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Una storia di Marvin

L'ultimo giorno in città.

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7 minuti

Pubblicato il 28 maggio 2019 in Altro

Tags: #donna #mare #racconto #vita

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Mattina.


Come le accadeva spesso, Elisa si era persa ancora nei suoi pensieri osservando il gatto leccarsi il pelo comodamente steso alla luce del sole, che si rifletteva sul suo manto in luminose linee. Riportati i pensieri alla realtà si rigettò verso la scrivania dove erano sparse delle fotografie tra due pile di libri su cui svettavano dei bicchieri ancora sporchi di latte e alcune tazzine di caffè. Le piaceva lavorare immersa fra i pilastri della sua formazione, che all'occorrenza diventavano anche delle pratiche mensole. Elisa con fare delicato spostò alcune fotografie con un gesto che era quasi una carezza e ne sollevò una avvicinandola al volto e nascondendosi lievemente dalla luce perché non si riflettesse sulla carta. Un bambino di cinque, forse sei anni, immerso in un prato guardava profondamente verso di lei attraverso l'obiettivo o verso quest'ultimo attraverso lei. Gli occhi erano candidi e scuri, sembravano chiederle con fare interrogativo un perché a cui Elisa non riuscì a dare un senso, né tanto meno le riuscì di ricordare cosa fosse accaduto prima di quello scatto. Dopo averla osservata ancora per qualche secondo in cerca di un'intuizione si passò tra le mani la fotografia e scostando con qualche difficoltà un paio di tazzine la posò sulla pila di libri alla sua destra mentre con lo sguardo tornava a rivolgere la sua attenzione alla scrivania. Questo fu catturato dal lembo rosso di un vestito che si affacciava da una fotografia quasi del tutto nascosta e con un gesto stavolta vagamente più rapido e dettato dalla curiosità montante si lanciò con la testa sulla scrivania, spostando le altre fotografie che nascondevano l'origine del suo interesse. Una ciocca di capelli corvini e lucenti le cadde davanti agli occhi, con gesto gentile la portò dietro l'orecchio, lasciando poi scivolare la punta delle dita sul collo, quando ebbe d'improvviso la sensazione calda di un tumulto nel petto. Era colpa del viso di Silvia assalito dal sole che le sorrideva mentre lasciava svolazzare fra pochi ombrelloni aperti un leggero abito rosso di tulipani. Il suo corpo era magro, la pelle appena abbronzata, le caviglie sottili e i piedi nudi, la sua era una bellezza tutta per lei e indossava il sorriso più caldo che una ragazza le avesse mai rivolto. Sullo sfondo il mare s'incontrava placido con la spiaggia. Elisa si perse per attimi lunghissimi in quella sensazione, finché non aprì il cassetto della scrivania in cui conservava un mucchio di nastri, biglietti e tantissime altre fotografie e vi ripose anche questa. Frugò gentilmente nel cassetto prima di richiuderlo, come faceva ogni volta per lasciar affiorare brevemente qualche ricordo, quindi lo richiuse con la delicatezza che le è propria e fece per tornare alla scrivania, ma fu solo un'intenzione prima di ributtarsi indietro sulla sedia portando le mani alla nuca. La mattinata iniziava a riscaldarsi e l'afa andava aumentando, del resto l'estate era già arrivata da qualche giorno. La canottiera che indossava prendeva a disegnare meglio i contorni del suo corpo fine, così si alzò e si diresse verso il frigorifero rovistando nelle tasche dei pantaloncini in cerca dell'accendino mentre si guardava intorno per individuare il tabacco, ma disordinata com'era una semplice occhiata non bastava, aprì allora lo sportello in cerca di qualcosa che la rinfrescasse e optò, come sempre, per una Tassoni, aprì il tappo con l'accendino con un gesto un po' rude che le si addiceva stranamente e uscì fuori al terrazzo mentre il gatto l'osservava incuriosito. Bevendo un lungo sorso mentre il suo viso veniva inondato di luce ed Elisa doveva stringere le palpebre perché non diventasse vittima dei fosfeni. Con un paio di passi arrivò sotto l'ombra della tettoia che aveva realizzato proprio per superare queste giornate e si ritrovò a pensare di quando aveva scoperto che quei disegni di luce scintillanti che ti restano impressi sulla retina quando fissi una luce troppo tempo si chiamassero così. Era stato un giorno in libreria, quando sfogliando il libro di un neurologo di cui ora non ricordava il nome ne aveva letto la descrizione nell'indice che c'era alla fine. Ritornata nel momento continuò la sua camminata fino alla fine del terrazzo. Poggiata alla ringhiera, gettò lo sguardo oltre i tetti dei palazzi e poté perdersi nel mare e ancora nei suoi pensieri mentre una leggere brezza che le sfiorava il viso le portava l'odore del sale. I profili dei palazzi erano quelli di altre epoche, del settecento o forse dell'ottocento, tutti così diversi eppure capaci insieme di essere in armonia e la bellezza sembrava allora muoversi fra i vicoli e le strada e arrivare come corrente ascensionale fino a lei affacciata dal suo terrazzo, entrarle sotto la canottiera leggera, sfiorarle la pelle del ventre, correre fra i seni, arrampicarsi sul collo e quindi affondare nei suoi occhi. Elisa inspirò profondamente e pensò ancora una volta a quanto le piacesse vivere lì, in quella piccolissima casa all'ultimo piano di un palazzo nel centro storico, il cui grande e forse unico pregio era questo privilegiato punto di vista che solo lei poteva assaporare ogni giorno. Il mare quella mattina rifletteva calmo e prepotente la luce del sole ed Elisa, che difficilmente la sopportava, abbassò lo sguardo volgendolo alla strada, dove la vita procedeva nel sudore di inizio luglio. Prese a osservare prima Il giornalaio che si faceva aria servendosi di una rivista in attesa del prossimo cliente, ora dei ragazzini che avevano probabilmente marinato la scuola e che giocavano spingendosi l'un l'altro fra rumorose risate, ora l'inquilino del piano di sotto che era alle prese con l'immancabile pipì delle undici del suo cane e altri e altri ancora finché non si perse di nuovo nelle sue fantasie fatte di incontri e fotografie, altre strade e altri dettagli.

La strada di casa sua era spesso il punto di partenza di immaginifici viaggi fra le vie del centro che la vedevano coinvolta in ogni sorta di situazione, ma qualcosa di morbido d'improvviso le sfiorò la caviglia e la rigettò, ancora, nella realtà. Simone l'aveva seguita sul terrazzo in cerca anche lui di un po' di vento che lo rinfrancasse, allora si chinò su di lui per concedergli qualche carezza, che fu accettava fra voluttuosi miagolii. Pensando che probabilmente l'aria vicino al mare sarebbe stata più fresca, si risollevò allora poggiando la mano libera sul ginocchio e fece un ultimo sorso prima di rientrare in casa, gettò quindi la bottiglia nella spazzatura rigorosamente differenziata e andò verso il tavolino che era davanti al divano per prendere il cellulare, il libro che stava leggendo, sotto al quale sbucò magicamente il tabacco, cosa che fece sorridere Elisa pensando a se stessa, la macchina fotografica, un pacchetto di crackers di mais e infilò tutto nello zaino poggiato sul divano. Aveva sempre preferito gli zaini alle borse, molto più belli e comodi secondo lei. L a canottiera che indossava era ormai inumidita dal sudore, così se la sfilò velocemente, Aveva spalle piccole ma forti, il disegno dei muscoli del dorso appena accennato, i seni piccoli ed eleganti, i lunghi capelli neri le arrivavano fin quasi alle fossette di Venere, sul fianco una lunga cicatrice che sembrava una V caduta sul lato. Dalla spalliera del divano prese una canottiera che a giudicare dall'odore doveva essere quasi pulita, la indossò, legò in una morbida coda i suoi lunghi capelli, indossò lo zaino a entrambe le spalle e fece per uscire di casa, abbassò le tapparelle quasi del tutto, salutò Simone, recuperò dal frigorifero la borraccia con l'acqua fresca, aprì la porta, raccolse le chiave dal chiodo al quale erano appese, uscì sul pianerottolo e si voltò verso l'interno della casa, in una sequenza di gesti fluidi e sempre identici che terminava in quell'ultima occhiata fatta per assicurarsi di non dimenticare nulla di necessario. Guardò alcuni scatoli nell'angolo della casa, sorrise, chiuse la porta e si diresse giù per le scale, perché non le piaceva prendere l'ascensore.


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