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Una storia di Neal

La formica

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6 minuti

Pubblicato il 20 aprile 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #malinconia #morte #musica #perdita

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Sul muro orientale del parchetto che costeggia via Cavour, polmone di illusioni e miseria nella nostra bella città, c’è un segno a pennarello nero.
Il simbolo dell’infinito, tracciato verticalmente, si incastra in una sottile “A” stilizzata: Aeternum.
Dicevi che sembrava una formica monca.
«L’importante è il significato» rispondevo io, sollevando la punta del pennarello e ammirando il mio ieratico.
Sono passati nove anni - sia reso onore all’inventore del pennarello indelebile – e quella formica è ancora lì, nonostante tu non sia stata altrettanto longeva.
Margot, sono cambiate tante cose: ho finito gli studi, sto lavorando, mi è finalmente cresciuta una barba decente, la pizzeria di Giulio ha chiuso e degli “States of Fear” non è rimasto che Marcello: Dalila lo ha piantato, sia come cantante che come fidanzata.
Le compagnie di quartiere hanno cambiato volti e assetti, e a noi “grandi” la cosa incomincia a interessare meno, siamo tutti chiamati a sfide più importanti e a impegni più credibili, ci vengono giustificati meno errori e i nostri sogni ... beh... il nome stesso... “sogno” ora ha un valore dispregiativo, puzza di spreco, di indecenza. Tu non avevi limiti da porti, perciò credo che questa parte del crescere non ti sarebbe piaciuta affatto.
Quando parliamo dei bei vecchi tempi, gli amici concordano con me su un fatto: quando ci cantavi tu, gli States of Fear erano forti.
Ci siamo conosciuti così, ricordi? Feci il provino come chitarrista e Marcello mi prese nel gruppo. Lo sopportai per sei lunghi mesi solo per poterti vedere più spesso. Che stronzo despota, Marcello, lo credo che non ha avuto successo!
Io ti facevo il filo, allora, in ogni modo possibile, tu lo capivi? Ho scritto “Widow Queen” per te, infilato ogni sorta di dedica in “Talkwind” e “Deadly Misery”, ma forse i miei approcci erano oscuri come i miei testi: soffiavo parole accanto al tuo orecchio, come una brezza, troppo leggera perché tu potessi afferrarne il senso.
Dio, ora che ci penso mi eccitavo solo al pensiero di poter accarezzare il tuo lobo, bianco e perfetto, ornato da quei quattro anelli che ti rendevano così ribelle!
Mi ritovavo a fissarti inebetito, sul tuo profilo morbido ricamavo catene di pensieri senza capo nè coda: eri bellissima, ma non era solo questo, no, non sarebbe bastato: eri al tempo stesso fiera, altera e misteriosamente, quasi dolorosamente dolce. E quando cantavi - o semplicemente tacevi assorta - si percepiva la tua eccezionalità: Dio aveva messo in te un fuoco diverso.
Solo più tardi avrei capito che, proprio per questo, bruciava troppo in fretta.
La fine degli anni novanta non era più posto per una band doom metal, non ce ne volevamo rendere conto. Eravamo tutti così tristi quella sera al “Black Cove”; quando l’unico pubblico ad applaudirci furono i membri della band che avrebbero suonato dopo di noi, l’unico critico musicale l’arcigno proprietario del locale: barista, fonico, tecnico delle luci, demiurgo.
Ma l’estate era già calda, le lattine di birra si sposavano fin troppo spesso e bene con le nostre labbra, e il divanetto sul retro del locale sembrava progettato apposta per i nostri corpi, e fu lì che ci baciammo, a lungo e per la prima volta, incuranti di Marcello e Silvio che rendevano stolidamente omaggio all’altra band - per “etica professionale”, dicevano - rodendosi il fegato per quel fiasco.
Fiasco dal quale io e te non potevamo essere più lontani.
Nuovi idoli pop facevano - e fanno - il bello e il cattivo tempo alla radio e dagli schermi della TV. Mi dicono, ma è un credo a cui non voglio aderire, anche dalle casse di un computer o dagli auricolari di un iPod.
E mentre assistevamo impotenti ed inerti al declino della nostra musica, il nostro piccolo mondo andava formandosi e tu, amante più bella di quanto io meritassi, e più esperta di quanto potessi sentirmi all’epoca, eri la guida speciale, misteriosa, di una nave salpata quasi per caso.
In seguito non siamo stati, come ti dicevo prima, né i primi né gli ultimi a lasciare gli States of Fear, ma non ne conservammo alcun senso di colpa: non avevamo tempo per soddisfare l’ego e le ansie di altri, stretti come eravamo - ragazzi in fondo - tra un mondo che ci voleva rapidamente plasmati, formati, diplomati, e i nostri pomeriggi sempre troppo corti, la nostra fame di essere e cercarsi, per poi passare gran parte delle notti a rincorrerci ancora con la mente e con il cuore, travasando quella disperazione adolescenziale in parole e note, e fu la nostra personale scuola d’arte.
Ci ritrovammo spesso a sognare di suonare ancora assieme, ma eravamo una forza gravitazionale reciproca troppo forte per non impensierire gli altri musicisti: chiunque si sarebbe sentito minacciato ed escluso da quell’unione perfetta, perciò provammo anche a fare gli artisti di strada, finché, in una città troppo piccola, i nostri non lo vennero a sapere e posero fine con severità a quelle aspirazioni di menestrelli ambulanti.
Dopo che mi lasciasti, continuai senza volerlo a nutrire il tuo altare con offerte e sacrifici, ebbi altre storie, ma non ne gustai un solo minuto, non tanto quanto avrei desiderato ancora baciare e mordere piano la tua pelle e quel tuo orecchio disegnato nel marmo.
Dopo che ti ammalasti e fosti così silenziosa e discreta nell’andartene, imparai cosa vuol dire rimanere senza fiato, rantolanti nel cuore della notte, mentre il petto ti si stringe e cerchi di inalare tutta l’aria della stanza per non collassare su te stesso e non implodere.
Si svolse il funerale, pieno di facce sgomente, giovani, molti forse per la prima volta comparivano al cospetto della Nera Signora. Ci fu chi suonò per te, chi depose dei fiori, chi lasciò sulla tua lapide un’audiocassetta, una foto, un nastro colorato, un plettro. Ho visto piangere perfino Marcello: credevo che non ne fosse capace. Lo sai che lui e Dalila si sono dati la mano per la prima volta al tuo funerale, mentre si consolavano a vicenda? Cavolo, sono stato un po’ stronzo prima, spero che si rimettano assieme, in fondo, è una delle cose belle che hai ci lasciato mentre volavi via.
La pioggia ed il cemento, ruvido, non si mangeranno mai questa formica, sono venuto a vegliarla ancora molte volte, lo faccio spesso, mentre non sono più tornato al cimitero. Mai.
Io sono andato avanti, e il tempio nel mio cuore eretto per te, sta sempre in piedi, solamente ho perso quel fanatismo, mi sono arreso ad un nettare dolce, ma dal retrogusto amaro. Ti preferisco portare dentro come un regalo e non come un tesoro, misurerò i miei passi sul metro di quegli istanti vissuti assieme, e ti trasformerò da pianto in riso, come si
fa con i cari estinti, affinché la loro partenza non sia solo una fine, ma una importantissima lezione per chiunque li abbia amati.


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