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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Il drago, il cavaliere e la regina

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10 minuti

Pubblicato il 04 maggio 2021 in Fiabe

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(in neretto ci sono gli indizi)

C’era una volta un drago, di nome Giacomo, che viveva in un castello fortificato, arroccato sulla vetta di un’alta montagna. Come molti draghi amava l’oro e le ricchezze. Ma questo drago aveva, soprattutto un’altra passione: quella delle armi e della guerra. Il suo potente esercito, composto da orchi e da troll, era conosciuto e temuto in tutto il mondo. E lui lo metteva volentieri al servizio di quanti potevano ben pagarlo e promettergli un ricco bottino per sé e i suoi soldati, facendo soldi a palate.

A quei tempi, i due più potenti governanti del mondo, il re e l’imperatore, erano in continuo conflitto tra loro per affermare la propria supremazia. Dappertutto era un continuo sferragliare di armi e tuonare di cannoni. La povera gente pregava per la pace e invocava a gran voce la fine di ogni conflitto, ma i reggenti proprio non ne volevano sapere di smettere di litigare.

Il drago Giacomo, invece, gongolava felice e incitava i suoi soldati:

«Miei valorosi combattenti, ricchi bottini ci attendono. Ma ricordate: solo con la violenza e la ferocia si vincono le battaglie e nessuna misericordia per i vinti deve albergare nei vostri cuori, perché la pietà è il sentimento dei perdenti».

L’imperatore Quintilio, questo era il suo nome, amava dire: «Sui miei territori non tramonta mai il sole» poiché i suoi possedimenti erano tanto estesi che quando era notte in un posto era mattina in un altro. La sua fame di potere era illimitata e riusciva a placarla solo assoggettando nuovi popoli. Perciò ingaggiò l’ennesima battaglia col re per la conquista di una bella e florida regione pianeggiante che confinava con il paese della regina Irene e quello del popolo dei Nautili. Con il suo potente esercito riuscì a sconfiggerlo e a fare prigionieri i suoi due figli. Sembrava proprio che nessuno avrebbe mai potuto fermarlo nel proposito di conquistare il mondo intero. Perciò Clelio, il nuovo presidente della repubblica di Demos, indisse una riunione tra i governanti degli stati confinanti con il grande impero, per decidere cosa fare e come difendersi.

Il re promise che, nonostante la recente sconfitta, avrebbe inviato uomini e armi per contrastare il disegno imperiale. I Nautili assoldarono il più valente capitano di ventura. Il regno di Floralia mise a disposizione il suo esercito.

«Bene» disse Clelio «ce n’è abbastanza per impedire all’imperatore di appropriarsi delle nostre terre e sottomettere i nostri popoli».

Naturalmente Quintilio, quando le sue spie lo misero al corrente degli accordi presi in quella riunione, si arrabbiò tantissimo e promise morte e distruzione a quanti osassero opporsi alla sua volontà di conquista. Prese quindi accordi con il drago Giacomo perché gli fornisse nuovamente quella forza militare che lo avrebbe, ancora una volta, reso vincitore.

«Va bene, ma i miei soldati fanno la guerra solo se vengono pagati» quello gli disse

«Darò ad ogni fante del tuo esercito una cassetta di monete d’argento e ad ogni addetto alle armi da fuoco una piena di monete d’oro» rispose il sovrano

«E io cosa ci guadagno?»

«A te, in segno di riconoscenza per l’aiuto che mi fornirai, donerò un’intera stanza piena di oggetti preziosi e cofanetti di gioielli»

«Affare fatto» concluse Giacomo, porgendogli un artiglio, dato che era sprovvisto di mani, per sancire l’accordo.

Ma le cose andarono assai diversamente da come ognuno immaginava.

L’imperatore, così bravo a fare promesse, non lo era altrettanto a mantenerle, perché le casse del suo stato erano vuote, a causa delle continue guerre da lui intraprese. I conflitti, si sa, portano morte e distruzione, le armi costano, le terre, abbandonate dai contadini in fuga o arruolati come soldati, non producono cibo, gli artigiani non possono lavorare nelle città assediate e bombardate e tutta la gente soffre la fame. Gli orchi e i troll dell’esercito del drago iniziarono dapprima a brontolare perché le paghe non arrivavano, poi si infuriarono e cominciarono a urlare:

«Il soldo! Il soldo! Non rischiamo la vita senza essere pagati» e ai loro capitani ci volle del bello e del buono per cercare di calmarli con vane promesse, che non sapevano se potevano mantenere. Alla fine ci riuscirono facendo loro balenare l’idea del ricco bottino che li attendeva una volta raggiunta la capitale della repubblica di Demos.

La situazione dunque si metteva, invece, bene per il presidente Clelio e i suoi alleati che così avrebbero potuto facilmente sbaragliare quella marmaglia in rivolta.

Macchè.

Anche qui le cose andarono assai diversamente da come potreste immaginare. Gli aiuti promessi dal re non arrivarono mai perché quello era troppo impegnato nelle trattative per la liberazione dei suoi due figli dalla prigionia. Il valente condottiero che avrebbe dovuto guidare l’esercito si arroccò lungo i confini delle terre dei Naupli per difendere le proprietà di coloro che lo avevano assoldato e di lì non si mosse. Tra gli alleati l’unico valido comandante che si opponeva all’esercito imperiale era un giovane cavaliere di nome Giovanni che guidava un drappello di abili soldati, ma che non aveva nessuna possibilità di vittoria contro i molti e feroci orchi del drago Giacomo. Come fare per impedire che si dirigessero vittoriosi verso il regno di Floralia e la repubblica di Demos, mettendo fine ad ogni libertà per i popoli sottomessi? Elaborò una strategia secondo la quale evitava lo scontro diretto e attaccava velocemente le retroguardie e le salmerie con la conseguenza che ben presto lo scarso cibo a disposizione dei nemici venne a mancare.

Allora sì che la protesta scoppiò più potente che mai tra i soldati di Giacomo! Così lui fu costretto a presentarsi davanti a loro per placare gli animi e cercare di far proseguire la guerra verso la conquista finale che, adesso ai suoi soldati sfiduciati e affamati, non sembrava più tanto certa.

«Draghi, troll, volete il pane? Volete l’oro? Volete saccheggiare la ricca capitale repubblicana di Demos?»

«Sì, sì» quelli rispondevano urlando tutti in coro

«E allora seguitemi. Ancora una volta vi condurrò alla vittoria. E il vostro sarà un bottino così grande che neanche potete provare ad immaginare. Ecco, guardate: con questo cappio intessuto d’oro impiccherò personalmente Clelio, l’infame capo repubblicano, e questi di seta porpora, che vedete tra i miei artigli, sono destinati ai suoi scellerati ministri. Viva l’imperatore!». Ma sapeva che non avrebbe potuto ancora a lungo controllare quella moltitudine di combattenti sporchi, famelici e indisciplinati. E il suo feroce cuore di drago cominciò a temere, fino a cedere al terrore.

Intanto Giovanni, ben deciso a contrastare con ogni mezzo l’esercito nemico si recò con i suoi compagni d’arme sulle sponde di un largo fiume dove sapeva che avrebbe potuto attaccare la retroguardia degli orchi, durante le operazioni di attraversamento su un ponte di legno, infliggendo loro gravi perdite. E infatti così fu. Ma mentre si accingeva a tornare, trionfante, al suo accampamento fu raggiunto dalla palla sparata da un cannoncino nascosto in un vecchio rudere abbandonato. Ferito gravemente fu trasportato, dai suoi amici in lacrime, presso la residenza di uno di essi. Fu chiamato il medico che lo operò d’urgenza, ma non ci fu nulla da fare e dopo qualche giorno il valoroso cavaliere che aveva saputo coraggiosamente combattere contro gli orchi, morì. La guerra, che porta dolore e devastazione, crea, talvolta, degli eroi capaci di mettere in pericolo la propria vita per il bene di tutti.

Non molto tempo dopo anche il malvagio drago, il cui cuore, un tempo impavido, aveva cominciato a temere, fu colpito da un malore e si accasciò al suolo. Fu immediatamente soccorso e portato sotto la tenda che fungeva da ospedale. Ma, non più in grado di combattere, fu, infine, riaccompagnato al suo castello fortificato in cima alla montagna dove, dopo qualche tempo, la sua vita ebbe termine.

Capo dell’esercito degli orchi divenne allora un goblin piccolo e verde, con grandi orecchie lunghe e flosce e un naso enorme a forma di uncino, ma molto forte, feroce e risoluto. Questo nuovo capo riuscì a condurre, a marce forzate, l’indisciplinato, affamato e sempre più arrabbiato esercito di orchi e troll fino alle porte della capitale di Delos.

Mentre si svolgevano gli avvenimenti fin qui narrati, la regina Irene si trovava proprio in quella città, ospite in un bellissimo palazzo appartenente ad un suo amico.

Dopo la prematura morte, a causa di una grave malattia, del suo amato marito, il re Ferruccio, Irene, nonostante il grande dolore che gravava sul suo cuore, si era dedicata con grande impegno ad assicurare il benessere ai suoi sudditi e la prosperità al suo piccolo regno. Soprattutto aveva ricercato la pace e la cooperazione con gli stati confinanti perché solo così si possono assicurare serenità e abbondanza per tutti. Infine, avendo ormai sua figlia Eumonia raggiunto l’età adulta e completato la sua educazione politica per l’apprendimento dell’arte del Buon Governo, decise di affidarle la reggenza del regno per dedicarsi per un po’ di tempo al suo interesse: la ricerca di opere d’arte e di cose belle. I suoi viaggi l’avevano infine condotta a Delos, dove poté incontrare i più grandi artisti e acquistare quadri, sculture e altre magnificenze per soddisfare il suo desiderio di bellezza.

Informata dai suoi emissari, la principessa Eumonia scriveva lettere su lettere pregando la madre di tornare a casa:

«Il terribile goblin sta conducendo il suo esercito verso la repubblica e nessuno sarà più al sicuro. Vi prego madre affrettatevi finché è ancora possibile». Ma, rapita dalle bellezze che la circondavano, ogni volta Irene rimandava la partenza al giorno successivo, fin quando non si rese conto che ormai era troppo tardi per mettersi in salvo poiché gli orchi erano ormai giunti alle porte della città.

Allora riempì i capienti magazzini del palazzo con scorte di cibo, fece sbarrare porte e finestre e si preparò all’assedio. All’ingresso principale pose una piccola guardia armata con l’ordine di aprire solo a donne e bambini che chiedessero ospitalità e protezione e a coloro che, disarmati, cercavano un rifugio contro la prevedibile ferocia dell’esercito invasore. Ben presto circa duemila persone si trovarono ammassate nelle molte stanze e nei corridoi della residenza. Attraverso i muri e le finestre sbarrate si udivano giungere il rombo dei cannoni, lo sferragliare delle armi e i lamenti di coloro che, non essendosi messi in salvo per tempo, cadevano sotto i colpi degli orchi e dei troll che avevano invaso la città. Alle grida di dolore dei cittadini inermi si alternavano gli urli di gioia della soldataglia che esultava quando in qualche casa o nelle chiese trovava quegli oggetti d’oro tanto bramati. Nel palazzo Irene girava tra i suoi ospiti cercando di consolarli per la perdita dei loro averi e per la morte dei loro familiari che non erano riusciti a scampare alla furia omicida degli aggressori. Per otto lunghissimi giorni la città fu saccheggiata, i palazzi distrutti, le opere d’arte sfregiate e i cittadini assassinati dall’orda infernale che era stata del drago, fin quando non ci fu più nulla da rapinare o distruggere.

Anzi no!

Qualcosa scampò a tutta quella furia devastatrice perché ogni volta che qualche drappello di orchi si affacciava sulla piazza dove sorgeva il palazzo della regina Irene subito si ritirava titubante sentendo che quei muri sprigionavano un messaggio di pace e solidarietà che faceva tremare i loro cuori malvagi più di qualsiasi potentissima arma distruttrice.

Infine la guerra cessò, i nemici si ritirarono e i cittadini sopravvissuti poterono tornare a ricostruire le loro case e a pregare per i loro morti. Gli ospiti della regina Irene, che avevano appreso il suo insegnamento, lo trasmisero ovunque nelle città e anche nei luoghi più sperduti delle campagne.

E così la serenità tornò a rifiorire ovunque.

(Irene, figlia di Zeus e di Temi, era la divinità greca che rappresentava la Pace)


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