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Una storia di IBonamiciFredducci

Questa storia è presente nel magazine STORIE INTERESSANTI

La Ragazza Che Cadde Dal Cielo - 2a parte

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9 minuti

Pubblicato il 11 agosto 2020 in Giornalismo

Tags: #dispersa #giungla #incidente #miracolo #sopravvissuta

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24 Dicembre 1971: la diciassettenne Juliane Koepcke viaggia a bordo di un Lockheed L-188 Electra della Lansa in volo da Lima a Iquitos con fermata intermedia a Pucallpa, dove lei e la madre Maria avrebbero dovuto scendere per raggiungere Hans Koepcke a Panguana, remota stazione di ricerca immersa nella foresta pluviale. Dopo 30 minuti di volo i piloti si infilano in un temporale gigantesco invece di tornare indietro perché, sotto Natale e già in ritardo, la compagnia e gli stessi passeggeri non l’avrebbero presa bene. La Lineas Aéreas Nacionales Sociedad Anonima è famosa per la scarsità di manutenzione ai suoi mezzi e l’impreparazione dei suoi piloti, che ha portato in 8 anni dalla sua fondazione a due incidenti gravissimi. Ah...nella prima parte non avevo riportato che, dopo le indagini sulla Lansa, si scoprì che i “tecnici” che si occupavano dei velivoli della Compagnia erano quasi tutti meccanici di motociclette, e la maggioranza dei piloti non avevano neppure un regolare licenza!

Alla scarsità di manutenzione di quel particolare L-188 Electra e alla sciagurata decisione dei piloti di entrare nel fronte temporalesco si unisce il principale difetto di fabbrica del quadrimotore turboventola americano: ali troppo corte e rigide che mal tollerano turbolenze violente e per lungo tempo.

Verso le 13:30 del 24 Dicembre un fulmine colpisce il motore esterno destro del velivolo, l’ala si stacca di netto e l’aereo cade in picchiata verticale, disintegrandosi quando è ancora in volo: i suoi rottami si spargeranno (e sono ancora lì) in un’area di 15 km quadrati! Juliane siede nella penultima fila di sedili, sul lato destro accanto al finestrino. Nel posto centrale, accanto a lei, c’è sua madre Maria e nel posto lato corridoio siede un peruviano piuttosto sovrappeso, che ha dormito dall’inizio del viaggio e fino a quel momento. Bagagli e regali di Natale volano ovunque, i passeggeri gridano come degli ossessi, i due motori superstiti vanno fuorigiri e l’aereo è perfettamente verticale.

Di punto in bianco Juliane non sente più alcun rumore se non quello del vento: è fuori dall’aereo, seduta al proprio posto e legata con la cintura di sicurezza. E’ in caduta libera da 3.200 metri di altezza con tutta la sua fila di sedili ma è sola: la madre ed il peruviano obeso non ci sono più.

Sotto di lei la giungla, che si estende a perdita d’occhio: Juliane pensa che, vista da quella altezza, pare una immensa distesa di broccoli.

Trovandosi sul sedile all’estrema destra, la fila non è bilanciata e Juliane comincia a girare vorticosamente su se stessa, per poi continuare quella folle discesa a spirale a testa in giù.

Non ha paura: pensa solo che la cintura le preme sullo stomaco e le fa male.

Riesce a malapena a respirare, tutto diventa nero e perde i sensi.

Quando riapre gli occhi è già Natale: è sdraiata, rannicchiata sotto alla fila di 3 sedili. Ovviamente non è più legata con la cintura di sicurezza. Guarda l’orologio che ha al polso e segna le 9 del mattino. Comprende di essere viva. Non prova dolore ed ha solo la sensazione che tutto sia un po’ ovattato.

Prova ad uscire per alzarsi, ma ha come delle vertigini, vede tutto nero e perde nuovamente i sensi.

Rinviene poco dopo e le tornano in mente alcuni frammenti: non ha memoria di come sia atterrata e di quanto duro sia stato lo schianto ma ricorda perfettamente che, quando già si trovava a terra ancora legata e seduta al proprio posto, diluviava in modo spaventoso e che si è slacciata la cintura, ha ribaltato i sedili e vi si è sdraiata sotto utilizzandoli come riparo, prima di svenire.

Continua a perdere e riprendere conoscenza. Fa un sogno molto strano: si trova in una grande stanza buia e vola come una mosca impazzita, sbattendo con violenza contro pareti, soffitto e pavimento. Emette lo stesso suono di un turboventola, “come se io stessa fossi dotata di motore” racconterà…

Sogna anche di essere completamente ricoperta di fango e pensa che dovrebbe assolutamente lavarsi. Dice a se stessa: -Non ci vuole nulla: alzati e vai alla vasca da bagno!!!- e in quel momento si sveglia ed effettivamente è zuppa e ricoperta di fango perché è piovuto per tutta la notte ed il terreno su cui è sdraiata ed i sedili che ha usato come riparo sono completamente fradici. E’ allora che realizza di essere sopravvissuta dopo una caduta libera di migliaia di metri.

Il suo occhio sinistro è completamente chiuso e maledettamente gonfio. Ha perso gli occhiali quando è stata risucchiata fuori dall’aereo con tutta la sua fila di sedili: li porta da 3 anni ed è miope e anche l’occhio destro non è in perfette condizioni, quindi non ci vede granché. Pensa che probabilmente lo sbalzo di pressione da dentro a fuori l’aereo e lo schianto le hanno fatto scoppiare gran parte dei capillari degli occhi, e probabilmente sembra una zombie o un demone. A quel punto fa un nuovo tentativo e riesce ad uscire dal suo rifugio improvvisato. Gattona un po’ e, quando alza busto e testa mettendosi in ginocchio, ha nuovamente le vertigini, vede tutto nero e perde per l’ennesima volta i sensi.

Quando rinviene ipotizza di avere una commozione cerebrale piuttosto forte ma l’unica cosa a cui riesce a pensare è di cercare sua madre, quindi continua a provare ad alzarsi e, inevitabilmente, continua anche a perdere conoscenza.

Nel primo pomeriggio, finalmente, si sente più lucida e riesce a mettersi in piedi. Continua a non sentire il minimo dolore e, adesso che non sviene più, può controllare com’è messo il suo corpo: la clavicola destra è spezzata ma la frattura non è esposta, però ad ogni movimento percepisce le ossa che si sovrappongono e strusciano tra di loro (una sensazione che personalmente posso comprendere benissimo: non è doloroso ma è un po’ angosciante). Ha profonde ferite sui polpacci ed una al braccio destro, ma nessuna di queste sembra sanguinare: resta per un po' ad osservare il profondo squarcio sul polpaccio sinistro, che “sembra un canyon” ma dal quale non esce assolutamente sangue…

Inizia a cercare sua madre dapprima camminando a 4 zampe, e riesce anche ad urlare per chiamarla. Non trova assolutamente niente, neppure qualche minuscolo rottame: nella zona dove è “atterrata” ci sono solamente lei e la sua fila di sedili. Si rende conto di essere completamente sola in una giungla immensa... Allontanandosi dalla zona dov’è atterrata trova una borsetta con caramelle e cioccolatini: dovrebbe esserne felicissima perché avere a disposizione una scorta di zuccheri in quella situazione è come vincere la lotteria, ma non percepisce assolutamente fame; decide però di portarla con sé. Trova anche un tipico dolce natalizio peruviano che è coperto di fango ma prova ad assaggiarne comunque un pezzo, lo trova disgustoso e decide di lasciarlo lì: -E’ stata una mossa stupida: avrei dovuto portarlo comunque con me e mangiarlo, ma in quel momento non pensavo che sarei rimasta a lungo da sola nella foresta-.

Juliane ha anche un legamento crociato strappato, una tibia con una frattura composta ed una vertebra schiacciata ma, forse per lo stato di shock o semplicemente perché è tedesca, continua a non sentire dolore ed inizia il suo lungo pellegrinaggio nella foresta pluviale, in cerca di civiltà e quindi di aiuto.

Indossa solo un vestito cortissimo, striminzito già di suo e per lo più strappato e malridotto, ha un solo sandalo e gli insetti non le danno pace.

Poco dopo sente il suono di un rigagnolo d’acqua e si imbatte in una fonte dove finalmente può dissetarsi e realizza subito che deve mettere in pratica uno dei tanti insegnamenti del padre: -Se ti perdi nella giungla e trovi un corso d’acqua, DEVI ASSOLUTAMENTE SEGUIRLO-. Si incammina lungo il rigagnolo d’acqua perché sa che sfocerà in un corso più grande, che a sua volta raggiungerà un torrente e quello un fiume: prima o poi troverà per forza segni di civiltà e si imbatterà in qualcuno!!

Al terzo giorno, seguendo un torrente, ci trova dentro uno dei motori: è praticamente intatto, tranne per le pale dell’elica piegate. Sente dei suoni familiari: sono i versi di qualche Hoatzin.

L’Hoatzin è un assurdo grosso uccello, ultimo discendente di una famiglia di volatili che risale a 64 milioni di anni fa: è caratterizzato dal fatto che possiede artigli supplementari sulle ali (due per ala), che usa per aggrapparsi ai tronchi degli alberi per arrampicarsi e salire rapidamente verso il nido, dopo essere stato in immersione per la pesca. Ricordiamo che la madre di Juliane era ornitologa e Juliane ha imparato tanto da lei, quindi sa perfettamente che gli Hoatzin vivono in gruppo e sempre su nidi costruiti su alberi che si affacciano su corsi d’acqua dalla discreta o grande portata: se seguirà i versi di quegli uccelli troverà per forza un torrente navigabile!!!!! Cambia direzione, segue il richiamo degli Hoetzin e trova davvero un altro torrente di cui inizia a seguire la corrente.

Al quarto giorno riconosce i versi degli avvoltoi e ne sente atterrare uno vicino a lei: comprende che nelle vicinanze deve esserci qualche cadavere proveniente dall’aereo dove viaggiava. Si imbatte in una visione grottesca: c’è un’intera fila di sedili (quindi 3) che è conficcata al contrario nel terreno per circa un metro di profondità! Dei cadaveri spuntano fuori solo i piedi, in pratica: sono tre donne e quella seduta nel posto centrale non ha più le scarpe. Per un istante pensa che possa trattarsi di sua madre: è un ragionamento senza senso perché Maria le sedeva accanto, ma smuove comunque i piedi del cadavere con un bastoncino per controllare e quella donna ha lo smalto, e sua madre non lo metteva mai alle unghie dei piedi… I cadaveri non puzzano e ancora gli avvoltoi non hanno iniziato a mangiarlo: comprende che lo faranno appena se ne andrà via di lì. Resta immobile ad osservarli per un po’, fin quando la sua attenzione è catturata da...da un aereo che vola piano e a bassa quota!!!

E’ un aereo dei soccorsi, che sta cercando il relitto del volo 508 ed eventuali sopravvissuti!!!

La vegetazione è fitta e naturalmente è impossibile che la vedano dall’alto. Le capiterà altre volte di avvistare velivoli di ricerca nei giorni successivi, ma non potrà mai nemmeno accendere un fuoco per provare ad attirare l’attenzione a causa della vegetazione sempre fradicia e la mancanza di un accendino o un acciarino.

Il suo orologio smette di funzionare e la ferita che ha al braccio si riempie di larve (nella foresta è sempre stata in lotta con una miriade di mosche, che sono riuscite a deporre uova nello squarcio): prova a toglierle divaricandola con un anello ed utilizzando dei legnetti, ma si rende conto che la cosa non funziona. Ha paura che, se mai dovesse trovare qualcuno che potesse soccorrerla, una volta in ospedale finirebbero per doverle amputare l’arto.

Passano i giorni: le larve nella ferita si stanno nutrendo dei suoi tessuti ed hanno letteralmente scavato un buco nel suo braccio e gli aerei di ricerca non passano più sopra la sua testa.

Capisce che, se vuole sopravvivere, deve contare solo su se stessa. Non ha la minima intenzione di arrendersi ma il fiume che ha deciso di seguire sembra del tutto incontaminato dall’uomo e le balena nella mente il pensiero che forse non troverà mai civiltà continuando in quella direzione…

CONTINUA...

(Nella foto, Juliane nella giungla, ai tempi di Panguana)


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