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Una storia di theCrow87

L'amicizia, nel Laelius de amicitia di Cicerone

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Pubblicato il 26 gennaio 2019 in Recensioni

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Nel Laelius de Amicitia, Cicerone riesce a far filtrare i suoi concetti attraverso un dialogo. Un dialogo sull'Amicizia, che il personaggio di Lelio affronta con i suoi generi C.Fannio e Q.Mucio Scevola. Ancor più di un dialogo, l'operetta dà l'impressione di un racconto, Lelio, infatti, viene interrotto pochissimo e anzi viene esortato a continuare a dirne di più sul tema dell'amicizia.

La discussione sull'amicizia è congiunta a quella della perdita di un caro amico di Lelio, ovvero, Scipione Emiliano. Proprio nell'occasione della morte di quest'ultimo C.Fannio e Q.Mucio pongono a Lelio due domande importanti dalle quali si avvieranno i vari discorsi sul tema:


-1 Come abbia potuto tollerare la morte di un così caro amico.

-2 Cosa ne pensa dell'amicizia.


Attraverso il personaggio di Lelio (che rimanda alla tradizione oligarchica romana), Cicerone in questa operetta monografica a carattere filosofico, espone le sue idee sull'amicizia, toccando principi della filosofia morale e delle filosofie ellenistiche.

Emma Maria Gigliozzi segnala quelle che son state per Cicerone le due fonti più rilevanti:


"Cicerone tenne presente nella tradizioe del Lalius almeno due fonti: Il trattato sul conveniente dello storico greco Panezio (||sec. a.C.) e quello sull'amicizia di Teofrasto, il filosofo che era succeduto ad Aristotele nella guida della scuola peripatetica." (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, pag.8)


Nel Laelius de Amicitia, Cicerone cita anche alcuni versi dalle commedie di Terenzio. Terenzio è stato uno degli autori che attraverso le sue opere è riuscito ad esprimere al meglio l'ideale dell'Humanitas.
I pensieri di Cicerone sull'amicizia sopraggiungono in un momento in cui quest'ultimo è libero dall'urgenza degli affari politici e vuole rivolgere l'attenzione a quei valori più comuni a tutti gli uomini, come è appunto quello dell'amicizia.

Anche se tali pensieri sono indirizzati a tutte quelle persone che costituiscono la virtus romana, e quindi a persone che posseggono qualità politiche, militari e oratorie, perché la speranza di Cicerone è quella di esprimere queste riflessioni in favore di una garanzia dell'ordine sociale, le sue opinioni dipingono l'amicizia come un sentimento che non nasce da questioni di interessi, bensì nasce dalla natura, e infatti riflettono la condizione che l'autore vive in quel periodo:


"Il bisogno di rapporti sinceri di un uomo che aveva sperimentato l'amarezza della solitudine negli anni dell'attività politica che, inevitabilmente, lo aveva portato a stringere relazioni basati sull'interesse più che sull'affetto". (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, pag.9)


Cicerone propone dunque questi dialoghi per inserire le sue idee, in uno stile che aveva già adottato nel Catone Maggiore:


"Ho fatto parlare Catone da vecchio perchè nessuna persona mi sembrava più adatta a parlare di quell'età, di colui che era stato vecchio per lunghissimo tempo e nella stessa vecchiaia aveva brillato su tutti gli altri, così, avendo saputo dai nostri padri che l'amicizia tra C.Lelio e P. Scipione era assai memorabile, la persona di Lelio mi è sembrata idonea a dissertare sull'amicizia". (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.19)


Cicerone stesso ammette che, leggendo la sua opera, spesso si inganna credendo che parli Catone e non sé medesimo, e in qualche modo, ci dice che questi discorsi, se affidati a uomini con una certa autorità, rendono i concetti più incisivi:


"Questo genere di discorsi, che poggia sull'autorità di uomini del passato, e per di più illustri, sembra avere, non so come, più peso più peso. E così io a volte, leggendo la mia opera, sono talvolta così colpito da pensare che parli Catone, non io". (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.21)


L'operetta dà dunque l'impressione di una vera e propria chiacchierata, nostalgica, ma da cui se ne possono trarre buoni e sani giudizi, che potranno essere utili ai posteri, oltre che preservare l'amicizia anche dopo la morte stessa.


Attraverso il personaggio di Lelio, Cicerone espone i primi pensieri sull'amicizia. Lelio ha appena perso l'amico Scipione, e sebbene vorrebbe poter dire di non esserne addolorato, perché ha gran rispetto per come l'amico ha condotto il suo vissuto, non può negare di provare dolore:


"Credo che a Scipione non sia accaduto niente di male, se qualcosa è accaduto, è stato a me: infatti angosciarsi profondamente per le proprie disgrazie non è proprio di chi ama l'amico, ma se stesso. Ma chi potrebbe dire che a lui le cose non siano andate benissimo?" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.27)


Lelio spende le migliori parole per la condotta di vita di Scipione: fa notare che l'amico fu ben pronto a ripagare fin da ragazzo le aspettative dei suoi concittadini, che nonostante non si sia mai candidato al consolato fu eletto due volte console, e che anche coi suoi famigliari fu sempre affabile e generoso:


"A meno che non desiderasse l'immortalità, cosa che non pensava affatto, che cosa non è riuscito ad ottenere che ad un uomo fosse lecito desiderare?"( L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.27)


Lelio è così sicuro dell'operato del suo amico che afferma che a poco gli sarebbero serviti pochi anni di vita in più, in quanto la vecchiaia, se pure non sia un peso, ci priva di quel vigore, che ben traspariva ancora dal suo amico, anche nei suoi ultimi giorni:


"Perciò la sua vita, per fortuna e gloria, fu tale da non poter aggiungere nulla"(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.29)


Cicerone (o Lelio) riflette che un motivo deve pur esserci se gli antichi han dato ai morti così tanti oneri, così tanti diritti, altrimenti avrebbero dato loro poco importanza, non questa accentuata autorità. Così credeva anche Scipione, e lo professava pochissimi giorni prima della sua morte quando parlò dell'immortalità dell'anima, in una conversazione sullo stato, che teneva davanti allo stesso Lelio e a Scevola, Filo, Manoli e molti altri.

A questo punto Lelio può affermare convinto che rattristarsi per la sorte di un simile percorso di vita non ha senso, troverebbe pane soltanto l'invidioso:


"Perciò dico che rattristarsi per questa sua sorte si addica più all'invidioso che all'amico" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.31)


La morte non cancella il vissuto di un uomo, fa capire Lelio (o Cicerone), non ogni sensazione di vita, perché altrimenti sarebbe come se uno non fosse mai nato. E' per questo che, riferendosi all'amico perduto, dice:


"Infatti, perduta ogni sensazione, è come se non fosse affatto nato lui, che invece è nato, e questa città finché vivrà se ne rallegrerà"(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.31)


Lelio dunque ricorda Scipione con grande ammirazione. Rimpiange di non esser morto prima dell'amico, in quanto prima è venuto al mondo. La loro amicizia consta di una condivisione di tante fasi della vita. Insieme in casa, nelle mansioni degli affari pubblici, come nella vita militare, cose in cui, secondo Lelio, può racchiudersi tutto il valore dell'amicizia:


"Cose in cui consiste tutto il valore dell'amicizia, la massima armonia dei desideri, delle inclinazioni, delle idee" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.37)


Lelio non spera di trarne chissà quale saggezza da una così grande amicizia, la sua speranza è invece quella di potersi ricordare in eterno della sua amicizia con Scipione:


"Questo mi sta tanto più a cuore, perchè nel corso dei secoli si ricordano appena tre o quattro coppie di amici; tra questi mi sembra naturale sperare che l'amicizia tra Scipione e Lelio sarà nota ai posteri" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.33).


Il personaggio di Lelio, grazie al quale Cicerone argomenta sul tema dell'amicizia, viene esortato dai generi a continuare a proferire sull'argomento. Lelio si esprime dicendo che l'amicizia si eleva al di sopra di tutte le cose umane, sia nella buona che nella cattiva sorte. Anche se lui stesso non si ritiene abbastanza dotto per argomentare su queste cose, come invece lo furono i Greci:


"Questa consuetudine di porre un argomento, su cui discutere anche all'improvviso, è propria dei dotti, in particolare dei Greci. Per questo penso che dobbiate chiedere a quelli che professano ciò, le cose che si possono discutere sull'amicizia" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.35).


Ma certamente Lelio si distacca dal pensiero di quei saggi più riconosciuti, infatti, lui è sicuro che l'amicizia sia cosa per i buoni, anche se quei cosiddetti dotti sostengono che l'essere buono è sinonimo dell'essere sapiente:


"Loro dicono che nessun uomo è buono tranne il sapiente" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.35).


Non per questo Lelio smette di esprimersi sull'amicizia, se i dotti vorranno credere a un tipo di saggezza, come essi la immaginano o la desiderano, che facciano pure, lui preferisce restare coi piedi per terra e lo sguardo sulla vita comune:


"Intendono per saggezza quel che nessun mortale ha mai raggiunto; noi, invece, dobbiamo attenerci a ciò che è in uso nella vita comune, non a quello che si immagina o si desidera" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.35).


La vita vita comune insegna che uomini come C.Fabrizio, M.Curcio, T.Coruncanio, che gli antenati han giudicato come uomini "saggi", vengono anche ricordati come uomini buoni:


"Perciò si tengano pure questo nome della sapienza, odioso e oscuro, ma ammettano che quelli furono uomini buoni" ((L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013p.37).


Gli uomini buoni sono quelli che seguono con fermezza principi di lealtà, onestà, imparzialità, e in loro non risiede cupidigia, passione o sfrontatezza. Questi uomini sono affabili alla natura, che per quanto possibile agli uomini, se viene seguita, si dimostra essere un'ottima guida.

Se nasciamo perché in natura esiste una sorte di legame comune in tutti gli esseri umani, tale legame si rafforza quanto più si è vicini:


"Per questo i concittadini sono preferiti agli stranieri, i parenti agli estranei. Con questi la natura stessa ha generato l'amicizia" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.37).


Ma la natura a sé non basta, ad esempio, continua Lelio, l'amicizia supera la parentela, in quanto la parentela può anche perdere l'affetto, lasciando le persone, comunque, nella condizione di "parenti", mentre l'amicizia non può concedersi questo lusso, e dunque, perso l'affetto, non c'è più amicizia:


"Nella parentela l'affetto si può eliminare, nell'amicizia no, infatti, tolto l'affetto viene meno l'amicizia stessa, la parentela rimane" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.37).


Se la natura è stata capace di riunire l'infinita società umana, l'amicizia è di una tale forza che riesce a raccogliere tutto l'affetto, per limitarlo nella sfera del rapporto di due o poche persone.


Alla ricchezza, alla buona salute, alla potenza, agli oneri e ai piaceri, Lelio - il personaggio scelto da Cicerone per esprimersi sull'amicizia, nel Lelius de amicitia - preferisce il legame dell'amicizia. Chi ricerca il piacere - contiua Lelio - è simile alle bestie. Chi ricerca la virtù, invece, pensa bene, ma:


"Proprio questa virtù genera e preserva l'amicizia né senza la virtù può esistere in alcun modo l'amicizia"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.39)


Lelio consiglia di guardare alla virtù, come a quella qualità posseduta dagli uomini buoni, quegli uomini che possiamo riconoscere grazie al nostro linguaggio consueto, che viene dalla nostra vita abituale, e non come invece viene giudicata da:


"Certi dotti, dall'enfasi delle parole"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.39)


Gli uomini buoni, quelli che possono godere dell'amicizia di qualcuno, trovano rifugio nell'affetto reciproco. E questo è un vantaggio sia nel dividere le pene, che si incontrano nel cammino dell'esistenza, sia nel godere insieme della buona sorte:


"Quale grande vantaggio ci sarebbe nella buona sorte, se non avessi chi ne godesse come te stesso? Sarebbe veramente difficile sopportare le avversità senza qualcuno che le sopportasse persino con maggior pena di te"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.41)


Se i piaceri della vita sono tutti volti a un fine specifico:


"Le ricchezze per usarle, il potere per essere onorato, le cariche pubbliche per essere lodato, i piaceri per godere, la salute per tenersi lontano dal dolore e compiere le funzioni del proprio corpo" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.41)


L'amicizia invece consta di più finalità e racchiude in sé tanti più vantaggi:


"Dovunque ti rivolga, è pronta; non è mai inopportuna, non è mai noiosa. E così non usiamo l'acqua, come si dice, in più circostanze che l'amicizia"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.41)


Osservare un amico, vuol dire osservare un'immagine di sé stesso. Con l'amicizia si può far risplendere le buone speranze per l'avvenire, preservare gli animi e non farli avvilire, oltrepassare i confini del caso, tanto che:


"Gli assenti diventano presenti, i poveri ricchi, i deboli fori, e, cosa più difficile, i morti diventano vivi; tanto li segue l'onore, il ricordo, il rimpianto degli amici"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.42)


L'amicizia supera ogni cosa e ogni bene - racconta ancora Lelio in presenza dei generi - ogni casa ed ogni città può essere distrutta se non è difesa da un legame d'affetto stabile e solido.

L'amicizia è dunque al di sopra di qualsiasi bene, prende il nome dall'amore, è quest'ultimo, infatti, il generatore di questo prezioso legame presente in natura. Un legame, un sentimento, che si genera più per una propensione dell'anima, che per asservire a principi di utilità:


"Più per una propensione dell'anima, insieme a un certo sentimento d'amore, che per la considerazione di quanta utilità potrebbe avere in futuro"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.47)


Un simile sentimento, in natura, si scorge facilmente nel rapporto tra genitori e figli e persino in certe bestie, quando devono prendersi cura dei loro piccoli.

E' un sentimento che riconosciamo, infatti, è possibile farsi attrarre da una specie di "luce di onestà e virtù", quando incontriamo qualcuno a noi consono per costumi e caratteri.


"Nulla è più amabile della virtù, nulla c'è che inviti di più ad amare, dal momento che a causa della virtù e dell'onestà, in un certo senso, amiamo anche quelli che non abbiamo mai visto"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013, p.49)

L'amicizia è un sentimento nobile - riferisce Cicerone, facendo parlare il personaggio di Lelio nel Laelius de Amicitia- non può venire dal bisogno o dalla brama di realizzare i propri desideri, se così fosse, basterebbe aumentare la fiducia i sè stessi, per poter essere anche dei buoni amici. Ma così non è, così non basta. E questo - racconta ancora Lelio ai suoi generi - si può constatare dal fatto che gli uomini di grandi virtù che, attraverso la fiducia acquistata in loro stessi, sono riusciti a realizzare più desideri, proprio loro, sono i più propensi a ricercare amicizie:


"Noi siamo benefici e generosi non per esigere una ricompensa - infatti non prestiamo a interesse un beneficio, ma siamo propensi alla generostà per natura; nello stesso modo pensiamo che si debba cercare l'amicizia, spinti non dalla speranza del guadagno, ma perchè ogni suo frutto è proprio nello stesso amore" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.53)


Lelio (o Cicerone) paragona alle bestie quelli che vivono ogni affetto o situazione al solo fine di cercare il piacere. Costoro non alzano mai lo sguardo per guardare qualcosa di alto, di divino, poiché il loro sguardo è abbassato su un oggetto tanto vile, quanto spregevole.

L'amicizia è un sentimento nobile, perchè bisogna riconoscerla attraverso segni d'onestà, solo così si instaurerà una nobile gara a chi sarà più propenso a rendere un servizio invece che a riceverlo, a vivere dei costumi e dell'intimità di chi si è preso ad amare, cercando, con orgoglio, di esserne pari e simile.

In questo modo l'amicizia si presenta in natura, non nasce dalla debolezza e dal bisogno, infatti:


"Se l'interesse cementasse le amicizie, questo, cambiando, le distruggerebbe" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p53)


Le vere amicizie, così come la natura ce le ha date, sono eterne. Ma per preservare le grandi amicizie, fare in modo che oltrepassano i grandi ostacoli, come le discordie politiche, le cose che non convengono a entrambi, la brama di denaro, bisognerebbe innanzitutto non chiedere agli amici di fare qualcosa di disonesto in nome dell'amicizia:


"Quelli che si rifiutano, sebbene agiscano onestamente, vengono accusati di trascurare la legge dell'amicizia da quelli a cui non vogliono obbedire; invece, quelli che hanno il coraggio di chiedere ad un amico qualsiasi cosa, con la loro richiesta dichiarano di essere pronti a fare tutto per l'amico. E, per le loro lamentele, di solito, non solo muoiono amicizie di lunga adta, ma nascono anche odi eterni" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.57)


Lelio dà un'idea di quanto sia difficile preservare un'amicizia (di quelle vere), riferendo l'opinione di Scipione, il suo amico recentemente scomparso. Costui, parlando delle terribili intemperie e difficoltà che, nell'arco di una vita, gli amici debbono superare, per tenere viva l'amicizia, dice che vi è bisogno non solo di saggezza, ma persino, anche, di un po' di fortuna:


" Egli dice - evitarle tutte gli sembrava opera non solo della saggezza, ma anche della fortuna" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013,p.57)



Cicerone, nel Laelius de Amcitia, la sua operetta morale, lascia che si esprima Lelio, un personaggio da lui dipinto come di grande rilievo, tra i suoi concittadini. Un personaggio che gode anche di grande stima nei suoi generi. Quest'ultimi lo ascoltano con entusiasmo commentare sul tema dell'amicizia.

Lelio, allora, dice che un'amicizia non ha bisogno che si sbagli in suo nome, non si può essere disonesti in pubblico, al sol fine di considerare un'amicizia. Questo sentimento è alimentato tramite le virtù, se quest'ultime vengono meno, è molto difficile che l'amicizia rimanga:


"Perciò non è una giustificazione se si sbaglia a causa di un amico. Dal momento che la fama di virtù è stata mediatrice dell'amicizia, è difficile che l'amicizia rimanga, se ci si è allontanati dalla virtù" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.59)


Non si vive, secondo Lelio, di amicizie in cui è lecito chiedere e concedere tutto, e basta osservare quelle persone che detengono una grande amicizia, per capire come loro, pur avendone la possibilità, non inceppano in richieste o concessioni che superano i confini della lealtà:


"Che bisogno c'è, per tali uomini, di dire che se avessero tentato non l'avrebbero ottenuto, dal momento che quelli erano uomini onestissimi e non sarebbe comunque lecito fare ciò, se richiesto, né chiederlo?" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.61)


In merito ad amicizie sbagliate, si può persino compiere atti contro lo stato. Alcuni uomini riescono a farsi seguire in azioni pubbliche disoneste. Difficilmente chi aspira al potere in un tal modo, in maniera corrotta, agisce senza compagni, e allora, osserva ancora Cicerone, attraverso il personaggio di Lelio:


"Bisogna insegnare ai buoni che, se, senza saperlo o per caso, siano capitati in amicizie di tal genere, non pensino di essere così legati da non potersi allontanare da amici che sbagliano in qualche faccenda importante" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.63)


Per il bene comune, allora, non serve limitarsi a coprire accordi di malvagi propositi, in nome dell'amicizia, ma si deve, anzi, restare vigili nel punire chi ritenga sia lecito seguire un amico anche a costo di portare guerra in patria.

L'amicizia necessita di onestà, ma anche d'ammonizione, dunque, poiché a volte serve esser guidati dall'autorità degli amici che ci spingono verso il bene:


"Abbia moltissimo peso, nell'amicizia, l'autorità degli amici che ci spingono al bene e questa venga usata per ammonire solo apertamente, ma anche aspramente se sarà il caso, e si obbedisca ad essa" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.65)


Il discorso di Cicerone, tenuto dal personaggio di Lelio, nel Laelius de Amicitia, auspica all'onestà, agli amici si devono chiedere cose oneste. A causa di essi, si devono fare cose oneste. Se ci sono tali premesse, non si deve aspettare neanche di essere pregati per fare un favore a un amico e, con la stessa indole di onestà, bisogna consigliare gli amici:


"Ci sia prontezza, e non ci sia, invece, esitazione, ma abbiamo il coraggio di dare liberamente il nostro consiglio" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.65)


L'autorità di un buon amico, un onesto amico, va rispettata e fatta rispettare, anche a costo di ammonire aspramente, se è il caso. Ma non si deve rincorrere le amicizie troppo grandi, poiché l'amicizia necessita di una spartizione totale delle pene, e uno non può affliggersi per le pene di molti o preoccuparsi di troppi affari altrui:


"E' invece molto più comodo tenere le briglie sciolte all'amicizia, e tirarle e allentarle quando si vuole; per vivere felicemente, infatti, è essenziale la tranquillità, di cui l'animo non può godere se uno quasi si angustia per molti" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.67)


Alla stregua di come per ogni azione o cosa onesta ci si deve far carico di certe responsabilità, anche l'amicizia ha bisogno di intraprendere battaglie, di affanno, di non essere abbandonata. Di solito è il coraggioso che soffre per le viltà, il giusto per l'ingiustizia:


"E se fuggiamo l'affanno dobbiamo fuggire la virtù, che è inevitabile che disprezzi e odi, con qualche inquietudine, le cose a sé contrarie, come la bontà odia la cattiveria, la moderazione l'eccesso, il coraggio la viltà" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 pp.68-69)


Anche l'anima del saggio può affliggersi per i dolori della vita e far soffrire, non vi è dunque motivo di rinunciare all'amicizia, solo perché essa ci arrechi qualche pena, qualche dolore. Ogni virtù contiene in essa affanno e molestia, ma non per questo ne facciamo a meno:


"Perciò questa angoscia, che spesso si deve sopportare per un amico, non ha abbastanza forza da cancellare l'amicizia dalla vita, non più di quanto si debbano ripudiare le virtù perché arrecano qualche affanno e molestia" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.69)


Per Cicerone, infatti, è proprio grazie alle virtù che nascono le amicizie. E' lo splendore di un segno di virtù che può attrarre un animo affine e favorirne unione e amore:


"Si stringe amicizia se risplende qualche segno di virtù" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.69)


Lelio, il personaggio attraverso cui Cicerone esprime le sue idee sull'amicizia, non ha dubbi:l'onore, la gloria, i palazzi,i vestiti, la cura del corpo, non valgono più dell'amicizia. Quest'ultima, a differenza degli altri beni, può essere corrisposta. E,' infatti, l'affinità tra gli animi che fa sorgere l'amicizia:


"Niente è più desideroso e più avido di attrarre le cose simili a sé, quanto la natura"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 71)


In questa visione i buoni si attraggono nell'amicizia "naturalmente". Una "bontà" che lega con quella esternata da chi diffonde amore per il popolo, ad esempio, adottando provvedimenti per salvaguardarlo. Una bontà che però sparisce quando si vuole fingere amicizia per interesse:


"Non è tanto gradito, infatti, il vantaggio che ci viene procurato da un amico, quanto lo stesso amore dell'amico" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.71)


Tra coltivare amicizie per affetto e per bisogno vi è dunque una grande differenza secondo Cicerone, che, nei dialoghi sull'amicizia, fa riflettere Lelio, sulla sua amicizia con Scipione:


"Quando si sarebbe rafforzato il mio affetto, se Scipione non avesse mai avuto bisogno, nè in pace nè in guerra, del mio consiglio e della mia opera? L'amicizia, dunque, non è stata una conseguenza dell'interesse, ma l'interesse dell'amicizia" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.73)


Se non si dà ascolto agli uomini che nuotano solo nei piaceri, si capirà che l'amicizia è bene superiore all'interesse, un bene diverso da quello che possono vantare i tiranni. che senza amicizia, e dunque stabilità di affetti, lealtà e amore, sono costretti a vagare nel sospetto e nell'inquietudine. Lelio allora si chiede:


"Chi può amare colui che teme o colui dal quale pensa di essere temuto"?

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.73)


Una domanda non facile, visto che i tiranni sono spesso circondati da persone pronte ad onorarli. Ma è un onore effimero, spiega Lelio, poiché di solito svanisce nel momento in cui i tiranni cadono e perdono il loro potere:


"Dicono che Tarquinio, andando in esilio, abbia detto questo: aveva capito quali amici fedeli avesse avuto e quali infidi, solo allora quando ormai non poteva ricambiare né gli uni né gli altri"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.75)



Nel Laelius de Amicitia Cicerone fa fuori tre concezioni dell'amicizia:


1) l'opinione che proviamo nei confronti dell'amico gli stessi sentimenti che proviamo verso noi stessi;

2)l'opinione che il nostro affetto verso l'amico è equivalente e costante all'affetto verso noi stessi;

3)l'opinione che la stima che ci proviene dagli amici sia equivalente alla stima che abbiamo verso noi stessi;


La prima opzione viene fatta fuori perché si constata che a volte si fanno cose per gli amici che non si farebbero per se stessi:


"Pregare un uomo indegno,supplicare, inveire contro qualcuno assai duramente e accanirsi con molta violenza. Cose che, se fatte nel nostro interesse non sarebbero giuste, per gli amici sono giustissime" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.77)


La seconda opzione presuppone che l'amicizia sia uno scambio di doveri e desideri, cosa che Lelio (o Cicerone) non può accettare, in quanto l'amicizia non dovrebbe tener conto che sia dia o si riceva di più:


"Non bisogna temere, che qualcosa vada perduto o scivoli in terra o che si accumuli per l'amicizia qualcosa più del giusto"

(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.79)


Siamo dunque arrivati alla terza opzione, quella che Cicerone ritiene sia la peggiore. L'inadeguatezza di tale opzione si riflette dal fatto che può capitarci di essere infelici o abbattuti e, in tale condizioni d'animo, non potremmo risollevare un amico. Se mettiamo la stima che riceviamo da quest'ultimo sullo stesso livello della stima che abbiamo per noi stessi, non saremo di alcun aiuto all'amico:


"Non si addice ad un amico esser verso quello, come verso se stesso, ma piuttosto fare ogni tentativo e darsi da fare per risollevare l'animo abbattuto dell'amico e indurlo a speranze e pensieri migliori". (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.79)


Inoltre vi è un'altra credenza errata sul quale Cicerone si pronuncia. E' quell'opinione che dice che si dovrebbe amare come se un giorno si dovesse odiare. Un principio falso a tal punto che se messo in pratica potrebbe distruggere l'amicizia. Chiede Lelio:


"In che modo si può esser amici di uno di cui si penserà di dover esser nemici?" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.79)


Sotto quest'ottica, ci dice, sarà inevitabile:


"Angosciarsi, addolorarsi e provare invidia per le azioni oneste e i successi degli amici"(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.81)


Quando i costumi degli amici sono giusti si deve condividere con loro decisioni e desideri, così che, anche quando si dovesse supportare l'amico per un desiderio non troppo giusto, si possa deviare dalla retta via, se si tratta della sua vita e del suo onore, senza per questo trascurare l'onore o la fiducia dei propri concittadini.

A! se solo la si pensasse come Scipione - osserva Lelio - lui credeva che bisogna mettere molto attenzione nello scegliersi gli amici. Mentre troppi son più attenti a ai loro acquisti e alle loro vendite, che a scegliersi gli amici.

La scelta degli amici comporta il fare esperienza delle persone. Ed è importante che questa esperienza serva a farci capire se quest'amico ci venderebbe per una somma di denaro piccola, o anche per una grande. Nel caso ci si imbatte in un amico disposto a barattarci per denaro, un uomo assennato saprebbe interrompere l'amicizia:


"E' proprio nell'uomo assennato frenare lo slancio dell'affetto come si frena il carro, , di cui ci serviamo, per così dire, dopo aver provato i cavalli, com'è nell'amicizia, dopo aver messo alla prova, in qualche modo, i costumi degli amici" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013p.83)


La difficoltà nell'amicizia è accentuata quando si tratta di politica e cariche pubbliche, è così difficile anteporre l'onore dell'altro al nostro! o preoccuparci delle disgrazie altri, ma a queste difficoltà Lelio risponde citando Ennio, che suggerisce che:


"L'amico certo si vede nella sorte incerta" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.85)


Ma l'uomo pronto all'amicizia, serio sia nella disgrazia, che nella gioia dell'amico, è molto raro, quasi divino, scrive Cicerone.Uomini così hanno bisogno di una risorsa importante "La fiducia". E questa è una risorsa accessibile solo per gli uomini onesti. Cosicché torna l'asserzione che Cicerone fece già all'inizio della sua operetta:


"Che l'amicizia non può esistere se non tra gli uomini onesti" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.87)


A differenza di molti altri beni, l'amicizia non passa col tempo, non si rimpiazza un amico per una nuova amicizia, ma anzi un'amicizia è tanto più cara quanto più è vecchia e se pure non si devono ripudiare le nuove amicizie, una vecchia amicizia dà la tranquillità di un'antica consuetudine:


"E' molto grande la forza di un'antica consuetudine"


In amicizia i favori dovrebbe rinfacciarli quello che li ha ricevuti, non chi li fece.

Non si è amici solo perché si è frequentata la stessa scuola, o si è giocato, casualmente, insieme a pallone da piccoli. Altrimenti i pedagoghi e le nutrici sarebbero, per anzianità, i nostri migliori amici. Per questo, raccomanda Cicerone:


"Bisogna valutare le amicizie quando l'indole e l'età si siano stabilizzate e rafforzate"


L'amicizia và cercata naturalmente, rammenta Lelio. Come le bestie cercano il simile della propria specie per riprodursi, l'uomo cerca l'amore e l'amicizia naturalmente, senza prospettive di guadagno.

Ma attenzione, non si deve credere che l'amicizia consiste in una compagnia per i vizi:


"L'amicizia è stata concessa dalla natura come fautrice di virtù, non come compagna di vizi" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.103)


Vi è chi non sopporta la ricchezza, chi le cariche pubbliche, ma tutti concordano nell'utilità dell'amicizia. Persino chi ha un cuore così duro, da dire di non credere all'amicizia, dovrà trovare poi qualcuno su cui riversare il suo veleno. A riguardo Lelio ricorda che il tarantino Archita era solito dire:


"Se qualcuno fosse salito al cielo e avesse osservato la creazione del mondo e le bellezze delle stelle, quella meraviglia per lui sarebbe stata sgradevole, mentre sarebbe stata dolcissima se avesse avuto qualcuno a cui raccontarla" (L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.107)


Se la verità è in grado di essere pericolosa, seminatrice di odio, l'amicizia è messa ancora più in pericolo dall'adulazione. Essere indulgenti con gli errori, vuol dire lasciare che un amico vada in rovina. Una persona intelligente sa come non essere offensivo in un rimprovero.E non è un buon amico colui che si duole più per il fatto di esser stato rimproverato, con verità da un amico, che per i propri errori. Non è un buon amico colui che non gode della correzione subita.


L'operetta si conclude con Lelio che tesse le lodi di Scipione e della sua amicizia con lui, alimentata e preservata grazie alle virtù.


"Queste cose avevo da dire sull'amicizia, ma vi esorto ad attribuire un tale posto alla virtù, senza la quale non può esservi amicizia, da ritenere che, all'infuori di essa, non vi sia niente di più prezioso dell'amicizia"(L'amicizia, Cicerone, a cura di Emma Maria Gigliozzi, Newton Compton Editori, Roma, 2013 p.125)






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