fai?»

«Canto.» Risposi timidamente, correggendomi subito: «Almeno, tento di farlo.»

«Canti?» Si stupì padre O’Aindreuigh: «Anch’io cantavo, una volta!» Ancora risate degli astanti.

Il sacerdote mi invitò a intonare qualcosa, mentre lui e i suoi inusuali parrocchiani battevano le mani e sorridevano, alticci per la birra tracannata. Non avevo voglia di cantare, ma di andarmene da quel posto fuori luogo. Anche Ed Sheeran, che si era defilato dietro di me, scosse la testa e scuotendo una mano in segno di resa, voltò le spalle e scomparve tra la gente che affollava il pub. Mi sentii come se, in qualche modo, l’avessi deluso.

Ricordai quando, poco prima, l’avevo sentito cantare nell’atmosfera rarefatta del vicolo scuro. Il suo incitamento era stato quello di cantare, e di farlo sempre. Mi schiarii la voce, imbarazzato, imbranato e nella mia testa mi chiesi come avessi potuto pretendere di cantare davanti ad un pubblico vero, e soddisfarlo, quando non riuscivo nemmeno a intonare qualcosa per una banda di ubriaconi.

Padre O’Aindreuigh si alzò dalla panca su cui sedeva, mise una mano sulla mia spalla, in modo paternalistico e guardandomi negli occhi fece un sorriso dei suoi, che sembrava una mezza via tra il bonario ed il beffardo: «In realtà, cosa stai cercando?»

«Non lo so.» Ammisi abbastanza sconsolato, ma mi ripresi: «Quando lei ha parlato della Pentecoste, mi è tornata in mente la mia amica Micol, ed anche Billy Joel che mi aveva detto di seguirla. Eden, la ragazza del Ghetto, aveva accennato alla Shavuot ebraica, e sembrava che Micol avesse intuito qualcosa riguardo alla mia audizione canora. Non capisco perché, ma a me è sembrato così. Poi però ho perso Micol in piazza San Marco, e non l’ho più ritrovata. Ho incontrato Ed Sheeran, nel vicolo qui davanti, mentre cantava e assieme siamo venuti qui, oltre la Porta Azzurra.»

Non so cosa avesse compreso padre O’Aindreuigh di quel racconto. Dalla sua espressione ero certo che mi stesse prendendo per pazzo, non meno di quanto io avevo fatto nei suoi confronti, ma sapevamo che nessuno di noi due lo era.

Con un cenno della testa e un’occhiata dei suoi occhi umidi e cerulei, il sacerdote indicò verso il fondo del locale, la parte opposta dalla quale ero entrato.

«Esci di là. Segui la calle fino al canale. Ci sarà una barca, con un barcaiolo. Sali sulla barca, senza fare domande. Lui ti trasporterà fino ad un campo, distante da qui. In quel campo c’è una chiesa sconsacrata. È la ex chiesa della Pentecoste, ed è lì che la Biennale fa le audizioni canore per il Festival Internazionale del teatro.» Non potevo crederci. Scossi la testa, stordito dalle parole del prete, continuando a fissarlo immobile.

«Vai!»Mi disse. «E ti auguro di ritrovare la tua amica Micol.» Aggiunse, mentre lo abbracciavo in un impeto di gratitudine.


La calle sul retro del pub “Doras Gorm” cancellava improvvisamente quel pezzo d’Irlanda colorato, rumoroso e vario, trapiantato nella Laguna, e mi proiettava di nuovo in una Venezia buia e nebbiosa.

La stretta via lastricata di pietre lisce era racchiusa tra due muretti di mattoni a mezz’altezza, che lasciavano intravedere da un lato la città ovattata dalle ombre della notte e le luci dell’illuminazione artificiale, dall’altra costeggiava lo specchio d’acqua ferma della Laguna, in una lieve coltre di foschia.

Pochi gradini, al limitare della calle, scendevano verso il canale, ed una barca mi attendeva ferma, al chiarore diffuso di una lampada. Sopra la barca c’era la figura intabarrata e scura di un barcaiolo.

Egli mi tese la mano per aiutarmi a salire a bordo e allora mi accorsi che indossava la baùta, che gli copriva interamente le sembianze.

La maschera carnevalesca della tradizione veneziana era composta dal mantello nero, che copriva anche il capo, il tricorno settecentesco, i guanti di seta, e la famosa maschera bianca, che nascondeva l’intero viso, ma era aperta inferiormente. L’aspetto del barcaiolo era alquanto sinistro e spettrale, come lo era l’intero contesto, avvolto dalle tenebre e soffuso nella nebbia.

L’assenza di rumori e di luci artificiali contribuiva alla mia inquietudine, ma non rivolsi la parola al barcaiolo, né feci alcuna domanda o commento, come mi era stato ordinato. Mi limitai ad accomodarmi sull’asse e lasciare che la barca si allontanasse da riva, spinta con maestria dal nocchiere. Ora si sentiva solamente lo sciabordio dell’acqua e il ruotare lento e sordo del remo sullo scalmo. Una sensazione di pace e serenità si sostituì gradualmente all’inquietudine, e quella gita sull’acqua, mi parve un passaggio obbligato da uno stato d’animo ad un altro.

Lentamente la foschia si diradava mentre sull’increspatura dell’acqua danzavano bagliori di luci e in lontananza si intuivano a poco a poco rumori di voci allegre, vivaci, festanti.

Si intuiva, poco distante, lungo il lato destro del rivo, una vitalità nuova e sorprendente, completamente in contrasto con il silenzio e la calma vellutata a cui mi ero abituato. Comparvero alcune torce poste sulle pareti e su lampioni d’illuminazione, che rallegravano e riscaldavano l’atmosfera, oltre a diffondere una luce dorata, che diradava completamente la nebbia.

Mentre il misterioso traghettatore accostava presso la sponda del canale, vidi lo slargo che si apriva facendosi spazio fra i palazzi e le case quasi arroccate l’una sull’altra. Era una vera e propria piazza, illuminata a giorno e gremita di centinaia e centinaia di persone. Solo in seguito mi accorsi che tutti quanti indossavano abiti elaborati e ciascuno aveva il volto coperto dalle più svariate e fantasiose maschere di carnevale.

La mia attenzione, quando la barca toccò la riva, venne attratta da una figura in costume da gentiluomo del Settecento, che sembrava rivolta proprio verso di me. Non potevo esserne certo, perché, come tutti, anche lui indossava una maschera tradizionale. Indubbiamente, però, notai che si sporgeva, tendendomi la mano inguantata di bianco, per aiutarmi a scendere dalla barca ondeggiante.

Il gentiluomo vestiva con zuava e calze di seta bianche al ginocchio, calzando scarpe a fibbia, con mezzo tacco. Aveva una marsina lunga di lamé, riccamente decorata da guarnizioni d’argento e oro, con polsini di pizzo, ripreso dalla cravatta candida, che si infilava con uno sbuffo nel panciotto attillato e nei toni della giacca. Il viso era completamente nascosto da una maschera intera, dai tratti gentili, ma neutri ed enigmatici, di sottile porcellana candida e una guarnizione di macramè a fili d’oro e d’argento. In testa l’immancabile parrucca a boccoli infiocchettati e il tricorno dall’orlo piumato. L’elaborata eleganza e ricchezza della maschera mi distrassero dal notare lo sguardo degli occhi che vi si celavano dietro.

Quando scesi sul selciato, il mio sguardo fu catturato dal rumore sommesso e dal continuo movimento che la folla ammassata sulla piazza continuava a ripetere. Tutti rivolti verso un punto preciso, in fondo al vasto campo veneziano, mi davano le spalle, ed io, con notevole difficoltà, riuscivo a malapena intravedere la facciata di un elegante quanto decadente edificio barocco.

Ragionevolmente, doveva trattarsi della facciata di quella chiesa sconsacrata, che mi era stata indicata come la sede delle audizioni per la Biennale d’Arte. Ero comunque troppo distante per capire cosa stesse accadendo, e il mio sguardo riusciva a stento a superare la barriera delle teste, quasi tutte ornate da copricapo, diademi ingioiellati o improbabili piumaggi.

La luce di moderni fari rischiarò la spianata improvvisamente, provocando un ululato sorpreso della massa, e musica ad alto volume investì l’aria, mentre, sul palco allestito di fronte alla facciata dell’ex chiesa, una maschera slanciata e volitiva, svettò sopra le teste della moltitudine, così che potevo vederla abbastanza bene, nonostante la distanza.

Una donna sensuale si era impadronita della scena, con movimenti felini sottolineati, anziché ostacolati, da un costume provocante e ambiguo che non lasciava quasi nulla alla castigata pomposità rococò, ma evidenziava una sfacciata modernità, essendo composto solamente da un corpetto attillato, che aderiva alle sinuosità della ragazza, una gonna a campana, che lasciava vedere in vari punti la le gambe velate da calze e stivaletti di pelle bianchi. Aveva un ampio cappello dalla tesa molto larga, ornato da svolazzi di organza e fiori di seta; una veletta di pizzo scendeva a nascondere gli occhi, ma la bocca rossa e il mento sottile e pallido risaltavano sotto l’ombra.

La ragazza portò un microfono alle labbra e cominciò a cantare, provocando la reazione entusiasta del vasto pubblico, che urlò all’unisono, quando capì che la cantante era Lady Gaga in persona.

Le mani in alto, gran parte del pubblico cominciò a saltare e cantare, e comparvero un sacco di smartphone, puntati in alto per riprendere un video imperdibile, tra un tripudio di luci colorate, flash improvvisi di foto, entusiasmo e clamore.

La gente quasi impazzita ondeggiava sul lastricato e la massa spingeva involontariamente le persone nelle retrovie, rischiando di farci cadere nel canale. Non riuscivo a credere che gli eventi stessero prendendo una piega così grottesca, quindi cominciai a sgomitare, per non rischiare di finire a terra o addirittura in acqua. Nel frastuono generale e nella concitazione dei miei movimenti, ebbi il tempo di considerare il fatto che ero il solo, in tutta quella piazza, che non indossasse una maschera. C’erano bugie e civette, eleganti copri occhi, maschere intere e coprenti, elaborati abiti accompagnati da volti enigmatici, semplici come Mirabella e Venerando, o complicate e decorate come Rosalinda o Domino. Io ero il solo a non indossarne una.

Quando Lady Gaga concluse la canzone un fragore enorme di entusiasmo e applausi si levò dalla folla e poi l’artista si mise a parlare al microfono:

«Ciao, Venezia! È arrivato il vostro momento! Siete tantissimi, e siete qui per cantare!»

Allora era proprio come aveva detto padre O’Andreiugh. Questo era il luogo e questo il momento, ma mai e poi mai mi sarei aspettato che tutta quella gente aspirasse a salire sul palco.

Lady Gaga alzò un braccio al cielo, come per placare l’entusiasmo della folla, mentre si riportava il microfono alla bocca:

«Cominceremo a scegliere qualcuno di voi per il palco, ma, c’è qualcosa che non va! Non vi pare? Sì! C’è qualcosa che non funziona, per cantare.» Affermò, e riprese: «Dobbiamo essere noi stessi per cantare! E allora, via le maschere! Via la finzione! Voglio vedervi in faccia!»

In un momento, centinaia di persone tolsero la maschera dal loro volto, chi più piccola, chi più grande ed elusiva. Tutti, nel medesimo istante, scoprirono il proprio viso e la propria espressione.

Soltanto io restai attonito, riuscendo solamente a spostare gli occhi in tutte le direzioni. Qualcuno sembrò accorgersene, altri rimasero indifferenti, alcuni quasi infastiditi dalla mia diversità.

Lady Gaga incitò la gente a lasciar cadere a terra le loro maschere, mentre dei ragazzi, che stavano scendendo dal palco completamente vestiti di bianco, avrebbero raccolto da terra quelle di coloro che sarebbero saliti alla ribalta per partecipare alle audizioni.

Fu in quel momento che capii che il mio sogno si stava trasformando in un’amara, tetra e rassegnata delusione. Voltai le spalle alla vecchia chiesa della Pentecoste, mi passai una mano sul viso stanco, sfinito, quasi sentendo i tratti del mio viso indurirsi, e probabilmente, un nodo alla gola che stringeva e ricacciava in fondo agli occhi lacrime velenose.

Mi ero già incamminato lungo la fondamenta del canale da cui ero giunto, lasciandomi alle spalle l’esaltazione di chi già veniva accolto sul palco per la sua performance e l’incitamento di quelli speranzosi, che aspettavano il proprio turno. Cercavo una via d’uscita, sperando che il sogno non si trasformasse in un incubo.


Il mio nome venne pronunciato con un tono appena udibile, rispetto alla musica che già riprendeva, o probabilmente, mi trovavo già abbastanza lontano da udire la voce che mi chiamava.

Alzato lo sguardo verso il canale, rividi la maschera da gentiluomo del Settecento che mi aveva aiutato a scendere dalla barca e, appena dietro, notai anche il barcaiolo, nel suo mantello nero come la notte. Di nuovo, la maschera pronunciò il mio nome, in un tono attraente. Mi avvicinai e, quando fui a pochi passi, la persona tolse l’ovale di pallida ceramica dal viso, assieme al cappello e alla parrucca. Il viso sorridente di Micol mi accolse, facendomi aggrottare le sopracciglia, sorpreso.

«E tu che ci fai qui?» Chiesi ancora una volta, accennando un sorriso sconsolato.

«È il tuo sogno…», mi rispose lei, come aveva già fatto una volta: «… ci puoi trovare chiunque desideri.»

«Io desideravo solo cantare.» Le dissi, in tono scostante. Lei non mi rispose ma alzò le spalle, sorridendo in modo indecifrabile. Dietro le sue spalle, il barcaiolo dall’aspetto inquietante, mise le mani dietro la nuca, e sfilò lentamente la sua baùta ingiallita, rivelando il volto dell’unica persona, in tutto il sogno, che sapevo appartenere veramente a quel luogo:

«Ti no ti conoxi Venexia!» Mi disse, scuotendo la testa. Era lo stesso barcaiolo che quella mattina avevo incrociato nel mio girovagare senza una meta precisa.

«Sali…», mi invitò Micol, porgendomi la mano come aveva già fatto sotto le mentite spoglie di un gentiluomo veneziano. Gliela strinsi di nuovo, e salii sulla barca.

Il canale accostava la piazza, che era sempre più vivace di suoni e colori, di musica e canzoni, mentre i prescelti venivano chiamati uno alla volta sul palcoscenico, per esibirsi. Guardai le luci sbiadire e la musica sfumare, mentre la barca, con me e Micol a bordo, veniva guidata dietro all’imponente mole dell’antica ex chiesa. Lì, su acque calme e buie per la notte ormai inoltrata, riconobbi il luogo che mi aveva incuriosito e quasi divertito quello stesso giorno.

Il muro scrostato, le pareti antiche, le fondazioni dei palazzi che galleggiavano sull’acqua; ma soprattutto, la finestra dagli scuri guerci ed immobile, a metà del canale, la porta azzurra dal colore stinto, che si confondeva con l’acqua.

La barca si fermò proprio davanti; la porta azzurra si aprì, e sulla soglia mi accolse il sorriso perfetto di una ragazza dai capelli lunghi e neri, che incorniciavano un viso appena più chiaro, da far risaltare gli occhi lievi, leggermente a mandorla. Eden era di una bellezza pura e perfetta, in un semplice abito lungo e bianco, come quello che avevo visto indossare dai ragazzi sulla piazza.

Io guardai Micol incerto, lei mi fece un cenno che m’invitava a salire sulla soglia della porta azzurra, allungando la mano, verso quella di Eden, che strinsi saltando giù dall’imbarcazione. A mia volta aiutai Micol a scendere, e gli chiesi cosa significasse tutto questo, senza ricevere risposta.

La musica giungeva amplificata dal fondo del vasto ambiente in penombra, che doveva essere l’interno dell’antica chiesa sconsacrata. Le volte alte e marmoree facevano riverberare con uno strano effetto le note che giungevano dall’esterno. Assieme a Eden e a Micol mi incamminai con un fremito d’emozione lungo quella che doveva essere stata la navata centrale, finché, davanti al portone, oltre il quale provenivano i suoni della festa che continuava, ci fermammo un istante. Guardai le due ragazze con un’occhiata carica di un miscuglio di sentimenti che andavano dalla riconoscenza, alla dolcezza, mista di ammirazione, amicizia, forse di affetto, o di amore. Eden, avvicinandosi al portone, lo trasse a sé apparentemente senza alcuno sforzo, e finalmente le luci e i suoni invasero l’atmosfera, investendomi completamente.

Sentii la voce di Lady Gaga e la vidi, tra le luci della ribalta, mentre mi invitava: «Ecco a voi, signore e signori…»


«…Signore? Signore?» La voce pacata mi fece aprire gli occhi. Ancora un attimo di dubbio, che la voce stesse chiamando proprio me. Un uomo dall’espressione accondiscendente mi stava davanti, indossando un’uniforme impeccabile, con un berretto da capotreno in mano, mentre era leggermente chinato sul sedile che stavo occupando.

«Il capolinea.» Mi spiegò sorridendo, ed io compresi, solo in quel momento, che mi stavo svegliando da un lungo sonno popolato di sogni.

Avevo viaggiato tutto il giorno antecedente, prima in aereo, poi in treno che, dall’aeroporto di Malpensa, mi aveva portato fino a quel capolinea. Probabilmente alla stazione che rappresentava un vero e proprio capolinea, senza eguali in qualsiasi altro luogo.

Sorrisi ancora preso dalle sensazioni del sogno e ringraziai il capotreno, alzandomi in piedi, recuperando il bagaglio nell’apposito scompartimento soprastante il mio posto, e preparandomi a scendere. Guardai fuori dal finestrino, aspettandomi forse di vedere le acque torbide del Canale dove avevo fantasticato che il treno si sarebbe fermato, al binario 9 e ¾, come a King’s Cross. Ma non era così.

Per la prima volta ero giunto finalmente a Venezia, ma la mia testa era ancora ubriaca di quello strano sogno, dove incontravo Micol e un’altra ragazza dal volto angelico, di cui non ricordavo il nome. Una domanda sorse inaspettata ed incomprensibile: cosa ci faceva Micol nel mio sogno? La risposta era nascosta da qualche parte, magari in quella magnifica città che stavo per visitare, o magari nella mia testa.

L’unica cosa che sapevo era che, nel lungo e strano sogno appena sfumato, probabilmente Micol rappresentava la mia anima alla ricerca di qualcosa e l’altra ragazza, dagli occhi pieni di luce e perfezione, rappresentava tutto quello che da sempre stavo cercando. L’immagine di loro due, abbracciate in una grande sala piena di luce e musica, fu l’ultima fantasia che mi passò per la testa, prima di scendere dal treno.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×